NOTIZIE 2010

 

Italia in svendita: la Cina alla conquista del mercato ittico

Un commerciante di Chioggia (Ve) ha deciso di vendere il proprio banco, al mercato del pesce al minuto, ad un compratore cinese. Pare che la cifra della vendita sia intorno ai 40 mila euro, più di quattro volte il prezzo abituale di mercato.
E così un altro luogo tradizionale, tipico della località lagunare, sta cambiando lentamente ma radicalmente volto. Il mercato ittico veneziano sta diventando sempre più un miscuglio un po’ esotico, un po’ emulativo e molto commerciale di prodotti ittici importati e lavorati con “altre” tecniche e secondo “altri” gusti.
Ma questa vicenda ha già sollevato forti polemiche. Dagli ambienti del consorzio “La pescaria de Ciosa” che riunisce le 45 ditte che operano al mercato al minuto, trapela un certo disappunto verso il socio che, fino all’ultimo, ha tenuto nascosta la transazione, rifiutando, a quanto pare, anche un’offerta di 12 mila euro di provenienza “nazionale”, quando i banchi del pesce si vendono correntemente tra i 5 e i 10 mila euro, secondo i casi. Oltre tutto si parla di un commerciante “storico”, che il banco l’ha avuto in eredità dalla famiglia e l’ha gestito, a sua volta, per molti anni.
Pensate perciò alla sorpresa degli operatori del mercato quando il commerciante in questione ha accompagnato il compratore cinese in pescheria per mostrargli il posto di lavoro e l’organizzazione del mercato stesso. Il cinese, a sua volta, avrebbe chiesto consigli e aiuto agli altri commercianti trovando, però, un muro di diffidenza. Anche se, secondo l’antico detto “pecunia non olet”, ci sarebbero già un altro paio di commercianti che, sentiti i prezzi offerti dai cinesi, sarebbero disposti a vendere la loro postazione nella pescheria sotto il municipio.
“Non abbiamo nulla contro i cinesi, ovviamente, ma siamo allarmati - dice Paola Camuffo, presidente di Amic (i commercianti del mercato all’ingrosso) e tra i promotori del consorzio dei minutisti - questo è il primo caso, ma se ne seguiranno altri, si rischia di veder scomparire una tradizione e una attrattiva, anche turistica, per la città. Già l’anno scorso c’erano stati dei tentativi di segno analogo ma non avevano avuto seguito, anche per un lavoro di convincimento attuato verso la categoria. Mi rendo conto che, in tempi di crisi, certe offerte economiche possono sembrare allettanti, ma credo che la città rischi di perdere, nel complesso, parte della sua immagine, della sua peculiarità e, alla fine, una fetta della sua ricchezza”. E così le associazioni dei commercianti ittici di Chioggia hanno scritto al presidente Zaia per sollecitare misure di salvaguardia del commercio tradizionale. “Ci stavamo già lavorando - dice la Camuffo - ma ora bisogna anche fare presto”.
Questa la risposta del governatore: “E’ un segno dei tempi, ma sicuramente non è un bel segno. La Regione Veneto - ha aggiunto - continuerà a lavorare perché i banchi del pesce e tutte le attività rispettino l’identità di origine. E questo perché immagino che quando un veneto va a comprare un branzino o un polpo voglia sentire l’idioma locale. Il prodotto tipico in Veneto si vende in questa e non in altre maniere”.
Solo che sarebbe giunta l’ora di intervenire in modo drastico e seriamente contro questa invasione dei cinesi. Tanti, forse troppi, parlano del pericolo islamico che rappresenta una minaccia per la nostra identità culturale. Ma troppi dimenticano, o fanno finta, che i cinesi si stanno rivelando molto più pericolosi. Questi si presentano nelle nostre città con pacchi di denaro in contanti e stanno conquistando letteralmente le nostre attività economiche. Il povero commerciante, abbandonato a se stesso, ovviamente non può che accettare questi soldi, soprattutto in un periodo di crisi come l’attuale. Ma è lo Stato che dovrebbe intervenire a tutela dell’economia nazionale. Altrimenti che ci sta a fare l’ordinamento statale? Tanto varrebbe abbandonarsi all’anarchia più completa. Ma forse ci siamo già arrivati a questa situazione.

Alessandro Cavallini

 

16/12/2010


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