ALZO ZERO 2009

 

Venti anni fa cadeva un muro ma se ne innalzava un altro

Venti anni fa crollava il Muro di Berlino. Venti anni fa implodeva l’Unione Sovietica. Venti anni fa il bipolarismo “capitalismo-comunismo” si estingueva e, soprattutto, venti anni fa il mondo fu persuaso che libertà e progresso avrebbero permeato, senza soluzione di continuità, la vita di tutto il mondo. Il Muro, costruito nel 1961, aveva sancito la spartizione di Berlino, della Germania, dell’Europa e simbolicamente del mondo intero. Il 9 novembre 1989 il Muro fu abbattuto con gran giubilo di tutti coloro che vedevano in quel crollo il prodromo di un nuovo e splendente ordine mondiale. Capitalismo e comunismo, due visioni del mondo materialiste e antitetiche, durante la guerra si allearono per abbattere il Nazionalsocialismo tedesco che tentò di abbattere entrambe. Dopo il conflitto la Casa Bianca e il Cremlino si spartirono il bottino, trincerandosi successivamente dietro la propria barricata eretta al di là del muro. Nel 1989 rimase un solo concorrente che impose la propria Weltanschauung al resto del globo tranne, ovviamente, a quei Paesi che già ne avevano fatto atto di fede come l’Italia.
La chiusura unilaterale da parte della Germania orientale del confine tra i due settori di Berlino, nell’agosto del 1961, e la costruzione di un “muro” che lasciava aperti solo pochi passaggi sotto stretto controllo, posero fine a un intero ciclo della storia tedesca del dopoguerra. Un comunicato ufficiale della DDR motivò il “muro di difesa antifascista”, come venne chiamato, con la necessità del mantenimento della pace, con l’esigenza di sbarrare il passo ai “revanscisti tedesco-occidentali” e con il diritto di ogni Stato sovrano a controllare i propri confini. Peccato però che lo stesso Fascismo, paventato strumentalmente dai sovietici, fu acerrimo nemico del bolscevismo quanto, o forse anche di più, del capitalismo americano.
Dopo lo smantellamento del “socialismo reale” l’Europa ha visto il trionfo della “democrazia reale” di matrice americana. I Paesi dell’Est europeo hanno dovuto cedere il passo all’economia di mercato, subendo il processo di una progressiva trasformazione “demo-capitalista” delle loro istituzioni politiche. Ma se si estende l’angolo visuale fino a includere i Paesi del continente asiatico e africano, allora è necessario parlare non più di trionfo di una specifica visione del mondo, ma di un soffocante dominio. Questa democrazia, di fronte all’ingovernabilità delle contraddizioni della globalizzazione, sembra vacillare sia in quei Paesi da cui essa viene esportata che in quei Paesi in cui essa viene imposta. Ciò che il capitalismo, dietro la facciata della democrazia, ha affermato negli anni successivi alla demolizione del “muro” è stato un disarmonico sviluppo sociale, realizzando, invece, un luogo di privilegio economico e lusso politico per pochi, a fronte delle condizioni di vita al limite della sussistenza dei molti.
Insomma, dopo il crollo del socialismo sovietico forse sarebbe il caso di parlare di una nuova ideologia totalizzante e materialista che usurpa le libertà e le identità dei popoli che sottomette. Se il comunismo è, indiscutibilmente, un’aberrante idea dell’uomo e della storia, questa demo-finanza globalizzata è altrettanto mostruosa poiché, servendosi delle sordide istituzioni democratiche, espande il proprio dominio. Se il partito comunista sovietico e la sua nomenklatura furono gli artefici di sanguinose repressioni a danni dei propri connazionali e di quei dissidenti sparsi per l’Europa dell’Est, i partiti occidentali sono altrettanto criminali poiché generano politicanti servi degli interessi senza scrupoli dei banchieri internazionali a scapito degli interessi nazionali. In altre parole bisogna domandarsi se la nuova realtà democratica sviluppatasi dopo l’89 non sia responsabile per la grave condizione di insicurezza e squilibrio nelle relazioni internazionali e per la sperequazione che fiacca che le comunità nazionali.
La degenerazione della democrazia nella dittatura della maggioranza in stile americano ha affrancato il mondo dal giogo sovietico per imporre il proprio. Infatti, le oligarchie mondialiste permettono efficaci campagne elettorali ai partiti che contraccambiano lasciando la propria nazione alla mercé della cupidigia delle elité finanziarie. Tutto ciò non può e non deve essere accettato supinamente come unica soluzione auspicabile per il mondo intero. L’affermazione di Churchill secondo il quale “la democrazia è la peggior forma di governo ma migliore di tutte la altre” non può divenire il motto che marchia l’idea di politica e di umanità poiché chiunque senta ancora, anche nella vita di tutti i giorni, il dovere di combattere la battaglia dello spirito contro la materia deve avere la forza di non sottomettersi a questa esecrabile fandonia democratica.
A Berlino fu eretto un muro di cemento che cadde nel 1989 ma in quello stesso anno fu eretto un altro muro ancora più opprimente poiché invisibile e sparso per tutto il globo. Ritrovare la volontà di abbattere questa nuova cortina è un dovere da perseguire. Voltiamo il nostro sguardo verso un nuovo paradigma che declini la politica al di là degli obsoleti steccati destra e sinistra e che sia in grado di recuperare un dimensione nazionale quanto internazionale. In definitiva la parola d’ordine è sfidare l’attuale ordine mondiale attraverso il socialismo nazionale per un’Europa dei popoli. Ciò che distingue il socialismo nazionale è il proposito di tutelare l’interesse nazionale e il principio dell’armonia tra le nazioni, sollecitando il socialismo a concepirsi come promotore e interprete di un’autentica comunità di popolo e ad assumere come punto di riferimento non un fronte più o meno particolare di figure sociali all’interno della nazione, ma tutta la nazione prima e l’Europa poi come entità morale superiore.


Andrea Colavecchia

13/11/2009


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