ALZO ZERO 2010

 

La “biologia del sociale” tra antifascismo d’antan e mito sovietico


Arsenico e vecchia vulgata


di Giuseppe Biamonte

È oramai da qualche mese che sulle colonne del quotidiano a noi vicino Rinascita si va trascinando un vivace dibattito sul significato di socialismo e dintorni, che non poteva ovviamente non coinvolgere il periodo storico del Fascismo e l’operato del suo Duce. Il tutto insaporito con un pizzico di “biologia del sociale”, creatura scientifica di Carmelo R. Viola, stimato collaboratore del medesimo quotidiano di sinistra nazionale. Un contraddittorio che ha stimolato tempo fa anche la penna del direttore Gaudenzi, che è intervenuto nella disputa con una sintetica e convincente puntualizzazione. Un botta e risposta, insomma, tra il Viola e i suoi perspicaci interlocutori, fra i quali abbiamo particolarmente apprezzato l’intervento dell’amico e valido ricercatore storico Maurizio Barozzi. Nella sostanza, però, un dialogo tanto impossibile quanto, purtroppo, sterile. Da una parte, infatti, il Viola, che considera il fenomeno fascista e il suo fondatore un male quasi assoluto e vede nel sovietismo di impronta staliniana addirittura la realizzazione dei “risultati più alti in fatto di socialismo”. Dall’altra si evidenziano, invece, le inconfutabili conquiste sociali del Fascismo mussoliniano e la validità dell’idea rivoluzionaria della socializzazione attuata nella tormentata e breve parentesi della RSI, muovendo però al contempo una lucida e onesta analisi critica alla politica del compromesso degli anni del dualismo Fascismo-Monarchia, soprattutto per le note ragioni di ordine economico. Posizioni inconciliabili, dunque, vieppiù evidenti nell’ultimo intervento dello stesso Viola nel n. 221 del giornale, dove la critica al Fascismo scivola sulla buccia di banana dell’anacronistica e classica vulgata. Dai Patti Lateranensi alla guerra di Spagna, dalla fondazione dell’impero all’attacco all’Unione Sovietica, dal golpe del 25 luglio 1943 fino all’8 settembre e alla guerra civile, le osservazioni del Viola, salvo una timida apertura in campo sociale (d’altro canto impossibile non ammettere) al “socialdemocratico” dittatore di Predappio, sembrano riecheggiare il milieu ideologico del Camera Fabietti, un diffusissimo manuale di “storia”, che circolava nelle scuole medie superiori alla fine degli anni ’60, che molti certamente ricorderanno per la spudorata partigianeria dei testi. Così, alla stregua di quanto veniva propinato nel suddetto vademecum della faziosità storica, apprendiamo dal Viola che il “fascismo fu l’avventura di un uomo orgoglioso che, per rifarsi di un torto, vero o presunto, si diede a celebrare sé stesso”. Un sensazionale caso da strizzacervelli, quindi, un misto di narcisismo e vanagloria, come pare suggerire nel rigo successivo il nostro biologo del sociale, tirando in ballo il sempre verde “fattore psichiatrico”, quello, per intenderci, abitualmente usato dai vincitori, uti tunc sic nunc, per bollare di “pazzia congenita” i loro nemici.
Non ci addentriamo volutamente, per carità di patria e per ragioni di spazio, in certi dettagli da romanzo d’appendice, come quello sul caso Ida Dalser e Benito Albino, figlio di Mussolini e della suddetta, nato dalla loro relazione al tempo in cui il direttore del Popolo d’Italia era militare volontario nella I guerra mondiale (riconosciuto Albino come figlio naturale, Mussolini non si sottrasse mai ai suoi doveri di padre). La critica storica del Viola al “donnaiolo senza vergogna” evidentemente risente della ricostruzione-bubbola andata in onda, un quinquennio fa, su Rai Tre col filmato-pacco “Il Segreto di Mussolini”, poi ripresa dal solito Corrierone (si veda in proposito la lettera aperta a Paolo Mieli di Domenico Leccisi, pubblicata proprio su Rinascita il 21 gennaio 2005).
Chiusa la parentesi rosa, ha ragione invece il Viola quando asserisce che Mussolini rinnegò il socialismo. Ne ripudiò infatti la visione rinunciataria e pacifinta, quella parolaia, internazionalista e demomassonica, quella antinazionale e filo bolscevica che, in Italia, sarebbe passata presto dallo stato comatoso alla morte cerebrale. Trovando ispirazione in Sorel e condivisione di intenti nelle idee socialrivoluzionarie delle correnti del Sindacalismo nazionale (Mario Gradi, Michele Bianchi, Nazzareno Mezzetti, Filippo Corridoni), Mussolini individuò nella massima corridoniana : “il popolo non crede ai cultori delle cedole bancarie. Crede all’azione, a chi gli indica le vie del destino. Crede soprattutto a chi gli aprirà le strade vere della giustizia sociale”, la perfetta sintesi tra pensiero e azione per il neonato movimento fascista. Ma sarà solo con la fondazione dello Stato repubblicano che si porterà a compimento l’idea rivoluzionaria sansepolcrista nella pratica socializzatrice della RSI. Piaccia o meno al destrismo nostalgico ex missista e alla pseudosinistra al caviale, quello mussoliniano fu l’unico vero socialismo ad essere attuato sul suolo italiano, tanto da richiamare sotto le insegne socialrepubblicane il fondatore del partito comunista, Nicola Bombacci, proprio mentre le due facce della stessa medaglia del capitalismo mondialista (quello americano e quello statalista sovietico) si spartivano a Jalta l’Europa dei popoli (a guerra conclusa saranno proprio i gurkha nostrani di Stalin ad abrogare la legge sulla socializzazione). Il Drang nach Osten del “paranoico” Hitler, con l’operazione Barbarossa, anticipò di un soffio, scompaginandone i piani grazie al lavoro dello spionaggio germanico, l’aggressione che il baffuto dittatore georgiano stava proditoriamente preparando contro la Germania e l’Europa tutta, per esportare anche colà i “risultati più alti in fatto di socialismo”. Un progetto che risaliva addirittura agli anni Venti, come ha recentemente documentato lo storico russo Viktor Suvorov nel suo celebre libro pubblicato in Italia da Spirali (spirali.vel@interbusiness.it), il primo di una trilogia su tale questione (V. Suvorov, Stalin, Hitler la rivoluzione bolscevica mondiale, Milano 2000). Altro che “aggressione militare al più grande paese socialista (sic!) in combutta con Hitler”!
Passando all’argomento “Conciliazione” constatiamo che il Viola riprende il luogo comune Patti Lateranensi = ingerenza della Chiesa nelle faccende dello Stato, attribuendo ovviamente al Fascismo e ad un fantomatico filo-clericalismo mussoliniano l’incipit di tutte le colpe dell’odierna, innegabile capitolazione dello Stato italiano nei confronti del Vaticano. In realtà è ormai notorio (basterebbe solo consultare a riguardo i capitoli dedicati alla Conciliazione e alla crisi del 1931 nella monumentale opera di Renzo De Felice, tralasciando ogni altro studio specifico) che con le ratifiche del Trattato e del Concordato e la conseguente risoluzione della questione romana Mussolini aveva centrato il suo obiettivo politico: essere riuscito in un’impresa quasi impossibile, dati i precedenti, e aver assicurato all’Italia e al Regime, consolidando contemporaneamente la sua fama e il suo potere, un enorme prestigio sia a livello nazionale che internazionale, utilizzando abilmente la tattica del do ut des, senza concessioni vitali per la sovranità dello Stato a favore della Cathedra Petri. E questo è chiaramente riscontrabile non solo nella durissima contrapposizione tra Regime fascista e Santa Sede che caratterizzò le trattative, seguite in prima persona dallo stesso Mussolini, ma anche nella profonda delusione di molti ambienti cattolici, in particolare quelli legati ai vecchi quadri del partito popolare ormai in rotta, che lamentarono la capitolazione della Chiesa al Fascismo. Una contrapposizione, dicevamo, che degenerò in aperto conflitto a due anni di distanza dall’operatività dei Patti Lateranensi. Nel maggio del 1931, su diretto ordine del Duce a tutti i prefetti d’Italia, verranno sciolte tutte le organizzazioni giovanili di emanazione clericale, in primis l’Azione cattolica. Lo Stato Fascista non voleva né poteva certo delegare a tali organismi, in molti casi autentiche cellule politiche ostili al Regime e al servizio dell’antifascismo, l’educazione e la formazione della gioventù italiana, la futura classe dirigente della Nazione. La dura risposta vaticana fu affidata addirittura ad un’enciclica, Non abbiamo bisogno, che Pio XI annunciò nella festività dei SS. Pietro e Paolo. La violentissima polemica contro lo Stato Fascista, ingiustamente accusato di “vera e propria statolatria pagana”, si ritorse però contro la stessa Chiesa, che non riuscì nell’intento di creare difficoltà al Regime sia al suo interno sia all’estero. Come ha ben evidenziato Renzo De Felice, piaccia o meno ai fanatici del sanfedismo e alle vestali del laicismo e dell’anticlericalismo “a prescindere”, “L’enciclica non riuscì veramente a mobilitare i cattolici contro il regime e, anzi, ottenne, se mai, un risultato controproducente (…) fu male accolta dai fiancheggiatori e dagli afascisti più o meno laici, che videro in essa una indebita interferenza clericale nella vita italiana (…) l’enciclica fu accolta con molte perplessità e nel complesso sfavorevolmente e che a tale stato d’animo non si sottrasse neppure una parte del clero”. Anche i rottami dell’antifascismo cattolico, tra questi don Luigi Sturzo, ex leader del Partito Popolare, furono completamente spiazzati dal successivo accordo del 2 settembre, che sancì una sorta di Caporetto delle pretese clericali. Dal suo dorato soggiorno parigino l’antifascista in abito talare poteva amaramente constatare che il vincitore era stato Mussolini e lo Stato Fascista.
La Chiesa avrebbe però presto avuto la sua rivincita nei confronti dello Stato italiano, proprio a partire dal golpe del 25 luglio e dalla vergogna dell’8 settembre. Indipendentemente dall’esistenza in vita degli stessi Patti Lateranensi, l’odierno revanscismo clericale mostra tutta la sua aggressività verso l’istituzione statale attraverso i pesanti condizionamenti e le continue interferenze nella vita politica, sociale, economica e culturale nazionale esercitati dalla Cei, vero e proprio partito politico, e dalla cosiddetta stampa cattolica. Per non parlare dei privilegi e degli enormi vantaggi economici che lo Stato italiano riserva al Vaticano e alle sue organizzazioni, a discapito della cosa pubblica.
Evidentemente, però, anche per le persone illuminate dalla scienza come Carmelo R. Viola la vulgata antifascista è da considerare un dogma, nunc et semper, per omnia saecula saeculorum.

 

05/12/2010


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