ALZO ZERO 2010


Obama e la sua strategia sempre più in ombra


di Marc Levine

Sorgono preoccupazioni sulla strategia di Barak Obama con il crescere del consenso sull’inutilità della politica di sicurezza sociale degli Stati Uniti

Bill Clinton, fresco di nomina come inviato delle Nazioni Unite ad Haiti, ha ammesso davanti alla Commissione Esteri del Senato il mea culpa più drammatico possibile della storia Presidenziale sulla politica statunitense che ha costretto i paesi in via di sviluppo ad acquistare prodotti agricoli americani a prezzi sovvenzionati distruggendo i settori agricoli locali. Questo è stato un disastro.

“L’ho fatto. Devo vivere tutti i giorni con le conseguenze della capacità persa di produrre un raccolto di riso ad Haiti per sfamare queste persone, a causa di quello che ho fatto. Nient’altro”

Là dove Clinton ha contribuito a gettare le basi per la re-militarizzazione dei sistemi politici ed economici dell’America con l’adozione del neoliberalismo acritico(che malgrado l’etichetta di “liberale”, porta inevitabilmente al neoconservatorismo e alla guerra) Obama, con la massima cura e considerazione si sta dirigendo verso quel “lato oscuro” che milioni di americani che lo hanno votato, hanno sempre sperato di dover evitare.

Politica o follia?

I segni premonitori che la traiettoria del Presidente Obama si stava discostando dalla retorica della sua campagna elettorale, erano evidenti fin dall’inizio. Come quando, il presidente di nuova investitura ha scelto come alto consigliere economico un uomo come Summer Lawrence, che quando Clinton era segretario del Tesoro ed era responsabile per le politiche che hanno distrutto i raccolti di riso ad Haiti, e che ha anche consentito ad un milione di aziende di ottenere piani di ricchezza come il sub prime Bonanza il cui crollo ha lasciato il paese nell’attuale disastrosa condizione.

Un altro segnale è stato sicuramente il fatto che la difesa della spesa di Obama aveva superato fin dall’inizio il suo predecessore repubblicano, anche se la sua campagna aveva raggiunto un rilievo nazionale proprio con l’ impegno nel porre fine alla guerra in Iraq che avrebbe portato come logica ad una sostanziale riduzione del bilancio militare.

Per essere sicuri, possiamo capire quanto sia stato difficile per un presidente democratico ridurre significativamente le spese alla difesa in piena guerra. Ma Obama è stato eletto per fare cose impegnative e considerata l’urgenza della recessione e il crescente inasprimento dell’opinione pubblica relativamente all’Iraq e all’Afghanistan, egli avrebbe potuto assumere il controllo del discorso nazionale che girava intorno alla “Reale ed Esistente guerra al Terrore” e aver iniziato una sterzata del paese indietro verso qualche misura sul fronte della sanità, fiscale e morale.

Difatti, l’elevata spesa di un trilione di dollari all’anno per la difesa, può essere considerata come denaro bastante per curare la maggior parte delle disgrazie economiche e sociali dell’America? Per non parlare della gran parte del mondo! Nulla di più pazzo.


La falsa scelta dei diritti umani contro la sicurezza nazionale.

Invece il Presidente Obama ha semplicemente perseverato su quasi tutte le principali norme di sicurezza di Bush, sia come impostazione che come progettazione. Segreti di stato, omicidi mirati, traduzioni in carcere e detenzioni indefinite, hanno contrastato il diritto impedendo alle vittime della tortura il ricorso giudiziario, espandendo la guerra in Afghanistan, sebbene con cautela, per assicurare una presenza a lungo termine in Iraq, tutto questo ha reso sicuramente ricchi e felici uomini come Bush e specialmente Cheney.
Come Michael Hayden, ultimo direttore della Cia di Bush, ha dichiarato in una recente intervista:”Obama è stato aggressivo tanto quanto Bush nella difesa delle prerogative e dei poteri esecutivi che hanno permesso e sostenuto la “guerra al terrore”.
Ma come si è avvicinato a questo lato oscuro Obama?E’ parso evidente nelle due ultime settimane, da due specifici punti di vista.

Nel primo punto, una corte d’appello federale ha rovesciato una decisione della bassa corte che permetteva ad ex prigionieri della CIA di citare in giudizio le società che avevano partecipato alla loro consegna e alla loro tortura nelle prigioni all’estero. Nel decidere che i ricorrenti non potevano citare in giudizio nonostante un vasto pubblico (piuttosto classificato)registra il sostegno delle loro affermazioni. Il giudice Raymond C.Fisher ha sostenuto la tesi dell’amministrazione Obama secondo cui nelle sue parole a volte c’è un conflitto doloroso tra diritti umani e sicurezza nazionale in cui il primo dev’esser sacrificato per preservare il secondo.
Ma questo è un concetto completamente ridicolo dato che una ragione fondamentale, come la frustrazione,la rabbia nichilista, in ultima analisi la radicalizzazione e la violenza coinvolte nel “terrorismo islamico” e nelle insurrezioni, sta proprio nel lungo termine come la negazione strutturale dei più elementari diritti umani da parte dei governi della regione, la maggior parte dei quali continuerà ad esser sostenuto dagli Stati Uniti per motivi di sicurezza nazionale, nonostante il loro comportamento.

Quello che né il procuratore generale Eric Holder, né il Presidente sembrano aver capito è che non ci può essere contraddizione tra diritti umani e sicurezza nazionale poiché l’assenza di diritti umani non può mai portare alla mancanza di sicurezza

Cosa c’è di meglio dell’idea stessa di sicurezza nazionale di un paese nell’era della globalizzazione (in particolare quella dell’iper-potere globale degli Stati Uniti)che può essere definita a parte, in un contesto di sicurezza dalle altre nazioni, il che è ridicolo e ci si chiede come possano immaginarlo e dichiararlo in buona fede le persone intelligenti quali presumibilmente sono gli ex professori delle scuole di diritto diventati presidenti.

Un rifiuto completo delle giustificazioni di guerra degli Stati Uniti.

La settimana scorsa è stata ancora più preoccupante la pubblicazione di due relazioni di gruppi di studio non bi-partisan relativa l’avanzamento della linea in Afghanistan. La relazione”A New Forward: Ripensare la strategia USA in Afghanistan” pubblicato da un Gruppo di Studi afgano basato a Washington e la relazione”Strategic Survey 2010”pubblicata dalla londinese International Institute for Strategic Studies, concludono entrambe che “Un’ assunzione del controllo da parte dei Talebani è improbabile, anche se Washington riducesse il suo impegno militare in Afghanistan in buona misura perché le condizioni che hanno permesso il primo insediamento talebano nel 1990 non esistono più e non è facile che si possano ripetere. Per quanto importante, “oggi non è significativa la presenza di Al Qaeda in Afghanistan e il rischio di un nuovo porto sicuro sotto il regime più amichevole dei Talebani è sovrastimato”.

Infatti, la critica insolitamente diretta della politica anglo-americana in Afghanistan dal compassato IISS (International Institute for Strategic Studies, ndt)è stata fatta proprio perché il gruppo di esperti ritiene che l’attuale percorso , lontano dall’affrontare la minaccia del terrorismo islamico, sia in realtà una grave minaccia per gli interessi della sicurezza dei due paesi.

Altrettanto importante, secondo Nigel Inkster, uno dei direttori dell’Istituto ed ex alto funzionario dell’Intelligence britannica, è l’improbabilità che Al Qaeda sia in grado di costituire una minaccia in altri paesi che si trovano sul radar militare e su quello dell’intelligence degli Stati Uniti come lo Yemen e la Somalia.

Queste relazioni sono importanti non solo per le loro conclusioni che viziano tutta la logica per la continuazione della guerra in Afghanistan. Di più sta il fatto che se questi due documenti fondati in gran parte su fonti ed informazioni non classificati, sono arrivati alla stessa fondamentale conclusione allo stesso modo gli Stati Uniti e gli alleati militari e le comunità dell’intelligence hanno raggiunto la medesima conclusione.

Il Presidente Obama è considerato da tutti come un uomo rispettabile che, a differenza del suo predecessore, non gode nel guidare in tempo di guerra il suo paese. Il suo futuro politico e la sua eredità dipendono in gran parte dal successo della politica degli Stati Uniti lontana dall’economia di guerra verso la ricostruzione lungo linee più innovative e sostenibili.
Anche se lui dipende dalla guerra dell’Afghanistan , lui e il suo consigliere più esperto e i comandanti devono sapere molto bene che cosa fare, così è solo una disastrosa follia.

Loro devono capire che queste cose generano proprio il risultato che le linee politiche prevedevano di evitare come odio estremo e violenza contro gli Stati Uniti nel cuore dell’Asia Centrale e da lì verso tutto il mondo mussulmano.

Forse un giorno il Presidente Obama scriverà un libro di memorie e di testimonianze davanti alla Commissione Esteri del Senato e l’eco o l’evocazione della triste testimonianza del Presidente Clinton sull’arroganza del potere e sulla loro ostinata ignoranza .
Se le cose stanno così, questo sarà una buona materia per gli storici e per i commentatori, ma una piccola consolazione per l’incalcolabile massa dei popoli-afghani, pakistani, americani e chissà quanti altri-che continuerà ad esser devastata dall’incapacità del presidente di cercare la verità in piazza, di fronte a chi lo ha eletto per portare il paese verso la speranza e il rinnovamento,
lontano dalle avidità, dal cinismo, dalla disperazione

Traduzione di Stella Bianchi per italaisociale.net

Mark Levine è professore di storia all’Università della California ad Irvine.
I suoi libri più recenti sono:Heavy Metal Islam(Random House) e Impossibile Peace:Israel/Palesatine since 1989(Zed Books).

 

Nelle foto:

Obama e mcChrystal

Obama e Petraeus

 

23/09/2010


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