NOTIZIE 2009

 

LA SIRIA AGO DELLA BILANCIA NEL VICINO ORIENTE TRA SPERANZE DI DIALOGO E NUOVI ORIZZONTI DI GUERRA

di Dagoberto Husayn Bellucci


La Repubblica Araba Siriana rappresenta nel panorama geopolitico e strategico del Vicino Oriente il principale fattore di stabilità nella continuità che da sempre caratterizzano Damasco quale autentica cerniera e ponte di dialogo tra Occidente e mondo arabo-islamico. La Siria di Bashar el Assad si muove di fatto sulla scena politica regionale da una posizione di forza sia rispetto all'immediato passato che guardando al futuro: ne sono chiari segnali le continue "avanche's" provenienti dall'amministrazione statunitense obamita - tesa, fin dal gennaio scorso all'atto del suo insediamento ai vertici della politica americana, a spezzare il fil rouge che unisce il caposaldo del fronte antisionista arabo - Damasco appunto - alla Repubblica Islamica dell'Iran - e le reiterate minacce che a queste "aperture" di facciata si accompagnano unitamente ai chiari segnali di "nervosismo" provenienti dalla vicina entità criminale sionista alias "stato d'Israele".

Pochi giorni or sono l'ennesimo 'monito' statunitense è risuonato nei confronti dei dirigenti siriani. Un alto funzionario di Washington ha consegnato al quotidiano libanese "An Nahar" - notoriamente grancassa del fronte filo-occidentale dei partiti del cosiddetto "14 Marzo" (strumenti funzionali in terra dei cedri alle logiche del divide et impera in salsa yankee) - un chiaro messaggio rivolto a Damasco nel quale veniva sottolineata l'urgenza per gli Stati Uniti di pervenire alla riapertura e alla normalizzazione delle relazioni, congelate da qualche anno (esattamente dopo il 'varo' della risoluzione 1559 dell'autunno 2004 che aprirà la stagione della strategia della tensione nel Libano costringendo infine il governo siriano al ritiro unilaterale del proprio contingente militare presente da quasi trent'anni a difesa dei trattati di amicizia e cooperazione sanciti fra i due Stati confinanti a salvaguardia dell'integrità nazionale e della sovranità libanese costantemente minacciata dai sionisti), che rappresenterebbero per la Casa Bianca il primo passo verso un possibile rilancio di quel "processo di pace" regionale che Barak Obama dovrebbe annunciare come imminente.

E' sintomatico che mentre l'amministrazione americana spera di condurre in porto nuove trattative tra palestinesi ed israeliani (per le quali sarebbero già stati consultati tanto il presidente dell'ANP , Abu Mazen, quanto il suo "omologo" sionista, Benjamin Nethanyahu) le voci su possibili eventi bellici nella regione si intensifichino. E non potrebbe essere altrimenti se si considera che la pregiudiziale anti-sciita, particolarmente anti-iraniana, rappresenterebbe una delle "voci in agenda" per la riapertura del dialogo tra le due parti parzialmente congelato dopo la vile aggressione sionista alla striscia di Gaza dello scorso gennaio.

L'obiettivo di Washington e la strategia di destabilizzazione americana è evidente: isolare Teheran, rinsaldare il fronte cosiddetto "moderato" del mondo arabo, coinvolgere nuovamente Arabia Saudita ed Egitto quali supervisori del dialogo e riportare al tavolo delle trattative l'Autorità Nazionale Palestinese che controlla la Cisgiordania e i rappresentanti del governo di occupazione sionista di modo da tagliare definitivamente fuori Hamas e gli altri movimenti della Resistenza nazionale palestinese. In questa strategia di contenimento e isolamento della politica iraniana - la quale ha fatto sentire tutto il suo peso diplomatico anche in occasione delle recenti elezioni libanesi di due mesi e mezzo or sono - risulta assolutamente rilevante per Obama e il suo establishment l'avallo e possibilmente un accordo preliminare con Damasco.

Nel frattempo però l'amministrazione Obama ha, non più tardi di un mese fa, deciso il prolungamento di un anno delle sanzioni economico-diplomatiche contro Damasco confermato che la decisione presa dal suo predecessore, George W. Bush, il 1.o agosto 2007 fosse idonea.
Bush, si ricorderà, accusò la Siria di "contribuire all'instabilità politica ed economica in Libano" e di costituire "una minaccia eccezionale alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti". Vaneggiamenti di un'amministrazione, quella repubblicana a guida neocons, che dopo il fallimento delle guerre asimmetriche e la politica di esportazione manu militari della democrazia (2001 aggressione e occupazione dell'Afghanistan, 2003 aggressione e occupazione dell'Irak, 2006 aggressione israeliana al Libano) ricorse all'arma del ricatto sanzionatorio e delle pressioni per mantenere alto il livello di conflittualità e le proprie strategie destabilizzanti l'intera regione.

Obama, nel discorso con cui ha deciso il prolungamento delle sanzioni alla Siria, ha parlato di "alcuni sviluppi positivi avvenuti nell'anno trascorso" ma ha sostenuto e motivato la decisione presa sottolineando il persistere di "azioni di certe personalità" che ostacolerebbero il normale svolgimento della vita politica democratica libanese.

La richiesta di rimozione delle sanzioni, discussa qualche giorno prima del loro prolungamento tra il Presidente Bashar el Assad e George Mitchell inviato dell'amministrazione nel Vicino Oriente, da parte siriana cadde così inutilmente nel vuoto.

Il problema per Washington è che in Libano e dintorni "non si muove foglia che Damasco non voglia".

Nel Vicino Oriente tutti sanno che non è possibile giungere ad alcuna soluzione delle differenti crisi politiche e belliche regionali senza il coinvolgimento diretto della Siria che, più che mai, rappresenta il principale referente di qualsivoglia processo di pacificazione e normalizzazione nell'intera area.

Il ruolo siriano è rilevante per ciò che concerne la situazione palestinese, per i destini del vicino Libano, per l'annosa questione dei curdi al confine con la Turchia (ricordiamo come minoranze curde vivono nelle zone frontaliere settentrionali della Repubblica Araba di Siria) e dulcis in fondo per mediare sia nel contenzioso pesantissimo del vicino e confinante Irak e eventualmente per avviare o meno una nuova fase nei rapporti che l'Occidente vorrà tessere con Teheran.

Questa realtà fattuale è nota e conosciuta particolarmente bene negli ambienti diplomatici e politici statunitensi: fin dagli anni Settanta l'allora Segretario di Stato USA, Henry Kissinger, sottolineò con un enfatico riconoscimento il ruolo e la funzione centrale del Presidente Hafez el Assad definendolo "il Bismark del Medio Oriente".

Il figlio Bashar, arrivato al potere dopo la scomparsa del "Leone di Damasco" nove anni or sono, si continua a muovere più che efficaciemente nella stessa linea del padre: coerentemente Damasco mantiene basi delle organizzazioni di resistenza palestinesi sul proprio territorio e sostiene le lotte di liberazione nazionali sia di Hizb'Allah in Libano che di Hamas in Palestina mentre ripetutamente i dirigenti siriani hanno invitato tutte le parti in causa a riprendere la via negoziale ponendo, sine qua non, l'obbligo per il regime d'occupazione sionista di restituire le alture del Golan occupate da oramai quarant'anni e annesse da quasi un trentennio.

In questa situazione non destano alcuna meraviglia le parole con le quali Washington ha 'avvisato' Damasco. Nel messaggio consegnato al quotidiano di Beirut "An Nahar" e consultabile sul sito in lingua inglese "Naharnet" un funzionario del Dipartimento di Stato ha dichiarato: "Spero che i siriani siano consapevoli che esistono limiti al miglioramento delle relazioni con gli Stati Uniti. Se esistono segnali di un intervento politico siriano in Libano e del ritorno a precedenti pratiche militari precedenti al ritiro militare (siriano), lo scambio di ambasciatori (tra Siria e Stati Uniti) non avverrà."

Una dichiarazione che peraltro non trova alcun riscontro fattuale considerando che da qualche tempo Siria e Libano hanno cominciato a normalizzare le loro relazioni con la storica apertura di reciproche missioni diplomatiche, un evento storico per i due paesi e senza precedenti.
In realtà l'amministrazione americana lancia oscuri moniti verso Damasco per quanto sta accadendo all'interno del paese dei cedri: a Washington appare evidente che non siano affatto soddisfatti di come l'attuale maggioranza, guidata dal partito "Corrente Futura" del premier incaricato Sa'ad Hariri, stia gestendo il dopo-elezioni dello scorso 7 giugno.

Dopo la vittoria elettorale che ha sancito la sconfitta di Hizb'Allah e dei suoi alleati filo-siriani il premier in pectore non è stato capace, a distanza di sessanta giorni dall'incarico ricevuto, di formare un esecutivo che includa anche l'opposizione nazionalpatriottica e i partiti legati a Damasco (Hizb'Allah in testa e Corrente Patriottica Libera-Tayyar del Gen. Michel Aoun al fianco).

In questa situazione d'impasse che da due mesi ha praticamente caratterizzato la politica libanese - nella quale si sono anche levati i 'sussulti' del druso Waleed Jumblatt che ha minacciato di fuoriuscire dal fronte filo-occidentale dei partiti del 14 Marzo - Washington deve cercare di recuperare terreno e credibilità e, per farlo, non può fare a meno di accusare la Siria. "I siriani si sbagliamo - ha proseguito l'alto funzionario americano intervistato da "An Nahar" - se credono che le loro relazioni con noi non saranno influenzate da ciò che stanno facendo in Libano. Il presidente Obama vuole migliorare le relazioni con Damasco ma sarà impossibile se la Siria ed i suoi alleati libanesi continueranno a danneggiare le istituzioni democratiche.".

"Il che non significa - ha concluso il 'messaggero' obamita - che gli USA siano essi stessi interessati al processo di formazione di un esecutivo nazionale in quanto problema interno libanese" ovvero, fuor di metafora, è arrivato da Washington (la voce del padrone) il disco verde alla maggioranza filo-occidentale per abbandonare l'idea di un esecutivo di coalizione e governare con i soli voti a disposizione in parlamento.

Invito in tal senso è arrivato nella giornata di martedi dal capo della Chiesa maronita, cardinale Nasrallah Sfeir. Il patriarca maronita ha inviato un chiaro segnale al leader filo-occidentale Sa'ad Hariri invitandolo ad abbandonare il progetto di formazione di un governo di unità nazionale per scegliere la soluzione più "conforme" di presiedere un esecutivo sostenuto dai soli voti parlamentari del 14 Marzo.

Infine ad aggravare e rendere ancor più tesa la situazione generale nell'area giunge la notizia della nuova crisi diplomatica tra Siria ed Irak che hanno ritirato i rispettivi ambasciatori nella giornata di ieri dopo che, dalla capitale irakena, è arrivata la pesante accusa a Damasco di dare ospitalità ai terroristi implicati negli attentati dello scorso 19 agosto ai ministeri degli Esteri e a quello delle Finanze a Baghdad. Gli attentati, a pochi ore dal voto afghano, furono tra i più violenti degli ultimi due anni e causarono in tutto 95 vittime e oltre cinquecento feriti.

Dietro a questa nuova serie di attentati si intravide - o così riportarono i principali quotidiani arabi e internazionali e le agenzie di stampa mondiali - la mano di Al Qaeda che avrebbe inviato un chiaro monito all'Occidente e particolarmente al popolo afghano per invitarlo al boicottaggio elettorale. In realtà qualche giorno più tardi l'inchiesta condotta dalle autorità di polizia irachene avrebbe confermato che dietro all'attentato terroristico si nasconderebbero miliziani collegati al vecchio partito Ba'ath e alla passata amministrazione saddamista.

Tra minacce al-qaediste, pressioni americane e accuse sioniste l'esecutivo siriano deve adesso sbrogliare anche la matassa dell'affaire iracheno. Il governo di Baghdad, guirdato dal premier Nuri al Maliki, ha formalmente richiesto a Damasco di estradare due iracheni che si ritiene siano "direttamente collegati" agli attentati: Mohammed Yunis al-Ahmed e Sattam Farhan. I due, che vivrebbero in Siria, sarebbero esponenti di spicco dell'ex partito Ba'ath. Il primo sarebbe stato riconosciuto come leader di una delle fazioni nelle quali si è diviso il Ba'ath (attualmente fuorilegge in Irak) mentre il secondo, anch'egli esponente ba'athista, sarebbe stato tirato in ballo secondo la tv pubblica irakena, come il mandante delle bombe da un ex poliziotto iracheno della provincia di Diyala che si dichiarava coinvolto nell'attentato al Ministero delle Finanze eseguito - diceva - su ordini di Farhan.
Ali al-Dabbagh, portavoce del governo iracheno, dando l’annuncio del rientro in patria dell’ambasciatore di Baghdad ha chiesto alla Siria di consegnare pure “tutte le persone ricercate per crimini di omicidio e distruzione commessi contro il popolo iracheno” ed espellere “le organizzazioni terroristiche che usano la Siria come quartier generale e rampa di lancio per pianificare operazioni terroristiche contro il popolo iracheno”.
Le affermazioni di Baghdad e la decisione di richiamare l’ambasciatore hanno suscitato la pronta reazione di Damasco che ha subito ritirato il suo inviato. Tramite un comunicato il governo di Bashar el Assad respinge ogni accusa di coinvolgimento nelle bombe del 19 e di protezione a terroristi implicati negli attentati in Iraq.
"In reazione alla decisione di Baghdad di richiamare il proprio ambasciatore a Damasco per consultazioni, la Siria ha deciso di ritirare il proprio ambasciatore da Baghdad”. Con queste parole, affidate all’agenzia di stampa ufficiale siriana – la "Sana" – si è consumata la rottura, per adesso temporanea, fra Damasco e Baghdad.
La rottura tra i due Paesi arabi giunge a poco meno di tre anni dalla ripresa dei rapporti diplomatici avvenuta nel 2006, dopo 20 anni di gelo determinato anche dalla posizione siriana durante il conflitto che oppose negli anni Ottanta Irak e Iran. Allora Damasco, fra le poche capitali arabe, si schierò al fianco della Repubblica Islamica accusando Saddam Hussein ed il suo entourage di aver lanciato l'aggressione contro Teheran per distogliere l'attenzione del mondo arabo dal principale fronte di lotta che era e doveva rimanere quello palestinese.
La replica siriana comunque contiene anche un invito al governo iracheno di "esser pronta a ricevere una delegazione irachena con la quale discutere le prove disponibili riguardo ai responsabili degli attentati" si legge in una nota diffusa sempre dall'agenzia di Stato "Sana" che prosegue sostenendo che, in caso contrario, "considererà ciò che viene mandato in onda sui media iracheni prove fabbricate per obiettivi politici interni".

Tra nuove minacce sioniste, pressioni statunitensi, accuse di intromissione negli affari interni libanesi e di sostegno al terrorismo in Irak la Siria resta al centro delle attenzioni degli apprendisti stregoni del Nuovo Ordine Mondiale: le alchimie destabilizzanti dei signori del Mondialismo si rivolgono una volta ancora contro l'asse Beirut-Damasco-Teheran nella convinzione che esista ancora una opzione per costringere Hizb'Allah, Siria e Iran a 'patteggiare' o comunque scendere a compromessi di sorta.
La tensione sale nell'area geostrategicamente vitale del Vicino Oriente e Damasco continua a rappresentare il centro d'intersezione di tutti gli interessi regionali contrapposti tenendo in scacco finora qualsivoglia tentativo di riaprire i giochi di guerra che, a Washington e a Tel Aviv e in numerose capitali arabe alleate alla Plutocrazia Mondialista, si vorrebbero scatenare per scaraventare l'intera zona in una nuova, devastante, forse finanche apocalittica conglagrazione generale.

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI
DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA "ISLAM ITALIA"
DA NABATHIYEH (LIBANO MERIDIONALE)

01/09/2009


pagina delle notizie

home page