NOTIZIE 2008

 

Il sistema basato sul mercato non può produrre valori

 

di Massimo Fini
 
Silvio Berlusconi ha dichiarato che "i soldi non sono tutto, ci sono anche altri valori". È curioso che un simile predicozzo ci giunga da uno dei più convinti sostenitori del capitalismo, che ha fatto soldi a palate, spesso con metodi assai discutibili, che possiede sette ville solo in Sardegna, altre in Italia e nel mondo, flotte di aerei e di elicotteri, che or non è molto in televisione strusciò l’un contro l’altro pollice e indice a significare che in quel breve istante lui guadagnava milioni, che anni fa comprò per una cifra spropositata, 64 miliardi, il calciatore del Torino, Gigi Lentini, che non voleva trasferirsi al Milan perché, diceva, nel Torino era nato e cresciuto, al Torino era affezionato, a Torino era amato e "nella vita esistono anche altri valori". Ma Berlusconi portando a quei livelli la cifra, irresistibile per un ragazzo figlio di una coppia di operai delle Banchiglitte, dimostrò al giocatore e al vasto mondo giovanile che segue il calcio, proprio che "i soldi sono tutto" e prevalgono a ogni altro valore. Il minimo che si può dire è che il Cavaliere ha una bella faccia tosta.
Detto questo Berlusconi ha ragione: i soldi non sono tutto. Ma in una società diversa da quella di oggi Berlusconi è vessillifero e uno dei principali protagonisti.
Nell’Italia degli anni ’50 esisteva ancora l’etica, di derivazione cattolica, della "povertà dignitosa". Non si dubitava che si potesse essere "poveri e felici". Poi il concetto divenne "poveri ma felici" (qualcuno ricorderà il film "Poveri ma belli") con quel "ma", congiunzione avversativa, che la diceva lunga su tutta una mentalità. Oggi chi è povero non può essere felice, senza se e senza ma. È una parte della società.
Questa trasformazione è legata a una molteplicità di fattori complessi tutti legati fra di loro. Lo spirito del cattolicesimo, che nel Medioevo aveva condotto una lunga, e per molti secoli vittoriosa, battaglia contro profitto interesse e usura ha ceduto il passo all’etica protestante del capitalismo; per la quale il ricco è "un eletto da Dio" e il povero un dannato, qui e nell’al di là.
Una cosa è essere poveri dove tutti, più o meno lo sono, com’era l’Italia dei ’50, altra è esserlo in una società, come sono tutte quelle industriali, dove brilla un’opulenza vistosa. Da poveri si retrocede a miserabili e scattano i meccanismi psicologici dell’invidia, della frustrazione, dell’emulazione. Ma proprio su questi meccanismi ora si basa il sistema. Lo afferma, senza mezzi termini, Ludwing von Mises, uno dei teorici più estremi ma anche più coerenti dell’industrial-capitalismo, aggiungendo anche, capovolgendo così venti secoli di pensiero occidentale e orientale, che "non è bene accontentarsi di ciò che si ha". Se io mi accontentassi di ciò che ho, dei beni essenziali (cibo, vestiario, alloggio) e non inseguissi quelli voluttuari, la produzione crollerebbe, il Pil crollerebbe, crollerebbe il sistema. Non per nulla i maggiorenti di tutti i Paesi occidentali ci invitano a "consumare per aiutare l’economia". Frase folle perché vuol dire che non è il meccanismo economico al nostro servizio, ma noi al suo.
Adesso un sistema che ha puntato tutto sull’economia, che ha fatto del denaro l’unico Dio realmente condivido, fallisce anche nell’economia. E si va alla disperata ricerca dei valori perduti. Ma un sistema basato sul mercato, che è uno scambio di oggetti inerti, non può produrre valori, nè laici nè religiosi.
Ma qui torna, paradossalmente, ad avere ragione Berlusconi. Io credo che questa crisi aiuterà la gente a riflettere sul paranoico modello di sviluppo in cui vive, anche quando le cose vanno bene dal punto di vista economico. Se noi recupereremo quei valori, se torneremo a mettere l’uomo al centro di se stesso, relegando l’economia al ruolo marginale che aveva sempre avuto prima della Rivoluzione industriale, ci salveremo solo al prezzo di un cambio radicale del sistema in cui Berlusconi è così ben incistato. Un sistema che non sarebbe più capitalista né industrialista senza per questo diventare marxista. Tornerebbe a essere comunitario. Come nel disprezzatissimo Medioevo.

 

28/01/2009


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