NOTIZIE 2008

 

Anche i gay iracheni rimpiangono Saddam

di Enrico Oliari

Una volta c’era il burka, poi non c’era più. Una volta c’erano l’oppressione della donna, la discriminazione sociale, i diritti civili calpestati e il fondamentalismo islamico: erano le giustificazioni che portavano al casus belli per invadere l’Afghanistan dei talebani, ma certamente deboli per giustificare l’attacco all’Iraq di Saddam Hussein, paese in cui era cosa del tutto normale incontrare ufficiali dell’esercito di sesso femminile, come pure tecnici ed intellettuali dello stesso genere.

Oltre alla Turchia, l’Iraq rappresentava l’unica nazione laica di quella parte del mondo arabo, un paese dove non esistevano condanne per gli omosessuali, un’isola di impunibilità giuridica circondata da nazioni che ancora oggi adottano pene (compreso quella capitale) per i reati di sodomia e che trovano il plauso di un Vaticano integralista che si è opposto alla moratoria internazionale per questo genere di reati.

Era l’Iraq di Saddam Hussein. Oggi non lo è più.

E mentre il mondo degli onesti e dei “detentori della libertà” aspetta ancora che spuntino le tanto decantate armi di distruzione di massa, in Iraq è scoppiata una terribile guerra civile che vede tutti contro tutti: curdi, sciiti, sunniti, nostalgici dell’ancien régime, talebani… un mix di odio e di violenza in una terra storicamente difficile, duramente colpita dagli interessi internazionali per il petrolio.

Come c’era da aspettarsi, tolto di mezzo il laico e laicista Saddam Hussein, hanno rialzato la testa gli integralismi religiosi e persino si è notata l’esistenza di gruppi di talebani: l’imposizione forzata di una verità fideistica genera nei fatti discriminazione, intolleranza, sangue.

Grazie agli americani ed al loro autentico amore per la libertà sintetica, in Iraq i gay sono tornati ad essere perseguitati come accadeva secoli fa, con i capi tribù che emettono sentenze di morte per fucilazione, impiccagione o per lapidazione; stessa sorte accade alle ragazze che vengono stuprate o alle donne adultere: per loro non più l’emancipazione, lo studio e la carriera, ma un salto nella repressione del passato, quando la donna era completamente schiava e sottomessa all’uomo.

Gli omosessuali del nuovo Iraq vengono giudicati dalla collettività sul momento, come nel caso avvenuto pochi giorni fa a Sadr City, la baraccopoli sciita di Bagdad, dove sono stati giustiziati  due omosessuali sul cui petto era affisso un biglietto con le scritte “pervert” e “puppy”; il giorno successivo, come ha informato l’Osservatorio sull’Iraq, è stata la volta di un giovane uomo dello stesso sobborgo, ma sono ben 25 i giovani gay di Sadr City eliminati negli ultimi due mesi.

Le autorità religiose e civili sostengono di limitarsi ad invitare la popolazione a desistere dai comportamenti omosessuali, ma l’attivista inglese Peter Tatchell, in contatto con i gruppi gay iracheni clandestini o esiliati, ha affermato in una recente intervista di essere al corrente di bambini assassinati solo per il sospetto di essere omosessuali.

Il Grande Ayatollah Ali al Sistani, la massima autorità religiosa fra gli sciiti iracheni, ha invitato a colpire con durezza chi pratica l'omosessualità ed è stato seguito nell’esempio da una serie di altri imam della stessa confessione i quali intervengono ripetutamente per infondere nella popolazione l’omofobia in nome di Allah. Già nel 2005 l'ayatollah Ali al-Sistani emanò un decreto in base al quale gay e lesbiche dovevano essere "puniti, anzi, uccisi nel modo peggiore, più cruento".

Da più fonti si parla addirittura di killer assoldati dal Governo democratico per la protezione della morale, veri e propri “squadroni della morte” che hanno come oggetto cittadini inermi, come nel caso del giovane e coraggioso leader del movimento gay iracheno Bashar, crudamente assassinato nel settembre 2008 in un bar della capitale.

Secondo il deputato Alì Hili nelle carceri di Bagdad vi sarebbero 128 omosessuali in attesa della sentenza capitale, già prevista in gruppi di 20 a settimana, mentre Amnesty International riporta che solo nel 2007 le condanne sono state 199 di cui 33 a morte e che nel 2004  ben 17 attivisti iracheni per i diritti dei gay erano stati assassinati.

E se i gay del Vermont, del Connecticun e dell’Iowa, grazie alle recenti approvazioni, potranno presto vedere riconosciute le loro unioni, quelli di Bagdad continueranno a morire, a ennesima dimostrazione che non erano certo la democrazia e la libertà a spingere gli americani in Iraq.

 

15/04/2009


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