ALZO ZERO 2009

 

Il suicidio della sinistra. Buonisti e pacifinti


Claudio Moffa

Non è bastata alla sinistra ufficiale l’ennesima batosta elettorale del giugno scorso; non le è bastato lo snaturamento della propria identità sociale, la perdita fino alla mutazione genetica del proprio tradizionale elettorato operaio e “proletario”.
Alemanno ha vinto due anni fa nei quartieri popolari della capitale, non ai Parioli dove l’ha spuntata il Pd; nel Nord la classe operaia vota da più di dieci anni Lega, nella Torino della Fiat come a Milano, ma pare che nessuno a sinistra voglia riflettere su questa tragica deriva che sta trasformando tutte le anime dell’ex Pci nel partito dei corifei del multiculturalismo e dei neo-salsicciari delle feste dell’Unità, tanto tragicamente neo-liberals quanto entusiasticamente “antirazzisti”.
Non le è bastato tutto questo alla sinistra ufficiale, perché alla prima occasione pur di dare addosso a Berlusconi e di assecondare il patron De Benedetti e i suoi giornali, ricomincia il coro. Anche i suoi leaders più responsabili: Bersani alla festa genovese del Pd accusa il centrodestra di ideologismi a proposito delle ultime vicende di Lampedusa: il candidato principale alla successione a Franceschini pensa alle pagliuzze altrui ma non vede le travi che hanno impalato la leadership ex piccista alla croce dell’autodistruzione. Idem Fini che – da destra - parla di emotività con riferimento alla questione sicurezza, ma non guarda con la stessa lente alla questione immigrazione, dove chi vuole un controllo del fenomeno è immediatamente tacciato di razzismo e di violazione dei “diritti umani”.
Che è successo a Lampedusa in agosto, tanto per cominciare? Sembrò a ingenui e furbi che il gommone dei 5 eritrei fosse carico di un’ottantina di persone, morte in mare prima che i sopravvissuti sbarcassero a Lampedusa. Un dramma, frutto del “razzismo” della nuova legge che ha reso reato l’immigrazione clandestina.
Ma il 26 agosto il TG ha diffuso una foto pubblicata dal governo maltese sul sito del Corriere della Sera, nella quale si vede dall’alto il gommone ben pulito e di dimensioni tali che mai avrebbe potuto contenere 80 persone. Domanda, che ci si sarebbe dovuti porre subito: per caso i 5 eritrei hanno mentito sulle presunte decine di vittime durante la traversata? E’ stato trovato qualche segno (borse, sacchetti etc.) sul gommone della presenza degli 80 presunti compagni di viaggio dei fortunati eritrei? Il dubbio non è affatto assurdo, così come non è assurdo indagare con spirito obbiettivo sulle dichiarazioni di tutti i disperati che sbarcano con l’obbiettivo di entrare in Italia e in Europa magari come “rifugiati”, cioè a dire come perseguitati per motivi politici o razziali nel paese di provenienza: è chiaro che gli immigrati irregolari hanno tutto l’interesse a drammatizzare la loro condizione originaria e le fatiche del loro viaggio. Sarebbe, se vero, un fatto normale, una tentazione umana comprensibile.
Il problema non sta in loro, sta in chi ciecamente gli crede o fa finta di credergli: un comportamento che fa parte questo sì di un approccio tutto ideologico al problema dell’immigrazione, riassumibile in quattro dogmi intoccabili che accomunano quasi tutta la Chiesa cattolica, i laici e postcomunisti del centrosinistra e l’estremismo no-global: primo dogma, chiunque chiede di poter entrare nel nostro paese (e di qui in Europa) ha il diritto di farlo.
Secondo, chi si oppone è un razzista né più né meno che gli estensori delle leggi razziali del 1938.
Terzo, tutti gli immigrati sono rifugiati, e questo aggrava la colpa di chi vuole vietare il loro ingresso in Italia.
Quarto, opporsi all’immigrazione costituisce non soltanto una violazione dei “diritti umani”, ma anche un danno per l’ “economia”italiana.
Sono quattro assurdità. Da che esistono gli Stati e i passaporti, per entrare in un paese occorre un regolare visto, oppure un accordo fra Stati che lo renda non necessario. Se poi l’ingresso non certificato e non concesso si trasforma in residenza di fatto permanente, si è oggettivamente clandestini nel paese di imposta accoglienza. Non si capisce perché a questo punto uno Stato non possa e non debba considerare come reato un simile comportamento, ormai diventato drammaticamente di massa.
Tutto questo è razzismo? Il paragone fatto durante la campagna elettorale del maggio-giugno scorso in un editoriale di Liberazione e ripreso pochi giorni dopo dal segretario del Pd Franceschini, che i respingimenti delle ondate di immigrati in Italia ricordano le leggi razziali del 1938, è veramente privo di logica: è l’ennesimo segnale della perdita di qualsiasi approccio razionale e obbiettivo alle grandi questioni sociali della nostra epoca da parte della sinistra postmarxista.
Le leggi razziali del 1938 discriminavano ingiustamente cittadini italiani di origine ebraica,ultimi discendenti di una minoranza da secoli se non da millenni residente nel territorio della penisola.
Nel caso degli immigrati si è di fronte a cittadini stranieri che pretendono di entrare in Italia e in Europa in assenza di qualsiasi regola e programmazione della forza lavoro economicamente assorbibile. Un paragone che è l’altra faccia delle famose dieci domande di Repubblica, il tragicomico gossip con cui si cerca coprire l’assenza di qualsiasi programma politico serio alternativo a quello realizzato mese dopo mese dal centrodestra.
Ma gli immigrati, tutti gli immigrati, sono rifugiati? Anche questa è una idiozia. Mi è capitato di attivarmi un paio di anni fa per il riconoscimento dello status di rifugiato per il figlio di un ministro di Saddam Hussein, in carcere a Bagdad, la cui famiglia era effettivamente perseguitata dai nuovi padroni dell’Iraq occupato dagli anglo-americani.
Ma in quel caso lo status di rifugiato – poi ottenuto - era un atto dovuto, perché si era di fronte ad una persona direttamente immersa, sia pure in quanto figlio di un ministro, nel conflitto in atto nel paese. Invece, nel caso della stragrande maggioranza degli immigrati non è così: è possibile che manchi una codificazione di uno status intermedio fra il vero e proprio rifugiato politico e l’immigrato per motivi sociali ed economici, ma è un fatto che in base alla stessa Convenzione di Ginevra del 1951 non è possibile concedere lo status di rifugiato a chiunque entri in Italia,se privo di alcuna dimostrata esperienza politica, militante, di impegno civile.
Non bastano le guerre o le dittature nei paesi di provenienza per trasformare automaticamente ogni emigrato in rifugiato. Chi insiste su questo argomento lo fa o per speculazione politica o per “buonismo” qualunquista, un sentimento di solidarietà privo di alcuna base logica e spesso dannoso per la costruzione di una vera e concreta solidarietà sociale.
Gli immigrati come risorsa: ma per quale “economia”?
Ed eccoci dunque alla decantata “risorsa” che gli immigrati rappresenterebbero per l’economia italiana, un tema rilanciato recentemente anche da uno studio della Banca d’Italia. E’ il più grande equivoco della questione immigrazione in Italia, fatto proprio da una sociologia e una politologia dell’immigrazione “facile” che non regge ad una critica razionale. In un articolo recente Famiglia Cristiana, citando appunto la ricerca dell’Istituto di via Nazionale, titola: “Senza il loro lavoro saremmo tutti più poveri”.
Un titolo ad effetto (“loro” sono gli immigrati) che non regge all’analisi dei fatti, a meno che non la si articoli compiutamente: un conto sono le colf e le badanti che possono risolvere i problemi di gestione quotidiana di tante famiglie a reddito medio-basso; un conto sono i lavoratori nell’industria nell’agricoltura e nel commercio.
In questi settori non è affatto vero che gli italiani non vogliono fare più certi lavori: non li vogliono fare – compresa la raccolta dei pomodori in Puglia, che a qualche studente italiano bisognoso di soldi per le vacanze potrebbe far comodo – per paghe basse o bassissime, come quelle che si sono diffuse proprio grazie alla concorrenza della massa di immigrati: un classico “esercito industriale di riserva”, per dirla alla Marx, che in questo ultimo quarto di secolo ha svolto la funzione storica di colpire – certo non da solo, ma in concomitanza con altri fenomeni e politiche “autoctone” - le conquiste salariali e occupazionali guadagnate dai lavoratori nazionali in decenni di lotte sindacali.
Questa verità indubitabile non è frutto di ideologismi: è raccontata dai fatti ed è stata ammessa anche (qualche volta) persino dalla CGIL. “Cipputi dice no all’operaio squillo” titolava un articolo de La stampa del 4 luglio 2000, che riportava il giudizio di un sindacalista di sinistra contro la sleale e crumira concorrenza degli immigrati.
“E’ necessario superare lo stereotipo espresso dallo slogan che recita ‘gli immigrati fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare’… - scriveva nel 1999 un sindacalista della Cgil bolognese - ci sono infatti moltissimi esempi che testimoniano quanto questo slogan sia sbagliato”.
Parole sacrosante. Ma la questione immigrazione non viene quasi mai affrontata a sinistra per quella che è, allora come oggi: quella citazione la lessi durante un convegno all’Università di Teramo promosso nel 2000 nell’ambito di un progetto sulle “discriminazioni etniche” finanziato dall’Unione Europea. Fra gli oratori c’era Evangelisti dei DS, e sperai ingenuamente nell’apertura di un dibattito: ma non successe nulla. Intervenendo poco dopo il deputato ripeté semplicemente la solita solfa dell’immigrazione come “risorsa” dell’ “economia”.
Punto e basta.
Né a Bruxelles, nei lavori di coordinamento fra i project-leaders di altre consimili ricerche si respirava aria migliore. Anzi, lì il solo opporsi ad una visione fatalistica dei fenomeni migratori – come da sociologia e politologia imperanti – il solo parlare di controlli da una parte e di politica di pace dall’altra (le guerre degli anni Novanta hanno provocato ondate migratorie terribili) rischiava di farti giudicare in odore di “razzismo” e/o di pacifismo “estremista”.
Certo la pace non basta, occorre anche il rilancio della cooperazione internazionale e un commercio equo. Certo il razzismo esiste, in Europa e in Italia: ma costituisce l’humus sì e no del 5-10 per cento degli episodi denunciati come tali dalla stampa e dai mass media. O gli operai che oggi votano Lega e Pdl sono diventati tutti razzisti? E per caso, non è proprio l’immigrazione senza regole a diffondere il rischio razzismo in tutto il paese?
Tabù, miti privi di logica e furbizie mediatiche impediscono ieri come oggi di affrontare correttamente da una parte la questione delle minoranze e dall’altra il rapporto oggettivamente non armonico – che riguarda per altro anche i servizi e il bene casa – fra lavoratori stranieri e nazionali.
Il mito delle minoranze sempre e comunque “brava gente” è noto: per certi militanti e politologi “buonisti” tutto il male viene dall’esterno, dall’ “oppressore” autoctono, italiano nel nostro caso.
Non c’è nessuno o quasi a sinistra che denunci il razzismo diffuso dei cinesi e il bestiale sfruttamento cui coloro che detengono il controllo di queste comunità sottopongono i loro connazionali, minori compresi. Assolutamente nessuno a sinistra che avanzi almeno il dubbio che i Rom sono anch’essi razzisti, fino a costruirsi un’etica tribale che rende per loro assolutamente “morale” rubare il portafogli col cartone al pensionato, o prendersi i soldi delle Amministrazioni pubbliche non mandando, come loro dovere, i figli a scuola.
Come si suol dire, con una fava due piccioni: si intascano sia i soldi dei minori costretti all’accattonaggio quotidiano, sia le 50-70 euro al giorno per una scuola che essi sono costretti a non frequentare dai loro stessi genitori. Ma di tutto questo a sinistra si tace: c’è l’Opera Nomadi a convincere i rivoluzionari e i multiculturalisti che “Rom è bello” sempre e ovunque. Ma torniamo al tema principale, il rapporto fra lavoratori stranieri e nazionali: anche qui le perle non mancano. Come l’inconsistente analisi di Bernocchi a La 7 durante uno dei dibattiti sulle elezioni europee. Per il leader dei Cobas ci sarebbe stata e ci sarebbe in Italia un’alleanza degli industriali con i “penultimi” (cioè la classe operaia nazionale) ai danni degli “ultimi”, gli immigrati.
E’ una assurdità: l’alleanza semmai è stata ed è fra industriali e forza lavoro immigrata ai danni dei lavoratori italiani, come da articolo prima citato, e come da semplice logica: con quali paghe, con quale disponibilità al lavoro iper-precario vengono assunti gli immigrati in tante aziende italiane? A quanto ammonterebbe un salario secondo tariffe contrattuali nell’edilizia, contro i 25 euro giornalieri (e per 12 ore di lavoro al giorno) garantiti agli immigrati, in condizioni peraltro di forte insicurezza, a rischio della vita, nei cantieri?
Lo slogan “gli immigrati sono una risorsa per l’economia italiana”, condiviso da fior di ricerche economiche e sociologiche, parte da un assunto astratto e monolitico dell’economia. E’ chiaro che ci sono diversi interessi economici, secondo settori economici e secondo classi sociali. All’industriale senza scrupoli va bene l’immigrato, possibilmente clandestino, perché più sfruttabile; per l’operaio o il disoccupato italiano lo stesso immigrato costituisce una minaccia per il proprio posto di lavoro o almeno per la propria paga. Al cittadino di qualche quartiere bene – zona ricca, disponibilità di case per immigrati zero – l’immigrazione geograficamente lontana potrebbe apparire, con buona dose di scemenza o di ipocrisia, nientemeno che un arricchimento multiculturale grazie all’ astratto incontro col mitico “diverso”; ma al cittadino delle grandi periferie, la stessa immigrazione appare, in tutta la sua concretezza quotidiana, come uno dei tasselli del degrado urbano in cui è costretto a vivere: e il “diverso”, privo di un reddito sufficiente, di un lavoro garantito e di una vita affettiva e sessuale normale, può diventare molto meno poeticamente colui che ti rapina o ti stupra. E’ così difficile capirlo? Evidentemente per il centrosinistra sì: il centrosinistra preferisce demonizzare le leggi sull’immigrazione del centrodestra e i centri di permanenza degli immigrati, anziché svolgere una critica interna alla concreta applicazione della (necessaria) politica di contenimento e controllo dell’immigrazione straniera in Italia. Non interviene per criticare il singolo operatore di polizia o funzionario di stato per eventuali comportamenti “caricati” di arroganza razzista; vuole semplicemente abolire la Bossi Fini, la legge sulla sicurezza, i centri di permanenza, ogni forma di controllo. Non difende semplicemente il sacrosanto diritto dei musulmani in Italia ai loro luoghi di culto, ma semplicemente vuole che entrino nel nostro paese tutti i musulmani del mondo, altrimenti si è razzisti.
Il tutto dentro una politica più o meno culturale che ha ben digerito il giornalismo islamofobo di Oriana Fallaci e di Magdi Allam; e una politica estera che prende in tanti modi le opportune distanze dall’Islam mediorientale, l’Islam autoctono con i suoi Stati sovrani e suoi movimenti di liberazione nazionale.
Così la sinistra ha perso le elezioni europee e la possibilità di governare in Italia; così ha mutato la base del proprio elettorato, come dimostra la geografia del voto nelle consultazioni degli ultimi dieci vent’anni. Classe operaia addio: adesso l’ex Partito di Togliatti e Berlinguer pensa agli immigrati come bacino di (improbabili?) voti per far fronte alla sua crisi senza scampo, dovuta alla sua subalternità totale al carro di Repubblica e di De Benedetti e all’assenza di ogni reale programma riformatore.
L’immigrazione non è certo il solo terreno in cui si scopre e verifica “la sinistra che non c’è” – ce ne sono ben altri, a cominciare dalla politica economica per proseguire con la riforma della Giustizia, dell’Università, o la politica estera - ma sicuramente il principale, soprattutto per una forza che un tempo faceva del legame con le masse popolari la base dei propri successi in Parlamento e nel paese.
 

15/09/2009


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