NOTIZIE 2008

 

LA SECONDA INTIFADAH PALESTINESE - DALLE PIETRE AI RAZZI KASSAM LA RIVOLTA DI
UN POPOLO IN LOTTA PER LA SUA LIBERTA'

di Dagoberto Husayn Bellucci

 



"Alla fine di novembre del 1997 mi sono recata in quattro delle sette città
dei "territori occupati" divenute autonome in seguito agli accordi di Oslo.
Percorrendo in lungo e in largo le strade da Gerusalemme al Giordano, e da
Nablus e Gaza, ascoltando testimonianza, più tardi rileggendo la storia di
questo paese, ho scoperto una realtà che mi ero adoperata a negare da sempre e
ho capito che era tempo di finirla con questo accecamento volontario. Poco a
poco, ho visto sprofondare, non senza dolore e strazio, un sistema di
affermazioni rassicuranti, ripetute e spesso legittime - l'audacia del popolo
ebraico, la necessità della sua sicurezza. E dietro a queste ho visto
profilarsi l'esistenza di un popolo, il popolo palestinese, della sua terra -
terra antica, abitata, nutrita di culture, di religioni, di influenze arabe,
cristiane, ebraiche. La "causa palestinese" è stata troppo spesso il pretesto o
l'alibi per un ritorno della giudeofobia. Ma perchè mai l'indispensabile
memoria dell'Olocausto dovrebbe servire a mascherare le prove subite, in decine
di anni dal popolo palestinese, e a giustificare la politica di Israele nella
parte occupata della Palestina?"

( Danièle Sallenave - "Carnet de route en Palestine occupèe" - Gaza-
Cisgiordanie 1997) ediz. "Stock" - Paris , 1998 )


"Ho posto due questioni sull’Olocausto.La prima era: se l’Olocausto è
accaduto, dove ha avuto luogo? In Europa. Perché devono porvi rimedio in
Palestina? Il popolo palestinese non ha giocato alcun ruolo nell’Olocausto. Non
hanno avuto alcun ruolo, a questo proposito, nella seconda guerra mondiale.Il
razzismo si è manifestato in Europa, ed a questo bisogna rimediare in Palestina?
La mia seconda domanda sull’Olocausto: se è un evento storico, perché vogliono
trasformarlo in una cosa sacra? E a nessuno dovrebbe essere permesso porre
domande a suo riguardo? Nessuno dovrebbe studiarlo, condurre ricerche,
permettere che vengano condotte ricerche a suo riguardo. Perché?"
( Intervista al Presidente della Repubblica Islamica dell'Iran, Mahmoud
Ahmadinejad - di George Stephanopoulos - 26 Aprile 2009 )

"Siamo puniti solo perché resistiamo all’oppressione e vogliamo giustizia.
Chi minaccia di imporre sanzioni sono le stesse potenze che sono causa delle
nostre sofferenze e continuano ad appoggiare gli oppressori
incondizionatamente. Noi, le vittime, siamo penalizzati mentre i nostri
oppressori sono premiati. Gli USA e l’UE potevano sfruttare il successo di
Hamas per aprire un nuovo capitolo nelle relazioni con i Palestinesi, gli Arabi
ed i Musulmani e per capire meglio un movimento che è stato visto finora quasi
sempre con l’occhio dell’occupante sionista. Il nostro messaggio ai governi
USA e UE è questo: i vostri tentativi di farci rinunciare ai nostri diritti o
alla nostra lotta sono inutili. Il nostro popolo, che ha già sacrificato
migliaia di martiri, i milioni di rifugiati che aspettano da quasi 60 anni di
ritornare nella loro patria e i nostri 9000 prigionieri politici e di guerra
detenuti nelle carceri israeliane non hanno fatto questi sacrifici per ottenere
il nulla. Hamas è stato eletto principalmente per la sua fede irremovibile nell’
inevitabilità della vittoria; e Hamas è immune dalla corruzione, le
intimidazioni e i ricatti."
( Khaleed Meschaal - dichiarazione dopo le elezioni legislative palestinesi -
31 Gennaio 2006 )


Il dramma del popolo palestinese, da oltre sessant'anni vittima di una delle
più inaudite e barbare occupazioni criminali che la storia recente ricordi,
rappresenta il principale fronte di combattimento e la Palestina occupata lo
scacchiere geopolitico prioritario delle rivendicazioni nazionali, storiche,
culturali e religiose del mondo islamico. La Palestina è la Terra Santa per
eccellenza: Terra sacra per le tre religioni monoteiste e pluridecennale zona
di scontro tra le rivendicazioni messianico-colonialiste dell'espansione
sionista e la volontà di resistenza di un intero popolo.
La tragedia dei palestinesi è quella di tutto il mondo arabo-islamico e la
valenza metastorica del combattimento in corso fra l'usurpatore sionista e il
miliziano del Jihàd palestinese risulta stilema insuperabile di eroismo e
ascetica volontà di superamento della umana condizione terrena che ha costretto
un popolo intero all'esodo e all'esilio e al ricorso alla lotta armata. I
combattenti palestinesi rivendicano, kalashnikov in mano e cinture esplosive ai
fianchi, la liberazione della loro martoriata terra natia dalla quale i loro
avi, padri e nonni, sono stati cacciati dall'indebita intromissione nel corpo
sociale della nazione arabo-palestinese del cancro sionista.
Un'occupazione quella israeliana che si è largamente avvantaggiata di
un'abilissima propaganda, fortemente trincerata dietro alla mitologia storico-
politica del preteso/presunto "olocausto" di sei milioni di soggetti di
razza/religione ebraica durante l'ultimo conflitto mondiale, risultato della
asfittica pressione esercitata a livello planetario dalla lobby ebraica
internazionale la quale si situa al di sopra degli esecutivi nazionali e
controlla l'opinione pubblica dei singoli paesi attraverso esponenti del
Sionismo più intransingente 'disseminati' in tutte le redazioni di quotidiani,
giornali e radiotelevisioni. I miti fondatori della politica israeliana - una
politica si badi bene che, nell'ultimo secolo, ha mescolato a suo piacimento e
vantaggio il tipico piagnucolamento vittimistico ebraico con le aspirazioni dei
primi pionieri sionisti di stampo socialista, le attese messianico-
escatologiche della tradizione rabbinica del Talmudismo ortodosso e del
Cabalismo con le mire strategiche e neocolonialiste delle organizzazioni
paramilitari del primo sionismo di Jabotinsky e Stern, il terrorismo di Stato
perpetrato indiscriminatamente contro la popolazione araba fin dalla 1.a Guerra
d'occupazione arabo-israeliana del 1948-49 e successivamente esteso al di fuori
del perimetro geopolitico del Vicino Oriente con l'inaudita caccia all'uomo
rivolta negli anni Settanta contro esponenti e dirigenti della Resistenza
Palestinese in esilio giungendo intatto fino ai nostri giorni e procedendo ad
una pulizia etnica spregevole e intollerabile contro le popolazioni del Libano
(2006) e della Striscia di Gaza (2009) - sono quelli relativi alla "terra
promessa" e al "popolo senza terra per una terra senza popolo"; miti che, come
tutti i miti che si rispettano, appartengono al mondo dei sogni e delle utopie
ovvero ai 'desiderata' umani o - per esser più chiari - alle innumerevoli
leggende, costruzioni mentali artificiali funzionali al conseguimento di
determinati obiettivi reali, delle quali la letteratura e la cultura ebraica
sono abbondantemente infarcite.
La "terra promessa" è essenzialmente uno slogan lanciato da Theodore Herzl
nel suo volume su "Lo Stato Ebraico" a fine Ottocento e fondato sulla base di
preesistenti 'immagini' mitofaniche proprie del messianismo religioso ebraico
di un popolo disperso e bivaccante nei quattro angoli del pianeta, ...l'ebreo
errante... superlativo stereotipo dell'essenzialità rovesciata del nomadismo
commercial-usurocratico delle comunità giudaiche post-diaspora. Una "terra
promessa" non esiste! Non esiste semplicemente perchè la tradizione religosa
ebraica si fonda sulla comprensione letterale della parola divina; sul
rovesciamento sintattico del Patto di Alleanza stabilito dal Dio Unico, Yahvè,
con il popolo 'eletto'; rovesciamento che diventa costante nella letteratura
religiosa rabbinica e fondamento delle successive codificazioni teologiche
della Torah (il Libro Sacro degli Ebrei) che la casta rabbinica dominante i
destini del popolo d'Israele fornirà utilizzando il ricatto della duplice
appartenenza (etnico-razziale e religiosa) alla comunità.
In questo delirio di onnipotenza che arriverà a sentenziare massime
'rovesciate' di spregevole odio xenofobo nei confronti di tutti i popoli goyim
= gentili ( cioè non ebrei ) e auspicare la promessa escatologica di un dominio
ebraico sull'intero pianeta ('inteso' nei testi 'sacri' del Talmud e del
cabalismo esclusivamente quale insieme di bestie da soma e animali necessari
esclusivamente per servire gli interessi e le volontà d'Israele); la casta
rabbinica riuscirà a creare le condizioni per l'instaurazione ante-litteram di
quella "mentalità da ghetto" che contraddistinguerà nei secoli l'elemento
ebraico il quale sarà perennemente un soggetto alieno dalle dinamiche storiche
e sociali di sviluppo delle nazioni nelle quali si troverà a vivere, estraneo
agli avvenimenti che contrassegneranno le vicende delle comunità con le quali
si troverà a coabitare suo malgrado e sostanzialmente nemico e acerrimo
avversario dei loro usi e costumi, tradizioni e civiltà.
All'esclusivismo religioso e razziale ebraico si devono secoli di divisione e
alienazione mentali e fisiche delle comunità ebraiche dalla storia e dalla
civilizzazione che fioriranno sull'una o sull'altra sponda del Mediterraneo.
L'ebreo sia che si trovasse sotto un principe cristiano o un califfo arabo-
musulmano, che esteriormente aderisse alle legislazioni e ai divieti imposti
dall'Imperatore o dal Papa europei o dall'Emiro o Califfo arabi, che
socialmente venisse a trovarsi escluso o appartenesse di diritto al "consorzio
civile" (come avverrà in Europa fin dall'epoca dell'Illuminismo e con l'avvento
della Rivoluzione Francese ed i suoi Immortali Principii che faranno dei Giudei
"cittadini" qualsiasi al pari dei loro connazionali cristiani) dei paesi e
delle nazioni ospitanti; rimaneva un alieno.
Estraneo e straniero, dedito essenzialmente al commercio e alle attività
finanziarie, principale esponente di quella casta di prestamonete che - a
cominciare dal XVImo secolo in Europa - avrebbero costituito la piramide ed il
vertice del sistema finanziario e bancario internazionale; l'elemento ebraico
costituirà il Grande Enigma della vita sociale delle nazioni e dei popoli
presenti tra le due sponde del Mar Mediterraneo: nè cristiano nè principe, nè
servo della gleba, nè aristocratico da un lato; nè emiro nè cavaliere, nè
contadino nè nobile dall'altro lato; l'ebreo rimaneva ebreo qualsivoglia fosse
l'ordinamento sociale, la direzione degli affari di Stato, l'assetto di potere,
l'Autorità. La politica, le guerre, l'espansione militare, i conflitti che per
secoli avrebbero opposto cristiani e musulmani gli uni agli altri e tra di loro
rimanevano per l'ebreo vicende private alle quali era insensibile e verso le
quali non provava alcun interesse e - se e quando ciò accadeva - era solo ed
esclusivamente per aumentare i propri guadagni lucrando sul sangue dell'uno o
dell'altro contendente; spesso di entrambi..."iene e avvoltoi" verranno
definiti da Napoleone Bonaparte i giudei accampati 'sciacallescamente' dopo la
battaglia di Jena a dividersi il bottino.
La potenza dell'oro e successivamente della cartamoneta avrebbe determinato
l'affermazione della nuova casta dei mercanti i quali - abbandonati i Templi e
le Sinagoghe - si sarebbero imposti al di sopra di ogni autorità e di ogni
ordinamento statale costituendo una nuova "nobiltà" sovranazionale e
esclusivista che avrebbe ottenuto il dominio del mondo attraverso
l'instaurazione di un'oligarchia cosmopolita unita dai secolari vincoli di
appartenenza etnico-razziale e religiosa.
Senza una comprensione metastorica e metafisica del problema ebraico
difficilmente sarebbe inquadrabile la questione ebraica che - per spessore e
interazione con aspetti che occupano l'economia e la politica, la storia e la
cultura, di tutte le nazioni del pianeta - risulta essenziale per analizzare le
dinamiche di sviluppo delle società moderne e la loro inversione di valori che,
indiscutibilmente, portano la firma di Giuda... Senza l'affrontamento globale
della questione 'maledetta' risulterebbe altresì inutile qualunque tentativo di
analisi dell'attuale situazione palestinese.
Anche il dramma palestinese è compreso in questa più vasta questione ebraica:
l'instaurazione di un emporio criminale sionista nella Terra Santa
rappresenterà la fase terminale di un processo di occupazione territoriale in
atto fin dalla costituzione, sul finire del XIXmo secolo, del movimento
sionista; l'approdo naturale delle attese messianiche di gran parte della casta
sacerdotal-rabbinica talmudista e cabalistica degli ebrei d'Europa e l'ultimo
tassello di un'operazione di terrorismo propagandistico rivolto in primo luogo
contro le popolazioni gentili europee (sottoposte al ricatto dell'"olocausto",
ultimo e unico dogma insindacabile della società moderna di massa dei senza Dio
e senza idee deambulanti occidentali) e parallelamente contro le nazioni arabe
ed il popolo palestinese che saranno le vittime dell'espansione militare e
della volontà vendicativa di dotarsi di una "homeland" del popolo d'"Israele".
Senza la leggenda olocaustica non avremmo avuto l'instaurazione di uno "stato
ebraico" in Terra di Palestina; senza il mito della "terra senza popolo per il
popolo senza terra" non sarebbe stato possibile ai futuri dirigenti israeliani,
ieri terroristi ebrei di formazioni paramilitari quali l'Haganà e l'Irgun Zvei
Lehi, controllare le centrali di disinformazioni sistemiche di massa delle
nazioni occidentali.
Il dramma palestinese, la Nakbà, sarà determinato anche dall'assenza completa
di risposte 'conformi' da parte del mondo arabo-islamico a quest'imponente
schieramento propagandistico-massmediatico: quotidiani, riviste, televisioni,
cinema e successivamente i più moderni mezzi di informazione informatici sono
stati sapientemente utilizzati dalla lobby ebraica internazionale per
instillare nell'opinione pubblica europea e statunitense la leggenda di un
popolo vittima che spezzava le catene di un'oppressione plurisecolare e,
combattendo armi in pugno, si dotava di un territorio spoglio e brullo, di
terre desertiche, aride e quasi abbandonate a sè stesse. Un falso storico
abilmente proiettato nell'immaginario collettivo di milioni, miliardi, di
persone dall'America al Vecchio Continente mediante l'abbondante e disinvolto
utilizzo di quei mezzi che l'Internazionale Ebraica aveva in dotazione
(Hooliwood , macchina bellico-propagandistica al servizio permanente ed
effettivo del Sionismo sfornerà all'epoca film quali "Exodus" nei quali l'ebreo
'errante' diverrà l'ebreo combattente, eroico e vendicatore). Un'operazione di
facciata, riuscitissima e intelligente, che nascondeva la cruda realtà di
un'occupazione militare nata su basi coloniali, avanzata mediante il ricorso al
terrorismo e al fanatismo di squadre d'assalto, portata a termine con la
complicità delle superpotenze dell'epoca (Stati Uniti e Unione Sovietica) ed i
loro satelliti dell'Occidente e dell'Oriente europeo.
La citazione tratta dal volume della scrittrice e militante comunista
francese Danièle Sallenave aiuta a comprendere ancor più, e meglio, la reazione
che - una volta posti di fronte alla verità fattuale che vede un popolo
oppresso e massacrato quotidianamente da un pugno di ebrei fanatici e decisi a
tutto pur di mantenere saldamente in stato di sottomissione e sudditanza i
palestinesi - può suscitare tra le masse, specialmente tra chi - quali i
militanti di una Sinistra sempre barcamenatasi malamente tra solidarietà
internazionalista ai palestinesi e kippizzazione olocaustica e solidarietà
d'armi partizan-resistenziale antifascista con l'elemento ebraico - non riesce
a scrollarsi di dosso i miti creati ad arte dall'opinionismo sistemico-
sinagogico pacifinto - l'esatta comprensione di quanto sta avvenendo in
Palestina oramai da sessant'anni nel silenzio, più o meno, totale. Le voci di
solidarietà alla causa palestinese si stanno lentamente affievolendo dopo
l'ondata 'contestatario-ribellistica' post-sessantottina: i palestinesi non
fanno più notizia nè suscitano clamore i morti ammazzati dall'odio israeliano!
I palestinesi semplicemente per l'opinione pubblica mondiale non devono
esistere! Tutt'al più si riconosce loro il diritto ad una "patria" comprendente
quanto già 'assegnato' dalla diplomazia a stelle e strisce statunitense e pari
a poco più del 12% dell'intero territorio nazionale palestinese...la
Cisgiordania e la striscia di Gaza...se ne stiano buoni buoni in questa
'donazione territoriale' concessa dalla "magnanimità" sionista e la piantino di
lanciare razzi e pietre contro gli insediamenti dei coloni ebrei che proseguono
alacremente la loro espansione o contro le città "israeliane". I palestinesi
sono percepiti solo ed esclusivamente come terroristi! Lo erano nei
Sessanta/Settanta all'epoca dell'OLP di Yasser Arafat - che però è laico e
'marxisteggiante' e quindi 'raccoglieva' le simpatie e la solidarietà delle
Sinistre europee - lo sono tanto più oggi che a guidare la Resistenza c'è il
movimento "integralista" islamico di Hamas...
Raramente si parla di "fondamentalismo" o "integralismo" ebraici. Ancor più
raramente qualcuno accenna all'estremismo religioso e al fanatismo messianico
dei Fanatici del Tempio, del Gush Emunim, che sarebbero pronti a far scoppiare
un conflitto termo-nucleare nell'intero Vicino Oriente pur di far saltar per
aria la Moschea di Omar, l'Haram el Shariff, di Gerusalemme (terzo luogo santo
dell'Islam) per restaurare il Tempio distrutto della tradizione ebraica e
realizzare l'era messianica del Governo Mondiale Ebraico. Quotidiani e riviste,
giornalisti e corrispondenti, si guardano bene dal considerare una minaccia
alla pace nell'intera zona i deliri militar-espansionisti dell'attuale
esecutivo sionista diretto dall'ultra-destra del Likud di Benjamin Nethanyauh e
sostenuto dal razzista Avigdor Lieberman. Meglio, molto meglio, avallare le
menzogne sioniste e puntare l'indice contro Hamas, Hizb'Allah, la Siria o
l'Iran per il quale si 'starnazza' e 'scarabocchiano' pagine su pagine
lamentandosi di "minacce nucleari" quando nel deserto del Nejev da quasi
quarant'anni esiste un arsenale atomico in mani israeliane verso il quale nè
l'AIEA nè qualsivoglia altra istituzione "internazionale" ha mai diretto alcuna
commissione d'inchiesta, accertando esattamente quanti ordigni nucleari siano
in possesso di "Israele".
L'analisi della seconda Intifadah palestinese, la rivolta di popolo che
scoppierà il 28 settembre 2000 nel cuore dell'entità criminale sionista in
piena Gerusalemme con i disordini seguenti la provocatoria visita alla Spianata
delle Moschee dell'allora premier sionista Ariel Sharon, risulta dunque
'funzionale' per comprendere sia le parole di stupore della Sallenave (la quale
da 'buona' comunista - imbevuta del dogma olocaustico e dalla propaganda
sionista - difficilmente avrebbe potuto comprendere la realtà di un popolo
oppresso e segregato senza una visita diretta nell'inferno concentrazionario
palestinese alias "stato d'Israele" che legittimamente i media del mondo arabo
continuano a indicare come "il regime d'occupazione sionista") che, soprattutto
le ancor più legittime e indiscutibile, domande relative alla ricerca
revisionista poste al giornalista Stephanopoulos dal Presidente iraniano
Ahmadinejad per il quale l'esistenza dello "stato ebraico" è strettamente
collegata al mito olocaustico dal quale "Israele" nasce e verso il quale
inevitabilmente ritornerà: abbattere la fandonia di Auschwitz e la leggenda dei
sei milioni di soggetti ebrei eliminati durante la seconda guerra mondiale è
essenziale per disintegrare qualunque pretesa ebraica sulla Palestina,
disintegrando i mit e le costruzioni artificiali della propaganda israeliana
relativi a "terre promesse", visioni messianico-escatologiche, predestinazioni
rabbiniche o utopie talmudico-cabalistiche.
Gli Ebrei in Palestina sono occupanti e invasori. Alieni alla storia, alla
tradizione, alla cultura e alla civilizzazione araba che, dall'avvento
dell'Islam nel VI secolo d.C. , ha identificato in Gerusalemme (Al Qods = la
Santa) la terza città sacra del mondo musulmano.
La Seconda Intifadah palestinese (denominata immediatamente dall'esecutivo
palestinese e dall'ANP "Intifadah al-Aqsa) scoppierà il 28 settembre 2000 a
Gerusalemme estendendosi immediatamente a tutta la Palestina. L'episodio già
ricordato che diede l'inizio ai disordini tra palestinesi e occupanti
israeliani sarà la provocatoria visita dell'allora capo del Likud, Ariel
Sharon, al Monte del Tempio, alla Spianata delle Moschee per intenderci,
situato nella Città Vecchia occupata militarmente dai sionisti dopo la Guerra
dei Sei Giorni del 1967. Già ministro degli Insediamenti e responsabile della
colonizzazione della parte araba della città durante gli anni Ottanta, noto per
i suoi metodi criminali durante l'offensiva contro il Libano nel 1982 e per
precedenti atti d'infamia commessi durante le guerre arabo-israeliane (compreso
la chiusura di innumerevoli pozzi nel deserto del Sinai prima del ritiro
sionista dalla penisola egiziana riconsegnata al governo del Cairo a seguito
degli accordi di Camp David del 1977) , Sharon intraprese questa visita
rivendicando il luogo sacro per eccellenza della Palestina occupata al mondo
ebraico. Un gesto di sfida ed una provocazione per tutto il mondo islamico che
vede nella Spianata delle Moschee (dove sorge la Moschea della Roccia e i resti
'traballanti' di un muro che gli ebrei considerano l'ultima vestigia
dell'antico Tempio di Salomone raso al suolo definitivamente dalle legioni
romane nel 70 d.C.) il cuore dell'unità trascendente tra il Dio Unico , Allah,
e il suo Profeta , Mohammad (la pace su di Lui e la Sua Famiglia) , che da
questo punto sarebbe asceso al Paradiso nel suo "Miràj" , viaggio celeste
compiuto sul dorso di un cavallo alato e che l'avrebbe portato al cospetto
dell'Onnipotente dopo aver riconosciuto tutti gli Inviati del Signore a Lui
precedenti.
Sharon (1) rivendicava la sovranità ebraica su un territorio islamico, su un
luogo simbolico per oltre un miliardo di credenti musulmani, profanando con la
sua passeggiata 'disinvolta' nella zona della Spianata delle Moschee il terzo
luogo sacro della religione musulmana. Un gesto che scatenerà immediatamente
una rivolta popolare eterodiretta dalle forze della Resistenza palestinese di
Hamas e della Jihàd Islamica ma alla quale diedero il loro contributo tutte le
formazioni laiche, socialiste e nazionaliste dell'ANP. Otto anni di inutili
negoziati fra palestinesi e israeliani, contrassegnati dalla reazione
'esplosiva' dei kamikaze di Hamas che colpiranno ripetutamente autobus di linea
ed esercizi commerciali nelle principali città "israeliane", posti di blocco
militari e insediamenti dei coloni nelle zone occupate, martellando le forze di
sicurezza sioniste e l'esercito d'occupazione di Tsahal per protestare contro
la svendita della causa palestinese determinata dall'accettazione supina di
Arafat e della vecchia dirigenza di Fatah degli accordi di Oslo...Accordi di
pace mai ratificati dai sionisti, sostanzialmente inutili per la causa
nazionale palestinese, fatti saltare dall'intransigenza dimostrata dalla
controparte sionista negli otto anni di colloqui tra le parti.
"Con la Dichiarazione dei principi, firmata a Washington il 13 settembre 1993
(ed entrata in vigore un mese dopo), Israele e l'OLP, riconoscendosi "diritti
legittimi e politici reciproci", esplicitati in due lettere, aprirono i
negoziati che dovevano portare, alla fine di un periodo transitorio, non
superiore ai cinque anni, ad un accordo definitivo. - scrive Giancarlo Paciello
(2) - Pur essendo soltanto un quadro di riferimento nel quale colocare i
negoziati che, soli, con i loro contenuti, avrebbero dovuto portare al
regolamento del contenzioso tra israeliani e palestinesi, la Dichiarazione dei
principi, all'articolo 1, era assolutamente esplicita: "L'obiettivo dei
negoziati israelo-palestinesi, nel quadro dell'attuale processo di pace in
Medio Oriente, è, tra gli altri, di creare un'Autorità palestinese di
autogoverno provvisorio, il Consiglio eletto (...) per il popolo palestinese in
Cisgiordania e nella striscia di Gaza, per un periodo non superiore ai cinque
anni e che porti ad una soluzione permanente basata sulle risoluzioni 242 e 338
del Consiglio di Sicurezza. Si intende che gli accomodamenti provvisori
costituiscano parte integrante del processo di pace nel suo insieme e che i
negoziati sullo statuto permanente porteranno all'attuazione delle risoluzioni
242 e 338 ...". Per i palestinesi perciò, la parte finale dell'articolo 1
conteneva tutte le loro rivendicazioni, oltre alla loro accettazione di
limitare al solo 22% della Palestina mandataria la terra da rivendicare. Una
cosa non da poco! La restituzione della Cisgiordania e della striscia di Gaza
avrebbe significato infatti la creazione di uno Stato palestinese su di un
territorio continuo ed omogeneo, lo smantellamento delle colonie e la
possibilità di eleggere Gerusalemme Est a capitale dello Stato palestinese, dal
momento che il territorio di Gerusalemme Est, occupata dal 1967, costituiva
oggetto della risoluzione 242. Quanto al ritorno dei rifugiati le cose non
erano altrettanto chiare, dal momento che c'erano due categorie di rifugiati,
quelli del 1948 e quelli del 1967, detti anche "spostati". Per i primi, tutto
veniva rinviato allo statuto finale. Per i secondi invece la Dichiarazione
fissava la creazione di una commissione congiunta, comprendente anche l'Egitto
e la Giordania. (...) Dunque i palestinesi avevano ragione di credere di essere
vicini, sia pure dopo tante sofferenze ed umiliazioni, a poter disporre di un
loro spazio e di una sovranità su di esso."
Niente di più falso! La dirigenza palestinese cadde nel tranello degli
accordi di pace in modo così completo e totale finendo per restarvici
invischiata mentre , per la controparte israeliana, queste intese
rappresentavano un modo come un altro da un lato per continuare la loro
politica di controllo del territorio occupato dall'altro per incrementare la
colonizzazione il tutto attraverso la mediazione statunitense, il benestare
della comunità internazionale che si faceva garante degli accordi in corso e
soprattutto a costi meno esosi per l'economia nazionale e con pratiche
apparentemente meno violente (e dando in 'gestione' l'amministrazione
fiduciaria della Cisgiordania e della striscia di Gaza ai miliziani di Arafat
che divenivano così una sorta di sgherri al servizio degli interessi sionisti
contro i quali si sarebbe ben presto ribellata una parte considerevole della
popolazione civile palestinese che individuerà in Hamas e nelle altre
formazioni islamiche della Resistenza i nuovi condottieri della pluridecennale
guerra di liberazione nazionale contro i sionisti e , stavolta, anche contro i
loro cooperanti palestinesi di Fatah).
Una situazione insostenibile che avrebbe di lì a pochi mesi portato alla
profonda divisione e ai dissidi interni alla società e alla popolazione
palestinese decisa tra le promesse americano-sioniste di una "pace" tutta da
edificare e costruire e dall'altra dalle garanzie della leadership di Hamas di
continuare con la resistenza rifiutando Oslo, le intese sotto egida
statunitense, gli accordi di Madrid e l'ensemble di quanto verrà sottoscritto
da Arafat e dai suoi.
Le promesse disattese, la lacerante situazione di incertezza e frustrazione,
un'economia allo sfascio, l'atteggiamento tracotante dei dirigenti sionisti e
la persistente violenza esercitata dagli israeliani porteranno allo scoppio
della seconda Intifadah nata sotto il segno della sfiducia più completa dopo
anni di ricatti, delusioni, speranze andate in fumo, discorsi solenni e
celebrazioni altrettanto pompose da parte dell'ANP di un'indipendenza nazionale
inesistente che i tank sionisti in poche ore cancelleranno per sempre.
Il popolo palestinese ritornerà all'Intifadah, alla rivolta generalizzata,
per opporsi a questo stato di cose, allo stallo dei negoziati voluto dalla
dirigenza israeliana che rifiutava categoricamente di procedere adempiendo alle
clausole e procastinando l'attuazione di quanto aveva sottoscritto solo pochi
anni prima...per i sionisti i trattati di pace con i palestinesi erano carta
straccia come dimostrò ampiamente Sharon con la sua passeggiata provocatrice
alla Spianata delle Moschee e come confermò il pugno di ferro con il quale
l'esecutivo di Tel Aviv cercherà di domare la rivolta.
"Sembrava - scrive ancora Paciello (3) - che l'avvio del processo di pace
potesse porre fine a questa serie infinita di sofferenze, favorendo finalmente
la nascita di uno Stato palestinese. Ma così non è stato. Il definitivo
affondamento delle trattative di Camp David nel luglio del 2000, unito alla
protervia dell'attuale primo ministro israeliano Ariel Sharon, noto anche come
il macellaio di Sabra e Chatila, hanno innescato una rivolta, che dura ormai da
più di undici mesi. La nuova intifada è scoppiata infatti il 28 settembre del
2000, quando è apparso chiaro il fallimento delle trattative a Camp David,
durante le quali Clinton aveva tentato di spacciare come accordo di pace, una
feroce imposizione ad una dirigenza palestinese endemicamente debole e senza
alcun successo da poter attribuire alla sua politica di compromesso, e, per
completare l'opera, Sharon, con le scarpe chiodate, aveva calpestato il terreno
più sacro per i palestinesi a Gerusalemme, la Spianata delle Moschee. E,
purtroppo, non esiste ragione alcuna perchè essa si arresti. La tracotanza con
cui Barak (prima ancora di Sharon), da sempre contrario al processo di pace, ha
condotto sia le trattative di pace che le azioni di guerra non ha lasciato
scampo a chi, come il popolo palestinese, da trentaquattro anni sotto un regime
di occupazione militare, ed una ossessiva colonizzazione, volesse difendere la
propria dignità, continuamente calpestata sul piano della quotidianità oltre
che su quello della ormai storica espropriazione della terra. A maggior
ragione, con Sharon, pur nella impari condizione, il popolo palestinese non ha
scampo, non può che contrastare in ogni modo la potenza militare israeliana,
pena la sua riduzione a pura appendice, preludio sicuro della propria
scomparsa."
Sintomatico l'atteggiamento israeliano che, nei mesi precedenti all'inizio
della rivolta palestinese, aveva sostanzialmente rifiutato di adempiere alla
Dichiarazione dei principi sottoscritta nel 1993 prendendo tempo e rinviando di
mese in mese, di anno in anno, di dare legittimità ad uno "stato palestinese"
rifiutato tanto dall'opinione pubblica quanto dalla dirigenza israeliana e
'avvertito' esclusivamente come un covo o una base terroristica per future
nuove azioni belliche rivolte contro l'esistenza dello "stato ebraico".
"Oggi - afferma Paciello nella sua opera (4) dedicata alla seconda Intifada -
emerge, con palmare chiarezza, il significato che i politici israeliani hanno
attribuito agli accordi di Oslo, che pure avevano suscitato tante attese, in
tutto il mondo. Quegli accordi sono serviti di fatto a "sganciare" Israele dal
rispetto, si fa per dire, del diritto internazionale e delle risoluzioni
dell'ONU e ad avere mano libera nella colonizzazione. Anche il riconoscimento
dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (promossa da banda di
terroristi a legittimo rappresentante del popolo palestinese in brevissimo
tempo, per esser ora altrettanto rapidamente retrocessa al ruolo attribuitole
originariamente) , ha giocato in questo senso. Per poter ricondurre tutto a
"trattativa privata" era infatti necessaria una controparte, da condizionare
con un patto leonino. E così delle risoluzioni 242 e 338 del Consiglio di
Sicurezza dell'ONU assai esplicite, sia contro le conquiste ottenute con le
armi, sia contro le modifiche apportate ad un territorio conquistato con le
armi (le colonie per essere chiari!), non è rimasto assolutamente nulla. La
risoluzione 194, vecchia di ben cinquantadue anni, che affermava il diritto dei
rifugiati a tornare sulla loro terra, si è trasformata in una concessione al
ricongiungimento di poche centinaia (o forse qualche centinaio) di famiglie.
Gli accordi di Oslo hanno finito così con il costituire, di fatto, l'abbandono
dei palestinesi, da parte dell'Occidente, al loro destino.".
Premesso che l'Occidente è sottoposto ai dikat sinagogico-sionisti che
determinano le politiche estere ed interne dell'ensamble sgangherato denominato
Unione Europea e della cloaca massima del capitalismo multinazionale alias
Stati Uniti d'America - principale homeland e feudo giudaico (5) e nazione
guida dell'Occidente giudaizzato e giudaizzante del quale già, un secolo e
mezzo or sono, Karl Marx aveva anticipato l'involuzione in senso economicista
attraverso lo sviluppo capitalistico o, per esser più chiari, la sua
ebraicizzazione mediante l'assimilazione di quello spirito commercial-
usurocratico tipicamente ebraico - appariva assolutamente lapalissiano a
chiunque, nei giorni della firma del trattato di Oslo prima e degli accordi di
Camp David che l'establishment sionista fosse riuscito a 'imbrigliare' e
imbrogliare le rivendicazioni nazionali del popolo palestinese, mettendo
all'angolo Yasser Arafat e l'intera dirigenza dell'OLP che sarebbero diventate
di lì a pochi mesi i più fedeli cani da guardia degli interessi e delle
politiche israeliane sulla Palestina occupata.
Accordi denunciati come tradimento dall'Iran, dalla Siria, da Hamas e da una
componente minoritaria delle fazioni laiche palestinesi le quali compresero
perfettamente che Arafat stava infilandosi in un "cul de sac" dal quale ne
sarebbe uscito, un decennio dopo, con le reni spezzate. E' in questo contesto
che prenderà il sopravvento, tra le forze della Resistenza palestinese, il
movimento islamico di Hamas (6), branca palestinese dei Fratelli Musulmani, il
quale ha saputo prevalere sul tradizionale nazionalismo di matrice laica del
popolo palestinese prendendo le redini delle operazioni di guerriglia condotte
spregiudicatamente dai suoi kamikaze fin dai primi anni Novanta.
"Il rilancio dell'Islam in quanto religione, ideologia e politica sociale nei
paesi musulmani (...) e in quelli islamici (...) può essere datato dalla
rivoluzione iraniana, guidata da Khomeini nel 1978-79. - scrive legittimamente
Giancarlo Paciello (7) - Ma nei Territori (illegittimamente) occupati da
Israele, diverse ragioni hanno impedito, o meglio ritardato, questo risveglio.
L'assenza di uno Stato palestinese ha fatto del nazionalismo il fondamento
della lotta armata e della battaglia politica, sia all'interno che all'esterno
e dell'OLP (...) il rappresentante legittimo ed unico. Di fatto il sentimento
di appartenenza nazionale è stato (ed è) talmente preponderante nell'identità
palestinese che l'Islam , uno dei pilastri di questa identità, ha finito per
restare nell'ombra per gli stessi palestinesi. Inoltre gli islamici, che
facevano riferimento alla tradizione dei Fratelli Musulmani, in un primo
momento non hanno avuto aspirazioni rivoluzionarie, preferendo sopperire alle
carenze dell'occupazione militare in ambito sociale e sviluppando perciò una
strategia che puntava alla conquista della società civile. Finanziati
dall'Arabia Saudita e dal Kuwait, puntavano ad una reislamizzazione dal basso
che individuava nelle donne senza velo, negli spacci di bevande alcoliche,
oltre che nei laici e nel partito comunista i loro ostacoli. Non che non
esistesse una posizione radicale contro lo Stato d'Israele. Sul piano teorico,
partendo dalla considerazione che occorreva salvaguardare l'Islam dagli
attacchi ripetuti dell'Occidente (da più di un secolo) e tenendo conto che lo
Stato d'Israele rappresentava il momento più avanzato di questo attacco, era
necessario respingere la minaccia occidentale, annientando l'entità sionista.
Ma nella pratica, fino alla prima Intifada, gli islamici non si sono opposti in
alcun modo all'occupazione, perdendo così ogni legittimità politica fino ad
essere accusati talvolta di complicità con il Sionismo. Figuratevi che Arafat,
e siamo ad un intervista dell'11 ottobre 1993 ad "Algèrie Actualitè", dichiarò,
a proposito degli islamici palestinesi, "è Rabin che ha permesso il loro
attivismo, vietando ad ogni militante - fosse pure un bambino - di agire in
nome dell'OLP". Per aggiungere poi che gli islamici "sono una creazione del
governo israeliano". Quest'ultima affermazione, a mio parere, non è vera nella
sostanza. E' sicuramente vero che la politica d'Israele nei confronti degli
islamici ha puntato al rilancio di un contropotere islamico e conseguentemente
all'indebolimento dell'OLP. (...) Dopo la firma degli accordi di Oslo (13
settembre 1993) respinti sia dagli islamici sia da alcune componenti dell'OLP,
contrari al processo di pace, si è poi temuto che l'ANP (Autorità Nazionale
Palestinese) potesse arrivare ad uno scontro con Hamas. Un altro momento di
frizione forte si verificherà nel 1996 quando Hamas inviterà i palestinesi a
boicottare le elezioni presidenziali e legislative indette dall'ANP, producendo
un effetto del tutto contrario a quello sperato."
La divisione in seno alla società civile palestinese comunque era oramai
avvenuta: il dato di fatto storico fu che la leadership palestinese dell'OLP -
dopo le sconfitte ripetutamente subite in Libano (1983), il ritiro da Tunisi,
la fallimentare politica filo-Saddam all'epoca della crisi/guerra del Golfo
(1990-91) e infine l'avvio del processo di pace - perderà il suo consenso in
seno ai Territori Occupati determinando poi la spaccatura che nell'estate 2006
porterà al "golpe" militare di Hamas che occuperà e prenderà il sopravvento
nella striscia di Gaza dando vita ad una sorta di sperimentale autogoverno
d'ispirazione religosa e abbandonando la Cisgiordania agli uomini del leader di
Fatah e presidente dell'ANP Abu Mazen.
"Israele" prosperava dinanzi alla faida civile interna alla società
palestinese pronto a sferrare, nel dicembre di un anno fa, il suo colpo mortale
contro Hamas. Anche da quest'ennesima aggressione brutale e terroristica contro
la popolazione civile inerme di Gaza Hamas è uscita vincente a conferma che la
sola possibilità offerta ai palestinesi, al di là delle vuote ciance su
"accordi" e "processi" di "pace" - una pace che nessuno, tantomeno "Israele",
vuole -, rimane il proseguimento della lotta armata e la legittimità della
resistenza di popolo.
La seconda Intifadah sarà dunque a conduzione 'islamica': vi parteciperanno
anche le frange minoritarie laiche e socialiste, i miliziani del FDLP e del
FDPLP , i Comitati Popolari spontanei ma sostanzialmente rispetto alla prima
avrà un'impronta decisamente più religiosa di scontro frontale contro la
provocazione di Sharon, il fallimento delle politiche compromissorie dell'OLP e
lo stallo dei negoziati e contro la destra israeliana ritornata al potere con
Benjamin Netanyahu dopo il fallimento dell'operazione "Grapes of Wrath"
lanciata contro Hizb'Allah dal premier Shimon Peres nell'aprile 1996 e
conclusasi con la strage di rifugiati palestinesi massacrati a Cana
dall'aviazione sionista.
La perseveranza dell'esecutivo sionista di procedere con l'allargamento degli
insediamenti illegali in Cisgiordania, la confisca dei territori e la
demolizione di case palestinesi intorno a Gerusalemme furono, tra gli altri,
alcuni dei motivi principali che scatenarono la nuova fiammata di rabbia e la
rivolta in tutta la Palestina. In particolar modo fu sotto l'egida e per
volontà di Netanyahu che si cercò di costruire un nuovo quartiere ebraico,
denominato Har Homa, nella parte vecchia della capitale palestinese occupata
scatenando le reazioni di parte palestinese e la condanna della comunità
internazionale che , come sempre, si limitò a 'condannare'.
Furono i fallimentari esiti dei negoziati di Camp David e quelli relativi
agli accordi firmati a Sharm el Shaykh nel 1999 che produssero l'instabilità
politica nei Territori Occupati aprendo le porte alla ripresa di un conflitto
armato che oramai veniva dato per certo. La provocatoria passeggiata di Ariel
Sharon sulla Spianata delle Moschee diede solamente l'ultimo colpo ad
un'inevitabile ripresa dello scontro: in quell'occasione diciotto arabo-
israeliani caddero sotto il piombo della polizia sionista e la rivolta divampò
in tutta la Palestina com'era successo tredici anni prima, improvvisa e
rabbiosa.
La seconda Intifadah si caratterizzò per l'immediata partecipazione popolare,
per la ripresa degli attentati suicidi dei kamikaze di Hamas lanciati contro le
principali città "israeliane" e per la criminale reazione sionista che portò a
vaste operazioni di pulizia etnica (con l'assedio di Jenin e la strage ivi
commessa dalle truppe d'occupazione nel 2002) , rastrellamenti di civili,
demolizione di edifici e interi quartieri nella Striscia di Gaza e in
Cisgiordania, alla politica di "omicidi mirati" a sfondo politico rivolti dai
sionisti contro la leadership islamica palestinese che subì anche la perdita,
il martirio, del suo leader spirituale e capo religioso di Hamas, shaick Ahmad
Yassin.
Politicamente a pagare il prezzo più alto della seconda Intifadah sarà
Arafat e l'OLP. Dal dicembre 2001 il vecchio leader palestinese, "mr.
Palestine", sarà confinato in una sorta di terra di nessuno dall'esercito
israeliano all'interno della sede dell'ANP, la Mukata, a Ramallah in
Cisgiordania dalla quale uscirà soltanto tre anni più tardi per andare a morire
a Parigi dove spirerà la notte del 4 novembre 2004. In quest'operazione di
"esclusione politica" del vecchio capo palestinese giocheranno un ruolo
determinante l'allarmismo globale post-11 settembre 2001 che porterà
all'equazione strumentale e funzionale agli interessi del governo sionista,
diretto da Sharon, il quale - sulla scia di quanto proclamato dal presidente
americano Bush - indicherà nel leader dell'OLP e fino a pochi mesi prima
"legittimo rappresentante del popolo palestinese" nonchè "nobel per la pace" il
"Bin Laden" palestinese... relegandolo inevitabilmente al confino politico
sotto 'custodia' cingolata.
Sulla seconda intifadah palestinese scrive Antonella Ricciardi: "La nuova
Intifada fu più militarizzata della prima e vide entrare in azione un nuovo
gruppo di patrioti palestinesi, riuniti nelle "Brigate dei martiri di Al Aqsa",
emanazione di Al Fatah. Si verificarono attentati suicidi da parte anche di
donne palestinesi, non solo di uomini. Da notare che gli attentati suicidi, pur
propri dei gruppi religiosi islamici, si verificarono anche tra esponenti di
gruppi laici. (...) Gli israeliani risposero con numerosissimi assassinii
politici (diverse centinaia), tra i quali quello contro il nuovo leader del
Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, Abu Alì Mustafà, ucciso
nell'estate 2001 (mentre George Habbash si era sollevato dall'incarico, per
motivi legati alle sue condizioni fisiche) e quelli contro i dirigenti di
Hamas, Ahmed Yassin ed Abdel Aziz al Rantissi, barbaramente assassinati
rispettivamente nel marzo e nell'aprile 2004." (8)
Le conseguenze della rivolta furono l'inasprimento dei rapporti interni alle
fazioni palestinesi , la divisione inevitabile tra Gaza (dominata da Hamas) e
la Cisgiordania (in mano agli uomini di Abu Mazen e dell'OLP) , la rivalsa
israeliana nei confronti della popolazione civile che porterà ad un altissimo
prezzo di sangue: le cifre aggiornate al 28 settembre 2006 - a sei anni esatti
dall'inizio delle ostilità - parlano di 4312 palestinesi uccisi dal piombo
sionista.
Per comprendere esattamente i motivi della rivolta riportiamo la
dichiarazione ufficiale rilasciata dall'Istituto Culturale dell'Ambasciata
della Repubblica Islamica dell'Iran a Roma in occasione della celebrazione
della giornata mondiale per al Qods (Gerusalemme) dell'ottobre 2005 che
sottolinea:
"Qods è la prima Qibla dei musulmani del mondo: terra di origine e patria di
milioni di rifugiati mussulmani di Palestina, il cui territorio, nel 1948,
l'arroganza mondiale per mano del sionismo criminale ha strappato ai suoi
abitanti ed è stato occupato dalle forze invasori che lo hanno posto sotto il
proprio dominio. Questo complotto sin dai primi anni ha incontrato la
resistenza del popolo mussulmano di Palestina e la protesta dei mussulmani e
degli uomini liberi del mondo e si è manifestata in forma di costanti lotte
politiche e militari. L'Imam Khomeini (s.i.p.) fondatore della Repubblica
Islamica dell'Iran, sin da prima della vittoria della rivoluzione islamica
aveva più volte messo in guardia dal pericolo costituito da Israele. Il
rovesciamento dello Shah e il governo dello stato islamico in Iran sotto la
guida dell'Imam Khomeini furono il primo colpo fatale che mise seriamente in
pericolo gli intenti espansionistici dei sionisti. Alla prima occasione, dopo
la vittoria della Rivoluzione Islamica, l'Imam Khomeini ogni anno indicava in
un suo messaggio , l'ultimo venerdì del santo mese di Ramadan, come la giornata
celebrativa di Al Qods, per ricordare l'auspicata liberazione di Qods dal giogo
dei sionisti criminali. Egli nel suo messaggio dice: "Io per lunghi anni ho
ammonito i mussulmani sul pericolo costituito da Israele. Ciò che io chiedo
alla comunità dei mussulmani del mondo e ai giovani islamici è che si uniscono
per fermare la mano di questo tiranno e dei suoi sostenitori". Egli volle che
tutti nel giorno dell'ultimo venerdì del mese sacro di Ramadan, nella giornata
di Qods, dichiarassero con una cerimonia di solidarietà internazionale dei
mussulmani il loro appoggio ai diritti legali del popolo palestinese. Il fausto
appello dell'Imam Khomeini nel dichiarare la giornata mondiale di Qods è
un'azione che aveva l'intento di risvegliare i mussulmani e ammonirli riguardo
ai complotti dei sionisti contro i luoghi e i principi sacri islamici. Ci
stiamo avvicinando alla giornata mondiale di Qods (...) e pertanto vorrei
attirare la vostra attenzione su alcuni punti:
1. Il Sionismo è un fenomeno politico con ideali ambiziosi, razzisti e
colonialistici, che sotto la copertura del credo religioso ebraico, assume una
connotazione religiosa e tenta di perseguire i propri intenti giustificandoli
con il concetto della redenzione del popolo ebreo. Tuttavia non si può ignorare
che il pretesto dell'unificazione razziale degli ebrei del mondo è
un'invenzione dei sionisti che attraverso questo falso pretesto vogliono
giustificare l'usurpazione della terra di Palestina e i loro crimini nei
territori occupati.
2. Il problema della crisi mediorientale non è stato la mancanza di progetti
diversi di pace, perchè Israele per la natura della sua identità non vi ha mai
seriamente aderito. L'ingannevole atteggiamento del regime sionista, che da una
parte sposa i piani scanditi degli slogan pacifisti e dall'altra continua la
sua politica di aggressione, non ha portato che ad altri risultati se non alla
radicalizzazione della crisi. La realizzazione di una pace durevole e giusta in
Palestina è perseguibile solo attraverso il ripristino completo dei diritti
persi dal popolo palestinese, tra cui la cessazione dell'occupazione e il
ritorno dei rifugiati palestinesi nei propri territori.
3. La costituzione di un governo indipendente e legittimo trova strada solo
attraverso il ritorno al voto popolare e ai criteri democratici e non prescinde
dalla partecipazione degli abitanti originari di questo territorio: mussulmani,
cristiani ed ebrei. Perciò poichè sulla base del diritto internazionale e delle
risoluzioni ONU la forza non può essere presa in considerazione come fonte di
legittimazione, è compito dei paesi che aspirano alla giustizia e alla pace
mondiali, aiutare il popolo oppresso di Palestina ad affermare i propri diritti
e a costituire un governo sovrano palestinese.
4. Oggi più che in ogni altro momento, il volto del regime occupante Qods è
evidente nella sua inosservanza dei valori umani e le sue minacce, poichè
detiene uno tra i più grandi arsenali nucleari, hanno trasformato l'aspirazione
della nazione palestinese in una questione internazionale, a cui gli amanti
della libertà si appellano in difesa dei diritti del popolo di Palestina. Da
tutti gli organismi internazionali e dai paesi del mondo ci si aspetta una
chiara e veloce presa di posizione nei confronti di questo espansionismo e di
queste azioni aggressive, che impediscono il continuare di questi comportamenti
inumani e in contrasto con i diritti fondamentali dell'uomo. Indubbiamente
l'immobilità e il silenzio dinanzi a queste aggressioni rafforzeranno sempre
più l'aggressore.
Con questo intento noi consideriamo la giornata mondiale di Qods , istituita
dal fondatore della Repubblica Islamica dell'Iran, un fattore di consolidamento
dei legami mondiali , soprattutto tra i paesi islamici e arabi, in difesa della
legittimità e a sostegno del popolo e dei diritti sovrani. A tutti gli uomini
liberi del mondo chiediamo aiuto e sostegno per il popolo oppresso di
Palestina." (9)
In ultima analisi occorre ribadire quali sono gli scopi reali per il quale
l'establishment giudaico-mondialista che controlla la politica della
superpotenza statunitense sostiene a spada tratta dalla sua fondazione l'entità
criminale sionista. Al di là delle affinità 'razzial-elettive' di numerosi
esponenti della plutocrazia anglosassone statunitense, che sicuramente ha le
sue ragioni storiche ed il suo ritorno economico-finanziario
nell'incondizionato sostegno allo staterello ebraico (che viene foraggiato ed
armato in funzione anti-araba e anti-islamica oramai da oltre sessant'anni)
occorre considerare che l'Establishment - che si pone al di sopra delle
politiche di qualsivoglia esecutivo nazionale, anche di quello statunitense, e
mira all'edificazione di un One World unidimensionale, unipolare e a sfondo
tecnocratico-economicista multinazionale - ha investito pesantemente nella
'carta sionista' per frenare il risveglio islamico e contenere le rivolte e le
insurrezioni popolari che dal Maghreb al Mashreq (dalla Mauritania alle porte
della Cina) hanno contrassegnato gli ultimi trent'anni di storia mondiale.
L'Establishment mondialista non intende probabilmente difendere ad oltranza
le posizioni più radicali della destra americana neoconservatrice nè quelle
estremistiche e messianiche del Sionismo fondamentalista: queste servono
strumentalmente agli apprendisti stregoni del Nuovo Ordine Mondiale per creare
i presupposti necessari all'instaurazione di una società globale depauperizzata
e aliena da pulsioni idealistiche siano di natura religiosa, razziale o
nazionalistico-identitarie.
La carta sionista per l'Establishment dei grandi finanzieri, dei potenti del
pianeta, dei dirigenti delle aziende multinazionali rappresenta probabilmente
anche un alleato piuttosto fastidioso, talvolta riottoso a convergere alle
volontà egemoniche della finanza plutocratica internazionale, non sempre ligio
al volere delle lobbies multinazionali ma necessario per mantenere in un
costante clima di tensione l'area geopolitica e strategica vitale del Vicino
Oriente, garantire una solida base militare per eventuali avventure belliche
statunitensi e svolgere quel tradizionale ruolo di gendarme occidentale in
funzione anti-araba e anti-islamica che "Israele" , autoproclamatosi
pomposamente la "sola democrazia del Medio Oriente", da sessant'anni continua a
rappresentare oltre a costituire una piattaforma economica di lancio per le
future politiche intercapitalistiche mondiali che inevitabilmente
interesseranno anche, soprattutto, lo sviluppo regionale del e nel mondo arabo-
islamico.
"Lo Stato d'Israele serve dunque al capitale ebraico internazionale, alleato
ed inserito nei gruppi capitalistici di potere economico, come ponte di lancio
di una politica di scambi - per sua natura espansionistica - di cui esso è la
cinghia di trasmissione, la piattaforma di manipolazione dei capitali destinati
ad operare nella regione. In questa prospettiva si capisce perchè la sua
dirigenza persegua ostinatamente quella che essa chiama una "pace con
riconciliazione" e cioè molto di più della firma di un trattato di pace: ad
essa interessa che le frontiere della regione vengano aperte, con scambio di
ambasciatori e di addetti commerciali. Solo in questo modo Israele sarebbe in
grado di svolgere la funzione di intermediario fra il capitale multinazionale -
ed ebraico - e la regione circostante. In pratica questo vuol dire che col
tempo si vorrebbe creare in Israele un'industria che sfruttando le materie
prime dell'Africa e impiegando il petrolio abbondante in loco - o l'uranio che
si sta cercando - permetta al capitale di trasformarle in prodotti da immettere
sui mercati dell'area." (10)

Prestamonete, usurai, commercianti, rivenditori di robe vecchie ieri;
plutocrati e manipolatori di capitali finanziari internazionali oggi gli ebrei
non rinunciano alle loro prerogative di amministratori delle casseforti
planetarie con le quali, domani, intenderanno costituire il loro impero
dell'Oro e del Capitale sulla pelle dei popoli ovvero l'asservimento del
pianeta mediante i diabolici meccanismi della Grande Usura della quale
lucidamente scriveva Ezra Pound settant'anni fa.
Esiste un'istituzionalità occulta che rappresenta il motore imobile delle
politiche mondiali e svolge la funzione tecnicistica di collaudatore
antropologico dei deambulanti obnubilamenti esistenziali dei soggetti-massa
delle moderne società omologate all'american way of life. Questa
istituzionalità occulta è il Sistema Mondialista, piramidale, gerarchico,
tecnocratico e plutocratico. E' la casta di intoccabili padroni del motore
mondialista alla quale interessano relativamente gli strumenti utilizzati per
il conseguimento dei propri obiettivi: che si tratti dell'instaurazione
'democratica' di un regime di edonismo generalizzato sul modello europeo o lo
scatenamento di una guerra termonucleare quale quella che si profila
all'orizzonte tra le dune del deserto della penisola araba poco conta;
l'importante è imporre - manu militari o meno - l'One World.
Quale migliaio di palestinesi in meno per questi novelli apprendisti stregoni
della società multiculturale e multietnica non ha alcuna importanza.
"L'istituzionalità occulta o, per usare un eufemismo, 'ufficiosa', è il
complesso degli organismi privati (consorterie ebraico-massoniche, Banca
multinazionale, C.F.R., oligarchia tecno-burocratica nei paesi dell'Est ecc.)
privi di qualsiasi rilievo giuridico-costituzionale, mediante i quali
l'oligarchia matura le scelte funzionali alla realizzazione dell'obiettivo
strategico ultimo: il raggiungimento del potere mondiale. La corte degli
stracci che cela l'esistenza e l'operatività della dimensione istituzionale
occulta, è rappresentata dall'istituzionalità pubblica. Essa provvede
all'esecuzione di decisioni e progetti adottati dall'oligarchia mondialista in
ambienti esclusivi, ristretti, sottratti a qualunque forma di controllo
popolare e in regime di assoluta irresponsabilità.(...) La dimensione occulata
è il luogo politico, l'ambito di ricezione e lo spazio di aggregazione delle
risultanti del processo di 'distillazione' e 'condensazione' verso l''alto
sociale' dei soggetti, delle tendenze etiche e delle connotazioni psicologiche
che caratterizzano in senso mercantile e materialistico la borghesia e il
proletariato." (11)
Occorrerà dunque una distinzione netta tra le presunte 'aperture' di facciata
- e d'interesse - rivolte dall'attuale amministrazione statunitense obamita a
soggetti statali rivoluzionari e tradizionali arabo-islamici (Iran, Siria e
movimenti di resistenza in Libano e Palestina) e la reale volontà sistemica di
addivenire ad un graduale controllo della situazione nel perimetro geopolitico
e strategico, economico e militare, vicinorientale entro il quale si
decideranno inevitabilmente le sorti della Plutocrazia Mondiale e i destini del
pianeta perchè laddove esistono popoli che, armi in pugno, continueranno a
resistere e alzare fieramente la testa i 'padroni del vapote mondialista'
esigeranno, con le 'buone' o manu militari, una normalizzazione e
l'accettazione delle loro politiche di omologazione planetaria.
In Palestina la seconda intifadah di popolo eterodiretta dal movimento
islamico di Hamas ha dimostrato al mondo che un popolo che resiste non piega la
testa di fronte al nemico, non abbandona la trincea, non arretra di un
centimetro ma - al contrario - va incontro al martirio con la gioia negli occhi
e il sorriso sulle labbra per rivendicare i propri diritti alla libertà e
all'indipendenza nazionali.
"I Palestinesi sono in Palestina perchè la Palestina è la patria, l'unica
patria, del popolo palestinese!" (12)
Provate a farlo 'capire' alle 'pecore matte' della contemporaneità post-
modernista disincantatamente e ovilmente ruminante e belante nel vuoto
esistenziale delle società senza valori dell'Occidente mondialista...
Il mondo si divide in due categorie: chi combatte e chi 'bela'....

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI
DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA "ISLAM ITALIA"
DA NABATHIYEH (LIBANO MERIDIONALE)
Note -

1 - sulla figura del "macellaio" di Sabra e Chatila si consulti di Maurizio
Blondet - "I Fanatici dell'Apocalisse - L'ultimo assalto a Gerusalemme" - ediz.
"Il Cerchio" - Rimini 2003;
2 - Giancarlo Paciello - "La nuova Intifada" - ediz. "C.R.T. - Coscienza-
Realtà-Testimonianza" - Pistoia 2001;
3 - Giancarlo Paciello - op. cit. ;
4 - Giancarlo Paciello - op. cit. ;
5 - si consulti in proposito di Pierre Antoine Cousteau - "L'America Ebraica"
- ediz. "Effepi" - Genova 2003;
6 - "Hamās, acronimo di Harakat al-Muqāwama al-Islāmiyya (in arabo: حركة
المقاومة الاسلامية, "Movimento di Resistenza Islamico", ovvero حماس,
"entusiasmo, zelo") è un'organizzazione palestinese di ispirazione religiosa
islamica, di carattere politico e paramilitare, che ha ottenuto nelle ultime
elezioni la maggioranza dei seggi dell'Autorità Nazionale Palestinese. Fondata
dallo Shaykh Ahmad Yasin, Abd al-Aziz al-Rantissi e Mohammad Taha nel 1987 come
appendice dei Fratelli Musulmani, punta alla creazione di uno Stato islamico in
Palestina. Ha effettuato inizialmente alcuni attentati suicidi contro
l'esercito israeliano e le forze di occupazione nei territori rivendicati dai
palestinesi: tali azioni hanno causato anche vittime civili. Hamas gestisce
anche ampi programmi sociali, e ha guadagnato popolarità nella società
palestinese con l'istituzione di ospedali, sistemi di istruzione, biblioteche e
altri servizi in tutta la Cisgiordania e Striscia di Gaza.
Lo Statuto di Hamas richiede la distruzione dello Stato di Israele e la sua
sostituzione con un Stato islamico palestinese nella zona che ora è Israele, la
Cisgiordania e la Striscia di Gaza. La stessa carta dichiara che "Non esiste
soluzione alla questione palestinese se non nel jihad". L'ala politica di Hamas
ha vinto numerose elezioni amministrative locali in Gaza, Qalqilya, e Nablus.
Nel gennaio 2006, Hamas con una vittoria a sorpresa alle elezioni parlamentari
palestinesi, ottenne 76 dei 132 seggi della camera, mentre al-Fatah ne ottenne
solo 43.
A seguito della Battaglia di Gaza (2007) i funzionari eletti di Hamas sono
stati eliminati fisicamente o allontanati dalle loro posizioni dall'Autorità
Nazionale Palestinese in Cisgiordania, e i loro posti sono stati sostituiti dai
rivali di Fatah e da membri indipendenti; molti palestinesi e altri esperti
considerano questa mossa illegale Il 18 giugno 2007, il Presidente palestinese
Mahmoud Abbas (Fatah) ha emesso un decreto che mette fuorilegge le milizie di
Hamas." (da www.wikipedia.org)
Tra i volumi, in lingua italiana, sul movimento islamico di Hamas:
- Balducci Roberto - "La bomba Hamas. Storia del radicalismo islamico in
Palestina" - ediz. "Datanews" - Roma 2006;
- Beltrame Fabio - "Ancora una volta, Palestina ai palestinesi" - ediz.
"Prospettiva" - Roma 2005;
- Caridi Paola - "Hamas - Che cos'è e cosa vuole il movimento radicale
palestinese" - ediz. "Feltrinelli" - Milano 2009;
- Cirillo Vito - "Palestina - dai fellahin ad Hamas" - ediz. "Nuova Cultura"
- Firenze;
- Fraser G. Thomas - "Il conflitto arabo-palestinese" - ediz. "Il Mulino" -
Bologna 1995;
- Marco Grazia - "Emergenza Palestina - Diario della seconda intifada" -
ediz. "Prospettiva" - Roma 2001;
7 - Giancarlo Paciello - articolo "Hamas, un ostacolo per la pace?" - da
"Comunitarismo" -
8 - Antonella Ricciardi - "Palestina - Una terra troppo promessa" - ediz.
"Controcorrente" - Napoli 2008;

9 - Dichiarazione dell'Istituto Culturale dell'Ambasciata della Repubblica
Islamica dell'Iran a Roma in occasione della celebrazione della Giornata di Al
Qods - Roma 28.10.2005 ( crf Lettera inviata all'autore in data 26.10.2005 )

10 - Maria Beatrice Tosi - "Anatomia di Israele" - ediz. "Mazzotta" - Milano
1972;

11 - Maurizio Lattanzio - articolo "Il Mondialismo" dal mensile "Orion" - nr.
14 - dicembre 1985;

12 - Antonella Ricciardi - dalla quarta di copertina del volume "Palestina -
Una terra troppo promessa" - ediz. "Controcorrente" - Napoli 2008;

01/08/2009


pagina di alzo zero

home page