NOTIZIE 2008

 

Come Israele ha fatto di Gaza una catastrofe umanitaria

di Avi Shlaim*-a cura di Eurasia


Per tentare di capire l’insensata guerra di Israele contro Gaza, bisogna comprenderne il contesto storico. Su una monumentale ingiustizia nei confronti dei Palestinesi viene fondato, nel maggio 1948, lo Stato di Israele. I politici britannici digeriscono con profonda amarezza il fazioso sostegno degli Americani al nuovo Stato. Il 2 giugno 1948, Sir John Troutbeck scrive ad Ernest Bevin, segretario agli Esteri, che gli Americani hanno la loro responsabilità nella creazione di quello Stato gangster alla testa del quale si trovava un’accozzaglia di leader tra i più privi di scrupoli. All’epoca, trovai duro questo giudizio, ma i violenti attacchi di Israele contro il popolo di Gaza e la complicità in esso del’amministrazione Bush riaprono la questione.

Scrivo questo, mentre negli anni 1960 avevo servito lealmente nell’esercito israeliano e non ho mai rimesso in questione la legittimità dello Stato di Israele nelle sue frontiere del 1967. Ma, quello che assolutamente rifiuto è il progetto coloniale sionista al di là della linea verde. L’occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza sullo slancio della guerra del giugno 1967 non ha niente a che vedere con la sicurezza, ma ha tutto a che vedere con l’espansionismo territoriale. Il fine è quello di fondare il Grande Israele con un controllo permanente politico, economico e militare dei territori palestinesi. Il risultato è la più brutale e lunga occupazione militare della nostra epoca moderna.

Quattro decenni di controllo israeliano hanno causato danni incalcolabili all’economia della striscia di Gaza. Con una popolazione composta in maggioranza da profughi del 1948 ammassati su un minuscolo territorio, senza infrastruttura né risorse naturali, le prospettive di Gaza non sono mai state brillanti. Gaza, tuttavia, non è semplicemente un caso di sottosviluppo, ma un caso unico e crudele di deliberato non sviluppo. Per riprendere un’espressione biblica, Israele ha fatto del popolo di Gaza, taglialegna e acquaioli, una fonte di manodopera a buon mercato ed un mercato obbligato delle merci israeliane. Lo sviluppo dell’industria locale è volutamente imbrigliato al fine di rendere impossibile la fine della subordinazione dei Palestinesi ad Israele e l’impianto di fondamenta economiche essenziali per una reale indipendenza politica.

Gaza è un classico caso di sfruttamento coloniale in un’era post-coloniale. Le colonie ebree nei territori occupati sono immorali, illegali ed un ostacolo insormontabile alla pace. Sin dall’origine, sono degli strumenti di sfruttamento ed il simbolo di un’odiosa occupazione. A Gaza, nel 2005, i coloni ebrei ammontava a 8000 a fronte di una popolazione di 1,4 milioni di abitanti. Tuttavia, essi detengono il 25% del territorio, il 40% dei territori arabili e fanno la parte del leone in materia di risorse idriche. La maggioranza della popolazione, a fianco di questi estranei, vive in squallida povertà e in un’inimmaginabile miseria. L’80% di loro sopravvive ancora con meno di due dollari al giorno. Le condizioni di vita nella striscia di Gaza rimangono un affronto ai valori civilizzati, una forte motivazione per la resistenza ed un terreno fertile per l’estremismo politico.

Nell’agosto 2005, il governo del Likud di Ariel Sharon, décide di lasciare la striscia di Gaza, ritirando gli 8 000 coloni e distruggendo case e fattorie alle loro spalle. Hamas, movimento di resistenza islamica, ha condotto un’efficace campagna per far partire gli Israeliani da Gaza. Dall’esercito israeliano il ritiro è vissuto come un’umiliazione. Ma Sharon lo presenta come un contributo alla pace ed alla formula di una soluzione a due Stati. Tuttavia, l’anno seguente, 12 000 coloni israeliani si installano in Cisgiordania, riducendo così il campo di uno Stato palestinese indipendente. Accaparrare la terra e fare la pace sono due cose semplicemente incompatibili. Israele ha la scelta e preferisce la terra alla pace.

Il reale obiettivo è ridisegnare le frontiere del Grande Israele incorporando le principali colonie della Cisgiordania allo Stato d’Israele. Il ritiro da Gaza non è il preludio alla pace con l’autorità palestinese, ma un preludio ad un’espansione sionista in Cisgiordania. È un percorso unilaterale israeliano intrapreso, a torto secondo me, in funzione degli interessi nazionali israeliani. Il ritiro da Gaza, radicato in un profondo rifiuto dell’identità nazionale palestinese, è il risultato di annosi sforzi per negare al popolo palestinese ogni esistenza politica indipendente sulla sua terra.

I coloni israeliani partono ma i soldati continuano a controllare tutti gli accessi alla striscia di Gaza, per mare, terra, aria. Dall’oggi al domani, Gaza diventa una prigione a cielo aperto. A partire da questo momento, le forze aeree israeliane godono di una totale libertà per bombardare, produrre onde sonore volando basso ed infrangendo la barriera del suono al fine di terrorizzare gli sfortunati abitanti di questa prigione.

Israele ama descriversi come un oceano di democrazia in un mare di autoritarismo. Ora, Israele in tutta la sua storia non ha mai fatto niente per tentare di promuovere la democrazia tra gli Arabi. Ha fatto di tutto per sabotarla. Il suo passato di collaborazione segreta con i regime reazionari arabi per reprimere il nazionalismo palestinese è lungo. Nonostante tutti gli ostacoli, il popolo palestinese è riuscito a costruire la sola ed autentica democrazia nei paesi arabi, con eccezione del Libano. Nel gennaio 2006, delle elezioni libere e giuste per il Consiglio Legislativo dell’Autorità Palestinese portano al potere il governo guidato da Hamas. Israele rifiuta immediatamente di riconoscere il nuovo governo proclamando che Hamas è puramente e semplicemente un’organizzazione terroristica.

Senza alcun pudore, gli Stati Uniti e l’Europa si uniscono ad Israele per ostracizzare e demonizzare il governo di Hamas e per tentare di abbatterlo bloccando la remissione degli introiti fiscali e l’aiuto finanziario estero. Si verifica una situazione surreale che vede una significativa frazione della comunità internazionale imporre delle sanzioni non all’occupante ma all’occupato, non contro l’oppressore ma contro l’oppresso.

Come spesso nella storia della Palestina, si rimproverano le vittime pere la propria sfortuna. La macchina propagandistica israeliana alimenta costantemente i concetti secondo i quali i Palestinesi sono dei terroristi, rifiutano la coesistenza con lo Stato ebraico, il loro nazionalismo è solo dell’antisemitismo, Hamas non è altro che un’accolita di fanatici religiosi e l’Islam è incompatibile con la democrazia. Ma la semplice verità è che I Palestinesi sono un popolo come un altro con normali aspirazioni ; non sono né migliori né peggiori degli altri e, al di sopra di tutto, quello a cui aspirano è di avere un pezzetto di terra dove vivere liberi e dignitosi.

Come tutti i movimenti radicali, dal suo arrivo al potere Hamas ha iniziato a moderare le sue pretese politiche e, dal rifiuto ideologico inscritto nella sua carta d’dentità, ha fatto un passo verso un accomodamento pragmatico di una soluzione a due Stati. Nel marzo 2007, Hamas ed el Fatah varano un governo di unione nazionale pronto a negoziare un cessate il fuoco di lunga durata con Israele, il quale rifiuta ogni discussione con un governo che comporti la presenza di Hamas.

Continua, all’interno delle fazioni palestinesi, il vecchio gioco del divide et impera. Mentre, verso la fine degli anni 1980, Israele aveva sostenuto Hamas al fine di indebolire il movimento secolare di Yasir Arafat, ora incoraggia i docili e corrotti dirigenti di el Fatah affinché rovescino i loro rivali politici e riprendano il potere. Alcuni neoconservatori americani partecipano al sinistro complotto mirante a scatenare una guerra civile palestinese ed il loro intervento è il fattore decisivo che, nel giugno 2007, conduce alla fine del governo di unità ed alla presa di potere da parte di Hamas per prevenire un colpo di Stato di el Fatah.

Questa guerra contro Hamas è il punto culminante di tutta una serie di confronti e di scontri con quest’ultimo tuttavia, in senso lato, è una guerra contro il popolo palestinese perché ha eletto questo partito al potere. Il fine dichiarato di questa offensiva è di indebolire Hamas ed aumentare la pressione sui suoi dirigenti perché accettino un cessate il fuoco secondo i termini di Israele. Ma il fine non dichiarato è di assicurarsi che il mondo intero consideri i Palestinesi di Gaza solo come oggetto di una crisi umanitaria il che oblitererebbe la lotta per l’indipendenza e la qualifica di Stato.

La data scelta per questa aggressione è stata determinata dall’urgenza politica : il 10 febbraio in Israele avranno luogo delle elezioni generali e in questa corsa vedremo chi cercherà di provare la sua inflessibilità. Gli alti gradi dell’esercito scalpitano da tempo per schiacciare Hamas al fine di cancellare la macchia lasciata dalla loro sconfitta di fronte a Hezbollah in Libano nel luglio 2006. Il cinismo dei dirigenti israeliani conta sull’apatia e sull’impotenza dei regimi arabi filo-occidentali e sul cieco sostegno del Presidente Bush che, del resto, si è volutamente obbligato gettando la colpa sul solo Hamas, bloccando ogni proposta al Consiglio di sicurezza per un immediato cessate il fuoco e dando via libera ad Israele per un’invasione terrestre di Gaza.

Come sempre, il potente Israele si lamenta di essere vittima dell’aggressione palestinese, ma la semplice asimmetria delle forze presenti non lascia alcun dubbio sulla reale vittima. Il ricorso alla forza bruta è generalmente accompagnato da una chiassosa retorica vittimistica e da un miscuglio di auto-commiserazione e di auto-soddisfazione. In ebraico, questo si chiama sindrome di bokhim ve-yorim « piangere e sparare ».

È vero che in questo conflitto Hamas non una parte del tutto innocente. Privato dei frutti della sua vittoria elettorale e messo a confronto con un avversario scrupoloso, si è volto verso l’arma del debole, il terrore. I militanti di Hamas e dello Jihad Islamico hanno lanciato dei razzi sulle colonie israeliane vicino alla frontiera con Gaza fino al cessate il fuoco concluso dall’Egitto lo scorso giugno. I danni causati da questi razzi primitivi sono minimi, ma l’effetto psicologico è grande in quanto incita il pubblico a chiedere protezione. In queste circostanze, Israele ha diritto ad una legittima difesa, ma la risposta a queste punture di spillo di Hamas è stata del tutto sproporzionata. I numeri parlano da sé : nei tre anni successive al ritiro da Gaza, per questi attacchi coi razzi sono morti 11 Israeliani. In compenso, dal 2005 al 2007, le forze armate israeliane hanno ucciso a Gaza 1290 Palestinesi, di cui 222 bambini.

Poco importa il numero; uccidere dei civili è un male e questa regola vale per Hamas come per Israele, la cui storia è quella di una brutalità senza ritegno e permanente verso gli abitanti di Gaza. Israele ha mantenuto il blocco di Gaza anche dopo il cessate il fuoco, il che per Hamas è stata una violazione. In più, Israele ha impedito alle esportazioni di lasciare la striscia, in totale violazione dell’accordo del 2005, cosa che ha portato ad un cruciale aumento della disoccupazione, con il 49,1% della popolazione senza lavoro. Nello stesso tempo, ha ridotto il numero di camion che trasportano verso Gaza prodotti alimentari, carburante, bombole di gas, pezzi di ricambio per le reti idriche e per depurazione delle acque e medicamenti. In questo caso, si tratta di una forma di punizione collettiva totalmente vietata dal diritto internazionale umanitario.

La brutalità dei soldati israeliani va di pari passo con le menzogne dei loro dirigenti. Otto mesi prima della presente offensiva contro Gaza, Israele istituisce un Dipartimento d’Informazione Nazionale (National Information Directorate) i cui messaggi fondamentali in direzione dei media sono: Hamas ha violato il cessate il fuoco, l’obiettivo di Israele è la difesa della sua popolazione e l’esercito avrà la massima cura di non prendere di mira la popolazione civile. I propagandisti riescono a vendere questi messaggi che sono un intreccio di menzogne. Non è stato Hamas a violare il cessate il fuoco bensì l’esercito israeliano che, lo scorso 4 novembre, ha assassinato sei membri di Hamas nel corso di un raid. Perché l’obiettivo di Israele non è la difesa della sua popolazione, ma la deposizione del governo di Hamas attraverso la sollevazione del popolo contro i suoi dirigenti. E, lungi dal risparmiare i civili, Israele è colpevole di di indiscriminati bombardamenti e di un blocco di tre lunghi anni che ha portato la striscia di Gaza con il suo milione e mezzo di abitanti sull’orlo della catastrofe umanitaria….

Nessuna escalation militare, qualsiasi sia la sua ampiezza, può rendere Israele immune dagli attacchi con razzi dall’ala militare di Hamas. Malgrado la morte e la distruzione inflitte da Israele, essa resiste e continua a tirare razzi. È un movimento che glorifica il martirio. Non vi è alcuna soluzione militare al conflitto tra le due comunità. Il problema con il concetto di sicurezza di Israele è che esso nega all’altra parte ogni elementare forma di sicurezza. La sola maniera per Israele di garantire la propria sicurezza è negoziare con Hamas che ha già dichiarato di essere pronto a concludere un cessate il fuoco di 20, 30 o anche 50 anni con Israele nelle sue frontiere del 1967. Israele ha respinto questa proposta come ha respinto il piano di pace arabo del 2002 perché implica concessioni e compromessi.

É difficile dopo questa breve considerazione sul passato di Israele degli ultimi quattro decenni, non arrivare alla conclusione che Israele è uno Stato canaglia con « dirigenti totalmente scrupolosi », perché uno Stato canaglia è uno Stato che viola le regole internazionali, possiede armi di distruzione di massa e pratica il terrorismo con l’utilizzo della violenza contro Ii civili a fini politici. Israele rientra in questi criteri. Lo scopo di Israele non è mai stata la coesistenza pacifica con I suoi vicini palestinesi, ma la dominazione militare.

(The Guardian, 7 gennaio 2009)

Titolo originale : How Israel brought Gaza to the brink of humanitarian catastrophe
http:// www.guardian.co.uk/world/2009/jan/07/gaza-israel-palestine

* Avi Shlaim, professore di relazioni internazionali all’Università d’Oxford, è autore de Le Mur de fer : Israël et le Monde arabe e Le Lion de la Jordanie : la vie du Roi Hussein de Jordanie en temps de guerre et de paix.

Dalla redazione e traduzione in francese di Gilles Munier, Xavière Jardez (AFI Flash),
versione italiana a cura di Belgicus.

18/01/2009


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