NOTIZIE 2008

 

Meritocrazia?…No furbocrazia


Nell’ultimo decennio si fa tanto parlare di meritocrazia, forma di governo in cui le cariche amministrative, pubbliche e ogni ruolo che richiede responsabilità verso gli altri dovrebbero essere affidate secondo criteri di merito, e non di appartenenza lobbystica, familista (nepotista o clientelare) o di casta economica (oligarchica), cose che in Italia…‘’non ci risulta’’. Il termine ‘’meritocrazia’’ fu utilizzato da Michael Young nel suo libro ‘’Rise of the Meritocracy’’ nel 1958. Il testo era acuto e delineava lo scenario di un futuro dispotico in cui la posizione sociale di un individuo è determinata dal suo presunto quoziente intellettivo e dallo sforzo, è facile interpretare in qual senso. Il termine era destinato ad un uso dispregiativo. Nel libro, questo sistema sociale avrebbe dovuto condurre, nelle intenzioni dell’autore, ad una rivoluzione sociale in cui le masse rovescerebbero le elites, divenute arroganti e scollegate dai sentimenti del pubblico. Nel tempo l’origine negativa dell’accezione del termine è stata trasformata dai soliti furbetti del quartierino, politici in testa a corto di argomentazioni per incantare con le loro melodie individui e masse, in positiva ricerca ed attuazione di un buon sistema sociale, il sistema meritocratico. Tale sistema sarebbe più giusto, in teoria e più efficiente di altri, e garantirebbe la fine delle discriminazioni fondate su criteri arbitrali di sorta, come sesso, razza o rapporti sociali, sempre con i dovuti distinguo. E sì perché in modo particolare in Italia, c’è sempre un distinguo da sostenere, una quota da privilegiare, una categoria di fatui da mandare avanti. I detrattori della meritocrazia, che hanno subodorato i fini di questa teoria astratta, argomentano che l’aspetto cacotopico, per dirla con il liberal utilitarista Jeremy Bentham, o antiutopico e da società fittizia, per dirla con il liberale utilitarista John Stuart Mill, centrale nell’idea di Young è l’esistenza di una classe meritocratica che monopolizzi l’accesso al merito ed i simboli ed il metodo esaminatore del merito, indi perpetui il proprio potere, status sociale e privilegi. Nel redigere la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti, Thomas Jefferson dipese dal Capitolo Quinto di ‘’Due trattati sul governo’’ del borghese liberale John Locke, che concepiva una società in cui il fondamento di ogni proprietà è esclusivamente il lavoro esercitato dagli uomini. Locke sosteneva che l’acquisizione di proprietà non era moralmente sbagliata, se avveniva attraverso lo sforzo di un lavoro e se era al fine di soddisfare i bisogni immediati dell’individuo. La società dovrebbe essere necessariamente stratificata, per merito e non per nascita. Questa dottrina di operosità e merito invece di ozio ed eredità come fattore determinante in una società giusta si scagliava contro le reazionarie e conservatrici monarchie ed aristocrazie, ed i loro lacchè, in favore di un sistema repubblicano e rappresentativo democratico. Gli oppositori del concetto di meritocrazia sostengono che caratteristiche come intelligenza e sforzo non sono misurabili con accuratezza. Infatti l’attuazione della meritocrazia comporta un alto grado di presunzione ed è imperfetta. Meritocrazia, in verità, non è indicatrice di una società in cui la salute, la ricchezza e lo status sociale sono raggiunti attraverso la competizione, che sguaiatamente alligna fra moltitudini, specie di parvenues, e dove il criterio di ‘’merito’’ può di fatto sparire a fronte di forza bruta o furbizia, che si impone non per merito, ma per competizione. La meritocrazia non deve essere plutocrazia, dove il potere politico è commisurato al potere economico, a prescindere dalle reali capacità personali. I regimi plutocratici si autodefiniscono meritocratici, ponendosi su un piano etico superiore, di solito affondando le loro radici nelle destre classiche e pseudoliberali timocratiche, in realtà le capacità personali degli individui sono mascherate da ricchezze familiari acquisite o da intrallazzi e prevaricazioni arrivistiche senza scrupoli. Con il liberalismo delle origini, non certo quello che si è incancrenito stratificandosi e cristallizzandosi dopo, e con Karl Marx vi è stato un lieve tentativo di modificare questa consuetudine e lo status quo ante. Da qui, dopo critiche a tali sistemi proiettati in un chimerico futuro, vi è stata la pragmatica evoluzione fenomenologia nel socialismo nazionale quale terza via, unità di pensiero ed azione, il Fascismo. Un sistema politico che quando era movimentista cercò di tentare una via basata sulla meritocrazia pura, creando, contro i ‘’panciafichisti’’ e le teorie liberali dell’ ‘’Homo Oeconomicus’’ apolide, un ordine nuovo, un ‘’uomo nuovo’’, ovvero l’uomo integrale che è politico, economico, religioso, santo, guerriero, come disse Mussolini il 14 novembre 1933, fallendo perché colpiva interessi personali hobbistici rilevanti, che mutarono e stravolsero i contenuti della rivoluzione fascista, acquietandola in un Fascismo regime, che non fu altro che la prosecuzione del vecchio regime liberale classico, in cui le cateridi del vecchiume aristocratico prevalsero e corruppero la società. Inutili e teorici (in parte anche fuorvianti) furono gli attacchi del maestro di Predappio alle ‘’potenze demogiudeoplutocratiche’’. Gli fu data l’illusione del potere, per cui i veri burattinai dello stesso, al momento opportuno, lo abbandonarono al suo destino, infatti, nel 1943 Mussolini tornava al socialismo nazionale con la costituzione della mitica quanto effimera Repubblica Sociale Italiana, a cui molti non solo giovani aderirono realmente pur sapendo in cuor loro che era una chimera ed una battaglia di stile di vita che doveva essere fatta per l’onore d’Italia, ma che era persa in partenza. Purtroppo la strada delle buone intenzioni spesso è tempestata di eventi che portano verso l’inferno, e presi dal vortice delle situazioni pratiche si ha poco tempo per riflettere e si rincorre una via all’atto pratico completamente agli antipodi da quella voluta, con conseguenze tragiche impreviste. Il comico è che i vinti poi sono divenuti padroni dei vincitori, facendo subentrare, sia pure ancora molto blandamente, il loro concetto di vita e di società-comunità in nuce nelle politiche avversarie/nemiche. Anche i marxismi classici si sono opposti alla meritocrazia, con una antitesi apparente tra marxismo e meritocrazia: la concezione della meritocrazia marxista prevede che ci sia una netta separazione tra i bisogni ed i poteri decisionali. Al merito è riconosciuto il diritto/dovere di prendere le decisioni senza che ad esso corrisponda un privilegio materiale. Principio che ha similitudini con la lettura cristiana della parabola dei Talenti. E’ giusto che, per merito, ognuno faccia una professione elevata, anche se povero, ed al contrario il figlio del ricco faccia attività meno redditizie ed elevate, se non è ben dotato di particolari qualità intellettive. Ciò non significa che i loro bisogni materiali siano differenti e che la loro retribuzione ed i loro privilegi sociali debbano per questo essere smisuratamente distanti. Il lavoratore ‘’stakanovista’’ o eroe del lavoro socialista nel sistema sovietico sottolinea come il sistema comunistico apprezzasse il merito nel lavoro. Platone docet. Attualmente la meritocrazia è più arzigogolata e si ricollega alla nozione chiave di competenza. La necessità vitale di sostenere la meritocrazia e un sistema fiscale che favorisca una vera meritocrazia economica, colpendo l’edonismo consumista e l’economia sommersa ed illecita, è la ‘’fiscalità monetaria’’. Ciò si delinea in teorici come il sociologo Roger Abravanel nel suo libro ‘’Meritocrazia’’. E’ lapalissiano che specialmente in Italia il merito vero non esiste. Raccomandazioni, servilismi, familismi, lobbysmi, clientelismi, oligarchie, mafie sono all’ordine del giorno, anzi c’è chi non si rende conto di quello che fa e imperterrito prosegue, quando viene scoperto si giustifica scendendo dal cielo e ‘’candidamente’’ chiede in che cosa lui avrebbe sbagliato. In Italia, ma anche altrove, la società è basata sull’ineguaglianza grande e su una inamovibilità sociale totale. Non si muove foglia che un cretino potente non voglia. E’ ineluttabile la povertà economica, sociale ma anche intellettuale di chi comanda e di chi si dispera socialmente. Un sistema che provoca gravi danni non solo in Italia. In una società che pretende di essere globale oppure glocalista, ma all’avanguardia, si ottiene una staticità o, al limite una scarsa cinetica sociale, con assenza di dinamismo e di sana competizione. Una casta politica ancorata solo agli schemi di un’economia industriale, quando siamo diventati un’economia di servizi. La soluzione per certi indirizzi sarebbe mutuabile dalle pseudosocietà avanzate e dinamiche come gli U.S.A. e l’Inghilterra. E già qui mi si accappona la pelle. Oggi si parla anche di decrescita conviviale e localismo, sociale ed economico, secondo le teorie del filosofo ed economista francese Serge Latouche. L’uomo nuovo della frontiera angloamericana ha causato tante di quelle ecatombe, sia chiaro sulla scia dei suoi predecessori francese e spagnoli, che noi italiani ma anche i ‘’cattivi’’ tedeschi non si sono mai sognati di effettuare sistematicamente, se non in particolari situazioni deprecabili. Valutare, poi, il grado di meritocrazia in relazione a rivelatori significativi come le cosiddette quote di vario genere e l’età media di coloro che sono investiti di cariche e ruoli con funzioni decisionali ai vertici di aziende ed istituzioni pubbliche, sembra fuorviante o limitativo delle potenzialità del singolo individuo. Si privilegerebbe ancora chi non merita realmente. Ma aldilà di una estroflessione essoterica la meritocrazia, non nella sua accezione più alta, nasconde una valenza esoterica che privilegia i furbi.


ANTONIO ROSSIELLO

 

15/04/2009


pagina di alzo zero

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