NOTIZIE 2009

 

Acqua, fra diritto e mercato


Il Senato ha approvato, il 4 novembre u.s, il DL 135/09 , in cui, dopo aver rilevato che i servizi pubblici locali, tra cui l’acqua, sono di “rilevanza economica” vieta ai Comuni di detenere quote di maggioranza nella gestione del servizio.
La Camera ha approvato questa norma - su cui ieri 18 novembre il Governo aveva posto la fiducia - inserita nel Decreto Legge salva-infrazioni comunitarie. Comunque è bene sottolineare che in questo tipo di liberalizzazioni, volute dal governo berlusconi, è ingannevole invocare i diritti comunitari poiché l’Europa, senza dire nulla sulle aziende pubbliche, afferma solo che i gestori vanno scelti con procedure, senza distinzione fra pubblico e privato.
Per il presidente dell'Antitrust, Antonio Catricalà, quello votato alla Camera "è un buon provvedimento perchè dà luogo a una liberalizzazione da tempo auspicata. L'acqua rimane un bene pubblico ma il servizio viene liberalizzato e questo non significa necessariamente privatizzato".
Insomma il Presidente dell’Antitrust sostiene il sofisma che vengono privatizzati gli acquedotti, ma non l’acqua, senza entrare – come suo compito istituzionale - nel merito del regime di monopolio privato che, in considerazione della realtà degli attuali operatori del settore, è facile supporre che si realizzi e quindi della determinazione dei prezzi in assenza di concorrenza. Intanto, sull'onda del decreto, a Piazza Affari, Acque Potabili e Mediterranea Acque hanno registrato un vero e proprio boom, con un rialzo del 21,19% e del 14,22%. Le altre utility, ognuna alle prese con problemi interni, hanno registrato progressi più contenuti: Acea (+0,39%), A2A (+0,77%), Enia (+0,39%). Iride ha ceduto lo 0,30%.
Eppure, in Europa, nessun altro paese ha vietato ai propri Enti Pubblici locali di possedere la maggioranza azionaria delle società che devono erogare servizi pubblici e questo decreto testimonia la volontà politica di accelerare le privatizzazioni, senza alcun confronto di merito con i titolari dei servizi e, soprattutto, senza neanche provare a correggere gli errori del passato, in cui le privatizzazioni e le liberalizzazioni in altri settori strategici si sono tradotte in tariffe più alte, peggioramento delle infrastrutture, perdita dei livelli occupazionali e meno sicurezza per i cittadini.
In dati statistici tra il 2002 e il 2008 le tariffe dell’acqua sono aumentate del 30% e il peggioramento dei servizi (nel decennio 1990-2000) ha registrato un calo degli investimenti del 70%. A seguito delle nuove privatizzazioni si prevede un ulteriore aumento del 30% delle tariffe.
Altri Paesi, all’interno dell’OCSE, traendo insegnamento dalle esperienze fatte, hanno bloccato, rinviato o interrotto la politica di privatizzazioni, oppure l’hanno attuata con operazioni sporadiche e di portata ridotta.
Alesina e Drazen , pur riconoscendo che gli effetti redistributivi delle privatizzazioni spesso comportano un trasferimento di ricchezza dagli insider, ovvero i dipendenti delle imprese pubbliche (colpiti da profonde ristrutturazioni industriali e taglio di esuberi) agli outsider, gli azionisti (a cui vanno i conseguenti guadagni di efficienza) tuttavia, rilevano che altri paesi hanno attuato privatizzazioni compiute, redditizie e vantaggiose all’interno di più vaste riforme strutturali. Di conseguenza ritengono che la diversità negli esiti della politica di liberalizzazione vada ricercata nelle diversità dei modelli di democrazia, anche se generalmente gli amministratori pubblici, di destra e di sinistra, sono favorevoli alle privatizzazioni per le ricadute positive sulle finanze pubbliche. Tuttavia le privatizzazioni – notano Alesina e Drazen - riescono meglio dove le istituzioni politiche si conformano al modello maggioritario e quindi attribuiscono minor potere alle minoranze. In questo contesto la frequenza delle privatizzazioni è più alta e più alti sono i proventi realizzati. Ciò significa che un sistema maggioritario asseconda l’azione di governo escludendo ampie minoranze dal processo decisionale; al contrario, un sistema consensuale favorisce la partecipazione e il pluralismo riducendo le tensioni politiche e sociali ma tende a produrre un’impasse decisionale.
Ma al di la dei processi decisionali, quella delle forniture idriche, a livello macro-economico, si inserisce in un più ampio processo globale di trasformazione neoliberista che vede gli Stati ridurre la loro azione e non solo nella gestione dei servizi.
Uno studio condotto da Icij (International Consortium of Investigative Journalists) sostiene che, nei prossimi quindici anni, in Europa e Nord America il 65-75% degli acquedotti pubblici sarà controllato dalle Tre sorelle dell’acqua. Tra queste, le prime per dimensione e capitalizzazione, sono le francesi Veolia (gruppo Vivendi) e Suez, cresciute a dismisura in parallelo all’affermarsi delle teorie neoliberiste della scuola di Chicago, abbracciate da WTO e Banca Mondiale, che – per quanto in loro potere – hanno spinto gli stati ad abbandonare la gestione dei pubblici servizi, senza alcun dibattito politico.
Suez-Ondeo (ex Lyonnaise Des Eaux) ha un fatturato netto di 2.1 miliardi di dollari ed è presente in 130 paesi (USA, Europa, Asia e America Latina) con 120 milioni di clienti, di cui 70 milioni nel settore acqua; Veolia, nata nel 2003 da Vivendi (ex General Des Eaux) ha 110 milioni di clienti e, con un fatturato di oltre 2,5 miliardi di dollari, si attesta quale prima compagnia del settore acqua.
Questi due colossi gestiscono oltre il 40% del mercato mondiale. Tuttavia la constatazione che, a livello globale, gran parte dei servizi di distribuzione e depurazione dell’acqua sono gestiti ancora da poteri pubblici, alimenta le loro prospettive di acquisizione di ulteriori e più ampie quote di mercato.
Negli ultimi quindici anni i due giganti francesi e le loro molteplici filiali sono riusciti a penetrare in molti paesi dell’America Latina, il cui forte indebitamento li ha costretti a chiedere sovvenzioni al Fondo Monetario Internazionale il quale subordina i prestiti alla privatizzazione dei servizi collettivi. In tal modo le multinazionali hanno avuto accesso a questi mercati in una posizione di sostanziale monopolio, il cui effetto è stato un aumento generalizzato delle tariffe, senza il promesso miglioramento del servizio per cui, in alcuni casi, il malcontento vivissimo della popolazione ha costretto i due colossi ad annullare gli accordi e a ritirarsi, per poi chiedere indennizzi alle istituzioni internazionali. E’ il caso di Tucuman, in Argentina e di La Paz e di El Alto in Bolivia, per arrivare, più di recente, anche in Italia con l’affare Acqua Latina.
Le liberalizzazioni-privatizzazioni in Italia vengono attuate secondo un preciso progetto, che possiamo chiamare “Operazione Britannia” , la cui prima fase si occupò della svendita dell'Iri, di Telecom Italia, Eni, Enel, Comit, Imi, Ina, Credito italiano, Autostrade, l’industria siderurgica ed alimentare pubblica; la seconda fase – in corso di attuazione – punta invece al settore della previdenza, della sanità, dei trasporti (ferrovie, trasporto pubblico di linea, trasporto navale, taxi), a quello delle utilities (aziende municipalizzate nei settori acqua, elettricità, gas) e ad altre funzioni di rilievo pubblico.
Ecco perchè in Italia oggi, nonostante le ultradecennali esperienze negative di privatizzazione, si predispone il meccanismo che consegna un bene pubblico ai profitti dei privati con la scusa che gli enti pubblici non hanno risorse per rimodernare gli acquedotti.
E questa sarebbe una ragione valida da opporre agli elettori?
Certamente! Soprattutto perché si nasconde alla loro memoria che le società municipalizzate, con la complicità degli amministratori comunali, hanno lasciato marcire i sistemi di distribuzione senza manutenzione e innovazione con notevoli disservizi, per cui oltre il 50% dell’acqua va attualmente perduta per dispersione della rete; che hanno permesso alla mafia, in zone dove è proprietaria di pozzi privati, di sabotare e deviare il flusso dell’acqua pubblica per costringere la gente a rifornirsi a pagamento dalle cisterne private dei mafiosi; che hanno attuato una politica di abbandono del Sud senza aver fatto niente per modificare quelle realtà dove l’acqua arriva un giorno a settimana, da anni.
Questo complesso di colpe viene messo a profitto dagli attuali governanti per convincere i cittadini del fatto che il ricorso all’efficienza dei privati è indispensabile, nascondendo oltre alle inefficienze degli amministratori pubblici anche il fatto che saranno sempre loro a pagare, in questo caso con aumenti altissimi delle bollette.
E l’affare non è da poco.
Una manna – dice La Stampa del 16 novembre - per le lobby dell’oro blu che contano nelle loro fila ex municipalizzate come l’utility romana Acea, la ligure-piemontese Iride e l’emiliana Hera fino a multinazionali come Veolia e Suez. Un mondo che solo in Italia conta 252 imprese idriche per un fatturato totale che supera i 2,5 miliardi di euro. Inoltre l’Italia è prima in Europa per consumo d’acqua, e terza nel mondo , con 1.200 metri cubi di consumo annuo pro capite. Forse questa è la ragione dell’accelerazione imposta dal Governo Berlusconi, che già nella legge finanziaria del 2002 (D.L. 28 dicembre 2001 n. 448) aveva disposto che l’erogazione del servizi (art. 35) dovesse avvenire in regime di concorrenza, conferendo la titolarità del servizio a società di capitale. In tal modo - cioè indicando solamente le società di capitali - escludeva tutte le aziende pubbliche o comunque le società derivanti dalla trasformazione delle ex-municipalizzate. Eppure, in Italia le grandi aziende nate dalla privatizzazione del sistema pubblico sono, in buona parte, società a partecipazione pubblica. Le più grandi, Acea e Iride, sono quotate sulla borsa di Milano nel settore blue chip, che comprende i titoli a più alta capitalizzazione, e controllano per mezzo di pacchetti azionari una miriade di aziende più piccole . E’ evidente che il nostro sistema pubblico è stato trasformato in un sistema misto nel quale la componente finanziaria è molto accentuata. Ne è derivato che l’Ambito Territoriale Ottimale (ATO) - pensato dalla Legge Galli per razionalizzare l’erogazione dei servizi idrici - nel momento in cui l’acqua diventa un bene oggetto delle dinamiche finanziarie, - si è trasformato in una nicchia impenetrabile alla concorrenza. Infatti le aziende, per ritagliarsi una fetta di mercato, si sono accorpate con lo scopo di ottenere il controllo di più ATO possibili, all’interno dei quali operare in regime di sostanziale monopolio .
Ebbene, se è utopia credere che le aziende, soprattutto quelle quotate in borsa, prima di aumentare i profitti riducano le tariffe, è addirittura insensato credere che ciò possa avvenire senza una reale concorrenza.
Realisticamente, il passaggio da pubblico a privato implica che l’erogazione del servizio è subordinata alla condizione di soddisfare i requisiti richiesti dal mercato, almeno in modo da creare capitali da reinvestire sotto forma di miglioramento strutturale. Se in un regime pubblicistico, per sua definizione senza scopo di lucro, il costo di un bene rappresenta il costo sostenuto per la sua produzione, in un regime privatistico esso necessariamente incorpora la nuova variabile del profitto.
Questa è una delle ragioni per cui la riduzione delle tariffe è rimasta e rimane la grande chimera della privatizzazione.
L’acqua, in un regime oligopolistico di mercato, diviene di fatto un bene sensibile a forme di speculazione e, poiché è un bene vitale, pone una più vasta questione etica: entro quale limite è possibile subordinare la distribuzione dell’acqua e, più in generale, i servizi di quello che era considerato una volta lo Stato sociale, alle dinamiche finanziarie? E quanto è lecito lucrare dalla fornitura di beni indispensabili?
Siccome la questione etica scuote, ogni tanto, anche la politica, o meglio quei politici più sensibili, fu l’approvato un emendamento che prevedeva lo stop a nuovi affidamenti di gestione della rete idrica e disponeva la titolarità delle concessioni di derivazione delle acque pubbliche ad enti pubblici. Perciò sarebbe dovuto rimanere tutto fermo fino alla nuova legge quadro, invece il Parlamento ha deciso che, a partire dal 2011, per il bene comune fosse appropriato consegnare l’acqua agli interessi delle grandi multinazionali e farne un nuovo business per i privati e per le Banche.
La questione etica per i nostri liberisti rimane quindi una questione di dettaglio, comunque subalterna al profitto.

Giovanni Paletta


23/11/2009


pagina delle notizie

home page