ALZO ZERO 2010

 

Secondo la logica della biologia del sociale

Dall’ambiguo femminismo al “maternalismo”

Carmelo R. Viola

Femminismo e maschilismo sono termini con un senso partigiano-concorrenziale, cioè di contrapposizione inevitabilmente polemica, pertanto assai spesso equivoci e fuorvianti. Forse il maschio tradizionale non sapeva di essere maschilista fino a quando non gliel’ha rimproverato la femminista, convinto che le sue prerogative “padronali” e i suoi privilegi fossero “secondo natura”.
Messi sotto accusa dall’altro sesso ormai smaliziato (almeno nella civiltà occidentale), i maschi hanno reagito variamente. Alcuni sono ricorsi alla logica del leone: “io sono il più forte e tanto mi basta per avere ragione”. Pochi, da intellettuali, hanno cercato – “alla base” - la giustificazione della loro presunta superiorità, interpretando le incombenze della maternità (mestruazioni, gravidanza, puerperio, allattamento), con le concomitanti temporanee disabilità al lavoro fisico, come segni certi di inferiorità.
Tipica e paradossale la valutazione di uno studioso intelligente dei nostri tempi, lo scomparso catanese Gino Raya (il cosiddetto “padre del famismo”) che definiva la donna “il termine medio fra l’animale e l’uomo”. Il buon Raya non ha fatto altro che stabilire una gerarchia zoologica in funzione della sola mobilità dimenticando che molte altre scale possano essere compilate sulla scorta di altri valori (per es. la stabilità emotiva, l’ideatività, la creatività, la concretezza, la longevità e così via), e che certi comportamenti, come la resistenza fisica, non derivano dalla natura (come la capacità di produrre figli) ma dalla “cultura”. E’ perfino provato un maggiore potere immunitario da parte della donna: per questo diremmo che è superiore all’uomo? Il maschio e la femmina sono “gerarchicamente diversi sul piano biologico” (avendo ovviamente funzioni diverse e complementari), il che significa che sono “biologicamente pari nella diversità-complementarità fisiologica”.
Altri, infine, si sono schierati dalla parte della donna più empiricamente che con vera cognizione di causa, non sempre riuscendo a liberarsi da riflessi condizionati maturati e memorizzati nel tempo.
Il potere di iniziativa sessuale, che si arroga il maschio tradizionale, è l’antico diritto di predazione che, oggi sempre più (paradossalmente) sfocia nello stupro; il diritto di decidere di una gravidanza o di un aborto è il riflesso del diritto di vita e di morte espresso anche dal romano pater familias: il diritto del possesso discrezionale totale sulla donna e sui suoi prodotti. Il resto ne è conseguenza. Infine, sussiste tuttora un privilegio maschilista che di solito nemmeno la donna più perspicace mette in discussione: quello di dare il proprio cognome alla prole della donna impregnata mentre, per una serie di ragioni, è più biologicamente corretta la “cognomazione matrilineare”.
Né in campo femminile le cose sono molto chiare. Nel mio libro “Aborto: perché deve decidere la donna” (1977) distinguo tre tipi di femminismo. Uno è quello della “concorrenza al maschio”. Esso parte da una contraddizione: dal considerare l’uomo un modello da imitare nelle virtù e nei vizi e quindi da ripagare con la stessa moneta. Si risolve in un grottesco processo di mascolinizzazione e quindi di riduzione omogenea dei due sessi al peggiore minimo comun denominatore. La donna si parifica all’uomo imparando ad essere irrazionale e prepotente come lui. L’impressione che ho tratto, negli anni Settanta, dalla breve frequentazione di ambienti radicali, è che le “femministe alla moda” si ritenevano tanto più emancipate quanto più capaci di comportamenti maschiliformi. Ne è prova il fumo, l’assunzione di droghe, il tifo sportivo e, in specie, il turpiloquio, che non ha niente a che vedere con il parlare senza ipocrisia ma è piuttosto “esibizionismo sessuale verbale” bell’e buono, preso in prestito dalla vanità maschilista, che vede nella virilità e, in subordine, nell’ostentazione simbolica degli organi della virilità stessa, una testimonianza di potere, di dominanza e di superiorità nei riguardi della donna e di disinvolta capacità di trasgressione.
Il trionfo di questo pseudo-femminismo è il suicidio del femminismo stesso: il cedimento della civiltà allo spirito agonistico (predonomico e antropozoico) del capitalismo, che si risolve in una generalizzazione caotica di concorrenza di tutti contro tutti.
Il secondo (pseudo) femminismo è quello che intende fare a meno dell’uomo anche sessualmente (sic!). Ma è soltanto un’aberrazione, che si chiama autosufficienza e, in prospettiva politica, “potere della donna” (“woman power”): una concezione totalmente assurda soprattutto al livello biosociale, se intesa come soluzione generale dei rapporti fra i sessi.
Femminismo autentico è quello che si propone di emancipare la donna in quanto donna ma anche di liberarla assieme all’uomo di tutti i pregiudizi e i comportamenti interpersonali e sociali erronei. E’ questo femminismo, vero e legittimo, che, assolta la sua funzione di rottura con i canoni della tradizione maschilista, non ha più bisogno di chiamarsi femminismo. Questa parola suona ancora più grottesca sulla bocca di un uomo, che può sembrare un transfuga innaturale nel mondo dell’altro sesso. Se emancipare la donna vuol dire riconoscerla pari all’uomo nella fruizione dei diritti naturali, liberare l’una e l’altro significa bonificare la sintesi dialettica dei due sessi da cui anche deriva la buona salute della società. E’ proprio in ottemperanza al principio “a ciascuno il suo” che non si può non attribuire alla donna non come individuo ma certo come categoria un valore che la pone, se non al di sopra della categoria uomo, senz’altro al centro della specie umana. Mi riferisco alla maternità, la cui funzione va ben oltre la procreazione della prole.
La maternità risponde alla seconda costante biologica di qualunque essere vivente. Ogni neonato, maschio o femmina, chiede insieme latte e affetto (coccole), nutrimento per il corpo e “rassicuranza affettiva” per lo spirito (psiche). Accanto ad una maternità ginecologica nel senso strettamente tecnico della parola c’è una “maternità affettiva”, che può e deve essere sviluppata anche dal maschio sotto forma di “paternità affettiva” e che è tanto necessaria all’economia esistenziale dell’individuo, del genere umano e della storia quanto lo spirito d’intraprendenza, di ricerca e di autonomia.
Si ripresenta qui, in tutta la sua possanza, la dualità dialettica dell’essere e del divenire. Il matriarcato non è meno erroneo, ai fini dell’evoluzione, del patriarcato, oggi imperante anche sotto le sembianze di certo femminismo di contrapposizione e di rivalsa, che tende all’autodistruzione. Mentre una società può sopravvivere se sufficientemente dotata di “mutualità affettiva”, se dedita all’accumulo di potere e di ricchezza, sia pure nel tentativo inconscio di compensare frustrazioni esistenziali (“avere in mancanza di essere”!), non basta a sé stessa.
Maschilismo e femminismo diventano due parole ambigue anche quando il secondo voglia essere un correttivo del primo, comunque socialmente lesivo, se è vero che si risolve nella celebrazione della forza fine a sé stessa. Ciò che caratterizza la civiltà di questo capitalismo senile esasperato è per l’appunto un eccesso di agonismo di tipo maschilista, a cui purtroppo si vanno confacendo anche non poche donne, che pretendono di essere “femministe”mentre sono soltanto “femmine in caricatura maschile”!
Se vogliamo indicare con un nuovo “ismo” il senso di un movimento di pensiero, che possa interessare maschi e femmine, uomini e donne, per la convergenza degli attributi biologici dei due poli in un centro equidistante,
la parola giusta potrebbe essere “maternalismo” con riferimento alla “genitorialità affettiva”. Il maternalista sa che ogni frustrazione affettiva viene restituita in termini di distruttività sociale in un circolo vizioso senza fine. Le vere femministe dovrebbero smettere di imitare il ”maschio tradizionale”, diventare – loro – modelli da imitare per uomini e donne travolte dalla voragine di una civiltà per soli concorrenti senza princìpi morali e senza sensi di colpa.


08/03/2010


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