NOTIZIE 2009

 

Vittime del capitale globale

Raffaele Ragni

Lo sfruttamento dei lavoratori assume i caratteri della schiavitù nei casi in cui l’organizzazione di un’unità produttiva si fonda sul totale controllo di una persona su di un’altra. Secondo Kevin Bales (1999) l’economia globale si avvale di 27 milioni di schiavi, la maggioranza dei quali lavorano a garanzia di un prestito ricevuto personalmente o ereditato da un familiare (bonded labor). L’utilizzo di merce umana usa e getta (disposable people), come tutte le strategie aziendali di globalizzazione produttiva, è finalizzata a ridurre al minimo i costi di produzione ed aumentare i dividendi degli azionisti. Dall’antichità ai giorni nostri la schiavitù non è quindi scomparsa, ma ha preso forme diverse.
Nelle economie schiaviste - dalle origini delle civiltà mediterranee, fino alla guerra di secessione americana - lo schiavo era un bene durevole. Tra padrone e schiavo s’instaurava un rapporto di lunga durata. Il padrone ne acquisiva la proprietà legale e ne ricavava un profitto pari a circa il 5% annuo rispetto al costo. Aveva tutto l’interesse a nutrirlo e curarlo, non tanto per motivi umanitari, quanto per valorizzare la moneta investita nel suo acquisto. Lo schiavo era parte del suo patrimonio, come le terre, le case, gli animali. Poteva essere venduto, regalato, lasciato in eredità. Era comunque una merce rara.
L’offerta, tendenzialmente inferiore alla domanda, dipendeva dall’esito di una guerra o dallo sviluppo dei traffici commerciali con popoli meno civilizzati. Deportato perché sconfitto militarmente, oppure acquistato per essere rivenduto, lo schiavo lasciava la sua terra d’origine ed andava a vivere col suo padrone. Anche se veniva trattato come un membro della famiglia, era considerato diverso ed inferiore per razza, religione, cultura, costumi. La sua alterità motivava il suo asservimento. Nelle società tradizionali la subordinazione degli schiavi appariva naturale e la loro funzione sociale era considerata complementare a quella degli altri ceti. Invece nelle società fondate sugli ideali massonici di libertà, uguaglianza, fratellanza, si sentiva l’esigenza di giustificare la schiavitù. Ciò vale per i padri fondatori americani che, almeno fino all’abolizione ufficiale della schiavitù, dovettero spiegare perché, sulla terra dei liberi, i bianchi di religione protestante avessero il diritto di sottomettere i negri deportati dall’Africa e sterminare i pellerossa nativi.
Oggi l’aumento della manodopera disponibile ad offrirsi in condizioni di schiavitù è una conseguenza delle condizioni disperate in cui sono ridotte ampie fasce di popolazione in alcuni Paesi avviati allo sviluppo dall’intervento del capitale globale. La rapida crescita ha prodotto gli stessi fenomeni registrati in Europa e negli Stati Uniti dopo la rivoluzione industriale, e cioè esplosione demografica, urbanesimo, degrado ambientale. Ma queste disfunzioni - emerse in economie depredate dal colonialismo e già caratterizzate da forme di sfruttamento in parte radicate nella cultura locale - hanno acuito le disparità distributive. Nell’era della globalizzazione le classi dominanti hanno mantenuto i privilegi acquisiti al servizio degli imperialisti occidentali. Mentre, per quanto riguarda i meno abbienti, alcuni hanno superato la soglia della povertà, ma la maggior parte è sprofondata nella miseria, diventando merce a poco prezzo.
Gli schiavisti odierni non sentono alcun bisogno di motivare la violenza con cui viene reclutata ed organizzata la manodopera coatta. La necessità di contenere i costi di produzione è una giustificazione sufficiente. Per lucrare maggiori profitti riducono in schiavitù anche la loro gente. Non serve più richiamarsi alla naturale disuguaglianza delle razze umane o ad un ordinamento fondato sulle caste. L’asservimento non è più uno status sociale riservato agli altri, incivili ed inferiori, ma un insieme di condizioni lavorative ed esistenziali che accomuna i più poveri tra i poveri di tutte le nazioni. Gli sfruttatori se ne servono per breve tempo, possibilmente senza alcun vincolo contrattuale. Riducono al minimo le spese per il loro sostentamento e ne ricavano un utile che varia dal 50% al 800% annuo. Gli schiavi malati vengono subito sostituiti piuttosto che curati. Sono disposables, cioè articoli monouso, come i piatti di plastica o i bicchieri di carta. Costano poco perché l’offerta supera ampiamente la domanda. L’espansione globale del capitale ha ridotto alla miseria ed alla disperazione milioni di individui, sia nei Paesi costretti a specializzarsi nella produzione di materie prime alimentari e minerarie, sia nei Paesi in cui lo sviluppo industriale ha accentuato gli squilibri distributivi tra classi e regioni.
Il Brasile e la Thailandia sono esempi significativi di come l’economia globale consenta ad un fenomeno antico, come la schiavitù, di manifestarsi in forme nuove. In Brasile l’utilizzo di manodopera servile è iniziata in particolari coltivazioni, come l’eucalipto ed altre piante destinate alla cosmesi ed all’industria farmaceutica, e oggi avviene prevalentemente nella produzione di coke, il carbone ottenuto dalla combustione di legna. In tale settore è stata rilevata la maggiore presenza di lavoro coatto, nella forma di servitù da debito. Gli schiavi vengono prelevati nelle periferie delle grandi metropoli o nelle zone agricole più impoverite, allettati con la prospettiva di un lavoro stabile, deportati in regioni molto distanti da quella di origine, segregati all’interno di unità produttive chiamate batterie. Ognuna produce profitti superiori al 100% mensile, per circa due o tre anni. Poi deve essere trasferita in altre zone da disboscare. L’acciaio ottenuto con il carbone prodotto dagli schiavi brasiliani serve a realizzare componenti destinati alle industrie globali più diverse, dall’automobile all’arredamento. Una parte di quel carbone, scelto e confezionato per la grande distribuzione, finisce nei nostri barbecue durante i party e le gite del weekend.
Nel caso thailandese la globalizzazione - intesa sia come crescita trainata dagli investimenti esteri diretti ed orientata alle esportazioni, sia come imposizione di modelli di consumo occidentali - non ha prodotto la schiavitù, perché il fenomeno era già diffuso, ma ha fatto aumentare sia la domanda che l’offerta di schiavi. Trattasi di donne, bambine e bambini, destinati all’industria dello svago, che ha iniziato a svilupparsi durante la guerra fredda ed oggi alimenta un particolare settore del terziario, il cosiddetto turismo sessuale. Nei bordelli per stranieri, accanto a libere professioniste, è diffuso anche l’uso di personale in condizioni di schiavitù. L’aumento dei salari indotto dalla crescita economica e la voglia di imitare le abitudini della borghesia cosmopolita, hanno portato alla nascita di bordelli per operai dove, per mantenere basse le tariffe, si ricorre esclusivamente a manodopera coatta, soprattutto bambine. Vendute dai loro stessi genitori, o date come garanzia per un debito contratto, provengono soprattutto dalle regioni del nord, come in passato. Sono cambiate tuttavia le motivazioni che spingono i genitori a cedere le proprie figlie. Non più la necessità di affrontare un’emergenza finanziaria, ma il desiderio di acquistare beni di consumo. Un’indagine recente ha rivelato che due terzi delle famiglie che avevano ceduto le proprie figlie avrebbero potuto permettersi di non farlo, ma avevano preferito comprarsi un’automobile, un televisore, un videoregistratore.
Le organizzazioni umanitarie impegnate nel combattere la schiavitù sperano in tre soluzioni al problema. La prima presuppone un’accelerazione della crescita economica tale da far diminuire la povertà e, di conseguenza, l’offerta di schiavi. La seconda auspica l’impegno delle organizzazioni internazionali e dei Paesi ricchi a subordinare l’erogazione di aiuti finanziari al rispetto dei diritti umani. La terza conta sulla capacità dell’opinione pubblica di condizionare le scelte d’investimento delle multinazionali, dissuadendo l’impiego di capitali in regioni dove sia diffuso il lavoro coatto.
Che l’evoluzione sociale e culturale indotta dallo sviluppo economico porti alla scomparsa della schiavitù, è una delle tante utopie progressista, giacché i diversi casi analizzati da Kevin Bales (1999) dimostrano come l’industrializzazione abbia trasformato ma non eliminato il lavoro coatto. Che nell’ambito delle istituzioni internazionali si dia priorità al problema della schiavitù è teoricamente possibile ma alquanto improbabile. In Mauritania - Paese in cui sopravvive addirittura una schiavitù di tipo tradizionale, cioè fondata sulle caste e sulla segregazione razziale - il governo laico musulmano è sostenuto da Stati Uniti e Francia che, per fermare l’avanzata del fondamentalismo islamico, forniscono alle classi dominanti non solo aiuti finanziari, ma anche giustificazioni politiche nei contesti in cui viene denunciata la sistematica violazione dei diritti umani. Il Dipartimento di Stato americano, fin dal primo Human Rights Report for Mauritania (1996), definisce sporadici i casi di trasferimento di bambini da un datore di lavoro all’altro, utilizzando blandi eufemismi per mascherare e minimizzare la compravendita di piccoli schiavi.
Più realistico appare il terzo scenario, quello in cui l’impatto sull’opinione pubblica delle notizie e delle immagini diffuse dalle organizzazioni umanitarie attraverso i massmedia possa spingere le imprese, per tutelare l’immagine del proprio marchio, a non investire in Paesi in cui è diffusa la schiavitù. In effetti, considerando il caso del Brasile, lo sfruttamento di donne e bambini all’interno delle batterie è finito tra il 1995 ed il 1996, quando le denunce della Commissione Pastorale della Terra (CPT) riportate dalla BBC durante la visita a New York del governatore dello Stato del Mato Groso do Sul, fecero desistere alcune imprese americane dall’investire in quella regione. Tuttavia, non sono rari i casi in cui alcuni progetti di sviluppo finanziati da capitali stranieri, compresa la costruzione di opere pubbliche, procedano malgrado le denunce. In Birmania, alla fine degli anni novanta, nella costruzione di un gasdotto e di una ferrovia - in cui erano cointeressate la statunitense Unocal, la francese Total e la thailandese Ptt Exploration and Production - è stata impiegata popolazione civile ridotta in schiavitù, compresi vecchi, donne incinte e bambini.
Le soluzioni al problema della schiavitù, proposte dai mondialisti buoni, sono tutte politicamente corrette giacché non minano le fondamenta dell’economia globale. Restano quindi semplici espressioni di fede, rigorosamente laica e progressista, rispettivamente nella credenza sviluppista, nelle istituzioni neoimperialiste, nella società civile planetaria e nel mondo delle imprese. Si dimentica che, a fondamento della moderna schiavitù, c’è lo stesso movente - cioè l’esigenza di ridurre i costi di produzione - che spinge le imprese ad assumere lavoratori precari in nome della flessibilità, nonché a trasferire gli impianti o commissionare la fabbricazione di componenti in Paesi a basso costo del lavoro in nome della globalizzazione. Pertanto il problema della schiavitù andrebbe inquadrato, più che tra le violazioni dei diritti umani, nella dinamica generale dello sfruttamento dei lavoratori, di cui rappresenta una forma estrema, ma non è certo l’unica.


16/03/2009


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