ALZO ZERO 2010

 

Iran reale e quello politicamente corretto


di Claudio Moffa

L'Iran è un paese vitale, solido politicamente e economicamente, proteso verso una modernità filtrata attraverso un Islam sciita a sua volta tradizionalmente aperto all’innovazione; dove nonostante le sanzioni e la crisi internazionale, la vita scorre quotidianamente senza drammi o comunque con problemi molto meno gravi che negli Stati Uniti o in Europa; dove di automobili ce ne sono fin troppe, bazar e negozi sono sempre affollati, elettricità gas e servizi costano proporzionalmente ai redditi assai meno che da noi; dove l’Islam nucleare è più lungimirante e moderno di certo nostrano conservatorismo ecologista e potrà fra l’altro servire a eliminare la cappa di smog che incombe su Teheran; dove la donna è per molti versi rispettata assai più che in Occidente, e nessuno si sognerebbe mai di trasformare una prostituta in una protagonista del dibattito politico; dove, infine, per una settimana intera centinaia di giovani in jeans e di ragazze col velo sciolto sulla testa, abbinato a vestiti di tutti i tipi, anche all’occidentale, hanno affollato la 27esima edizione dell’International Short Film Festival di Teheran. Un teatro stracolmo, con un megaschermo per proiettare cortometraggi di fantasia o documentari: belli e meno belli, comunque notevoli per modernità, ben godibili dai numerosi ospiti occidentali per la loro raffinata fattura.
Nessuna “dittatura” a Teheran, ma una democrazia fondata sul consenso popolare
Sono lì i giovani, e non nelle piazze di Twitter e Youtube enfatizzate nel 2009 fino all’invenzione di stragi e esecuzioni inesistenti: giovani che in parte hanno forse votato in quella calda estate dello scorso anno Moussawi, ma che ora ascoltano e applaudono le autorità governative intervenute al Festival. L’opposizione qui a Teheran certo che esiste, e non può essere altrimenti visto il 30% di elettori a favore del concorrente di Ahmadinejad; ma la contrapposizione frontale, corteggiata e ingigantita al di là del “muro” euroamericano, no: non appare; esiste forse, ma ormai spenta, o magari solo in sonno, e comunque propria solo di una ristrettissima minoranza rispetto ai 70 milioni di abitanti dell’Iran.
Una cosa è certa: la stragrande maggioranza degli iraniani sostiene Ahmadinejad, e il motivo di fondo non è difficile a comprendersi: in un mondo sconquassato dalla crisi finanziaria internazionale, e prima ancora dalle politiche neoliberiste che hanno fatto a pezzi il vecchio welfare state occidentale, la politica del gruppo dirigente iraniano è stata capace, dentro una griglia “interclassista” comprensiva anche dell’importante ceto mercantile, di varare misure di sostegno alle classi più disagiate: ieri con Khomeyni oggi - dopo la fase moderata di Rafsanjani - con Ahmadinejad. Fra l’altro a Teheran non regna il meccanismo diabolico delle finanziarie annuali che noi Italiani subiamo da ormai una ventina d’anni, con la falsa motivazione che stiamo pagando i debiti della “prima repubblica”. In Iran non esiste sul piano interno alcun indebitamento da far gravare sui cittadini, e questo grazie anche al controllo della moneta nazionale, lì stampata dallo Stato, a Roma emessa assurdamente dal pool privatistico della Banca “di Stato” di via Nazionale, come da riforma del centrosinistra finanziario degli anni Novanta. Le tasse sono basse, i prezzi dei beni di prima necessità bassissimi e se verranno aumentati, i sussidi familiari (40 dollari a persona) bilanceranno gli aumenti.
Così dunque, forte di una politica sociale avanzata e di un progetto di modernizzazione del paese che ha il suo perno nell’industria nucleare civile, Ahmadinejad “regna”: ma il suo governo non è affatto una dittatura come sostiene un altro mito negativo dell’Occidente. Il presidente iraniano è in dialettica permanente con un Parlamento liberamente eletto, rifiuta il culto della personalità (nessuna foto negli uffici pubblici), ascolta anche l’opposizione parlamentare ed è in qualche modo il “portavoce” di una rete di potere ben vasta e radicata in tutto il paese – gli ex giovani della rivoluzione dl ‘79, diventati tecnici funzionari amministratori del nuovo governo. Tanto poco è “dittatore” il presidente iraniano che qualche volta può andare persino in minoranza in Parlamento: senza però che nessuno dei deputati, di fronte ai risultati ormai accertati delle presidenziali dello scorso anno e alle manifestazioni oceaniche che accompagnano i suoi spostamenti nel paese, riesca a pensare lecito e possibile rovesciarlo…
L’offensiva diplomatica
e economica dell’Iran
Tutto questo è l’Iran. Ma quel che più colpisce in questi giorni è, sul piano della cronaca quotidiana, l’altro fronte della “guerra” mediatica e economica di Teheran: quello internazionale.
Sono capitato a Teheran proprio nel momento in cui Ahmadinejad ha scatenato una offensiva a 360 gradi nei confronti di numerosi paesi attratti dall’orbita diplomatica e commerciale dell’Iran. Citiamo dalle cronache dell’ultima settimana di novembre: nuovi rapporti commerciali con Azerbaijan, Tajkistan, Turkmenistan, Malesia, Indonesia e Cina; cooperazione economica in Africa con Algeria e Zimbabwe, e in Europa con Ucraina e alcune province della Russia; proposta di una moneta unica alla Shangai Cooperation Organisation di Shangai (Cina, Russia Iran e molti altri paesi asiatici), una innovazione che se realizzata favorirebbe la nascita di un terzo polo valutario mondiale a fianco del dollaro e dell’euro; nuove relazioni con l’Arabia saudita, fino a poco tempo fa indicata come il nemico numero uno di Teheran nel Medio Oriente sunnita; accordo col Pakistan per il controllo dei confini attraverso i quali “Al Qaeda” ha compiuto e minaccia di compiere attentati nell’ Iran orientale; rinnovata convergenza di vedute con Ankara sul nucleare; istaurazione di buoni rapporti con l’India, anch’essa, come la Turchia kemalista, un tempo alleata di Israele in funzione antipakistana e anti islamica. E infine, la svolta storica delle relazioni con il Libano: la visita a Teheran del primo ministro libanese Hariri si è conclusa a fine novembre con un grande successo diplomatico: Beirut chiede aiuto Teheran per la stabilità interna e contro la minaccia israeliana, e contraccambia con il sostegno dichiarato al nucleare di Ahmadinejad. Non solo: emarginata la Siria dalle vicende degli ultimi anni, ora sarà Teheran a offrire assistenza per il rafforzamento dell’esercito del Paese dei Cedri, da sempre minato dalle sue fazioni interne. La svolta delle relazioni irano-libanesi è clamorosa, destinata a mutare ancor più gli equilibri nella regione vicinorientale a sfavore di Israele.
Iran e Cina, due giganti asiatici che stanno mutando gli equilibri mondiali
Il potere mondiale si sta spostando verso l’Est? E’ questa l’opinione di un generale iraniano, la cui tesi alla Toynbee, ma rovesciata, è stata diffusa dalla locale Tv Press: un fenomeno che non riguarda certo solo il Medio Oriente ma anche la lontana Asia, con la Cina perno fondamentale del riassetto degli equilibri mondiali. Un’onda che coinvolge alleati nuovi e meno nuovi di Teheran e che invero sembra andare anche più in là dell’Asia, dilagando in Africa e in America latina: la Siria che assicura all’India il suo pieno sostegno nel Consiglio di sicurezza dell’Onu; il Pakistan che alza sempre più la voce contro i bombardamenti americani sul suo territorio, che mietono soprattutto vittime civili; la Lega Araba che protesta contro la demolizione delle case palestinesi; l’annunciata visita di Erdogan, Chavez e forse Mandela a Gaza; Zambia, India e Brasile che chiedono al fine del blocco di Gaza.
L’oltranzismo occidentale ha risposto in questi giorni con la controffensiva mediatica delle “rivelazioni” di Wikileaks, che fra i tanti ha pubblicato presunti documenti iraniani dai toni antiarabi, con l’evidente scopo di seminare zizzania: solo il sionismo guadagna da questa manovra, ha replicato il presidente iraniano. In effetti lo sfruttamento mediatico dell’antica contrapposizione fra Persia e mondo arabo, riecheggia le incredibili dichiarazioni dell’allora ministro degli esteri israeliano al Forum internazionale di Doha del 2008: “Noi – aveva detto la Livny davanti ad una platea quanto meno perplessa – abbiamo un problema comune, l’Iran”. Né allora né oggi però la manovra è passata: persino l’Arabia saudita ha il 1 dicembre scorso preso le distanze da Wikileaks difendendo Teheran dalle accuse.
Del resto l’incredibile dinamismo diplomatico e commerciale di Teheran ha una base forte, l’economia iraniana, la cui solidità viene riaffermata da alcune novità annunciate contemporaneamente al tourbillon diplomatico-commerciale di fine novembre: dal luglio scorso la produzione di benzina è cresciuta fino a un miliardo di litri; a gennaio la centrale nucleare di Busherer avvierà la produzione di energia elettrica, e questo permetterà di utilizzare una maggiore quantità di petrolio per le esportazioni; la produzione dell’acciaio è in forte espansione mentre già si parla – nell’enfasi dei risultati già acquisiti - di una “nuova era” per il petrolio e dell’Iran come di una riserva di gas nella regione circostante…
Insomma l’economia tira nonostante le sanzioni, tanto che fonti governative possono sottolineare con soddisfazione che l’embargo imposto da Stati Uniti e Europa al paese, alla fine viene più pagato dai suoi promotori che non da Teheran: come non ricordare durante la visita a Roma di Ahmadinejad in occasione del vertice Fao, nel 2008, quell’affollata conferenza del presidente iraniano di fronte ad un assemblea piena di industriali italiani interessati a fare a affari con Teheran?
I mezzi amici e i nemici dell’Iran: Israele e le lobbies sioniste
Tanti amici nel mondo, pochi anche se potenti nemici e diversi problemi nell’Euramerica: sulla Russia c’è prudenza.
Preoccupazione per la presa interna di Medvedev visto come il rappresentante della lobby sionista straripante ai tempi di Eltsin e riemersa dopo l’elezione di un presidente che non ha mancato di ricordare le sue origine ebraiche; e intesa di fatto con Putin. Medvedev ha così bloccato l’accordo per la consegna di 300 missili a lunga gittata siglato dal suo predecessore: ma questi, l’oggi primo ministro Putin supplisce fornendo a Teheran – è nelle sue competenze farlo – la tecnologia necessaria a costruirli. “Un contratto non rispettato non metterà in discussione i buoni rapporti con Mosca”, dicono i portavoce del ministero degli esteri iraniano.
Nei confronti di altri invece, Teheran va al cuore del problema: va all’offensiva.
Israele, Stati Uniti, e Europa sono nel mirino dell’Iran, non certo per pregiudizio ma in ragione dei loro comportamenti: l’Europa sostiene di fatto i terroristi dei Mujaedhin del Popolo – una sorta di BR in salsa iraniana - fino ad averne eliminato l’inserimento nella lista delle organizzazioni terroriste che invece continua a includere – contro diritto internazionale e contro i principi della decolonizzazione inseriti anche nella Carta dell’Onu – organizzazioni come Hamas e Hizbollah. La distinzione netta che l’Iran fa fra Al Qaeda e questi movimenti di resistenza ad occupazioni straniere, territorializzati e “visibili”, è chiara: Al Qaeda coincide con il terrorismo vero, quello di cui è responsabile proprio l’Occidente, Stati Uniti e Israele in testa. Vedi la mano ignota che ha assassinato il 29 novembre un fisico nucleare dell’Università di Teheran. In Libano, Palestina e anche Afghanistan – nonostante il ruolo di mediatore assunto da Teheran – si è di fronte ad una invasione straniera e dunque a movimenti di resistenza partigiana secondo la classica lezione della decolonizzazione postbellica.
Nei confronti degli Usa e di Israele la condanna è dunque netta: immagini e eventi palestinesi taciuti in Occidente, o al massimo trattati con un trafiletto in ultima pagina esteri, a Teheran sono l’occasione per la costante denuncia delle violazioni israeliane dei diritti umani. Tslahal e coloni continuano ad ammazzare gli arabi di Cisgiordania e Gaza – 12 ragazzi in un sol dì, il 28 novembre scorso – e vanno distruggendo le moschee di Gerusalemme, secondo un piano di occupazione lenta ma senza tregua che non suscita in Europa e Stati Uniti né vere proteste nel mondo politico, né un adeguato spazio sulla stampa. Ma c’è di più: l’Iran di Ahmadinejad non si limita a condannare l’evidenza della politica israeliana nei Territori occupati; né si limita alla denuncia delle guerre israeliane contro i paesi mediorientali, passate - il Libano 2006 - e “future”, l’Iran stesso secondo le minacciose reiterate dichiarazioni dei leaders israeliani dal 2005 ad oggi.
Il discorso del gruppo dirigente iraniano va più in là, e investe una questione che in Occidente è come noto un tabù: il “sionismo” nella sua più larga accezione. Il sionismo è secondo Teheran un fenomeno di dimensioni planetarie, che mina la pace e il diritto internazionale e mette a rischio le stesse democrazie interne ai paesi in cui – attraverso la “diaspora” - è presente. A Teheran – dove gli ebrei sono ben rispettati, e hanno come tutte le minoranze etniche una loro rappresentanza in Parlamento - si fà molta attenzione a studi come quello di Walt e Meirsheimer o il recente libro di Blanrieu in Francia su Sarkozy, Israele e gli ebrei, entrambi fondati su una distinzione chiara fra ebraismo e lobbysmo sionista e proisraeliano. Ricordando anche il traffico di droga, le opere d’arte, il controllo internet, quello informatico – wikileaks – e telefonico – la recente denuncia di Hezbollah contro lo spionaggio israeliano sulla “vita privata” dei cittadini libanesi – a Teheran fa capolino ogni tanto anche un irriverente attributo, nuovo rispetto alla consolidata letteratura occidentale sul sionismo dagli anni Sessanta ad oggi: “mafia”.
“Mafia”? Una struttura internazionale “mafiosa” che ha sostituito il vecchio pur contraddittorio idealismo sionista? Ai posteri l’ardua sentenza.
E’ un fatto comunque che Teheran metta il dito sulla piaga di un fenomeno di ricatti e pressioni che tutto il mondo politico mediatico e economico occidentale conosce benissimo, e di cui già sussurrava Kennedy a Gore Vidal a proposito dei due milioni di dollari a Truman, perché si candidasse e poi riconoscesse lo Stato d’Israele. La questione è, appunto, quella delle lobbies sioniste. In Occidente si tace per paura, a costo di restarne schiavi. A Teheran se ne parla normalmente, e si reagisce con dignità e coraggio alle manipolazioni e minacce che ledono la sovranità dello Stato iraniano.
Il nucleare iraniano all’appuntamento di Ginevra
La cartina di tornasole di questa volontà iraniana è la questione nucleare. La fermezza di Amhadinejad è qui assoluta: l’Iran non vuole la bomba, perché contraria ai principi dell’Islam; è a favore – come del resto recita lo stesso Statuto dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica – dell’acquisizione del nucleare civile da parte di tutti i paesi del mondo; non esiste alcuna prova che le centrali iraniane siano finalizzate a scopi militari; i diritti nucleari dell’Iran dunque non si toccano, si possono discutere invece le modalità concrete della cooperazione nucleare inter pares. Questo il tema dell’incontro a Ginevra del 6 dicembre prossimo col 5+1, che peraltro gli iraniani hanno chiesto di allargare ad altri paesi.
Il nucleare è la partita chiave nei rapporti di forza internazionali che vedono oggi l’Iran ergersi a gigante ed esempio per tantissimi paesi del vecchio “terzo mondo”, last but not least il Brasile di Lula. Una partita che sembra ormai vinta definitivamente da Ahmadinejad ma su cui incombe sempre la minaccia di una possibile aggressione israeliana. Perché, è vero, questo nefasto evento periodicamente evocato, fortunatamente non si è mai verificato.
Ma mentre è evidente che gli Stati Uniti - fin dai tempi di Bush jr. – non hanno alcuna intenzione di lanciarsi in un nuovo disastro militare, in Israele tutto resta possibile: i segnali che vengono dallo Stato ebraico sono sempre gli stessi, quelli che lo caratterizzano dal 1948, la guerra non come continuazione di una inesistente politica di pace, ma la guerra come imposizione permanente del proprio oltranzismo biblico-colonialista, ai palestinesi, agli Stati del Medio oriente islamico e al mondo intero.
Ci vorrebbe un “De Gaulle” alla sionista, ma pare che non esista: qualcuno, forse ottimista, ebbe a vedere Sharon in questo ruolo. Vero o non vero, oggi questa prospettiva è del tutto assente a Tel Aviv, come dimostra anche l’ultima nuova decisione di Nethanyau, la concessione di altre terre palestinesi a 130 nuovi coloni. “E’ una bomba ad orologeria”, ha commentato persino Abu Mazen: ma è difficile sperare che questo realistico commento del leader palestinese più amato dall’Occidente, riesca a smuovere veramente qualcuno negli Stati Uniti e in Europa. Il fatto è che anche sulla sponda occidentale, e in particolare nell’Europa di Sarkozy e Milliband, manca un De Gaulle che sappia capire e imporsi, seguendo il vento della storia.

11/12/2010


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