NOTIZIE 2008

 

I giudaizzanti

Prigioniero dell’eurocrazia bancaria, cui la grande finanza internazionale ha delegato ogni significativo indirizzo decisionale, politico, economico e di costume, è difficile che il nuovo governo Berlusconi riesca a incidere positivamente sulla realtà nazionale.
Quel che di buono viene proposto, o semplicemente ventilato, - sicurezza, controllo dell’immigrazione, interventi a favore delle imprese in crisi, schedatura e allontanamento nomadi – è subito criticato, messo in ridicolo, dichiarato in contrasto con disposizioni costituzionali e comunitarie. O, peggio ancora, con gli intoccabili “diritti umani”. Un espediente che, da sempre, riesce ad impedire qualsiasi cambiamento di linea sgradito all’oligarchia atlantica. Un feticcio demagogico agitato oggi dai carcerieri di Abu Graib e Guantanamo senza risparmio e senza limiti di spazio. Dalla Birmania e dal Tibet, dove sono strumentalmente incoraggiate parassitarie minoranze teocratiche, alla Cina, colpevole addirittura di avere escluso dalle riprese olimpiche i bambini delle minoranze etniche, all’Iran di Ahmadinejad, responsabile di opporsi all’egemonia sionista nel Vicino e Medio oriente e di voler smascherare il ricatto olocaustico.
Ma anche la Russia di Putin, grazie al pretesto umanitario, è finita sotto schiaffo. I media della plutocrazia l’hanno presa di mira per avere reagito all’accerchiamento geostrategico e missilistico americano, all’allargamento della NATO, alle provocazioni dei piccoli Stati che, ai suoi confini, godono della protezione USA. Bernard-Henri Lévy e André Glucksmann, convinti di avere tra le mani l’opportunità di una nuova Danzica, guidano il coro dei guerrafondai sionisti, cui gli opinionisti più avveduti, come Sergio Romano, sono costretti a rispondere con grande circospezione. Ma Putin risulta persona non gradita anche per aver bloccato i banditeschi intrighi economici e politici di quei neo miliardari (tutti ebrei e già alti funzionari del partito comunista) che, con l’aiuto decisivo delle multinazionali dell’usura, le banche occidentali , avevano scremato senza ritegno quanto ancora restava di appetibile nell’apparato produttivo sovietico.
Veicolo in Italia delle stesse destabilizzanti, liberticide pressioni mondialiste sono le testate legate ai grandi interessi economici bancari ed assicurativi, nonché l’intellettualità cattolica, giudaica e marxista, che gode da sempre del favore della magistratura militante.
Sarebbe stato lecito attendersi dai largamente vittoriosi politici del centrodestra, quotidianamente svillaneggiati da questa minoranza di faziosi, una qualche reazione, ma essa, se si esclude qualche debole resistenza sottotraccia, è rimasta puntualmente assente.
Mancanza di coraggio, di dignità? No, semplicemente realismo.
La politica democratica si rende infatti perfettamente conto di essere priva di qualsiasi potere reale e, al tempo stesso, è convinta che ribellarsi a tale situazione sarebbe impresa assolutamente velleitaria. I politici hanno insomma capito che hanno di fronte strutture internazionali con le quali devono fare i conti. Queste detengono ovunque le leve del potere finanziario, militare, religioso, editoriale, televisivo e cinematografico e possono perciò decidere, nel Mondo, degli indirizzi politici e culturali, dell’andamento dei mercati e delle borse, della pace e della guerra. Al punto che il Corriere della Sera (20 luglio) ha l’imprudenza di titolare: Solo un attacco all’Iran può salvare la pace.
La consapevolezza di dipendere dagli “eletti” spiega il patologico tabù che inquina oggi ogni discorso relativo alla questione ebraica e a Israele. E’ davvero penoso vedere come la viltà e l’opportunismo dominino incontrastati e consigliano la più bassa piaggeria. E così, in ogni esternazione sull’argomento, si riscontrano sempre un evidente timore reverenziale, una prudenza tanto esagerata che è difficile distinguerla dalla paura e, quando a volte sfugge istintivamente uno scampolo di verità, una pronta disponibilità a correggersi o a smentirsi.
Ne nasce una classe politica, per dirla con parole chiare, di giudaizzanti a pieno servizio in ambito internazionale, economico e culturale. Un gruppo costruito per chiamata dall’alto tra uomini di destra, di sinistra e di oltretevere. Una lobby pro Israele cui si è introdotti per titoli ed esami. Requisiti necessari sono l’adesione all’ideologia demo liberista e perciò a quel partito americano che si muove per la scomparsa delle sovranità nazionali, la deregulation finanziaria, l’imbastardimento razziale e culturale. Ma a contare maggiormente e a fare punteggio sono l’impegno in politica estera in favore dello Stato ebraico ( centinaia i parlamentari iscritti al gruppo Italia-Israele) la partecipazione – meglio se con la Kippà – alle ricorrenze civili e religiose del giudaismo, le visite in sinagoga, in Ambasciata, e nei luoghi, sempre più numerosi, della Memoria ebraica.
La conoscenza personale ed approfondita del potere ebraico, attorno al quale si muovono ordinati come satelliti, ha portato i giudaizzanti alla convinzione che nessuna scelta diversa sia oggettivamente possibile e quindi a non curarsi affatto dei danni che il loro cedimento etico ed estetico provocano all’Italia e all’Europa. E non si rendono neppure conto di quanto il loro comportamento risulti controproducente per i propri referenti, nel senso che la loro sudditanza è la conferma agli occhi dell’opinione pubblica delle accuse degli antisemiti circa la soffocante influenza giudaica.
Eccoli, laici di destra, di sinistra ed ecclesiastici, accogliere festosi il presidente americano Bush, l’uomo del Kosovo, dell’Afghanistan, dell’Iraq, della Geogia. Un irresponsabile esportatore di stragismo, illegalità, disordine e povertà che però gode del loro rispetto in quanto longa manus di Israele.
Ecco Benedetto XVI presenziare in san Pietro alla solenne cerimonia con la quale viene accolto nella Chiesa un figuro come Magdi Allam. La conversione all’ebraismo dell’autore di Viva Israele non avrebbe stupito nessuno, ma quella al cristianesimo si prospettava per la strategia sionista molto più utile. Quanto al pontefice, non è stato neppure sfiorato dal dubbio di essere strumentalizzato. Non ha capito insomma quanto il suo gesto abbia oggettivamente collocato i cristiani a fianco dei crociati anglo-sionisti, aumentando l’odio dell’Islam nei confronti dell’Occidente, e messo tutti noi in maggior pericolo nelle nostre città.
Ecco il Capo dello Stato intervenire a favore del diritto ad esistere dello Stato ebraico. La condanna dell’antisemitismo garantisce, è vero – dice Napolitano – i diritti civili e politici degli ebrei della diaspora, ma ciò non basta; occorre mettere al riparo da ogni critica anche Israele ad anche il sionismo, “fonte ispiratrice” – sono sempre le parole del Presidente – “di questo Stato”.
Ci pare che il Capo dello Stato, che è addirittura giunto ad assimilare il sionismo al fenomeno della nascita degli Stati nazionali in Europa tra metà Ottocento e i primi decenni del secolo scorso, abbia affrontato un tema troppo ambizioso per la sua preparazione storica e politica.
Mentre il nazionalismo mobilitava le masse popolari per ottenere l’indipendenza dei gruppi etnici già installati sul territorio, il sionismo prevedeva la nascita del sua Stato come risultato di una graduale immigrazione. Elementi di eterogenea provenienza etnica, cementati unicamente dal fanatismo ideologico-religioso, sarebbero confluiti nel luogo ritenuto adatto per dar vita, in assonanza col momento storico – gli anni a cavallo tra l’Ottocento e Novecento – a un progetto di tipo coloniale. Un progetto anomalo. Dimentica infatti, Napolitano, che l’iniziativa sionista non era patrocinata da uno Stato che ne garantisse – con la forza delle sue leggi, la sua bandiera, le tradizioni, la disciplina del suo esercito, e la sua presenza riconosciuta nella comunità internazionale – un esito accettabile. E dimentica anche che, nella storia delle conquiste coloniali, i vari governi si erano limitati di regola a togliere ai paesi occupati la loro sovranità per sfruttarli strategicamente ed economicamente.
Nel caso del sionismo si trattava invece del colpo di testa di un gruppo di privati, di una setta che si proponeva di dar vita al proprio insediamento senza minimamente curarsi che il luogo individuato, la Palestina, fosse abitata stabilmente e da secoli, da un popolo vero, il cui unico torto era quello di abitare una terra promessa agli ebrei – così raccontano essi stessi – dal loro Dio. Per risolvere l’intoppo, l’entità teocratica ed intollerante che doveva nascere si prefiggeva di ricorrere a una pulizia etnica strisciante, ad un genocidio che liberasse gli ebrei immigrati dalla molesta presenza della popolazione autoctona.
Non si vede in conclusione come l’idea sionista e il suo folle e perciò fallimentare tentativo di realizzarsi possano essere giustificati né storicamente, né eticamente. Ma è soprattutto inaccettabile la confusione tra il diritto pubblico e diritto privato, inevitabile qualora fosse riconosciuto al primo venuto il diritto di crearsi uno Stato dove più crede opportuno e dunque a spese altrui.
Domani, a prendere una simile destabilizzante iniziativa, potrebbero essere i testimoni di Geova o chiunque presumesse di avere la forza e il potere economico necessari per farlo, pensiamo a Scientology, all’Arcigay, alle Coop, a una grande multinazionale o addirittura a qualche tifoseria organizzata.
Ci pare a questo punto elencare – perché le nostre parole non appaiano slegate dalla realtà e perché, a disdoro dei soggetti coinvolti, ne rimanga memoria – anche gli episodi minori che vedono gli uomini della democrazia puntualmente genuflettersi davanti agli “eletti”.
Gianfranco Fini, con le sue abiure e i pellegrinaggi politici si era ormai da tempo conquistato tra i giudaizzanti il posto di capofila. Pensava oggi, in qualità di Presidente della Camera, di potersi consentire senza rischi una licenza sentimentale: quella di commemorare il suo vecchio maestro Giorgio Almirante. Ma nessuno può dirsi al sicuro: ecco il giudeo bolscevico Emanuele Fiano, arcigno commissario politico a Montecitorio, levarsi a bacchettare il nostro leggendogli in faccia alcune frasi di Almirante apparse negli anni Quaranta sulla rivista La difesa della razza. Non rimane a Fine che sterzare bruscamente, riprendere il suo ruolo di transfuga e definire vergognoso il pensiero del commemorato.
Compare nella sceneggiata la vedova di Almirante. Per rintuzzare l’offesa arrecata al marito? Neppure per sogno: per aggiungerne un’altra. Sostiene donna Assunta (Corriere della Sera, 3 luglio) che quanto scritto da Giorgio Almirante a sostegno delle leggi razziali non corrispondeva a una sua vera convinzione: egli condannava sì l’eccessivo peso del giudaismo nell’economia e nella cultura nazionale, ma lo faceva per opportunismo. Le frasi, insomma, “gli furono imposte”. E, scendendo se possibile un altro gradino, a giustificare il consorte affaccia pure il probabile motivo del suo insincero zelo antisemita. Forse, il poveretto, aveva qualcosa da farsi perdonare: “Non tutti sanno – sono sempre le parole di donna Assunta – che il fratello di Giorgio aveva sposato un’ebrea”. Che squallore!
In un mefitico contesto del genere è scivolato anche Alemanno, il neo sindaco di Roma. Su espresso, risentito richiamo del ducetto della comunità ebraica romana, quel Pacifici già in sinistra evidenza per i suoi interventi border line nel caso Priebke e nella vicenda Faurisson-Moffa, il nostro prima ha cercato di ammansire l’interlocutore assicurando che le deportazioni ad Auschwitz delle scolaresche romane sarebbero proseguite, poi ha dovuto pubblicamente rifiutare e voti offertigli per il ballottaggio dall’amico Storace. A costui i giudei accollavano le colpe della Santanchè, la quale, pur avendo avuto l’accortezza di proclamarsi amica degli ebrei e di Israele, si era dichiarata fascista.
A tentare di evitare a Storace l’infamante etichetta di antisemita è costretta a questo punto a intervenire la moglie, che respinge ogni frettolosa conclusione a suo carico e cala commossa la carta vincente: “Io, a Gerusalemme, al Memoriale dell’Olocausto, l’ho visto piangere”.
Anche il neo ministro Brunetta ha dimostrato di capire come vanno gestite le cose. Insolentito dall’”eletto” Furio Colombo, prima di replicare a ritenuto opportuno puntualizzare il proprio incondizionato appoggio ad Israele, nonché il suo desiderio di vedere al più presto l’entità ebraica inserita nell’Unione Europea e nelle strutture della NATO. Ma bravo Brunetta! Trovarsi direttamente in guerra con tutto il mondo non sarà poi certo un prezzo troppo alto da pagare per essere legittimato dal giudaismo!
Personaggi dalla spina dorsale tanto flessibile sono ovviamente presenti ai vertici di tutte le nazioni democratiche. Ciascun popolo li conosce. Essi sono una garanzia per chi da cento anni insanguina Vicino e Medio Oriente e, con intrighi politico-affaristici, manipolazioni dell’opinione pubblica, guerre e terrorismo costringe all’obbedienza (quasi) tutti i governi del mondo.

Piero Sella
Da L’Uomo Libero


30/04/2009


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