ALZO ZERO 2010

Anche la “nuova” Ugl di Centrella plaude alla cinesizzazione dei lavoratori Fiat

Pomigliano, la cilecca del plebiscito

di Giannino Stoppani

Scontato, ma senza plebiscito, l’esito del referendum farsa di Pomigliano. Da un lato un padronato agguerrito e determinato a imporre la propria volontà a tutti i costi, con il supporto strategico di Viale dell’Astronomia. Dall’altro i lavoratori costretti ad accettare le condizioni capestro dei Marchionne-Elkann per la sopravvivenza di sé stessi e delle loro famiglie. Ma se Fiat, Confindustria e la nuova triplice (Cisl, Uil, Ugl) della resa senza condizioni all’arroganza del Lingotto speravano in un plebiscito che avrebbe smentito le posizioni intransigenti di Fiom e Cobas nella difesa della dignità dei lavoratori e del rispetto delle leggi e dei contratti, hanno dovuto al contrario incassare il colpo di chi (più di un terzo degli operai) ha voluto manifestare tutta la propria determinazione nel difendere principi e diritti dai quali non si può derogare. La quota dei contrari ha ottenuto infatti un tondo 36%, percentuale di gran lunga superiore alla rappresentatività della stessa FIOM-CGIL all’interno dello stabilimento di Pomigliano d’Arco. Il che dimostra la volontà di una consistente fetta di lavoratori italiani che non si piegano ai ricatti degli schiavisti nostrani. Una risposta chiara e inequivocabile anche per il governo e la pseudo-opposizione, entrambi - da subito – schierati a fianco dei vertici Fiat, tranne l’Italia dei Valori che ha invece appoggiato la resistenza dei metalmeccanici al ricatto del Lingotto.

Dopo aver delocalizzato ad libitum l’attività produttiva, a destra e a manca, ed aver usufruito per anni e anni di fondi pubblici, sempre e comunque a spese del contribuente italiano, i nuovi padroni della Fiat vogliono ora sperimentare in Italia la formula della totale deregolamentazione del lavoro, attraverso l’aggiramento delle tutele contrattuali, della legge 300 e della stessa costituzione, con l’intento di estenderla in un secondo momento ad altri comparti produttivi nazionali, dietro il paravento del dogma della competitività sancito da un mercato ormai globalizzato.

Una sorta di cinesizzazione e cottimizzazione del mondo del lavoro, insomma, i cui frutti velenosi, nel caso di Pomigliano, sono racchiusi in un documento di 60 pagine (allegati compresi) che costituisce il requiem per i diritti dei lavoratori: dalla non copertura retributiva delle assenze per malattia, alla compressione dei permessi di legge e/o di contratto; dall’obbligatorietà degli straordinari, al divieto di sciopero, pena il licenziamento. Inoltre, per un periodo di due anni dall’avvio degli investimenti e della ristrutturazione dello stabilimento Giambattista Vico, i lavoratori saranno messi in cassa integrazione, senza possibilità di rotazione. A partire da gennaio 2011 verranno soppresse le seguenti voci retributive: paghe di posto, indennità disagio linea, premio mansione e premi speciali. Il tutto ben orchestrato attraverso una compiacente campagna di stampa che ha inteso dare dei metalmeccanici l’immagine di impenitenti assenteisti. In primis le esternazioni della presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, la stessa che ha salutato con soddisfazione la mazzata vibrata dagli eurocrati di Bruxelles alle donne italiane con il pensionamento a 65 anni. Dicevamo della resa incondizionata della nuova triplice sindacale. Sì, anche l’Ugl (l’ex sindacato Cisnal che un tempo faceva finta di richiamarsi ai valori della socializzazione) guidata – e qui sta il paradosso - da un segretario “operaio cassintegrato”, per giunta del medesimo gruppo industriale, ha vergognosamente accettato, senza la benché minima critica alla triade Fiat-Confindustria-Governo, la capitolazione dei diritti fondamentali e della dignità dei lavoratori. Una posizione, quella della Ugl, anticipata proprio a Pomigliano in occasione della celebrazione del 1° maggio dallo stesso Centrella in veste di responsabile nazionale dei metalmeccanici e resa ancora più riprovevole per la dichiarata consapevolezza del medesimo che si sarebbe trattato di un prototipo di contratto capestro esportabile all’intero settore: “(…) noi vogliamo accettare la sfida perché sappiamo che nel momento in cui firmeremo un accordo con il Gruppo Fiat, quell’intesa rappresenterà un modello per tutte le aziende del settore metalmeccanico in Italia (…)” (da La Meta Sociale, n. 4 aprile 2010, p. 10). Distratto forse da certe oscure vicende di qualche tempo fa che riaffiorano dalle brume della cronaca giudiziaria avellinese (in primo piano l’inchiesta relativa alla disciolta Cassa di Mutualità di Prata di Principato Ultra ma anche, a quanto ci riferiscono, ad attività di consulenza commerciale e fiscale finite nel mirino degli inquirenti) e probabilmente pressato da “sollecitazioni” politiche che lo “esortano” a rinnovare senza indugio la fedeltà dell’Ugl alla causa sionista (“sarò presente personalmente il 24 giugno a Roma alla serata organizzata a sostegno della liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit a quattro anni dal suo rapimento” annuncia dal sito web di Via Margutta lo stesso Centrella, aggiungendo subito dopo che “anche una delegazione dell’Ugl di Roma e del Lazio parteciperà all’evento”), il neo segretario affida solo ad una stringatissima nota, estrapolata dalle dichiarazioni rilasciate nella conferenza stampa nella sede Ugl di Napoli, nella prima pagina del sito Ugl (accanto al lacerante appello per la salvezza del milite con la stella di David) il commento sull’esito della consultazione Fiat: “la percentuale dei sì è alta e quindi sufficiente per portare avanti il progetto della Nuova Panda, sul quale si è impegnato un fronte ampio e rappresentativo di sindacati, operai e impiegati di Pomigliano”. Il peana filo-aziendale, politicamente corretto, si conclude bacchettando chi ha impedito la deriva plebiscitaria e avvalorando la tesi di quanti hanno contribuito all’immagine negativa dei “lavoratori assenteisti” di Pomigliano: “era mio dovere essere qui, accanto a coloro che hanno dimostrato di voler lavorare, di non aver paura di fare turni di notte e al sabato, di non voler mettere in atto alcuna forma di assenteismo. Da parte di chi ha perso, e non parliamo dei lavoratori che in ogni caso meritano rispetto, ci vorrebbe maggiore coerenza per le regole della democrazia (…)”. Parole che, nel solco della storia della Cisnal-Ugl, richiamano alla mente gli anni roventi della contestazione e delle lotte sindacali, quando l’allora Cisnal di Gianni Roberti (cinghia di trasmissione del missismo almirantiano filo-sionista e filo-atlantico) strizzava l’occhio al sistema, avversando strenuamente gli scioperi e le rivendicazioni sindacali, in nome di una fantomatica collaborazione fra le classi e di un anacronistico concetto di corporativismo (la socializzazione non era altro che uno slogan da usare solo in privato), salvo poi salutare con interessato entusiasmo pro domo sua l’approvazione dello Statuto dei Lavoratori nel lontano maggio 1970. Quello stesso Statuto che la Fiat di Marchionne ha tentato di cancellare a colpi di “referendum”.

30/06/2010


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