ALZO ZERO 2009

 

L’accusa di “antisemitismo”: finzione e realtà

di Enrico Galoppini - Eurasia


Per finirla con una contraffazione, un abuso, un insulto all’intelligenza e allo spirito che anima gli uomini veri e non i cacasotto.

Nelle società occidentali “democratiche” fondate sul “libero mercato” esiste un modo sicuro per rovinare la carriera e la vita in generale di una persona, in specie di un professore: accusarlo di “antisemitismo” (e/o “negazionismo”).
Questa duplice accusa, che in pratica vuol significare “il tale odia gli ebrei”, ne compendia molte altre (“antidemocratismo”, “illiberalità”, “cripto-nazismo” ecc.); ad ogni modo, nell’intento di chi la brandisce essa svolge la funzione di un anatema all’indirizzo di una persona che per tal via si vorrebbe rendere infrequentabile, indegna di far parte di una “istituzione culturale”, in poche parole affetta dal Maligno. Un virus da debellare, talvolta con la semplice esclusione dal consesso della società che conta, compresa quella degli “intellettuali”, talaltra (ed è il caso di vari Paesi europei) con la galera e la rovina sociale ed economica. Chi “odia gli ebrei” deve essere messo “in condizione di non nuocere”, con le buone o le cattive. Che poi la persona fatta oggetto di queste accuse non odi nessuno, o meglio, non sia affatto più pericolosa, concretamente, di chi odia “i musulmani”, “i comunisti”, “i preti”, “i terroni”, “i fascisti”, “i ricchi”, ciò non conta affatto. Così come non ha alcun peso il fatto che chi viene dipinto come “odiatore degli ebrei” sia in realtà più interessato a far conoscere, svolgendo meticolose ricerche, alcune pagine di storia poco note o ad informare sulle pene quotidiane e pluridecennali del popolo palestinese.
Sì, perché gli “antisemiti”, “gli assassini della memoria”, nelle società occidentali “democratiche” fondate sul “libero mercato” sono da considerarsi peggiori degli assassini veri, come quelli che fanno morire i malati perché non viene permesso l’ingresso ai medicinali con la scusa della “sicurezza di Israele” o perché viene impedito loro di andare all’estero per curarsi da patologie gravi. Quelli che rovinano la vita a famiglie intere distruggendone i campi, le case ed ammazzandone i membri un po’ alla volta. Per non parlare dei bombardamenti al fosforo ed altre armi che più che “assassinare la memoria” hanno assassinato oltre 1.400 persone a Gaza in meno di un mese, lasciandone altre migliaia ferite e mutilate in vario modo. E tutti gli altri, circa un milione e mezzo di persone, rinchiusi in una specie di grande riserva circondata da muri e filo spinato, sotto embargo e sotto tiro, puniti per chissà che cosa dagli stessi che sono sempre così solerti nell’individuare a casa loro il professore “antisemita” e “negazionista” che “odia gli ebrei”.

Ma questa è solo la finzione, imposta da un “discorso” condiviso tra tutti coloro che hanno una posizione negli Stati occidentali, “democratici” e fondati sul “libero mercato”. Questi Stati sono gli stessi per i quali l’America è “l’Alleato” per antonomasia. Anzi, questi Stati sono delle colonie americane. E le loro classi dirigenti sono americanizzate al massimo, condividendo in tutto e per tutto il cosiddetto “modello americano”. Non sono, per chiarire, ebraizzate, perché, com’è noto, l’Ebraismo non è certo una religione che cerca proseliti.
Alcuni di questi Stati sono stati “liberati” con la forza ‘da loro stessi’, nel 1945, ed è il caso dell’Europa occidentale. Altri si sono gettati nelle braccia dell’America dopo il 1989, quando l’URSS s’è dissolta, ed è il caso dell’Europa orientale. L’Unione Europea è una sorta di Stati Uniti d’Europa, inutile nasconderlo.

Le classi dirigenti di tutti questi Stati sono devotamente fedeli all’America. Sono i nababbi del luogo, che governano per conto del padrone a stelle e strisce ed al quale devono tutto, compresa la loro truffaldina ‘legittimità’ (perché sono in effetti i peggiori individui che la società americanizzata esprime). Esse, però, per non dare troppo nell’occhio e mettere in scena il teatrino del “governo” e dell’“opposizione” locali (che è il sistema prediletto dall’America), ovvero la “democrazia dell’alternanza” dove in realtà tutti sono d’accordo nel servire l’America e il “libero mercato”, più che mostrarsi “fedeli all’America”, più che rammentare ogni giorno l’America, sbandierano un filo-Sionismo caricato all’inverosimile, animato da una giudeofilia (“amore per gli ebrei”) a dir poco sospetta per la sua teatralità. Ma in cuor loro, mentre amano davvero l’America, i nababbi locali spesso non amano affatto “gli ebrei”, e non è detto che stravedano per gli omosessuali, ma se si fa parte dei piani alti della società bisogna accettare un “discorso” convenzionalmente condiviso (“amiamo gli ebrei”, “gli omosessuali sono fantastici” ecc.), ottimo per escluderne ogni elemento scomodo, anche in via preventiva, accusandolo di “antisemitismo” (o di “omofobia”, di “razzismo” ecc.). Tutto ciò avviene solo nei Paesi sottomessi all'America, nei quali s’incoraggia un modello che informa (“dà forma”, “plasma”) un tipo umano completamente dedito ad attività materiali e che dal suo orizzonte ha escluso ogni trascendenza in nome di un nichilismo dichiarato o di fatto. Questo è il perfetto “occidentale”, a suo agio in una società di automi gerarchizzata in base al ‘principio’ che “più si ha più si è”, “più si dice e meno si fa”. In queste società, inoltre, la “tolleranza” è un valore, ma… nessuna tolleranza è ammessa con gli “antisemiti” (e gli “omofobi”, gli “xenofobi” ecc.). Quindi basta accusare qualcuno di “antisemitismo” ecc. per esporlo ad ogni abuso legale e paralegale.

Ma sfido a trovare un solo Stato sul cui territorio non vi sono basi USA e NATO nel quale scatta invariabilmente, con cadenza regolare, rilanciata dai pappagalli dei media, l'accusa di “antisemitismo” e/o “negazionismo” verso un professore, un politico ecc. Sfido parimenti a trovare un Paese in cui viene imposta la “Giornata della Memoria” e che non sia una colonia americana. Ergo: gli ebrei locali, quelli delle “comunità ebraiche” (una questione di potere al loro interno, tra l’altro) con i quali è bene che ciascun politico si faccia vedere sempre a braccetto, nei Paesi proni all'America svolgono il ruolo di guardie del sistema, di sgherri del potere vero, ma il manico non sono loro. Il burattinaio dell’operazione è l'Ambasciata degli USA! Loro, per smania di protagonismo, si agitano, sgambettano, sbraitano, additano, denunciano, ma oltre non possono, neppure negli USA, dove anche Hollywood, che è notoriamente in mani ebraiche, produce solo film che non contrastino gli interessi statunitensi.
In quei Paesi che non sono Repubbliche delle banane, invece, gli ebrei se ne stanno al loro posto, come tutti gli altri: si pensi alla Russia, al Brasile, all’India, alla Cina, dove non esistono né “Giornate della Memoria” strombazzate all’inverosimile, né professori messi alla gogna con l’accusa di “antisemitismo”, né – ed è quel che conta – basi americane e della NATO. In quei Paesi l’ambasciatore degli Stati Uniti è sì il rappresentante di un importante Paese, ma non è quello che detta la politica da seguire. Quindi, in quei Paesi l’America non può imporre nessuna classe dirigente, per cui i politici e gli intellettuali potranno comportarsi nell’interesse dei propri connazionali per quanto riguarda anche Israele, senza preoccuparsi dell’accusa di “antisemitismo”. In Brasile, tanto per fare un esempio, esiste un comitato di oltre cento parlamentari che sostiene la causa dei palestinesi, mentre in Italia, mentre venivano massacrate decine di palestinesi al giorno un nutrito gruppo di parlamentari, del “governo” e dell’“opposizione”, manifestava pro-Israele per solidarietà (!?) contro lo “scandalo” rappresentato da una bandiera israeliana bruciata durante una manifestazione! In Russia esistono radio e tv in lingua araba, mentre in Italia chi ha studiato arabo trova lavoro per intercettare “cellule di al-Qa‘ida”. In Cina esistono membri del Parlamento che parlano l’arabo: ho ascoltato con le mie orecchie un sottosegretario al commercio estero intervistato in arabo da “Aljazeera”. Ma in Italia i politici sanno a malapena l’italiano. Dunque, da una parte classi politiche che hanno una visione concreta degli interessi dei loro Paesi, dall’altra della gente da tre soldi che sa solo accusare di “antisemitismo” un professore universitario.

L'accusa di “antisemitismo”, dicevamo, a volerla vedere bene, spogliata del moralismo di cui viene ammantata, si rivela un giochetto per bambini. Una convenzione accettata dalle classi dominanti locali per escludere tutti quei personaggi scomodi che (nei più svariati campi) per le loro vedute ed il loro conseguente agire potrebbero mettere in difficoltà il sistema. Una cosa da far ridere i polli, se i pupari dell’operazione non sapessero di aver a che fare soprattutto con dei cacasotto, e, quel che è più preoccupante nel caso di gente che non se la fa addosso ma risponde pan per focaccia, con una maggioranza di cacasotto che alla prima accusa di “antisemitismo” farà come San Pietro e prima che il gallo canti per tre volte avrà rinnegato l’amicizia col malcapitato di turno.
L'accusa di “antisemitismo”, per di più, per la valenza moralistica di cui è rivestita (“c’è stato l’Olocausto” ecc.), ha anche il vantaggio implicito di provocare, come dire, per logoramento psicologico, reazioni dirette e scomposte contro gli ebrei. Il che rinfocola l'accusa di “antisemitismo” (“in aumento”, da quando sono nato!), in un circolo vizioso senza fine. Tra l'altro, anche coloro che esprimono solidarietà all'“antisemita” di turno diventano, per osmosi, “antisemiti”, con analoghe ricadute negative in ambito professionale eccetera, quando invece ci sarebbe da considerare che se all’improvviso migliaia di persone venissero attaccate con l’accusa di “antisemitismo”, questa, per un’inevitabile svalutazione, finirebbe per nuocere ben poco, a meno che le Repubbliche delle banane americanizzate, in primis l’Italia, siano intenzionate a riempire le galere di “antisemiti”, tutti ovviamente “pazzi” e da “rieducare” a colpi di letteratura olocaustica, con buona pace degli abitanti della Palestina, l’insistenza sulle cui sofferenze garantirà inevitabilmente l’accusa di “antisemitismo”, per non parlare di chi apertamente, comprendendo la portata geopolitica e simbolica della cosiddetta “questione palestinese”, sostiene la legittima lotta armata dei palestinesi, in tutte le sue forme.

Si ritorna al punto di partenza. All’America. Chi ha, infatti, interesse alla destabilizzazione del Medio Oriente? Chi foraggia con miliardi a fondo perduto il cosiddetto “Stato d’Israele”? Chi ne garantisce l’impunità a livello internazionale? Va perciò ribadito con forza che l'accusa di “antisemitismo”, supportata essenzialmente dalla “religione dell’Olocausto” (le cui basi sono state poste a Norimberga, dai “vincitori morali”), è uno strumento del dominio americano!
Ecco la differenza tra la finzione e la realtà.
Ci si faccia furbi, e si cominci a mettere insieme i pezzi di un ‘discorso’ artatamente tenuti separati. America, Occidente, Sionismo, Palestina e… l’accusa di “antisemitismo” sono tutti collegati. Non si può sensatamente dirsi “occidentali”, pensare di vivere nel “migliore dei mondi possibili”, e stare con la Palestina. Non si può stare con la Palestina e dare credito all’accusa di “antisemitismo”. Non si può dare credito all’accusa di “antisemitismo” e credere di vivere in un Paese libero, autodeterminato, sovrano ed indipendente.

I palestinesi lottano anche per noi, o almeno quei pochi che non vogliono morire “occidentali”: per chi combatte tra la vita e la morte è un lusso stare a perdere tempo con certi giochi da bambini come l’accusa di “antisemitismo”.
Lottare contro questa contraffazione, quest’abuso, quest’insulto all’intelligenza e allo spirito che anima gli uomini veri e non i cacasotto, rientra nella più grande e nobile battaglia per la conquista della nostra libertà, autodeterminazione, sovranità ed indipendenza!

31/10/2009


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