NOTIZIE 2008

 

Una crisi decisiva?


Francesco Boco

Anni della decisione di Spengler venne pubblicato nell’agosto 1933 e può essere a tutti gli effetti considerato uno dei documenti più vigorosi della polemica conservatrice col nazionalsocialismo. In questo suo importante scritto politico, il filosofo del Tramonto rilegge la condizione politica presente e futura alla luce della ricostruzione storica operata nel suo libro maggiore. Anni decisivi richiedono uomini in grado di decidere.
Già nelle battute finali del suo capolavoro l’autore preannunciava l’inizio, con la fase terminale di civilizzazione, dell’era dei Cesari. Quando il denaro prende il sopravvento e le società si sgretolano, allora si apre lo spazio per la decisione di uomini d’eccezione, in grado di dominare e guidare il loro tempo. «Lo spirito degli ordini cavallereschi supererà il vichinghismo avido di preda. La grande forma politica della civiltà essendo irrevocabilmente dissolta, i capi futuri potranno anche regnare sul mondo come su di una loro proprietà privata; ma questo loro potere informe e illimitato implicherà altresì un compito, quello di una instancabile cura per questo mondo, il che costituirà l’opposto di tutti gli interessi dell’epoca dell’egemonia del danaro ed esigerà un alto sentimento dell’onore e del dovere. Appunto in relazione a ciò si verrà ad una lotta finale fra la democrazia e il cesarismo, fra i dirigenti di una economia finanziaria dittatoriale e la volontà puramente politica di ordine dei Cesari»(TdO, p. 1343). [È significativo il richiamo di Proudhon, in negativo, a un’era dei Cesari che sarà la naturale conseguenza di un “governo diretto” che verrà dopo l’abbattimento delle vecchie autorità.]
Anni della decisione riprende da dove la conclusione del Tramonto aveva lasciato il discorso, così come per altri versi Prussianesimo e Socialismo può essere considerato la naturale prosecuzione della Prima Parte.
L’Occidente si è perduto. Ha perduto la sua forza interna, e ha sprecato le sue energie nell’imperialismo e nel colonialismo, conducendo politiche poco attente e finendo col non essere più capace di tenere sotto il suo controllo le popolazioni conquistate. L’Europa, che qui corrisponde per Spengler all’Occidente faustiano, ha dato un pessimo spettacolo con la Prima Guerra Mondiale, in cui il mondo ha conosciuto la debolezza delle vecchie nazioni, e durante la quale potenze “di colore” come Russia e Giappone hanno fatto la loro entrata nella politica internazionale.
Alle nazioni non occidentali, sino a quel momento timorose della potenza incontrastata dell’uomo europeo, si è presentata una realtà molto differente: l’Europa è debole e, ferita da una guerra fratricida, non ha più la volontà di confermare il suo ruolo nella grande politica. «Sembra che l’Europa occidentale abbia perduto il suo significato determinante, ma così sembra solo se si prescinde dalla politica. L’idea della Kultur faustiana è nata qui. Qui essa ha le sue radici, e qui riporterà l’ultima vittoria della propria storia – o soccomberà rapidamente. Le decisioni, ovunque possano cadere, avvengono per volere dell’Occidente: ma per la sua anima, non per il suo denaro o per la sua fortuna. Al momento però la potenza è confinata nelle aree marginali, verso l’Asia e l’America» (Anni della decisione, Ed. Ar, p. 65). L’ultima speranza per un ultimo slancio di vigore nella politica mondiale viene dunque dai Cesari, da capi politici dallo sguardo penetrante e dall’istinto sicuro, profondi conoscitori del loro tempo e delle sfide del destino. Questi sono, per Spengler, uomini del destino.
Queste personalità d’eccezione si trovano in una situazione nazionale e internazionale di grande pericolo. All’interno, le politiche parlamentari e partitiche hanno elargito diritti alle classi operaie, indebolendo il tessuto sociale e dando avvio alla prima minaccia che grava sull’Occidente, la rivoluzione mondiale bianca. Essa è eccitata dalla dottrina marxista e dal mito della lotta di classe, col suo egoismo finisce però col danneggiare la nazione, smantellando e disconoscendo il vero socialismo, quello prussiano, che non contempla alcuna lotta di classe e alcun individualismo, ma chiede a ognuno di svolgere il proprio compito in silenzio, consapevole che vi è un lavoro direttivo ed uno esecutivo: c’è chi comanda e chi obbedisce.
Contro le proteste operaie, lo smarrimento e l’incapacità della politica di fronte a questi moti rivoluzionari non esiste alcuna mediazione possibile, non si devono avere rimpianti per il passato, ma avere la freddezza di comprendere i tempi e adeguarvisi. «Non è più il tempo della nostalgia, ma quello della distruzione. Gli ultimi due secoli, tutto questo panorama irto di contrasti e di conflitti interni egli amerebbe vederlo sparire in un colpo, nei vortici di catastrofi purificatrici, per saperlo sostituito dallo spazio se non altro semplice ed essenziale di rapporti cesaristici» (D. Conte, Catene di civiltà).
Ma il pericolo viene anche dall’esterno, vi è anche una rivoluzione mondiale di colore che minaccia l’Europa occidentale e ciò che resta della sua civiltà. Lo spettacolo delle guerre intestine all’Occidente non ha fatto che dare maggior sicurezza a popoli sino ad allora impauriti e sottoposti alla ferma mano europea. Dopo Cecil Rhodes non si è più espressa alcuna vera volontà di conquista, alcuna seria capacità di governo. Russia, Cina e Giappone si affacciano sulla politica mondiale e rappresentano la testa di ponte dei “popoli di colore” che attentano alla supremazia storica dell’uomo “bianco”. «Mossa dal suo irrefrenabile “impulso (Drang) alla lontananza infinita”, l’”umanità bianca” sarebbe destinata a perdersi in ogni direzione e al suo interno» (F. M. Cacciatore). Il pacifismo europeo induce popoli prima soggetti ad alzare la testa, e la conoscenza di tecnologie sino ad allora di sola competenza dell’uomo europeo finiscono, per sua inettitudine e poca lungimiranza, nelle mani delle masse di fellahim che le utilizzeranno al solo scopo di vendicarsi del vecchio giogo. I “popoli di colore” non sono dunque altro che tutti i popoli extraeuropei, di qualsiasi colore abbiano la pelle, uniti nell’intento di rovesciare il vecchio primato dell’uomo faustiano su di loro. L’uomo “bianco” ha tradito prima di tutto se stesso, regalando senza troppe preoccupazioni le sue armi e le sue tecnologie a popoli che senza alcuna remora gliele ritorceranno contro.
«I popoli bianchi sono decaduti dal rango egemonico di un tempo. Se oggi trattano là dove ieri comandavano, domani dovranno lusingare per poter trattare. Essi hanno perduto la consapevolezza della naturalità, dell’ovvietà della loro potenza – e nemmeno se n’accorgono. […] Per la prima volta dopo l’assedio di Vienna da parte dei Turchi, la razza bianca è di nuovo costretta sulla difensiva. Essa dovrà porre grandi forze – sotto il profilo sia morale che militare – nelle mani di grandissimi uomini, se vorrà superare il primo poderoso assalto, che non si farà attendere a lungo» (Anni della decisione, p. 177). Il tono della scrittura spengleriana è qui vigoroso e polemico, e a prima vista trasmette l’idea di trovarsi al cospetto di un vecchio conservatore che rimpiange il tempo in cui l’uomo “bianco” era padrone del mondo. In realtà la filosofia politica spengleriana non può essere disgiunta dalla sua morfologia della storia e neppure dalla visione del mondo che essa sottende.
Il disprezzo di Spengler non va dunque tanto a quei “popoli di colore” che minacciano la civiltà occidentale nel suo tramonto, quanto piuttosto a quegli stessi uomini europei che hanno dimenticato chi sono e non sanno più comprendere i tempi né accettare le sfide a cui il destino ancora li chiama. Proprio l’uomo faustiano, caratterizzato da un innato impulso storico sceglie di rinunciare alla sua animità. Sono dunque anni decisivi per l’Europa occidentale, dice Spengler, perché la fine della sua esistenza storica si approssima a causa delle stesse scelte fatte nel passato. È dunque destino e in quanto tale si può comprenderlo e seguirlo oppure attendere impotenti la fine.
L’Occidente che Spengler ha davanti ai suoi occhi è un mondo che non vuole più vivere, che alle masse di proletari e di “colore” risponde con la sterilità di un egoismo senza figli e senza eredità, che ai sommovimenti che lo minacciano risponde col pacifismo e l’incapacità politica. Perciò il suo monito si rivolge all’Europa e, in primo luogo, alla Germania stessa, perché vi è ancora storia possibile, perché c’è ancora spazio per una decisione e per la volontà. «La fase finale della civiltà occidentale sarà signoreggiata da un ricorso cavalleresco coagulatesi nella forma del “socialismo prussiano” o del ritornante “cesarismo”» (L.Giusso).
Oggi che non si parla d’altro che di “crisi”, ritornare a leggere Oswald Spengler non è impegno inutile. Come si può vedere da una rapida incursione in uno dei suoi più importanti saggi politici, il filosofo tedesco aveva già prefigurato molti dei problemi decisivi che oggi si pongono con grande insistenza all’Europa. Da una crisi di tali dimensioni, vuole dirci Spengler, non si esce stando alla finestra, osservando e sperando che passi in fretta: è solo l’atto sovrano che decide, che spezza gli indugi, ad aprire nuove prospettive. Certo chi si assume responsabilità di questo tipo, specie in una condizione di grande precarietà, corre il rischio di commettere errori. Ma già il fatto che una persona tenti di stringere il timone e di guidare la nave fuori della tempesta non è da ascriversi al mero caso e ha senza dubbio un qualche significato storico. Si tratti di accelerare e portare al suo apice la crisi oppure di preparare una rigenerazione storica; in entrambi i casi assolve, consapevolmente o no, a un compito. Se oggi si sente tanto parlare di neocesarismo è perché la condizione storica, col materiale umano di cui può disporre, va in una precisa direzione e richiede un certo tipo di agire. In un contesto siffatto l’osservazione e l’analisi devono farsi sempre più precise.

31/03/2009


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