ALZO ZERO 2010

 

Sulla subordinazione della Chiesa cattolica alla comunità israelitica romana


Ebrei e cristiani. Nel seno di Abramo


di Caile Vipinas

Suscipiat te Christus qui vocavit te et in sinum Abrahae angeli deducant te.
(Ti accolga Cristo che ti ha chiamato e nel seno di Abramo [scil. in paradiso]
ti conducano gli angeli).
Iscrizione funeraria dalla necropoli paleocristiana di 'Ain Zára, Libia, VI sec.


Il recente omaggio del successore di Pietro alla comunità israelitica romana non poteva per la verità riservare novità di rilievo rispetto a quanto già si conosceva sui vincoli di “fratellanza” che uniscono, ormai da lungo tempo, la docile “minoranza-minorata”, secondo la felice definizione di don Curzio Nitoglia, ai loro pretenziosi fratelli maggiori. Ancora una volta, invece, ci è parsa evidente, da una parte, l’acquiescente remissività della Chiesa di Roma nei confronti del giudaismo; dall’altra, la burbanza oratoria dei notabili talmudisti. E come Benedetto XVI abbia “fatto definitivamente breccia nel cuore degli ebrei” (parole in libertà dell’articolista del quotidiano della Cei. Cfr. Avvenire 19.01.2010, p. 6) lo si è visto nello stizzito segno di aperto dissenso di molti di loro, i quali, frammisti ai rappresentanti dell’onnipresente e onnisciente comunità di S. Egidio, hanno scrollato all’unisono il capo quando il pontefice, un po’ a disagio, ha accennato al ruolo avuto dalla Santa Sede per la salvezza degli ebrei nell’oscura e controversa vicenda della deportazione dell’ottobre del 1943. A niente, dunque, è servita l’omissione di ogni riferimento a Pio XII, onde evitare dannosi scossoni alle “comuni radici spirituali” (in ogni caso, sicuramente non quelle dell’albero di Jesse) e dolorosi turbamenti alla “sensibilità” dell’occhiuto fariseismo dei maggiorenti del sinedrio locale. In tale clima di “serena fraternità” non poteva non distinguersi, per la sua capziosità ideologica, l’analisi storico-politico-teologica del rabbino capo Riccardo Di Segni. A partire dall’incipit, nel quale, rinnovando le geremiadi del “popolo eletto”, si è premurato di elencare, di fronte all’imbarazzatissimo ospite, le colpe secolari della Chiesa cattolica verso gli ebrei. Nella sua forzata analisi storica non poteva ovviamente mancare, nell’associazione Chiesa-impero romano = “perdita dell’indipendenza politica” degli israeliti, l’anacronistica reiterazione della damnatio memoriae dell’imperatore Tito, l’amor ac deliciae generis humani (Svetonio, De Vita Caesarum, VIII, 1) che lo stesso Giuseppe Flavio aveva scagionato dall’accusa di aver voluto la distruzione del Tempio gerosolimitano (Bellum Iudaicum, I, 27-28). Fortunatamente, almeno in questa occasione, scampato pericolo di pubblico anatema, per antisemitismo ante litteram, per il nostro sommo poeta, a causa di quel suo “scellerato” panegirico in onore del figlio di Vespasiano contenuto nel canto XXI del Purgatorio. Infatti, come i più ricorderanno, Dante osa affermare (concetto poi ribadito nel De Monarchia), per bocca del suo antico collega Publio Papinio Stazio, che “[…] ’l buon Tito, con l’aiuto del sommo rege, vendicò le fóra ond’uscí ’l sangue per Giuda venduto […]”.
Battuta a parte, ciò che invece emerge di veramente preoccupante dal discorso del rabbi romano è la visione chiliastico-sionista che sembra aver definitivamente conquistato, assieme alle principali comunità della diaspora sparse nel mondo, anche quella romana. Affermare infatti che “Israele è un’entità politica, garantita dal diritto delle genti. Ma nella nostra visione religiosa non possiamo non vedere in tutto questo anche un disegno provvidenziale. […] La terra è la terra d’Israele, e in ebraico letteralmente non è la terra che è santa, ma è eretz haQodesh la terra di Colui che è Santo; e la promessa è quella fatta ripetutamente dal Signore ai nostri patriarchi, Abramo, Isacco e Giacobbe di darla ai loro discendenti, i figli di Giacobbe-Israele, che effettivamente l’hanno avuta per lunghi periodi. Nella coscienza ebraica questo è un dato fondamentale e irrinunciabile che è importante ricordare che si basa sulla Bibbia alla quale voi e noi diamo, pur nelle differenti letture, un significato sacro” significa tout court sposare, con piena “coscienza ebraica” e ridicolo anacronismo (Di Segni fa finta di ignorare un dettaglio non proprio trascurabile: è da circa duemila anni che il “popolo eletto” non possiede più quella terra!), la storia dell’attuale sedicente Stato di Israele. Una storia fatta di usurpazione territoriale, di discriminazione razziale, religiosa e politica, di sopraffazioni, di soprusi, di violenze, di terrorismo, di morte e distruzione, di reiterati attentati ai più elementari diritti umani. Dietro il paravento del falso ecumenismo giudaico-cristiano (consigliamo a questo proposito la lettura dell’interessante volume, ora in edizione italiana, dell’eminente rabbino americano Jacob Neusner, Ebrei e cristiani. Il mito di una tradizione comune, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009, nonché l’ottimo commento a riguardo di don Curzio Nitoglia, La regressione giudaizzante del Vaticano II: la “menzogna” del giudeo-cristianesimo, in effedieffe. com) la Chiesa ha barattato la tutela dei suoi interessi economici in quel di Palestina con lo scabroso silenzio sugli orrori perpetrati dall’entità sionista. Un silenzio sancito nell’accordo del 30 dicembre 1993 (cfr. http://www.nostreradici.it/Accordo-Fondamentale.htm), allorché, con una buona dose di cinismo e ipocrisia, la Santa Sede, sottoscrisse l’impegno, con l’immorale riconoscimento del cosiddetto Stato di Israele, “[…] a rimanere estranea a qualsiasi conflitto puramente temporale; tale principio è valido in particolare per i territori disputati e le frontiere non definite” (art. 11, punto 2). Dal 1993 ad oggi (ultimo summit 10 febbraio u.s. nella sede del ministero degli affari esteri israeliano), infatti, i numerosi incontri dell’apposita “Commissione permanente bilaterale di lavoro tra la Santa Sede e lo Stato d’Israele”, svoltisi alternativamente nella città del Vaticano e in Israele, non solo non hanno ancora partorito uno straccio di compromesso, bensì appaiono addirittura un’inutile pantomima di fronte alle aperte violazioni attuate dal regime sionista. Risale difatti allo scorso maggio, a poche settimane cioè dal viaggio pontificio in Terrasanta, la notizia del sequestro, da parte del governo Netanyahu, dei conti di un’importante istituzione ecclesiastica con sede in Israele (http://lavocedeicopti.org). Bastone e carota sembrano, quindi, dominare le relazioni bilaterali, e chi fa roteare la clava è sempre e soltanto il governo sionista. Così mentre la grancassa mediatica nazionale, le gerarchie ecclesiastiche, gli ex sessantottini in odore di santità della S. Egidio spa e persino alcuni tra gli scaltri notabili della comunità israelitica romana hanno glorificato il “giorno di festa” in sinagoga, i media israeliani, al contrario, come documenta lo stesso quotidiano della Cei (vd. Avvenire, “Da Israele agli Usa, l’occasione perduta dei media ebraici”, p. 5), ignorando del tutto lo “spirito ecumenico” dello show giudaico-cristiano messo in scena al Tempio Maggiore, hanno caricato a testa bassa Vaticano e papa, forse – chissà - ancora suggestionati dalla “orripilante” immagine, anche se sbiadita dal tempo, di un ragazzo quattordicenne in divisa della Hitlerjugend. Dall’Haaretz allo Yediot Ahronot, dal Jerusalem Post all’agenzia di stampa Arutz Sheva, via via fino ai pontentissimi centri di propaganda del giudaismo internazionale, quali la rivista Forward e il sito dell’Anti Defamation League, è stato un coro unanime e concorde di critiche aspre, di puntualizzazioni rabbiose (Il leader degli ebrei romani incalza il Papa sul silenzio di Pio XII, rimarcava nel titolo il popolare quotidiano Yediot Ahronot) e di accuse velenose (Alla sinagoga di Roma il Papa difende il Vaticano dell’era nazista, il titolo dell’Haaretz). A Roma, intanto, Riccardo Di Segni, completando la sua esegesi scritturistica, dopo aver ricordato la figura di rabbi Ishmael, uno fra i padri più eminenti del talmudismo e, sempre secondo il rabbino romano, “testimone di orrori storici [?] e lui stesso martire della repressione di Adriano”, ammaliava l’uditorio con ardenti parole d’amore e di spirituale saggezza: “[…] vivere la propria religione con onestà e umiltà, come potente strumento di crescita e promozione umana, senza aggressività, senza strumentalizzazione politica, senza farne strumento di odio, di esclusione e di morte […]”. Presumiamo che siano gli stessi principi di carità, fraternità e filantropia ai quali si ispirano “i figli di Giacobbe-Israele” per poi applicarli, con grande prodigalità, ai loro fratelli palestinesi. “Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme!” (Sal 133). Amen!


18/03/2010


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