ALZO ZERO 2010


 

Il veleno nelle radici (II)

 

Un breve excursus storico per comprendere l`attuale posizione politica della Chiesa sul fenomeno dell`immigrazione

 

La morale è una cosa troppo importante per farla dipendere da una religione

 

di Georg Lichtenberg

 

A partire dalle sue origini, e per lunghi secoli, il cristianesimo si era allontanato dalle sue radici, dal contesto medio-orientale-giudaico in cui era nato, per conformarsi al luogo di adozione, Roma. Era diventato europeo e imperiale, aveva recuperato e fatti propri miti popolari e forme religiose della classicità. Al monoteismo, esclusivo e intollerante, aveva aggiunto il culto di figure comprimarie "specializzate", assimilabili ai semidei del paganesimo. Ma il papato si era anche laicizzato, partecipando da protagonista alla grande politica. Aveva organizzato alleanze, crociate,

era giunto a condizionare il potere degli Stati e delle grandi monarchie. Nel Rinascimento, epoca della grande espansione europea, si può parlare senza timore di esagerare, di simbiosi, di reciproci vantaggi che cristianesimo e potenze coloniali traggono dalle conquiste, dall'occupazione e dall'evangelizzazione di nuove terre in Asia, Africa e America. Ricordiamo qui, per inciso, le funeste conseguenze cui vanno incontro i gruppi umani oggetto dell'evangelizzazione, del tentativo di esportare la religione. I convertiti e i loro ignari discendenti entrano puntualmente in conflitto coi compatrioti rimasti fedeli alle antiche credenze. È questo il meccanismo per cui i cristiani, in Nigeria o in India, vedono oggi le loro case e le loro chiese bruciate, le loro stesse vite messe in pericolo. A chi, per debolezza o opportunismo, si sia accostato alla religione del conquistatore, non resta che un'unica via d'uscita, una grigia vita da rifugiato in un luogo dove la religione adottata non è sufficiente a farlo accettare. Con la fine del potere temporale e la laicizzazione della società la Chiesa nell'ultimo secolo del millennio passa sulla difensiva, cerca di conservare i suoi privilegi e la propria autorità spirituale allineandosi alla politica delle grandi potenze. Mentre le missioni protestanti anestetizzano le popolazioni dei grandi imperi coloniali assimilandole alla visione occidentale del mondo, il Vaticano si adegua alla fascistizzazione dell'Europa, firma concordati con l'Italia e la Germania, esprime il suo consenso alla conquista dell'Etiopia e all'intervento antibolscevico in Spagna. Il Mein Kampf di Hitler, il testo di riferimento della Rivoluzione Nazionalsocialista, non viene messo all'indice; ma ancor più significativa appare la sostanziale accettazione delle leggi sulla razza di Norimberga  1935) e di quelle italiane (1938). In questo contesto il Vaticano si limita a difendere i suoi; mette in atto una difesa corporativa che si accontenta di vedere riconosciuta la propria autonomia giurisdizionale in fatto di conversioni, battesimi, matrimoni. Se, come abbiamo visto, la religione non attraversa la storia senza interagirvi, è logico che con la fine del secondo Conflitto mondiale, tutto debba cambiare. Le due Superpotenze, Usa e Urss, spartita l'Europa, danno vita alla politica dei blocchi - Nato e Patto di Varsavia - e governano il mondo attraverso istituzioni politiche addomesticate. A Washington e Mosca guidano la danza gli uomini dell'usura internazionale. Ed ecco Russia e America battersi alle Nazioni Unite per la causa sionista, essere le prime due nazioni a riconoscere lo Stato ebraico. In tale nuova realtà la Chiesa deve farsi perdonare il precedente orientamento, una neutralità che più volte si era mostrata fortemente preoccupata per l'idillio antieuropeo trademocrazia e comunismo. Il riequilibrio è radicale e traumatico. Subentrano, con la morte di Pio XII, gerarchie appartenenti alla fazione giudaizzante. Si tratta, si discute, vengono riesaminate con occhio diverso questioni teologiche chiuse da secoli, ma sempre pronte a riesplodere all'interno di un monoteismo imperfetto. I nuovi rapporti di forza, determinati dalla vittoria militare della coalizione giudaica, mettono in crisi la diarchia tra Jahweh e Gesù. Si può parlare di una vera e propria restaurazione. Il Dio del Vecchio Testamento è rimesso, dai suoi fidi, al vertice. È la nemesi-vendetta per il colpo di stato che lo aveva detronizzato due millenni prima, a favore del Figlio. La "Nuova Alleanza", aperta dalla Chiesa di Roma a tutti i popoli della Terra, alleanza che aveva unilateralmente obliterato l'originale "Patto" tra Dio ed il "popolo eletto", appare a questo punto una precipitosa fuga in avanti, una ripicca dettata dall'astio antigiudaico. La Chiesa deve fare autocritica; riconosce che, a prescindere da quanto era accaduto, - la corresponsabilità, fino ad allora indiscussa degli ebrei alla crocefissione - la parola di Dio, l'elezione di Israele, non avrebbe mai dovuto essere messa in discussione. Si cerca insomma di ricondurre, col minimo di scosse, l'eresia cristiana nel filone dell'ortodossia giudaica. Nella Chiesa cattolica torna così ad avere cittadinanza la visione minimalista e razzista di un dio tribale che offre protezione ai soli ebrei. A favore dei quali interviene nella Storia, promettendo la conquista di territori su cui essi non hanno alcun diritto, individuando per loro i nemici da colpire, incitandoli alla guerra e alla pulizia etnica contro i vinti. Il Cattolicesimo che, con un salto di civiltà, aveva degiudaizzato e universalizzato il monoteismo, accetta di reinterpretarsi. Rinuncia a credere che la salvezza può discendere solo dalla fede in Cristo; la Verità non è più unica. Invece di convertire i giudei è la Chiesa di Roma ad offrire al Dio ebraico i milioni di fedeli mobilitati in nome di Gesù. Forse non saranno del tutto graditi, in quanto "gentili", esseri di serie B, ma in ogni caso Jahweh non aveva mai avuto tanta gente ai suoi piedi. Il dialogo tra le due religioni risente di questo clima di sudditanza. I pontefici sono accolti in Sinagoga, dove chiedono perdono agli ebrei per le colpe della Chiesa. Il giudaismo non ha nulla di cui pentirsi, sorvola sulle questioni spirituali e teologiche, sulle quali non può che essere in disaccordo, e incalza i cattolici. I rabbini non si accontentano di revisioni parziali, fanno leva sul riavvicinamento cristiano alle fonti veterotestamentarie per cogliere risultati concreti, per parlare di affari, in primis del diritto ad esistere dello Stato ebraico. Il Vaticano si destreggia a lungo, ma il segno della resa sono i pellegrinaggi dei papi nella Gerusalemme occupata dall'esercito ebraico e le umilianti visite al museo della Shoah. La Chiesa, accettando di porre le proprie radici nella cosmogonia ebraica, non può negare né il "Patto" né la collegata «Promessa»; riconosce come valida legittimazione dello Stato ebraico le leggende raccolte e gonfiate nella Torah dagli scribi ebraici. Mentre si rinnegano le Crociate della cristianità, si avalla la conquista della Terrasanta da parte dei giudei. Il riconoscimento di Israele da parte del Vaticano ha però ripercussioni pratiche di eccezionale gravità politica. È il coinvolgimento pieno del cattolicesimo postconciliare nell'avventuroso azzardo dell'imperialismo sionista. La Chiesa prende insomma in modo eticamente inaccettabile le parti dell'unico colonialismo rimasto sulla Terra e interviene in prima persona nella guerra di civiltà scatenata contro l'Islam dai sionisti e dalla lobby ebraica che sovrintende all'Occidente atlantico. Roma finge di non sapere cosa sta accadendo al Popolo palestinese, chiuso da reticolati, muri di superficie e sotterranei (che a Gaza, sul confine egiziano, raggiungono quota -20 metri). La celebrata diplomazia vaticana, invece di muoversi per la pace, dà forza ai guerrafondai e all'ingiustizia. Per quel che riguarda l'Europa, la allontana da quella politica di autonomia e non intervento negli affari altrui che può assicurare proficui, pacifici rapporti commerciali, energetici e turistici con il vicino mondo arabo e musulmano. Ma la Chiesa espone anche la vita dei suoi fedeli al rischio di sanguinose ritorsioni di tipo terroristico. Ci pare calzante, a tale proposito, una frase di Alessandro Manzoni: "I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano gli animi degli offesi". Ma se l'involuzione veterotestamentaria ha portato la Chiesa a schierarsi in una disputa internazionale a fianco di un contendente eticamente e istituzionalmente impresentabile qual è lo Stato ebraico, questo stesso ritorno alle antiche radici l'ha spinta, sul tema immigrazione, a scelte disastrose per la vita dei Popoli europei. A spiegare la scivolata ci sono, ancora una volta, il Patto e la Terra Promessa. L'accostamento tra quella destinata agli ebrei, la Palestina, e quella destinata agli extracomunitari, l'Europa, sembra infatti, per i cattolici, inevitabile, addirittura rispettoso dei parametri della giustizia distributiva. Dando semaforoverde alle due Terre Promesse, la Chiesa fonde integralismo giudaico e compassione cristiana. Sembra ad essa coerente e meritorio - tanto in un caso che nell'altro - dare una mano a gente in cerca di sistemazione in casa altrui. Non c'è del resto da stupirsi che favorisca l'invasione, agevoli la strategia di penetrazione di masse di razza, cultura e religione diverse, chi nel proprio Dna – nelle radici - conserva la positiva, ammirata valutazione di un evento dello stesso tipo, un evento - l'originale stanziamento ebraico in Palestina - assolutamente centrale, fondante nella costruzione religiosa giudaico-cristiana. Lo è tanto che il Libro lo attribuisce addirittura ad una volontà sovrannaturale. È infatti Dio stesso che di continuo (nel senso che il messaggio è ripetuto in modo ossessivo) incita il suo piccolo popolo, i primi nomadi ebrei capitati non si sa come in Palestina, a farsi numerosi come le stelle, per poter soverchiare gli autoctoni e trasformarsi da forestieri appena tollerati, in padroni del Paese che li ospitava. L'obiettivo è ambizioso; ma come può essere colto? Come potranno gli ebrei organizzarsi, restare uniti, irrobustirsi, preparare con prospettive di vittoria la Guerra Santa contro i loro vicini, più numerosi e più forti? Certo è un piano a lunga scadenza, ma la parte più significativa della Torah contiene tutte le indicazioni necessarie per realizzarlo. È dio stesso a fornirle; si tratta di una serie di prescrizioni comportamentali fissate con carattere di assoluta inderogabilità, le quali, una volta assimilate e trasmesse ai discendenti costruiranno a protezione del popolo ebraico una invisibile ma salda barriera di fanatismo integralista. Un fanatismo che, presso qualsiasi nazione viva, tiene l'Eletto separato dal resto della popolazione. In tutti i momenti della giornata, dalla fanciullezza alla vecchiaia, gli sono preclusi, se non finalizzati a lucrose transazioni, i contatti con la gente del Paese, i non eletti, giudicati impuri. Tutto ciò lo mette al riparo dal peggiore dei rischi, quello di venire assimilato. Il massimo della sicurezza, il luogo ideale dove assolvere senza fastidi tutti i complicati obblighi previsti dalle regole di una setta a base razziale, è però il ghetto. Lì la vicinanza coi correligionari, con chi ha le sue stesse abitudini, rende sopportabile all'ebreo una vita che, fuori, lo porterebbe quanto meno ad essere dileggiato. È di grande interesse antropologico e politico rilevare come la strategia ebraica di penetrazione in Palestina disegnata dalla Torah abbia grande analogia con quanto accade oggi in Europa con gli immigrati islamici. Non deve stupire che le direttive seguite da queste minoranze per preservare la loro identità in vista dello scontro finale siano simili. Stesso dio, stessa ricetta. Nulla resta fuori dal loro raggio d'azione: sono imposti la circoncisione, il divieto di matrimonio con estranei al gruppo; sono elencati precisi divieti circa l'alimentazione e la cottura dei cibi; sono fissati riti particolari e giorni di riposo sfalsati da quelli della maggioranza. Ma soprattutto è prescritto un codice comportamentale sfrontatamente incentrato su una doppia morale, ossia imperniato su regole variabili a seconda che l'interlocutore sia un appartenente alla setta o un estraneo. Quanto gli ordini forniti dalla divinità siano solo apparentemente cervellotici e risultino invece funzionali a garantire attraverso l'apartheid la conservazione del gruppo è dimostrato dal grado di in assimilabilità conservato nei secoli dalla diaspora ebraica. Un paio di episodi confermano quanto l'osservanza di tali regole sia ancora oggi radicata. Pochi giorni fa un cliente, acquistato un branzino, ha chiesto al mio pescivendolo di pulirlo e squamarlo. Ottenuta la disponibilità, estraeva dalla borsa il coltello di sua proprietà col quale pretendeva fosse eseguita l'operazione. Al negoziante allibito spiegava che, essendo ebreo, doveva rispettare la regola - la kasherut - sulla purezza degli alimenti. Un conoscente mi ha invece riferito che nel suo locale, prenotato per un matrimonio ebraico, il rabbino e i suoi assistenti si sono presentati di buon mattino per lavare e disinfettare i frigoriferi e tutta l'attrezzatura di cucina. Ma queste prescrizioni "religiose" che "incapsulano" il gruppo, oltre a essere una vera e propria guida tecnica per l'invasione delle nazioni, consentono anche a queste minoranze, restando divise (dagli altri) e colpendo unite (gli altri), di conquistare a vantaggio dei singoli e della comunità, una quota rilevante di posizioni di potere. Un solo dato, riguardante la diaspora giudaica nordamericana: col 2% della popolazione degli Usa, agli ebrei sono stati finora attribuiti il 37% degli Oscar per la regia e il 51% dei premi Pulitzer per il giornalismo. Risultati di questo livello sono comuni a tutti i Paesi in cui esiste una minoranza ebraica; e questa è lì perché ha giudicato di poterli conseguire; si tratta di minoranze attive ed ambiziose abituate da secoli ad operare in ambienti da loro stesse ritenuti pregiudizialmente ostili. Da questa realtà conseguono atteggiamenti guardinghi e permalosi. La suscettibilità giudaica è sempre pronta a lanciare accuse, a lamentare presunte mancanze di rispetto, a sollevare eccezioni, a chiedere, a risarcimento del

pregiudizio antisemita, riguardi particolari. Ma la minoranza non cerca solo di sopravvivere e di procurarsi favori. C'è anche una strategia di attacco che punta a mettere in crisi i valori etici e politici del Paese preso di mira. Giovanni Sartori, sul Corriere della Sera del 5 gennaio 2010 sostiene a questo proposito una curiosa tesi: "Le minoranze ebraiche mantengono nelle odierne liberaldemocrazie la loro millenaria identità religiosa e culturale, ma al tempo stesso, risultano perfettamente integrate nel sistema politico nel quale vivono". È vero - rispondiamo a Sartori – ma ciò avviene unicamente nelle liberaldemocrazie, regimi nei quali l'ebreo è riuscito a plasmare i valori

etico-politici della nazione che lo ospita secondo i suoi più ottimistici desiderata. Quel che il musulmano sogna di conquistare con la shariah, gli ebrei hanno già ottenuto, prima con il giudeo-cristianesimo, poi col giudeo-bolscevismo, oggi con la democrazia, per loro il migliore dei mondi possibile. Come il giudeo-cristianesimo favorisce con le proprie strutture ecclesiastiche la deriva verso la mescolanza razziale e il giudeo-bolscevismo punta attraverso l'ideologia marxista a disgregare i popoli con la lotta di classe, così la democrazia si batte contro il Volk, la comunità, e tenta di soffocare ogni pulsione nazionalista. Il gruppo ebraico ha saldamente in pugno tutti questi tre ingannevoli, distruttivi marchingegni. Non li teme perché è certo, maneggiandoli, di non trarne

alcuna ricaduta dannosa. La sua robusta, collaudata corazza razzista lo pone infatti al riparo dal fuoco amico. Quale migliore prospettiva, in conclusione, per le minoranze straniere che stanno mettendo le basi per l'invasione o comunque per la loro supremazia, di una religione e di una classe sacerdotale che, nel paese da infiltrare, predicano e praticano l'accoglienza senza limiti e la giudicano gradita a un dio? Di una vera e propria quinta colonna che impedisce di considerare l'invasore diverso e di respingerlo in quanto ostile? Queste posizioni, in aperto conflitto con la volontà dei popoli di battersi per la propria esistenza, sono alimentate dal velenoso miscuglio contenuto nelle radici giudaico-cristiane. L'adesione a queste stesse radici è sfruttata dai politici democratici per ingabbiare i popoli in istituzioni estranee alle basi classiche e moderne del pensiero europeo. Ma il tentativo può essere neutralizzato; l'antidoto esiste ed è già stato più volte collaudato.

 

Piero Sella

02/06/2010


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