ALZO ZERO 2009

 

CHOMSKY: “L’AMERICA LATINA E’ IL FOCOLARE DEI MOVIMENTI POPOLARI PIU’ SIGNIFICATIVI DEL MONDO”

Di Ferdinando Bossi


Traduzione a cura di Erika Steiner – italiasociale.org


Chomsky tratta diversi argomenti riguardanti il ruolo dell’Unione Europea nella Nostra America, la sua egemonia e , allo stesso tempo, ci da’ la sua opinione sul futuro dei popoli che oggi lottano per la loro vera indipendenza.

Noam Chomsky, che abbiamo intervistato per Correos para la Emancipación, nacque nel 1928 a Filadelfia, Pennsylvania, Stati Uniti. Studiò linguistica e filosofia nell’Università della Pennsylvania, dove si laureò nel 1955. E’ laureato honoris causa in più di 30 università, tra le quali quelle di Londra, Chicago, Georgetown, Buenos Aires, Columbia, Pisa, Harvard e la Nacional della Colombia.
La sua attività di intellettuale di sinistra è riconosciuta a livello internazionale. Durante la guerra del Vietnam prese una posizione di ferma opposizione, e da qui partì la sua critica alla politica del sistema di governo statunitense.
Nel suo lavoro di accademico e di intellettuale si addentra nei campi della linguistica, della comunicazione, della politica, dell’economia e della sociologia. La sua opera, molto prolifica, comprende più di trenta libri dove espone sia la sua teoria linguistica (è conosciuto come il padre della grammatica generativo - trasformazionale) che la sua critica al sistema, con centinaia di articoli di analisi politica nei quali analizza i meccanismi della censura e le debolezze del sistema democratico nel campo della comunicazione.
Nella nostra intervista con il direttore di Correos para la Emancipación, Fernando Bossi, Chomsky affronta diversi temi che hanno a che vedere con l’egemonia statunitense e con il futuro dei popoli che lottano per l’indipendenza.

Fernando Bossi: l’opinione pubblica mondiale è un campo di battaglia dove molte volte, soprattutto negli ultimi anni, la politica imperialista degli Stati Uniti ha subito severe sconfitte. Il caso dell’invasione dell’Iraq ne è un esempio. Quali altri casi potrebbe indicarci? E come analizza il fatto che, anche se l’opinione pubblica internazionale era contraria all’invasione statunitense dell’Iraq, questa non si sia potuta evitare?

Noam Chomsky: L’amministrazione Bush è stata sorprendente nella sua capacità di mettersi contro l’opinione pubblica mondiale. Come mostrano le inchieste internazionali prima la paura e dopo l’odio verso gli Stati Uniti sono sempre aumentati durante gli anni di Bush, e in modo rilevante sebbene le inchieste più accurate dimostrino che la paura e l’odio sono verso la politica, non verso la popolazione o la società. Oltre a quella dell’Iraq le altre situazioni possono essere scelte anche a caso. Prendiamo il Libano, dove “due anni fa la percentuale delle persone che vedeva in modo favorevole (40%) e in modo sfavorevole (41%) gli Stati Uniti era quasi livellata (Sondaggio Gallup). Un anno fa, tra settembre e ottobre, Gallup riscontrò che “il doppio dei libanesi è propenso a dare un giudizio negativo degli Stati Uniti (59%) piuttosto che positivo (28%). Quasi la metà dei libanesi (47%) va oltre dicendo che ha “un’opinione completamente negativa degli Stati Uniti”. La ragione si trova nell’attacco selvaggio compiuto la scorsa estate che distrusse per l’ennesima volta una parte del Libano, e che i libanesi, correttamente, ritengono un’invasione israelo-statunitense.
L’amministrazione Bush ha avuto successo anche nel mettersi contro l’opinione dell’elite americana. La critica che è stata mossa è stata di una durezza senza precedenti. Nei maggiori circoli culturali e di analisi politica statunitensi, Bush è stato condannato per aver seguito un corso di fascismo giapponese (Arthur Schlesinger) e per voler portare il mondo fino al “giudizio finale” o fino all’”Apocalisse” (John Steinbrunner, Robert McNamara). Un noto opinionista, che scrive in una delle riviste più autorevoli e moderate del Paese, accusa i consiglieri giuridici di Bush di “aver creato una visione dell’autorità presidenziale che sta molto più vicina al potere che Schmitt era disposto a concedere al proprio Führer” riferendosi a “Carl Schmitt, il principale esperto tedesco, durante il periodo nazionalsocialista, di filosofia del diritto e la vera eminenza grigia dell’amministrazione” (Sanford Levinson, nel giornale dell’Accademia Americana delle Arti e delle Scienze). Ed è facile continuare. Parole come queste si sono sentite poche volte nell’ambito dell’Establishment.
L’opposizione globale all’invasione dell’Iraq fu evidente. In Europa i favorevoli arrivavano appena al 10%. Questa era anche la prima volta, nei tempi dell’Imperialismo Occidentale, che una guerra veniva contestata massicciamente, anche all’interno degli Stati Uniti e anche prima del suo inizio ufficiale (anche se si scoprì, da documenti inglesi venuti alla luce, che la guerra era già precedentemente in atto, nonostante le pietose bugie di Blair e di Bush). Se le proteste avessero avuto un seguito è probabile che Washington non avrebbe potuto procedere. Ma le proteste non continuarono, almeno ad un livello sufficientemente visibile ed energico. Il potere centralizzato sistematicamente disattende l’opinione pubblica quando ci sono pochi vantaggi. E’ una cosa semplice da spiegare attraverso la storia. Solo per riprendere alcuni esempi attuali, 2/3 degli americani sono favorevoli alle relazioni diplomatiche con Cuba, percentuale sempre piuttosto stabile negli ultimi 30 anni (Gallup). L’organizzazione principale che sovrintende ai comportamenti della popolazione su argomenti internazionali registrò in novembre dello scorso anno che “una grande maggioranza (75%) vorrebbe ‘costruire migliori relazioni’ con l’Iran, piuttosto che ‘fare pressione con minacce come quella che gli Stati Uniti possono usare la forza militare contro di loro’ (22%) (Programma sui Comportamenti Internazionali in Politica). Questi risultati, che sono ricorrenti, hanno poco effetto sulla politica visto che le opinioni sono manifestate in una maniera che non crea danno per i potenti. In gran parte delle società depoliticizzate, nelle quali il popolo sente che non può giocare nessun ruolo serio in materia politica, i centri di potere tendono a concludere che possono comportarsi come vogliono.

Fernando Bossi: l’attuale egemonia statunitense a livello planetario, sarà sostituita da un’altra con caratteristiche simili o esiste la possibilità di un’avanzata di un mondo multipolare?

Noam Chomsky: Per adesso l’egemonia americana si basa su fondamenta insicure. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale la situazione era diversa. Gli Stati Uniti detenevano letteralmente la ricchezza della metà del mondo, sicurezza e potere incomparabili. I leaders politici erano ben consapevoli di questo, e svilupparono progetti sofisticati per controllare la maggior parte del mondo e sottoporla ai loro interessi – e questo significò, essenzialmente, gli interessi di gruppi dominanti nazionali, principalmente del settore industriale che si portava verso uno sviluppo multinazionale. Come spiegò in seguito il Dipartimento del Commercio di Reagan, il Piano Marshall “preparò lo scenario per grandi quantità di investimenti privati diretti in Europa da parte degli Stati Uniti, portando avanti un lavoro preliminare per le Aziende Multinazionali che sempre più dominano l’economia mondiale. Questa è “l’espressione economica” del quadro politico stabilito dai pianificatori del dopoguerra, mentre “gli affari americani prosperavano e si ampliavano sotto le istruzioni d’oltremare...sostenuti dai dollari del Piano Marshall” e protetti “da insuccessi” dall’”ombrello del potere americano” (Business Week, 1975).
Però questa “età dell’oro” dell’intervento dello Stato nell’economia internazionale fu ostacolata dal recupero delle economie locali dopo il disastro della guerra e la “decolonizzazione” cambiò il carattere del controllo globale. Negli anni ’70, la partecipazione degli Stati Uniti nella ricchezza globale si era ridotta del 25% - all’incirca si era riportata al livello di prima della guerra – e l’economia globale era “tripolare”, con tre regioni più o meno simili: Nord America, Europa, Asia con il Giappone come base. In quel tempo le regole neoliberiste furono imposte dove era possibile, conducendo sistematicamente al disastro dove furono applicate (in primo luogo in America Latina), mentre ci fu una crescita rapida dove non vennero considerate (in primo luogo in Asia Orientale). India e Cina stanno lentamente ritornando a giocare un ruolo importante, anche se è poco probabile che ritornino alla potenza che avevano prima di essere conquistate dalle potenze europee, quando entrambi i paesi erano i centri commerciali ed industriali del mondo. Gli Stati Uniti restano l’economia più ricca, con vantaggi incomparabili, ma stanno perdendo la supremazia.
La ricerca di un benessere economico di lungo periodo ha portato seri problemi all’amministrazione Bush: un osservatore proveniente da Marte potrebbe concludere che si dedica a danneggiare la popolazione più seriamente possibile – escludendo i molto ricchi che stanno prosperando. Per citare solamente un esempio attuale, gli interventi dell’Ufficio di Responsabilità del Governo hanno appena divulgato che il debito flottante dell’amministrazione governativa è aumentato a 50 trilioni di dollari, contro i 20 trilioni di dollari di quando Bush arrivò al potere. Questo è un debito molto grave che viene lasciato alle generazioni future.
In un settore gli Stati Uniti regnano sovrani: il Potere Militare. Le loro spese militari sono più o meno uguali alla somma di quelle del mondo intero, tecnologicamente sono più avanzati, e ora cercano di muoversi per militarizzare lo spazio con l’opposizione quasi unanime delle Nazioni Unite e degli specialisti di strategia, che avvertono che di questo passo aumenta in modo considerevole la minaccia del “giudizio finale”.
Senza dubbio la capacità di controllo tramite la violenza sta diminuendo. L’Iraq è un esempio. Se gli Stati Uniti falliscono nel controllo dell’Iraq, il loro impossessarsi delle risorse di energia del mondo potrebbe essere minacciato, un forte colpo ai principi fondamentali della politica globale. L’America Latina è un altro esempio, in questo caso la preoccupazione degli Stati Uniti è profonda, e non solo per le cose materiali ma anche per quelle ideologiche. Se gli Stati Uniti non riescono a controllare il Sud America, secondo il Consiglio Nazionale di Sicurezza, non possono “sperare di avere successo nel dominio del mondo”.

Non c’è nessuna prospettiva reale del sorgere di un altro potere egemonico, ma ci sono almeno aperture alla possibilità che i popoli del mondo siano capaci di prendere in modo significativo il controllo del loro destino.

Fernando Bossi: “Un altro mondo è possibile”, è quanto dice il Foro Social Mundial. Come se lo immagina Lei questo altro mondo possibile e su che basi si potrebbe costruire?

Noam Chomsky: Guardando la storia vediamo che, certo, “un altro mondo è possibile”, e che questa possibilità si è verificata molte volte come una conseguenza di quello che c’era prima. Per questo adesso non viviamo con le regole dei re e dei signori feudali, o non tolleriamo la schiavitù o altre pratiche disumane e per questo, nel tempo, si sono estesi principi di giustizia e di libertà. Voci di privilegiati hanno proclamato periodicamente “la fine della storia” in una utopia che si è sempre rivelata sbagliata. Non c’è nessuna ragione perché questo processo storico debba finire. Costantemente ci sono nuove sfide, però grazie alla lotta dei nostri predecessori, possono essere affrontate ad un livello più altro rispetto a prima. Come? Se ci fosse una formula magica lo sapremmo già. Le uniche vie conosciute sono quelle che sono state battute nel passato, spesso in modo abbastanza efficace. La libertà e la giustizia non sono regali venuti dall’alto, piuttosto dei diritti guadagnati dal basso, con la lotta popolare e con l’impegno, che si sono manifestate in forme diverse, a seconda delle circostanze e degli obiettivi, senza una formula fissa.
Possiamo dire, anche se spesso le cose non sono molto chiare, che un principio fondamentale che ha motivato i partecipanti a questa lotta è che l’autorità e la dominazione gerarchica non si “autogiustificano”. Devono dar prova della gravosità del loro incarico. Devono dimostrare la loro legittimità, e se sbagliano nel farlo, cosa che normalmente succede, dovrebbero essere esautorati, come si faceva in passato. La strada è lunga per andare verso la ricerca di un’esistenza umana dignitosa, ma la possibilità è grande.

Fernando Bossi: La politica estera aggressiva degli Stati Uniti è sostenuta anche da un appoggio significativo da parte della cittadinanza. Questa affermazione è corretta? Se sì, è possibile invertire la tendenza? Che ruolo avrà in futuro, secondo Lei, il blocco Latinoamericano Caribeño de Naciones? Che valore strategico rappresenta per i paesi dell’America Latina e dei Caraibi? Si concretizzerà nel XXI secolo il sogno di Simón Bolívar?

Noam Chomsky: Il termine “tolleranza” è più appropriato del termine “appoggio”. Ci sono state epoche di vero appoggio alla politica estera: per esempio durante la seconda guerra mondiale. Però l’appoggio è generalmente tiepido, e si realizza spaventando la popolazione con immagini del demonio che gira attorno a noi per distruggerci, raggiungendo proporzioni che sarebbero comiche se gli effetti non fossero tanto tragici. Per esempio nel 1982, quando Reagan, tremando nei suoi stivali da cow boy, dichiarò un’emergenza nazionale per paura delle orde nicaraguegne che stavano solo a due giorni di viaggio da Harlingen, nel Texas. È piuttosto normale per la gente opporsi alla politica estera, come nei casi che ho citato, Cuba e Iran. E ce ne sono molti altri. L’abisso fra la politica e l’opinione pubblica è molto grande. Entrambi i partiti stanno molto più a destra della popolazione sulle questioni di base, e questo è il motivo per il quale le elezioni devono essere controllate per evitare discussioni e rinforzare l’immagine e le illusioni. Le elezioni sono controllate dalle stesse istituzioni che vendono dentifrici e automobili con pubblicità alla televisione, e vendono i candidati allo stesso modo. Alle persone non interessa informarsi sui sistemi pubblicitari, che di tratti di un dentifricio o di un candidato.
Ci sono pochi dubbi sul fatto che la tolleranza o l’appoggio basato sulla paura procurata possano far cambiare rotta, com’è già successo in passato. Ma queste cose non accadono da sole. Serve un’azione concertata, e la solidarietà internazionale – che, per fortuna, negli ultimi anni ha raggiunto livelli più alti, uno sviluppo molto promettente, rappresentato dai movimenti di solidarietà, dai forum sociali, e da altro ancora. Tornando all’America Latina, il Centro America, almeno per un periodo, è stato sottomesso dal terrore di Reagan. Il Messico è sempre stato eccessivamente volatile. Nel 1990 un Ufficio di Sviluppo della Strategia dell’America Latina nel Pentagono rilevò che le relazioni degli Stati Uniti con il Messico erano “straordinariamente positive”, anche se i partecipanti espressero preoccupazioni del tipo che “l’apertura democratica” del Messico poteva mettere alla prova la loro relazione speciale se si fosse realizzato un governo più interessato a “sfidare gli Stati Uniti in argomenti economici e nazionalisti”. Un obiettivo primario del Trattato di Libero Commercio (NAFTA) era “chiudere il Messico” all’interno delle riforme neoliberali degli anni 1980, con le solite conseguenze, in modo che anche se una temuta “apertura democratica” fosse capitata, gli sforzi popolari per “sfidare gli Stati Uniti su ragioni economiche e nazionaliste” sarebbero stati impediti, secondo quanto detto dal trattato, e secondo le disposizioni economiche e sociali che il NAFTA avrebbe istituzionalizzato. Ma questa contesa non è ancora risolta.
A partire dal Venezuela e dall’Argentina, l’America Latina sta muovendo verso il proprio controllo, e per la prima volta dalle conquiste spagnole si sta portando verso un movimento che potrebbe essere un’integrazione di successo, un requisito essenziale per un’indipendenza significativa. Entrambi gli strumenti tradizionali di dominio, la violenza e il controllo economico, stanno perdendo di efficacia. E l’America Latina comincia a risolvere alcuni dei suoi terribili problemi interni. Secoli di predominio imperiale lasciarono la società, che era separata in vari stati ma anche divisa internamente, gestita da una piccola élite ricca, tipicamente bianca, orientata verso ovest piuttosto che all’interno e con poco interesse per la popolazione del luogo.
Il confronto con l’Asia Orientale nei vari decenni è istruttivo. L’America Latina è molto più ricca di risorse naturali, però è rimasta più indietro. Più in generale a partire dagli anni ’80 l’America Latina è stata uno studente fedele ai dettami neoliberali e la maggioranza della popolazione ne ha pagato il prezzo; l’Asia Orientale, per gran parte, non ha aderito a questi dettami e si è sviluppata. L’America Latina è leader nel mondo per le disuguaglianze; nell’Asia Orientale c’è una relativa uguaglianza. L’America Latina era più aperta alla libera invasione straniera e l’importazione di oggetti di lusso per i ricchi, fenomeno che alcuni analisti hanno chiamato “attrazione per lo straniero”. In Asia Orientale gli investimenti sono stati diretti dalla politica nazionale, che insistette anche nei trasferimenti di tecnologia, e le importazioni erano costituite anche da beni aziendali per lo sviluppo. Lo sviluppo economico latinoamericano resta in gran parte concentrato nello sfruttamento di risorse primarie, mentre l’Asia Orientale ha pianificato lo sviluppo con l’industria manifatturiera e sviluppato molto di più la tecnologia. Per questi e per altri motivi i due modelli di sviluppo sono stati drasticamente differenti.
Però le cose stanno cambiando. L’America Latina è il focolare dei movimenti popolari più significativi al mondo. C’è un risveglio delle popolazioni indigene. Queste sono forze potenti per la democratizzazione, per la giustizia sociale, per l’indipendenza e per il progresso economico. Per questo e per altri motivi il Sud America si è trasformato nella regione più appassionante del mondo. In parte come conseguenza della sua lunga lotta contro la dominazione straniera, l’America Latina si è sviluppata in passato andando avanti verso la giustizia sociale e i diritti umani. Il Nuovo Trattato di Roosevelt è stato in parte ispirato dalla giurisprudenza sudamericana liberale e dalla ribellione contro l’autorità imposta. La Dichiarazione dei Diritti Umani delle Nazioni Unite è un punto di riferimento significativo per il progresso, lontano tuttavia dal raggiungimento ma non per questo meno rilevante nell’articolare e nel guidare le aspirazioni. La sua focalizzazione sui diritti sociali, economici e culturali deve molto ad iniziative latinoamericane nella stesura della Dichiarazione. Le parole possono acquisire un significato più ricco dovuto alle nuove forze che stanno emergendo. I passi verso l’integrazione sono insicuri, ma promettenti: solo due esempi, la Conferenza dei Leaders Sudamericani a Cochabamba svoltasi poche settimane fa e i passi avanti verso un Parlamento Mercosur a Brasilia poco dopo.

I fatti umani sono difficili da prevedere – per un motivo, perché i risultati dipendono fortemente dalla volontà e dalle scelte. Teniamo questo come pronostico ottimista.

Tratto da « Cuadernos para la Emancipación »

 

02/10/2009


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