NOTIZIE 2009



LIBANO - LA TENSIONE RESTA ALTA AL CONFINE CON L'ENTITA' SIONISTA E SUL FRONTE INTERNO

di Dagoberto Husayn Bellucci


All'indomani del vertice siro-saudita che ha visto riaprire il negoziato diretto tra due dei principali soggetti geopolitici del Vicino Oriente - la Siria di Assad e l'Arabia Saudita di re Abdullah ovvero i due principali referenti dei partiti libanesi che da quasi cinque anni si stanno contendendo il potere a Beirut e dintorni - sono stati in molti a tirare un sospiro di sollievo e, forse troppo frettolosamente, a palesare l'accordo che avrebbe dovuto portare alla formazione del governo di unità nazionale al quale continua a lavorare il premier in pectore Sa'ad Hariri, giovane rampollo della principale famiglia che guida e dirige le sorti della comunità sunnita in un paese confessionale diviso tra etnie e fedi spesso contrapposte da secoli di odio.

L'accordo che sembrava raggiunto nel vertice di Damasco tra siriani e saudita resta invece in sospeso così come restano piuttosto lontane le prospettive di dare stabilità ad un paese uscito malconcio dal conflitto scatenato dai sionisti nell'estate di tre anni fa e lacerato da infinite contese interne fra i partiti filo-occidentali della maggioranza e i filo-siriani dell'opposizione: il voto dello scorso 7 giugno che ha premiato la lista della Corrente Futura di Hariri non ha attenuato la tensione nè eliminato i problemi che, in Libano, sono all'ordine del giorno.

Problemi economico-finanziari, con una crisi che registra picchi di disoccupazione pari anche al 30% e che sfiora record storici; problemi connessi alle infrastrutture con intere aree del paese assolutamente depresse e lasciate a sè stesse dal governo centrale; problemi infine militari e strategici con le reiterate e non nuove minacce lanciate dai confini meridionali dall'entità criminale sionista la quale non lesina 'attenzioni' piuttosto interessate al paese dei cedri verso il quale i dirigenti di Tel Aviv non nascondono velleità di vendetta.

La batosta subita nell'estate 2006 dinanzi alla Resistenza Islamica del Partito di Dio filo-iraniano è una ferita che non è stata ancora completamente riemarginata dai criminali dalla stella di Davide che, dopo aver spalancato l'abisso dell'ignominia terroristica contro la striscia di Gaza lo scorso gennaio, stanno riprendendo in seria considerazione l'opzione bellica per "chiudere i conti" con Hizb'Allah. In Libano ne sono tutti consapevoli tutti che la partita non è mai finita: in qualunque momento - approfittando delle diverse crisi internazionali o semplicemente quando e se si sentiranno sufficientemente 'forti' - i sionisti potrebbero decidere di riaprire il 'valzer mortale' e tornare a colpire.

Hizb'Allah è il primo a esserne cosciente e i suoi dirigenti non hanno mai nascosto di essere pronti, qualora la situazione lo richiederà, ad opporsi a qualsivoglia genere di iniziativa militare israeliana. Mentre gli occhi della diplomazia internazionale sono puntati sulle vicende interne iraniane (contrapposizione sul nucleare, attentati, dichiarazioni e annunci di 'morti' fasulle orchestrati arditamente dalla propaganda sionista-occidentale e nuova tensione ai confini orientali con il vicino Pakistan a causa dell'infiltrazione di elementi e cellule terroristiche di matrice al-qaedista) il Libano 'bolle'.

Sale la tensione nuovamente ai confini meridionali dove fra sabato e domenica scorsa sono stati fatti esplodere con congegni a distanza diversi ordigni di fabbricazione israeliana rinvenuti, secondo quanto riferito da Hizb'Allah in un comunicato ufficiale citato dall'agenzia nazionale di stampa di Beirut "Nna", "lungo la rete telefonica terrestre tra Hula e Meis al Jabal". A quanto si apprende sarebbero stati gli stessi militari israeliani a far detonare i dispositivi spionistici piazzati nel sud del paese immediatamente dopo l'aggressione terroristica del 2006 e rinvenuti dalla Resistenza Islamica che aveva scoperto l'esistenza di questi sensori i quali sono un'ennesima aperta violazione della risoluzione Onu nr 1701 che, dal 14 agosto di tre anni fa, sancì la tregua e stabilì peraltro il posizionamento della nuova missione militare Unifil 2 comprendente anche contingenti italiani operanti a sud del fiume Litani.


Così mentre il Libano è diventato dal 15 ottobre scorso un membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e continua a rimanere precaria la situazione al sud il paese cerca di ritrovare una stabilità politica interna difficile ma fondamentale per fuoriuscire da quattro anni dominati da incertezza e violenze, terrorismo e autobombe, polemiche e diatribe di ogni sorta che hanno portato le fazioni libanesi vicine ad un nuovo conflitto civile.
Hariri prosegue le sue consultazioni e spera di riuscire a formare il suo esecutivo, il primo che il giovane rampollo della famiglia sunnita legata a doppio filo con Ryadh andrebbe a presiedere, coinvolgendo Hizb'Allah e partiti dell'opposizione.
Raggiunto un accordo sulla formula 15-10-5 per quanto concerne i dicasteri (15 andrebbero alla maggioranza filo-occidentale, 10 all'opposizione nazionalpatriottica e 5 sarebbero direttamente nominati dal Capo dello Stato, il Presidente, Gen. Michel Souleiman in carica dall'estate 2008) che dovrebbe essere una garanzia tra le opposte fazioni evitando poteri di veto da ambodue le parti rimane invece aperto il 'toto-ministri' sul quale, per ora, non sembra esserci intesa.
Lo scoglio che Hariri deve superare per la formazione del suo esecutivo sembra ancora quello legato al ministero delle Telecomunicazioni che il Gen. Michel Aoun (leader cristiano-maronita di Tayyar - la Corrente Patriottica Libera - principale alleato di Hizb'Allah) rivendica per il suo delfino, Jibran Bassil, che l'opposizione vorrebbe veder riconfermato.

Evidente che il ruolo-chiave rappresentato dal dicastero delle Telecomunicazioni rappresenti un contenzioso spinoso sul quale ci sarà ancora molto da lavorare in un paese suddiviso anche a livello di informazione tra i diversi partiti: Hariri e i sunniti controllano "Future Television", "LBC" (Lebanese Broadcasting Corporation) rappresenta da sempre la voce pubblica del blocco falangista (che comprende il partito di Amin Gemayel e i suoi alleati delle Forze Libanesi di Samir Geagea), "Al Manar" (Il Faro) è la televisione di 'rappresentanza' di Hizb'Allah, "NBN" fa riferimento a Haraqat 'Amal - partito sciita 'gemello' di Hizb'Allah guidato dall'avvocato Nabih Berry presidente dell'assemblea parlamentare, "Orange Tv" - l'ultima nata nel panorama televisivo libanese - è invece la tv di Aoun.

Un labirinto difficile da comprendere quello del settore delle telecomunicazioni libanesi che, sotto molti aspetti, ricorda vagamente l'epoca in cui anche la nostra televisione pubblica era spaccata in tre con il primo canale democristiano, il 2 in mano ai socialisti e il terzo ai comunisti. Il problema è che in Libano i partiti che si confrontano anche a colpi di interviste, inchieste e approfondimenti tv sono almeno una dozzina e, fra questi, almeno sei sono determinanti per l'assetto di potere interno e per la costituzione del prossimo esecutivo nazionale.

Hizb'Allah e 'Amal rappresentano il blocco della Resistenza sciita e la comunità di riferimento prevalente nella Beka'a settentrionale, in tutto il sud e nei quartieri-cittadella delle banlieu's meridionali della capitale; la Corrente Futura di Hariri è il principale partito della comunità sunnita che in Libano ha un peso economico enorme e viene sostenuta a spada tratta dai capitali sauditi e dalle politiche statunitensi; Tayyar - CPL - è il principale partito della comunità maronita e risponde alla volontà di Aoun di voltar pagina con i conflitti etnico-confessionali, riaprire stabilmente relazioni con Damasco e mantenere salda l'alleanza con Hizb'Allah e i partiti dell'opposizione per modernizzare il paese e riformare la politica fuoriuscendo dalle antiche logiche clientelar-mafiose dei clan e delle famiglie; infine esiste ancora il blocco falangista (Gemayel-Geagea) radicalmente ostile alla Siria e ai suoi alleati interni, il PSP (socialprogressisti) del druso Wale'ed Jumblatt ed infine i partiti minori filo-siriani che comprendono i comunisti, i socialnazionali siriani, il Ba'ath libanese e molte altre formazioni.

Ma al di là di quella che sarà la decisione di Hariri sul ministero delle Telecomunicazione resta incerto l'intero negoziato. Da un lato i principali dirigenti della maggioranza filo-occidentale paiono spazientirsi dinanzi al blocco relativo alle nomine dei neo-ministri; dall'altro lato Hizb'Allah ed alleati non hanno fretta di concludere senza aver ottenuto ciò che rappresenta per loro una condizione determinante.
Il leader della Falange Libanese, ed ex Capo di Stato, Amin Gemayel ha sostenuto una settimana fa che “la richiesta da parte dei gruppi dell’opposizione di ottenere la nomina di determinate persone a specifici ministeri non è altro che un pretesto per mascherare la loro determinazione ad evitare la formazione di un nuovo governo” mentre l'altro leader del fronte di Bristol (l'alleanza del 14 marzo composta dai partiti filo-occidentali) , il capo delle Forze Libanesi Samir Geagea, ha rinnovato il suo appello al premier designato Hariri di assumersi le proprie responsabilità e di superare l'attuale impasse creando un governo della maggioranza come, peraltro, aveva richiesto un mese e mezzo or sono il patriarca maronita mons. Nasrallah Sfeir intervenendo pesantemente nella vita politica interna (l'influenza della Chiesa maronita è stata spesso determinante e non sempre lungimirante nel corso degli ultimi trent'anni di vita libanese).
Le opposizioni continuano il loro 'pressing' sul premier e rivendicano posti-chiave nel nuovo esecutivo. Il leader di Hizb'Allah , Sayyed Hassan Nasrallah, e gli altri esponenti del partito sciita hanno da mesi diversi 'fronti' caldi verso i quali riporre la loro attenzione: dalla situazione instabile ai confini meridionali a quella determinata dalla presenza di elementi della galassia terroristica al-qaedista infiltrati all'interno dei campi profughi palestinesi di cui, non più di una settimana fa, è stata rintracciata una nuova cellula come ha dichiarato l'intelligence militare libanese che avrebbe individuato 10 soggetti, di cui tre arrestati, operanti all'interno del campo di Ain el Helwe (a Sidone , sud del paese) appartenenti al gruppo Fatah al Islam, organizzazione salafita responsabile nell'estate di due anni fa dell'insurrezione nell'altro campo palestinese di Nahr el Bared (a Tripoli, nel settore nord del paese).
In attesa di una conferma dell'accordo che porti alla creazione del nuovo governo di unità nazionale o di un'ennesimo fallimento dei negoziati che rinvierebbero a data da destinarsi un'intesa sempre più complicata l'attenzione si sposta su quanto potrà essere determinato all'estero: sono le situazioni regionali, i contrapposti interessi di Iran, Arabia Saudita, Siria e Egitto da un lato e le politiche d'intromissione e interferenza atlantiche a favorire o meno una svolta attesa oramai da anni.
La normalizzazione del paese dei cedri appare ancora lontana: echi di guerra lontani, tensioni internazionali, strategie di destabilizzazione atlantico-sioniste e minacce dirette o indirette provenienti da Tel Aviv o Washington non aiutano nè Hariri nè le forze politiche libanesi in cerca di un accordo finale.
La diplomazia internazionale rimane in piena attività per trovare una soluzione al guazzabuglio libanese: i fili della matassa politica del paese dei cedri si intersecano e si confondono con quelli regionali e con il clima di rinnovata tensione che soffia dal Golfo persico. In Libano dunque si continua a navigare a vista alla 'cerca' di un accordo risolutivo al momento piuttosto difficile.

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI
DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA "ISLAM ITALIA"

 
22/10/2009


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