ALZO ZERO 2010

 

Se esista un ladrocinio legale…

Quando le “strisce blu” sono solo pretesto di “pizzo”

Carmelo R. Viola

Mi fanno ridere i cosiddetti “riformisti”, il cui oggetto – da riformare – è, guarda caso, il capitalismo. Infatti, il capitalismo – trasposizione umana della predazione animale – non è riformabile. E’ pur vero, tuttavia, che il sogno dei riformisti sinceri è un capitalismo dal volto umano, il quale è un’autocontraddizione, come dire una “guerra pacifica”. Gli accademici preferiscono usare il termine altolocato di “ossimoro”. Tali riformisti sono, senza saperlo, anche un poco socialisti. E’ il riformismo che ha partorito la creatura, destinata a breve esistenza, della “socialdemocrazia”. Non sapendo da che parte stare , costoro si dicono spesso “di centro” ma è chiaro che il centro non esiste.
Dei costituenti devono avere avuto le idee alquanto confuse se hanno creduto di potere conciliare i primi articoli (stupendi!) della Costituzione con l’art. 41, che introduce di peso il capitalismo e quindi li nega, come constatiamo sempre più con l’imperversante liberismo. La confusione dura tuttora.
Il capitalismo ha una propria identità: le riforme possono falsarne l’immagine ma è come appendere un tovagliolo al collo di una capra! La quale, disturbata, se ne libera. Come è avvenuto con gli accenni di socialismo, appiccicati sul sistema capitalista, il quale se li è scrollati da dosso uno dopo l’altro. Le riforme compatibili sono quelle che non riformano ma scoprono la vera natura della realtà in questione, come il liberismo, come – per citare anche un evento di ieri – la banca del Sud, proposta dal sedicente economista Tremonti. Infatti, il banchiere-usuraio rientra nella dinamica di un predazionismo antropozoico tecnologicamente avanzato.
Il capitalismo cresce ma solo nel senso di diventare più sé stesso, nel senso di disporre di più esperienza, di più mezzi e di più potere nel ripetere l’antico spirito della foresta. Lo Stato liberista è caratterizzato da due tendenze complementari: 1) da un lato tende a privatizzare ogni cosa perché il suo centro-motore sia sempre più il singolo imprenditore (predatore); 2) dall’altro, si comporta esso stesso da privato imprenditore. Stato è la somma e il prodotto dei poteri che costituiscono tutta la piovra della pubblica amministrazione. Quello liberista è sfruttatore per definizione. Il fisco è lo strumento attraverso cui esso recupera il fabbisogno monetario per autoremunerarsi e per coprire il grottesco debito pubblico, contratto con privati imprenditori e richiamato quotidianamente come pretesto di autogiustificazione delle perenni difficoltà di bilancio e insieme di legittimazione delle differenze abissali fra indigenza e ricchezza favolosa.
Il fisco è applicato al consumo di ogni cosa e alla fonte di ogni compenso. Ai professionisti, autorizzati ad operare in regime di libera concorrenza (vedi la vergogna del “libero iniquo canone”!) lo Stato-predatore dice di fatto: “estorcete-rubate quanto volete, purché mi diate la mia parte”. La “mia parte” è quella che la mafia chiama pizzo.
Mi piace qui ricordare l’opinione che Indro Montanelli, uomo di destra, ma schietto e onesto, ebbe ad esprimere nel 1988: che una pubblica amministrazione corrotta, che incassa le tangenti, è mafia. Io dico che lo è a maggior ragione quando pratica la “locazione oraria abusiva” delle strisce blu senza nemmeno la tutela che la mafia vera dà in cambio del racket. Siamo all’esproprio illegittimo dello spazio pubblico… Che lo “spazio viario” – quello, per meglio intenderci, che non è proprietà privata di nessuno – appartenga a tutti come bene naturale (come res pubblica o “res nullius”) – è inconfutabilmente vero. Ne consegue che il compito dello Stato consiste nel diritto-dovere di amministrarne la libera fruizione nell’interesse della collettività nazionale.
Ripartendo dal presupposto che uno Stato non socialista si alimenta solo attraverso la grottesca macchina fiscale (che comprende anche le inique imposte indirette), è pacifico che anche i beni demaniali possano servire a tal fine. Ma ad una condizione imprescindibile: in cambio di un “servizio aggiunto” alla fruizione di un bene naturale. Dentro lo spazio viario come nella campagna senza padrone io mi ci muovo a mio piacimento senza nulla dovere al pubblico potere. Ma se mi ci muovo con un mezzo, è possibile che io debba contribuire alle spese per la gestione di una circolazione fatta di regole precise per la prevenzione di caos e di incidenti.
Il compito dello Stato o di enti locali delegati è quello di far sì che tutti possano usare tale spazio anche per la sosta (posteggio) del proprio mezzo senza penalizzare nessuno. A tal fine sarebbe stato opportuno fare almeno due cose: 1) costruire quanti più spazi pubblici destinati al posteggio; 2) fare in modo da indurre il costume di preferire il mezzo pubblico nella mobilità urbana così riducendo l’uso del mezzo privato. Ma questo discorso, che ebbe successo in paesi non capitalisti come la Corea del Nord, è estraneo alla logica corrente, che ha fatto, e continua a fare, esattamente il contrario. (Basta vedere la pubblicità televisiva!)
Ai fini della realizzazione del compito, di cui al precedente paragrafo, vi è una sola motivazione per ricorrere alle famigerate strisce blu (il che sta per “posteggio a pagamento senza custodia”): far sì che l’utente tassato abbia fretta di ridurre la sosta e di consentire il maggiore avvicendamento possibile agli altri utenti motorizzati della strada. Certo, il ricavo di tale esazione è un “utile effetto fiscale secondario” : l’errore (il crimine) ha inizio quando questo effetto prende il posto della motivazione unica.
Vi sono casi in cui l’utente motorizzato ha necessità di sostare perché diretto ad un ufficio pubblico: in tal caso è legittima la necessità di disporre di uno spazio libero in prossimità dell’ufficio stesso. Pare che la legge lo preveda. Tale necessità è categorica quando la mèta è una struttura sanitaria pubblica. Ma – guarda caso! – proprio all’interno del “mondo sanitario” è pratica, credo nazionale, lo sfruttamento usuraio dello spazio libero in grado di accogliere innumeri mezzi di locomozione.
Conosco molto bene la realtà del nuovo grande ospedale della mia Acireale, uno dei più grandi Comuni del catanese e della Sicilia. Esso dispone di un immenso cortile dove, ovviamente per necessità inderogabili nient’affatto piacevoli, sostano centinaia e centinaia di auto, provenienti anche da un hinterland profondo perfino decine e decine di chilometri. Nessuno custodisce quest’enorme arsenale di mezzi, che vanno e vengono 24 ore su 24. Ebbene, “qualcuno”, senza la contropartita di alcun servizio, esige una quota che va “aggiornata”, da ora in ora, con il rischio di multe salate in caso di (forzata) inadempienza. Un’estorsione in cambio di nulla! Tale pratica ha tutto il sapore di un pizzo all’interno di una mafia legale.
Il TAR della Sicilia, opportunamente informato, “comunica che non può adottarsi alcun provvedimento al riguardo, poiché l’esposto informale presentato non possiede i requisiti richiesti per la validità ed efficacia di un ricorso giurisdizionale”. Il che significa, in parole povere, che, in assenza di una certa forma liturgica, l’informazione di un possibile crimine è come inesistente, e ci conferma il pregiudizio mostruoso che Stato di diritto sia ritenuto tale solo se basato su formule scritte indipendentemente dal contenuto! Posso ben comprendere perché il “qualcuno” sopra richiamato possa continuare a riscuotere indisturbato quanto detto.
Così stando le cose, mi permetto di sfidare qualunque giurista o solone da strapazzo a dimostrarmi che posteggiare il proprio automezzo all’interno di una struttura sanitaria pubblica abbia sostanzialmente qualcosa in più rispetto al respirare liberamente l’aria che ci dà madre natura e che possa essere legittima una tassa sull’aria!

18/03/2010


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