ALZO ZERO 2010


 

Quando immigrazione fa rima con globalizzazione e precariato con schiavitù

L’Ugl-donne e i veli dell’Islam


di Gianlorenzo Dettori

Nell’era del pensiero unico e dei cervelli all’ammasso anche certa stampa minore pare essere stata sottoposta a lobotomia mediatica, secondo gli stereotipi della grande editoria embedded. Buonismo stucchevole, immigrazione come bene prezioso, democrazia come valore assoluto, mito dell’integrazione, occidentalismo über alles e ghettizzazione di chi non intende allinearsi ai dettami dell’atlantismo mondialista assurgono a “valori” fondanti, politici e sociali, anche di talune organizzazioni sindacali di recente “sdoganamento”, come nel caso dell’Unione Generale del Lavoro. È quanto si può facilmente riscontrare leggendo la stampa periodica di tale organizzazione sindacale, il mensile La Meta Sociale e i suoi supplementi, L’informazione solidale del Sei-Ugl (sindacato emigrati immigrati) e La pagina del coordinamento donne Ugl. Gli ultimi numeri di entrambi i supplementi (sett.-ott. 2009) hanno particolarmente attirato la nostra attenzione per le ripetute apologie del fenomeno immigratorio e del mito dell’integrazione. Nell’articolo di Loretta Civili del coordinamento donne, ad esempio, si esalta la condizione femminile nostrana per la libera scelta di vita, di studio, di lavoro e di affetti personali. Uno status idilliaco, insomma, che stride in modo lacerante con quello della donna musulmana immigrata, la quale, invece, molto spesso, è vittima della brutalità di padri o mariti che, rifiutando ogni tipo di integrazione culturale, impongono loro “culture che vogliono relegare la donna in una condizione di inferiorità”. Atti che spesso sfociano in veri e propri drammi familiari o addirittura in faide sanguinose: padri contro figli, mogli contro mariti, fratelli contro sorelle, fidanzati contro promesse spose. E anche se è proprio il mito dell’integrazione forzata ad andare in frantumi, se è lo sradicamento dalla propria terra, dalla propria nazione, dalle proprie radici culturali e sociali la causa prima delle tragedie che sconvolgono la mente di molti di questi disgraziati, la nostra opinionista non lo ravvisa, preferendo scagliarsi unicamente contro il burqa e censurare il fondamentalismo religioso musulmano (per avere un quadro completo e obiettivo dell’estremismo religioso suggeriamo alla nostra opinion leader di documentarsi anche sul fenomeno neo crociato cristiano e sul radicalismo sionista). Con spirito tutto femminista (di destra, naturalmente!) la solerte articolista fornisce al lettore immagini e relativa descrizione degli odiati simboli della “sottomissione” della donna musulmana alla prepotenza maschilista (burqa, niqab, hijab, chador), riportando dati diffusi dall’associazione Acmid fondata da tale Souad Sbai. Travolti da insolita curiosità, anche noi, come don Abbondio sulle orme di Carneade, siamo andati a ficcanasare tra i meandri delle fonti citate dall’articolista per soddisfare l’impellente interrogativo: Souad Sbai! Chi è costei? Ci pareva infatti di aver letto o sentito tale nome da qualche parte. Parlamentare Pdl, di origine marocchina (una sorta di Magdi Allam in gonnella, ma senza provvidenziale aspersione pontificia perché ancora non folgorata sulla via di Damasco) e cittadina italiana dal 1981, l’on. Sbai si fregia di appartenere al cosiddetto moderatismo islamico, ricoprendo svariati incarichi nel variegato mondo dell’associazionismo onlus (www.acmid-donna.it) e in quello virtuale istituzionale (www.souadsbai.com), tutti rigorosamente sostentati con pubblica pecunia. Opinionista dell’Avvenire e dell’Occidentale, la sua moderazione, conformemente alla Weltanschauung atlantico-sionista, si estrinseca in modo particolare nella demonizzazione degli “stati canaglia” come, ad esempio, l’Iran (cfr. l’articolo del 13-07-09: www.loccidentale.it/search/node/souad+sbai), o la Libia. Nell’articolo del 16-11-09, ibidem, contro Gheddafi, a Roma per il vertice Fao, l’onorevole Sbai se la prende persino con la sig.ra Azam al-Sadat Farai, moglie del presidente iraniano Ahmadinejad, rea di aver proposto, di fronte all’aula sorda e grigia della Fao, il modello di cooperazione e aiuto sociale alle famiglie già sperimentato con successo in Iran e aver tuonato contro “l’attitudine mercantilistica dello sfruttamento delle risorse e la politica dell’occupazione e del riarmo, responsabili dell’imposizione della povertà in una larga sezione della popolazione mondiale, e soprattutto nelle donne”. Ma la sua temperanza la si può riscontrare anche nell’interesse per le petizioni contro il “clerico-fascismo islamico” della sua degna collega di partito, l’on Fiamma Nierenstein, la cui fama di moderata per la causa sionista non abbisogna certo di commenti. Dunque, i guasti della mancata integrazione degli immigrati nei paesi occidentali, sempre più nel mirino di un’invasione incontrollata e incontrollabile (per la gioia dei nuovi schiavisti in doppio petto), sarebbero da imputare, stando al pensiero degli opinionisti ugiellini, alle deviazioni religiose dei soliti oscurantisti, al loro ostinato rifiuto del bene assoluto - l’occidentalizzazione - e alle colpevoli omissioni della comunità internazionale. Ovviamente non una parola di critica all’eden occidentale, che, secondo la vulgata corrente, godrebbe di ampie libertà, di miracolose chance di lavoro (precario) per tutti, anche nei momenti di crisi economica profonda, di emancipazione sessuale, e via dicendo. Strano però che le prime vittime di questa civiltà superiore siano proprio le giovani immigrate (droga, sfruttamento della prostituzione, criminalità organizzata). Un mondo illusorio che finisce inevitabilmente per infrangersi contro lo scoglio della realtà, che non è quella propagandistica appena ricordata, bensì quella meno idilliaca della disoccupazione, della povertà galoppante, dell’emarginazione e dell’ingiustizia sociale, principali aberrazioni del sistema liberista. Ma i sostenitori dell’immigrazione come valore indiscusso, compresi i nostri dell’Ugl, fanno ancora finta di non capire. Non percepiscono nemmeno l’eco, così vicina, delle rivolte delle banlieue parigine, dove l’insofferenza delle giovani leve di “stranieri”, cittadini francesi da più generazioni, si è tramutata in rabbia incontenibile contro le utopie di un mondo perfetto, multietnico e globalizzato. Fedeli al cliché buonista, secondo la visione illuminata del loro sponsor politico Gianfranco Fini, i maîtres à penser di via Margutta riescono ad apparire più realisti del re condannando persino la blanda politica dei respingimenti attuata in sede europea e la mancata concessione di asilo indiscriminato e cittadinanza breve alle sempre più numerose orde di invasori. È quanto emerge dal bollettino Sei-Ugl, che riporta lo strampalato intervento del responsabile Luciano Lagamba (un bancario in distacco sindacale permanente prestato alla presidenza del Sei-Ugl) in occasione della recente tavola rotonda sull’immigrazione tenutasi alla Fiera del Levante di Bari e organizzata proprio dal Sei-Ugl e dal Ciscos-Ugl, con la partecipazione dei soliti noti “imprenditori” del settore. Da quel tavolo, naturalmente, nessuna proposta di aiuti concreti per un sano sviluppo in loco delle economie dei paesi poveri onde arrestare definitivamente il fenomeno immigratorio. Nessun reale impegno di lotta per l’abolizione delle leggi liberiste, di destra e di sinistra (dal pacchetto Treu alle leggi D’Antona e Biagi), che hanno sancito la precarizzazione del lavoro e lo sfruttamento dei lavoratori (immigrati compresi), le cui sudatissime conquiste sociali franano ogni giorno di più sotto il peso della concorrenza sleale di chi, preso evidentemente per la gola, è disposto ad accettare condizioni lavorative da quarto mondo. Anche per l’Ugl, come per le altre confederazioni sindacali già da lungo tempo allineate ai dettami dei poteri forti, l’annullamento delle identità nazionali nel pot- pourri multietnico, favorito dalle plutocrazie d’Oltreoceano per scardinare ogni forma di autonomia economica e sovranità politica dei singoli stati, nonché il supporto alle politiche suicide di accoglimento irresponsabile, sotto forma di falsa e ipocrita solidarietà, sono priorità da soddisfare anche a scapito dei diritti dei lavoratori italiani.
 

06/01/2010


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