Alzo Zero 2009

 

“Incognite note”: uno studio dell'Esercito statunitense

di Daniele Scalea *

Nel novembre 2008 Nathan Freier ha pubblicato Known Unknowns: unconventional “strategic shocks” in defense strategy development, edito dallo Strategic Studies Institute del United States Army War College.

Lo United States Army War College (http://www.carlisle.army.mil/) si trova in Pennsylvania ed è la più antica delle accademie militari statunitensi, attualmente frequentata da militari già affermati che aspirano a raggiungere i massimi gradi dell'Esercito (l'età media degli alunni è di 45 anni, in genere si tratta di tenenti colonnelli). Dai suoi banchi sono usciti personalità del calibro di John Pershing, Dwight Eisenhower, George Patton Jr., Ulysses Grant III, Alexander Haig, Norman Schwarzkopf e Richard Myers.

Al suo interno è nato lo Strategic Studies Institute (http://www.strategicstudiesinstitute.army.mil/), composto da ricercatori sia militari sia civili, il cui scopo è condurre ricerche su tematiche geostrategiche ponendole al servizio non solo del Collegio, ma anche dell'Esercito e del Dipartimento della Difesa. Alcune pubblicazioni sono limitate a questo ristrettissimo ed esclusivo bacino di lettori, altre sono rilasciate gratuitamente all'esterno. È questo il caso del saggio di Nathan Freier (professore di Strategia, Politica e Previsione dei Rischi presso lo US Army's Peacekeeping and Stability Operations Institute, militare in pensione col grado di tenente colonnello), che si può leggere in lingua originale a quest'indirizzo: http://www.strategicstudiesinstitute.army.mil/pdffiles/PUB890.pdf. Il titolo, Known Unknowns – traducibile in italiano come “Incognite note” – è una citazione di Donald Rumsfeld, che in un'occasione ebbe a dichiarare: «Come sappiamo, ci sono conoscenze note. Ci sono cose che sappiamo di conoscere. Sappiamo pure che ci sono incognite note. Ossia: sappiamo che vi sono cose a noi ignote. Ma ci sono pure incognite ignote. Quelle che non sappiamo di non conoscere».

A giudizio dell'autore, l'analisi strategica ha avuto, nella sua storia, un carattere principalmente reattivo: ciò ha fatto sì che mancasse di strategia e divenisse vulnerabile alle sorprese. Essa s'è occupata sempre, per dirla con Rumsfeld, delle «conoscenze note» o delle «incognite note», ma ha sempre ignorato le «incognite ignote». Tale vulnerabilità è risaltata con forza e ripetutamente negli anni recenti: gli attentati dell'11 settembre 2001, la “guerra al terrorismo”, l'insorgenza irachena sono state tutte «sorprese dal punto di vista della dislocazione strategica», e così sarà per la «prossima sfida di rilevanza strategica». Se la nuova Amministrazione Obama vuole evitare di ritrovarsi di fronte ad uno «choc strategico», come successo a quella Bush nei primi mesi del suo mandato, farà bene ad abbandonare l'ingenuità ed il conservatorismo dell'analisi “reattiva” per aprire a quella “predittiva”. Le maggiori e più probabili minacce alla sicurezza sono oggi di natura non convenzionale, ossia non militari: ecco perché il Dipartimento alla Difesa deve lavorare sempre di più allo studio degli choc strategici.

Gli choc strategici sono eventi in grado di mutare le “regole del gioco”, ossia gli «assunti pre-esistenti»; per questo sono ardui da prevedere ed è problematico trovare la giusta maniera per affrontarli. Tali eventi sono assai improbabili, ma quando accadono hanno una tale portata che è conveniente affrontarli per tempo. Essi sono il «prodotto di tendenze di lungo termine» e risultano meno distruttivi qualora, in precedenza, si siano affrontate a dovere quelle tendenze: ecco perciò che lo choc strategico è non solo un errore di previsione, ma anche di pianificazione strategica. A questo punto Freier pone una distinzione terminologica tra “choc” e “sorpresa” strategici: entrambi hanno un impatto strategico molto forte, ma si parla di sorpresa quando l'evento può essere affrontato con le categorie pre-esistenti, e di choc quando esso giunge del tutto inaspettato e costringe a ripensare radicalmente il proprio atteggiamento. Ad esempio, l'invasione del Kuwayt da parte degl'Iracheni nel 1990 fu una sorpresa strategica, che gli USA affrontarono senza dover mutare le proprie concezioni fondamentali; gli attentati dell'11 settembre 2001 rappresentarono invece uno choc strategico. Gli choc strategici possono arrivare tramite due vie: come conseguenze (inattese, o almeno non previste così presto) di tendenze evidenti e riconosciute, oppure come discontinuità in tali linee evolutive (“mosche bianche” o, per dirla all'anglosassone come l'autore, «cigni neri»). Secondo Freier gli attentati dell'11 settembre rientrerebbero nella prima categoria (più prevedibile) di choc strategici, la disgregazione dell'Unione Sovietica nella seconda (più imprevedibile). Tra gli eventi legati al contingente, facilmente prevedibili, e quelli altamente speculativi ed incredibili, c'è una «terra di nessuno» in cui nascono gli choc strategici. È qui che dovrebbe concentrarsi l'analisi strategica. Le minacce provenienti dalla “terra di nessuno” sono la varia ibridazione di due tipi: “intenzionali” o “contestuali”. Le minacce intenzionali sono volontariamente portate da un avversario, mentre quelle contestuali emergono dall'ambiente, senza un ben preciso disegno soggiacente.

Come si diceva, secondo Freier il prossimo choc avrà natura non convenzionale e non militare, e spiazzerà le attuali convinzioni strategiche del Ministero. Infatti, non è probabile che si concretizzino le minacce cui si sta attualmente preparando: l'aggressione da parte d'uno Stato nemico, l'attacco missilistico agli USA o ad un alleato, l'insurrezione contro un governo alleato. È semmai probabile che la prossima minaccia strategica appaia «congegnata di proposito ovvero casualmente, nel punto d'intersezione tra guerra […], politica interna ed instabilità cronica». Quelle che Freier mostra di temere maggiormente sono le minacce contestuali. Se gli strateghi statunitensi vagliano oggi con la massima preoccupazione le possibili minacce poste intenzionalmente , l'autore del saggio in esame predice che «l'ambiente strategico stesso potrebbe essere il prossimo peggior nemico degli USA». Anche gli avversari degli Stati Uniti d'America, statuali e non, cercheranno d'impiegare mezzi di guerra non militari, così da aggirare la superiorità militare di Washington privandola d'un «legittimo casus belli». Ciò detto, sarà dall'ambiente strategico stesso – dalle «forze incontrollate della globalizzazione, dal populismo velenoso, dall'identitarismo politico, dal sottosviluppo, dai disastri umani e naturali, dalle epidemie» – che secondo Freier verranno le vere minacce strategiche per gli USA, anche (se non soprattutto) perché sono attualmente sottovalutate dai dirigenti del paese. Esempi di minacce siffatte potrebbero essere: il propagarsi d'aree di anarchia o semi-anarchia; violenze civili; gli effetti di un evento catastrofico di matrice sia umana sia naturale; un'epidemia incontrollata di portata trans-regionale; l'instabilità o il collasso d'uno Stato importante e di grandi dimensioni. Non è da escludere, secondo Freier, neppure la possibilità che esplodano «disordini e/o violenze intestine» negli USA: eventualità questa che si è finora creduta ristretta a parti del mondo remote, e che se dovesse realizzarsi in patria rappresenterebbe un rilevante choc strategico per Washington. Analogamente, gli strateghi statunitensi hanno già previsto la possibilità che qualche Stato entri in crisi, ma se ciò succedesse ad uno Stato nuclearizzato, e le armi atomiche fossero usate per scontri interni o contro gli USA o un loro «fondamentale alleato», si realizzerebbe uno choc.

Il problema da superare è la convenzionalità degli strateghi statunitensi. Fino all'11 settembre 2001 il Dipartimento della Difesa ha basato le sue analisi sugli aspetti puramente militari, devoto a quella che Freier definisce la «teologia del conflitto militare d'epoca industriale e dell'informazione». La pianificazione militare s'è concentrata sui potenziali avversari di conflitti militari: l'Unione Sovietica durante la Guerra Fredda, una pluralità di Stati (Russia, Cina, Iràq, Corea del Nord) nella fase successiva. La minaccia a breve termine era quella portata a livello regionale da «una potenza militare di secondo piano», mentre la minaccia a lungo termine derivava dall'emergere d'un avversario militarmente pari o quasi agli USA. La mancata indagine del gap tra minacce prevedibili e minacce speculative (la «terra di nessuno») ha reso gli attentati dell'11 settembre 2001, la “guerra al terrorismo” e l'insurrezione irachena uno choc strategico. Questi eventi hanno costretto gli USA a rivedere le proprie concezioni strategiche (passando all'antiterrorismo ed alla controinsorgenza) ed hanno convinto il Dipartimento della Difesa a cominciare ad indagare il concetto di choc ed il gap tra le categorie di possibili minacce. È comunque troppo presto per dire se la lezione sia stata appresa in maniera duratura.

Con intento «illustrativo», Freier tratteggia alcuni ipotetici choc strategici. Il primo è il collasso d'uno Stato strategico per gli USA, ossia che soddisfi una di queste condizioni: dotato d'un significativo arsenale d'armi di distruzione di massa; in possesso di significative risorse strategiche, d'una forte capacità economica o di posizione geografica dominante; vicino agli USA o ad un loro alleato fondamentale e popolato d'una grande massa di persone portata all'emigrazione incontrollata; in grado di trasferire la propria instabilità interna ad una regione importante; alleato degli USA.

Il secondo è la necessità d'intervento all'interno degli USA stessi. Nel caso di «violenze organizzate» contro le autorità locali, nazionali o federali, e laddove queste si dimostrassero incapaci di ristabilire l'ordine, il Dipartimento della Difesa  potrebbe trovarsi a dover «riempire il vuoto». Simili disordini interni potrebbero essere causati dall'impiego deliberato d'armi di distruzione di massa, da un imprevedibile collasso economico, dal venir meno dell'ordine politico o legale, da una volontaria insorgenza della popolazione, da emergenze sanitarie o catastrofi naturali. Nelle «circostanze più estreme», ciò potrebbe richiedere anche «l'uso della forza militare contro gruppi ostili all'interno degli Stati Uniti»; Freier intravede persino la possibilità che il Dipartimento della Difesa «si ritrovi, suo malgrado, a dover essere il perno della continuità dell'autorità politica nel corso d'un conflitto o di disordini civili estesi a più Stati o all'intera nazione».

La terza eventualità è quella di una «guerra ibrida», in cui uno o più attori (statuali e non) ostili facciano ricorso a metodi non militari per «resistere all'influenza statunitense»: ad esempio, Freier immagina un asse russo-cinese che sfrutti la sua posizione nelle istituzioni internazionali e nei mercati per minacciare gl'interessi degli USA. I «successi dei competitori in campo non militare» potrebbero spingere una frustrata dirigenza di Washington a reagire militarmente, con una mossa che sarebbe giudicata universalmente «illegittima» e che, se rivolta contro paesi come Russia e Cina, potrebbe avere «costi inaccettabili o dare il via ad un'allargamento indesiderato ed incontrollato del conflitto».

Freier riconosce che queste tre ipotesi sono «estreme» ma – avverte – «plausibili e non fantasiose». L'importante è che il Dipartimento della Difesa sfrutti il momento provocato dai recenti choc strategici per ripensare i suoi piani non sono in reazione agli choc passati, ma pure in previsione di quelli futuri.

 

Commenti ed approfondimenti:

L'analisi del tenente colonnello Nathan Freier si inserisce in un dibattito che, ormai da alcuni anni, ha larga partecipazione e diffusione: quello riguardante la guerra asimmetrica, le operazioni militari non di guerra, le operazioni di guerra non militari. Tra gli episodi più noti di questo dibattito c'è la pubblicazione dell'opera di Qiao Liang e Wang Xiangsui, nota in Italia col titolo Guerra senza limiti e pubblicata dalla Libreria Editrice Goriziana (http://www.leg.it/editrice/guerre/guerra_senza_limiti_2.htm; vedi anche mia recensione con riassunto dei contenuti principali nel numero 2/2008 - maggio-agosto 2008 - di “Eurasia, rivista di studi geopolitici”: http://www.eurasia-rivista.org/cogit_content/numeri/EkkEyFAyuyXZXHZhTF.shtml). Una raccolta di testi (in inglese) sulla guerra asimmetrica la si trova nel sito del Commonwealth Institute (http://www.comw.org/rma/fulltext/asymmetric.html). Sul concetto di “guerra di quarta generazione” si veda “The changing face of war” di Lind, Schmitt, Nightengale, Sutton e Wilson (http://homepages.ihug.co.nz/~sai/4thgenwar.htm).

L'elemento che ha però colpito maggiormente i commentatori del saggio di Freier sono state le ipotesi di choc strategico ventilate, in particolare quella di disordini intestini negli USA.

Questo è l'aspetto che ha sottolineato, con pungente ironia, John Crudele sulle pagine del “New York Post”  (http://www.nypost.com/seven/12232008/business/us_army_ready_if_the_downturn_gets_out_o_145522.htm). Così è stato per il “World Tribune” (http://www.worldtribune.com/worldtribune/WTARC/2008/ss_military0790_12_15.asp) ed una serie di siti telematici che hanno letto nel saggio di Freier una minaccia di golpe militare negli Stati Uniti d'America, come Maurizio Blondet in Italia (http://www.effedieffe.com/content/view/5695/164/).

Fonte originale: http://www.eurasia-rivista.org/cogit_content/articoli/EkFpVVVuluHohlhiNi.shtml

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* Daniele Scalea è redattore di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”.


06/01/2009


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