ALZO ZERO 2010

 

Israele senza maschera: sterminio a Gaza, arroganza in Cisgiordania

- La strategia ebraica per rendere impossibile l’esistenza di uno Stato arabo
- Porre fine alla illegittima spartizione voluta dall’ONU
- Lavorare per una Palestina unificata libera dal razzismo e dalla teocrazia

Di Giandomenico Bardanzellu

Nel gennaio 2006 Hamas riportò una decisiva vittoria su Fatah nelle elezioni legislative palestinesi. Da allora Israele ha sottoposto Gaza ad un lento strangolamento bloccando i valichi di Erez e Rafah, proclamando un embargo su tutti i beni di consumo, medicinali, materiale da costruzione, ecc., bloccando con la Marina le coste da dove non possono partire né giungere imbarcazioni di qualsiasi tipo.

Da Gaza cominciarono allora ad essere lanciati dei rudimentali razzi in direzione di Israele, senza guida e con una quantità di esplosivo neppure sufficiente all’autodistruzione. Tali Razzi erano come dei disperati bengala lanciati da una scialuppa carica di naufraghi in balia della tempesta. La scialuppa tenta di richiamare su di sé l’attenzione del mondo, perché i naufraghi stanno morendo, ma nessun mezzo di soccorso compare all’orizzonte. Finalmente si avvicina una nave grande e potente. I naufraghi si illudono di essere in salvo. Ma la nave non è venuta per salvare, bensì per uccidere. A tutta velocità si avvicina alla scialuppa in difficoltà con l’intenzione di speronarla, di affondarla, di distruggerla senza lasciare tracce o testimoni che possano far conoscere al mondo l’assassinio perpetrato. Ma il piano criminale, a cui la nave pirata non è nuova, ancora una volta non riesce del tutto. Agli occhi del mondo la nave pirata ha subito danni più gravi della scialuppa aggredita, la quale ha perso vite umane, è stata ferocemente danneggiata, ma non è affondata, ha ripreso a navigare, a manovrare ed in un prossimo futuro potrà di nuovo difendersi combattendo.

Non ha caso John S. Mearsheimer, Professore di Scienze Politiche all’Università di Chicago, co-autore del testo Lobby israeliana e politica estera americana (vedi l’Uomo Libero n. 62 dell’ottobre 2006) ha pubblicato nel gennaio 2009 un articolo intitolato Another War, Another Defeat (Un’altra Guerra, un’altra Sconfitta) il cui sottotitolo è L’offensiva di gaza è riuscita nell’intento di colpire i Palestinesi, ma non in quello di rendere più sicuro Israele.

Da quando nel dicembre 2008 è cominciata la mattanza dei Palestinesi imprigionati come tonni nella striscia-ghetto di Gaza i giornali devoti ad Israele si premurarono di citare le parole pronunciate da Obama nel luglio 2008 quando, ancora candidato presidenziale, visitò Israele. Dopo i soliti macabri rituali al Museo dell’”olocausto” egli fu trasferito a Sderot per ammirare i bossoli dei cosiddetti “missili” di Hamas. E’ stupefacente, come già accennato, che questi micidiali ordigni non riescano neppure a distruggere se stessi quando esplodono! Tubi di stufa erano e tubi di stufa rimangono, prima e dopo “l’esplosione”, anche se nei nostri giornali sono descritti come armi micidiali. In quell’occasione la International Herald Tribune del 30 dicembre 2008 ha ricordato che Obama così commentò: “Se qualcuno lanciasse dei razzi contro la mia casa, dove di notte dormono le mie due figlie, io farei qualsiasi cosa per porvi termine”. Poi aggiunse: “E penso che Israele farebbe lo stesso”. (Peccato che Obama non si sia posto la domanda “e perché lanciano i razzi?”). Dopo la prima entusiastica diffusione da parte della stampa asservita per giustificare la strage di una popolazione indifesa, alcuni sottili analisti di parte ebraica, sempre diffidenti su ciò che potrebbe scalfire la “sicurezza d’Israele” sollevarono delle perplessità sulle parole di Obama “into my haouse” (contro la mia casa). In effetti se si trattasse della propria casa, potrebbero essere tutti d’accordo. Se invece nella casa di cui si parla si fossero barricati dei malfattori, dopo averne cacciato i legittimi proprietari, anche questi ultimi farebbero qualsiasi cosa pur di rientrarne in possesso. Ma i legittimi proprietari non dispongono delle bombe al fosforo e delle altre micidiali armi di cui dispongono i malfattori barricati. Lanciano solo dei razzi giocattolo e offrono il proprio sangue.

Alla data di questo articolo si continua ad assistere a dei vertici di ipocrisia da parte della stampa e TV italiana ed europea. E’ noto ormai che 1.400 Palestinesi (uomini, donne, bambini) sono stati massacrati dagli aerei e dai carri armati israeliani, senza dimenticare il bombardamento costiero fatto dalle navi della marina di Israele contro la popolazione che, fuggita dalle proprie case, cercava rifugio sulle spiagge. A tale tipo di massacro si riferì il Primo ministro turco Erdogan quando, nel recente incontro di Davos, gridò in faccia al presidente di Israele, Peres: “Voi sapete benissimo come uccidere i bambini palestinesi, anche sulla spiaggia!”. Si stima inoltre che circa 5.000 siano i feriti, di cui molti a quest’ora saranno morti o mutilati in permanenza. Si parla dunque di 6.400 vittime palestinesi. Ma cosa hanno mostrato i servizi giornalistici degli “inviati al fronte” (che fronte?). Essi mostrano i pianti disperati, le facce feroci dei parenti delle tre – diconsi TRE – vittime israeliane perite in questa guerra. (Gli israeliani avrebbero perso altri dieci soldati a causa del fuoco amico, ossia si sono uccisi fra di loro). Vengono filmate le cerimonie funebri orchestrate da inquietanti rabbini con lunghe trecce e cappelloni neri, con l’odio e la vendetta nello sguardo. Vengono riportate le dichiarazioni teatralmente commosse e al tempo stesso minacciose, dei politicanti nostrani che, con lo sguardo gelido e gli occhi socchiusi dall’odio, gridano che “il massacro della popolazione israeliana deve cessare, che Israele ha il diritto di difendersi” etc. Nei telegiornali nostrani seguivano spesso i voli degli aerei israeliani che andavano a completare il massacro di una popolazione intrappolata, nell’impossibilità sia di difendersi che di fuggire!

E’ mai possibile che né in America né in Europa si levi una voce indignata contro questi crimini? Perché né il Papa, né Obama, né Berlusconi hanno fatto uso della loro autorità politica, se non morale, per bollare a fuoco il massacro perpetuato a sangue freddo da Israele contro la popolazione di gaza? Perché la stampa internazionale non bolla col marchio dell’infamia questo colpevole silenzio? Per i credenti, non si tratta forse di delitti che gridano vendetta al cospetto di Dio?

L’analista Ben Morris, dell’Università Ben Gurion di Gerusalemme, nel suo articolo “Perché Israele si sente minacciato” (International Herald Tribune del 31 dicembre 2008) ha chiaramente scritto che Israele non teme affatto l’opinione pubblica del mondo intero, ma guarda con terrore soltanto a ciò che verrebbe fatto a Israele il giorno in cui gli venisse a mancare l’appoggio americano e gli arabi raggiungessero una tale superiorità demografica da obbligare gli israeliani a trattare. Solo questo (secondo Morris) temono, non il giudizio del mondo civile! Fino ad allora…viva la mattanza!

D’altronde è sufficiente applicare le leggi bibliche, alcune delle quali sono riportate da Gianantonio Valli nel suo ultimo libro I complici di dio – genesi del mundialismo:

- Ezechiele IX, 5: “Il vostro occhio non perdoni e non abbia misericordia. Uccidete vecchi, giovani, vergini, donne e bambini fino allo sterminio”.
- Deuteronomio VII, 16: “Distruggi dunque tutti i popoli che il Signore Iddio mette in tua balia, non si impietosisca l’occhio tuo su di loro”.
- Samuele XV, 3: “Va’ dunque, colpisci Amalec e vota alla distruzione lui con tutto ciò che gli appartiene. Non risparmiare nulla, ma uccidi tutti: uomini, donne, fanciulli e lattanti, bovi e pecore, cammelli e asini”.
- Isaia XIII, 15: “”Quanti saranno trovati saranno trucidati e chi sarà preso perirà di spada. I loro bambini saranno sfracellati sotto i loro occhi, le loro case saccheggiate e le loro donne violate”.

Ci asteniamo da ulteriori citazioni. Abbiamo cercato nella bibbia la raccomandazione di usare le bombe al fosforo contro le popolazioni civili, ma non l’abbiamo trovata. L’unica ragione può essere dovuta al fatto che, in quella lontana epoca, non erano ancora state inventate.

Vogliamo richiamare una frase del presidente americano Harry Truman. Egli scrisse nei suoi diari del 1948, pubblicati sul Washington Post e riportati sul Corriere della Sera del 12 luglio 2003: “Gli ebrei sono molto egoisti. Quando hanno il potere fisico, finanziario o politico che sia, né Hitler né Stalin possono superarli nella crudeltà o nel maltrattamento di chi sta sotto di loro”.

I tragici eventi di questi giorni hanno le loro profonde radici nell’invenzione del cosiddetto “Stato d’Israele” da parte dell’ONU nel 1947. Fu scelto dissennatamente un territorio abitato da secoli da un’altra popolazione la quale, sulla spartizione, non fu neppure consultata. La prima conseguenza fu l’espulsione di circa un milione di palestinesi che dovettero abbandonare le case e i campi dove abitavano e lavoravano. Questa espulsione è nota nel mondo arabo come nakba, che significa catastrofe. Su questi territori i palestinesi vivevano assieme ad altre minoranze ebree, copte, cristiane, mussulmane, dapprima sotto l’Impero Ottomano, poi sotto gli imperi inglese e francese. Dal 1947, a differenza di paesi come il Libano, la Siria, la Giordania, l’Iraq che acquisirono l’indipendenza a seguito delle vicende politiche e militari del XX secolo, i palestinesi non solo non ottennero l’indipendenza, ma passarono direttamente al ben più terribile giogo di Israele. La scelta che si pose loro fu l’esilio e la schiavitù, ecco la NAKBA. Secondo dati dell’ONU del 31 dicembre 2006 la popolazione palestinese espulsa ammonta oggi a circa quattro milioni di persone, così distribuite:

- 1.016.694 rinchiusi nella Striscia di Gaza (in aggiunta al circa mezzo milione che già vi abitava),
- 1.858.362 rifugiati in Giordania,
- 408.438 in Libano,
- 442.363 in Siria.
(Fonte: Dipartimento per i Rifugiati delle Nazioni Unite UNRWA – situazione al 31.12.06).

Circa quattro milioni di persone, un numero tale per cui nulla terrorizza Israele quanto l’argomento del rimpatrio dei palestinesi.

In aggiunta alle violenze a cui sono sottoposti i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, in aggiunta alle discriminazioni e umiliazioni a cui soggiacciono gli arabo-israeliani (ossia quei palestinesi che per vari motivi rimasero in Israele, essendovi trattai come cittadini di infima classe), si verificarono in Cisgiordania sistematici episodi di arroganza da parte ebraica. In questo territorio, assegnato dall’ONU ai palestinesi nel 1967, si sono surrettiziamente installati i peggiori criminali razziali e i più fanatici integralisti di cui Israele dispone: i cosiddetti “coloni”.

Alcuni di questi ripugnanti atti di arroganza sono stati documentati dal Dipartimento UNRWA delle Nazioni Unite:

- Nella città di Hebron, grosso centro situato in Cisgiordania (dove pare ci sia la “Tomba di Abramo”) e quindi in territorio palestinese, si sono di forza installati i soliti “coloni”. Essi hanno occupato tutti i piani superiori delle abitazioni, relegando i palestinesi ai pianterreni. Una delegazione tedesca di base a Hebron sotto l’egida delle Nazioni Unite (Ecumenical Accompaniment Programme in Palestine and Israel) avente lo scopo principale di assicurare – o di tentare di assicurare – l’incolumità dei palestinesi che vivono nei territori occupati, in particolare quei bambini che devono recarsi a scuola (spesso fra gli insulti e i lanci di frutta marcia da parte degli ebrei) ha potuto documentare che è prassi abituale dei “coloni” gettare le immondizie, nonché feci e urine, dalle loro finestre sulle stradine sottostanti dove i palestinesi abitano e hanno i loro negozi. Essi sono obbligati ogni mattina a ripulire le stradine della “Old City”dai ripugnanti rifiuti degli ebrei. Nessuna protesta è possibile, nessuna polizia interviene. Gli inquilini del pianterreno cercano di difendersi stendendo delle reti all’altezza del primo piano, le quali però non fermano i rifiuti liquidi, e devono comunque essere frequentemente ripulite.
- Gli insulti e gli assalti fisici sono all’ordine del giorno da parte di tutti i coloni contro qualsiasi soggetto palestinese che ancora si ostini ad abitare nelle proprie case, sul proprio territorio. Tali violenze si manifestano preferibilmente contro gli anziani, specie se donne. Nella fotografia, scattata ad Hebron, si vede una giovane donna israeliana che tira per le vesti una vecchia palestinese contro la quale si accanisce a calci anche un feroce piccolo ebreo, con tanto di kippa. Si intravedono personaggi in uniforme che, al solito, assistono a questi episodi senza intervenire.
- Per indurre i contadini palestinesi a lasciare le loro terre rendendole improduttive i coloni ricorrono a ributtanti azioni vandaliche, come documentato fotograficamente: in una notte del 2007 i coloni, muniti di seghe elettriche e armati di mitragliatori in caso di proteste, hanno distrutto intere piantagioni di ulivi distribuiti in varie zone della Cisgiordania con un’azione coordinata. Essi hanno segato i tronchi degli alberi da ulivo in modo che non possano più rinascere. Gli ulivi sono (anzi erano) la principale fonte di reddito dei palestinesi in quelle zone.
- L’elenco delle angherie a cui sono sottoposti i palestinesi è ancora lungo. Una delle massime vergogne è il muro alto 9 metri, gioiello di tecnologia militare, munito di sensori laser e infrarossi, di lunghezza prevista di 723 km, profondamente incuneato in territorio palestinese e dal costo di 3 miliardi di dollari (2006) pagati dagli USA. Rispetto ad esso il muro di Berlino fu un gioco da ragazzi. A queste angherie si aggiungono i blocchi stradali fissi, i cosiddetti “Check Points” mobili, le barriere lungo le strade della Cisgiordania percorribili soltanto dagli israeliani e rigorosamente interdette agli arabi, le porte di ferro girevoli che possono improvvisamente bloccare una strada che era stata dichiarata agibile anche per i palestinesi, le distruzioni con la dinamite delle catapecchie abitate da contadini e dalle loro famiglie per il minimo sospetto (o accuse da parte dei coloni) di “attività anti-israeliane”!

I fatti citati non sono che la punta dell’iceberg dei soprusi, compresi gli assassinii, che vengono continuamente perpetrati a danno dei palestinesi e sono stati documentati dalle agenzie delle Nazioni Unite. Tali documenti non possono uscire (se non in pochi fortunati casi) dalle stesse agenzie che li hanno raccolti perché non sarebbe “politicamente corretto” pubblicarli.

La risoluzione dell’ONU che ordinava il ritiro di Israele da tutti i territori occupati nel 1967, è stata fin dall’inizio da Israele platealmente ignorata. Da più di quarant’anni ormai si sono susseguiti numerosi piani di pace basati sull’ingenuo nonché ipocrita concetto di “Due Popoli, Due Stati”. Tale idea è stata assurda fin da principio perché non sono mai esistite, né esistono ancor meno oggi le condizioni geografiche, politiche, territoriali per costituire un cosiddetto Stato palestinese. Il concetto dei “Due Stati” contiene una doppia ipocrisia. La prima consiste nel fatto che è uno solo lo Stato di cui si dovrebbe parlare, laico, con un governo democraticamente eletto da tutti gli abitanti di quel territorio, storicamente conosciuto come Palestina, del quale fanno parte con pieno diritto anche quei quattro milioni di palestinesi in esilio. In un tale Stato devono poter convivere con uguali diritti musulmani, ebrei, cristiani, come è sempre stato possibile anche sotto i vilipesi domini ottomano e inglese, che non erano entità teocratiche come Israele.

La seconda ipocrisia consiste nel fatto che i territori che verranno assegnati ai palestinesi per il loro “Stato” sono, come già accennato, totalmente inagibili per un tale fine. I motivi principali sono i seguenti:

Le due “enclaves” che dovrebbero costituire lo Stato Palestinese che, nel piano originale dell’ONU, dovevano essere collegate fra loro, sono oggi rigorosamente separate. Ai fini di potervi costituire uno Stato esse dovrebbero poter essere congiunte da un “corridoio” per costruirvi almeno un’autostrada.

Tuttavia gli Israeliani sembrano tanto disponibili alla costruzione di un tale corridoio quanto lo furono i polacchi per il corridoio che doveva collegare Danzica al Reich nel 1939. Una delle “enclaves” è la cosiddetta Striscia di Gaza. In essa sono oggi compresse circa 1,5 milioni di persone. Si tratta dalla più alta densità di popolazione in tutto il mondo: 4.000 abitanti per kmq, per circa 360km! E’ una striscia sabbiosa, priva di qualsiasi risorsa naturale, circondata da confini invalicabili, muniti di sofisticati posti di blocco, controllati dagli israeliani e dai loro infami alleati egiziani. La popolazione dipende interamente da Israele per acqua, elettricità, cibo, medicinali, materiali da costruzione. La Striscia di gaza è dunque un immenso lager a cielo aperto. La peggiore perfidia fu praticata durante le recenti stragi dal governo egiziano, correttissimo coacervo di servi degli USA e di Israele. Durante il massacro degli abitanti di gaza, bombardati dal cielo, da terra e dal mare, l’Egitto chiuse con le armi l’unico valico verso il Sud dal quale la popolazione terrorizzata avrebbe potuto fuggire. Gli egiziani lasciarono così i loro fratelli di razza, di lingua e di religione esposti al sadico livore dei massacratori israeliani. La via di fuga dal mare è altrettanto impossibile perché l’efficace e occhiuta Marina Militare israeliana pattuglia ininterrottamente le coste della Striscia ed impedisce a qualsiasi imbarcazione di prendere il mare come d’altronde impedisce a qualsiasi nave di sbarcare cibo o medicinali.

Tra le fandonie ascoltate in quei giorni veniva lodato Israele per avere ritirato le proprie truppe da Gaza. Tale ritiro ha semplicemente reso possibile il bombardamento indiscriminato della popolazione palestinese senza rischio di colpire i propri coloni e l’esercito ebraico!

La seconda “enclave” è la Cisgiordania, detta anche West Bank, bloccata a Nord a Ovest e a Sud da Israele. Ad Est il confine con la Giordania dovrebbe essere il fiume Giordano ed il Mar Morto, ma proprio lungo questo confine orientale si è stabilita permanentemente la fascia dei coloni in modo che la West Bank sia interamente circondata dalle forze israeliane, senza sbocchi verso il mondo esterno. Lentamente ma sistematicamente il cerchio si chiude anche su questo territorio, sul quale si sono già installati 450.000 “coloni”, distribuiti su 149 insediamenti e 96 posti di controllo, tutti collegati fra di loro da una fitta rete di strade alle quali beninteso i palestinesi non hanno accesso.

A Occidente il muro della vergogna chiuderà totalmente la Cisgiordania, cosicché, grazie anche alla frammentazione ottenuta isolando i nuclei familiari palestinesi su tutto il territorio, impedendone i collegamenti, la cosiddetta West Bank è del tutto inadatta a far parte di uno Stato palestinese.

E’ logica la posizione israeliana, che ha continuato a sostenere di essere d’accordo sui “Due Stati” in quanto Israele sa benissimo che tale soluzione è impossibile, ma giova diplomaticamente, nei confronti dei babbei che li stanno a sentire, in quanto mostra il “benevolo” atteggiamento ebraico verso i palestinesi e l’ossequio di Israele verso le decisione dell’ONU.

Il governo israeliano che sta nascendo, con Nethanyahu Primo Ministro e Liebermann Ministro degli Esteri, sembra aver superato questa fase dell’ipocrisia: ha già dichiarato chiaro e tondo che la costituzione di uno Stato Palestinese non rientra nelle sue priorità.

La priorità del nuovo governo sarà un’altra: la guerra all’Iran, nella speranza di farla di nuovo fare agli altri, come già la guerra all’Iraq. Forse anche stavolta l’Italia manderà i suoi soldati a combattere….per la pace.


Giandomenico Bardanzellu


27/02/2010


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