ALZO ZERO 2010

 

Note di biologia sociale

Lo Stato che non c’è…

Carmelo R. Viola

Gli anarchici si battono “onestamente” – ma più con il pensiero che con le azioni – contro lo Stato, ritenendolo la causa di tutti i mali sociali. E - dopo la scontata fine della gloriosa Comune di Parigi - attendono…da secoli che il miracolo si compia! Io, che conto una ventennale militanza anarchica giovanile vivendo dal di dentro quest’immensa illusione – sono convinto che il disagio sociale denoti proprio l’assenza dello Stato. Di quello vero, s’intende.
E’ ben chiaro come il processo di privatizzazione, proprio dell’esasperazione-invecchiamento del capitalismo, abbia portato occasioni e potere a quelle mafie, che analfabeti sociali – veri o finti – come Maroni, si dicono convinti di potere sconfiggere – e in questa legislatura!
Quello che ci viene propinato come Stato da gente, che mentisce per interesse o per ignoranza, è un “principato medioevale riveduto e corretto” legittimato da un giochetto elettorale, denominato, del tutto impropriamente, democrazia. Non credo davvero di esagerare. Né credo che la situazione morale sia migliore rispetto a quella che ci è stata recitata dal film storico “Lo scandalo della Banca Romana” della fine dell’800: potremmo affermare, senza tèma di smentita, che è perfino peggiore per quella legge che dice che “a maggiore esperienza vissuta corrisponde una maggiore responsabilità morale”. Che cosa ha mai insegnato alla nostra gente oltre un secolo di storia?
Il “principato democratico” – dentro cui ci troviamo a vivere e a costruirci i nostri miraggi politici – ha tratti caratteristici specifici come le differenze abissali nel potere di sussistenza della gente (dalla ricchezza favolosa all’indigenza totale): si tenga conto che il potere è l’altra faccia della vita. Quindi uno spasmodico agonismo di difesa che si risolve in: corruzione “intralegale”, propria di “Tangentopoli”, e nella corruzione “paralegale” delle molteplici mafie, che nascono insieme dalla fame e dall’emulazione.
Tale “principato” è la trasposizione antropologica della giungla. Accanto ad una trasfigurazione liturgica della predazione, conseguita nel rispetto delle leggi – dette regole – vi è, pertanto, una “presa diretta” della preda (furto e conseguenti) detta semplicemente delinquenza comune. Le forme sono molteplici, la sostanza è unica. E’ facile comprendere cosa significhi l’accorato appello alla legalità” quando si tratta della legalità di un sistema paraforestale.
Con il liberismo globale, il capitalismo, predazionismo legale (cioè con “regole da rispettare”), imbocca la strada del peggio e noi ci ritroviamo ad assistere ad uno spettacolo quotidiano, che provoca una pena indicibile sulle sorti di quella civiltà, che i vai fautori del socialismo – e dello stesso anarchismo – da Marx a Stirner a Nietzsche, hanno ritenuto biologicamente adatta alla felicità della specie umana.
I nuovi padroni del mondo sono certamente i banchieri ma i loro referenti, che si esibiscono nel teatro (o teatrino) del potere, sono forse dei pazzi se pretendono perfino di farci credere che le ideologie siano morte e che per questo il mondo sia avviato alla realizzazione di una convivenza secondo natura, e se lo fanno in nome proprio di un’ideologia, la peggiore, da trattamento psichiatrico – del liberismo - che preclude la porta della cognizione di una società umana organizzata secondo scienza e coscienza.
Al centro di tale cognizione c’è – guarda caso – proprio lo Stato, quello vero, appunto, quello che significa potere al di sopra delle parti in quanto potere collettivo – di tutti e di ciascuno – capace di farsi carico di proteggere ed accudire – come un genitore i propri figli – tutti i cittadini, nessuno escluso.
Un tale Stato ha i suoi tratti caratteristici specifici come la proprietà dei mezzi di produzione dei beni e dei servizi con sistematica promozione della creatività artigianale e tecnologica e la padronanza della moneta considerata solo uno strumento tecnico per la distribuzione dei beni e dei servizi stessi secondo equità e bisogno.
Tale Stato – il vero – ha bisogno di una struttura ma anche di uno spirito con assoluta analogia con il binomio psicosomatico del corpo umano. Alla struttura giuridica deve corrispondere un livello di sufficiente empatia fraterna: il fattore X che fa di un antropozoo un uomo propriamente detto. Solo nell’àmbito di tale Stato non esiste la povertà e quindi nemmeno la carità come strumento di potere; non esiste alcuna forma di sfruttamento interumano (da lavoro dipendente o strumentale, da locazione o parassitario, da credito o usuraio e così via); non esistono il bisogno e la disoccupazione e quindi non può esistere la predazione (presa diretta), comune o mafiosa; non esistono le forme di concorrenza a chi depreda di più né il bisogno di avere santi in paradiso per non morire o per arricchirsi.
Considerando che il “crescere” della nostra specie significa anche fissare nei vari DNA costumi, che conservano o recuperano modalità di predazione (che si risolvono appunto nella corruzione, di cui alla cronaca di ogni giorno) e la crescente diserzione dei socialisti e comunisti di una volta, non so se io debba continuare a sperare che il mondo possa diventare quel consorzio di uomini-fratelli, che sognavo nella mia lontana adolescenza.
Non credo che un insipiente “partito democratico” possa darci qualcosa di meglio rispetto al principato regnante, dotato sì di uno statuto costituzionale ma i cui migliori articoli sono fronzoli coreografici come le preghiere liturgiche rivolte ad un padreterno invisibile e infinitamente lontano. La presenza di un potere, praticamente occupato da un manipolo di cortigiani al sèguito di un certo Berlusconi, ci dà ragione di quello Stato che non c’è e che gli anarchici inseguono inutilmente, sempre più ridotti alla carta stampata del loro movimento.

 

27/01/2010


pagina di alzo zero

home page