CULTURA

 

CINEMA ITALIANO


MARIO MONICELLI


‘’Vogliamo i colonnelli. Cronaca di un colpo di Stato’’: la satira politica di Mario Monicelli.


Mario Monicelli disse una volta: ‘’Il cinema non morirà mai, ormai è nato e non può morire: morirà la sala cinematografica, forse, ma di questo non mi frega niente’’, alla consegna del Leone d’Oro alla carriera alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1991. Alcune settimane fa il ‘Grande vecchio’ del cinema italiano è uscito fortunatamente indenne da una patologia che lo ha portato ad un ricovero in ospedale. Non ha paura della morte, ma solo del momento in cui smetterà di lavorare, perché si annoierebbe moltissimo. Nato a Viareggio (LU) il 15 maggio 1915, ha sceneggiato e diretto molti lungometraggi della nostra commedia filmica. Figlio di Tomaso Monicelli noto giornalista e scrittore critico teatrale antifascista, suicidatosi nel 1946 in un bagno modesto di casa, verso le sei del mattino con un colpo di rivoltella, destando spavento nel figlio Mario, che aveva forzato la porta, scoprendone il cadavere. Fu l’ultima volta che pianse nella sua lunga vita, il padre era stato tagliato ingiustamente dal suo lavoro, a guerra finita, e sentiva di non avere niente da fare sulla terra. La vita non era più degna di essere vissuta. Da qui gli sviluppi socialisteggianti o anarcolibertari del figlio Mario Monicelli, laureato in Storia e Filosofia, il quale ha ultimamente dichiarato di aver votato per Rifondazione Comunista. Critico cinematografico, poi cineamatore, aiuto regista dal 1936 e realmente regista dal 1949, il meno soggetto ad imposizioni produttive di mercato. Mobilità narrativa e malleabilità stilistica, domina tutti i registri e passa facilmente da toni alti dell’epos al grottesco alla farsa. Curiosità e gusto per le intersezioni tra piccola storia individuale e grande Storia è un suo valore distintivo. Spirito artigianale nel costruire i film su misura degli interpreti e della vicenda, ogni film è un’esperienza a sé.
Nel 1973 diresse, sceneggiò e creò il soggetto del film fantacommedia ‘’Vogliamo i colonnelli’’, durata 96 minuti, copione di Age & Scarpelli, con un piglio polemico, senza risultati all’altezza dell’impegno, ottime musiche, simpatiche e rassicuranti, di Carlo Rustichelli. Ugo Tognazzi, Giuseppe Maffioli, Claude Dauphine, Francois Perier. Prodotto da Pio Angeletti ed Adriano Demicheli. L’idea del colpo di Stato ha origini indeterminate ma antiche.
Spunti reali: il golpe Borghese, i campi di addestramento paramilitari; la tentata occupazione degli studi RAI-TV, il piano di arrestare il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, socialdemocratico. Era presa di mira non la classe politica, ma un certo neofascismo da operetta, che si squalificava da solo né appariva un gran pericolo per il Paese, se non nella demagogia di qualche oppositore. Siamo nel 1973, l’Italia era percorsa da misteri e paure, un sottile filo legava vicende apparentemente lontane tra loro e di cui ufficialmente si parlava poco o si cercava di depistare o distogliere l’attenzione della pubblica opinione. Lontano il ricordo del generale De Lorenzo e del presunto tentativo di colpo di stato, vicine altre inquietanti vicende. Dalle bombe del 1969 culminate con la strage di Piazza Fontana alla Banca dell’Agricoltura a Milano il 13 dicembre dello stesso anno, al fallito e per certi versi oggi misterioso tentativo di golpe, mai chiarito nei suoi vari aspetti e nelle sue complicità dell’ex comandante della X Mas durante la Repubblica di Salò principe Junio Valerio Borghese, passando per altri misteri che costellarono la storia della nostra Repubblica. In tal contesto il regista Mario Monicelli affrontava, per la prima volta nella sua carriera, la satira politica, utilizzando quel poco che allora (e oggi) se ne sapeva o si poteva intuire dalle ricostruzioni fumose, ambigue e contraddittorie della stampa o dai vaghi accenni di protagonisti e comprimari. Un film che aveva molti punti di contatto con la realtà nazionale e internazionale. Una critica all’establishment dell’epoca anche di forze politiche non direttamente coinvolte nel golpe. Molto più di quanto l’impianto umoristico e satirico lasciassero supporre. Molte battute divertenti ed un’apprezzabile galleria di tipi e tipacci.
La trama: la congiura dei colonnelli prende le mosse il giorno 2 giugno 1973 Festa della proclamazione della Repubblica a Roma con la sfilata delle Forze Armate; a Milano alle ore 21,30 un attentato esplosivo deturpa una guglia del Duomo della Madonnina. Attentati propedeutici ad un progetto di colpo di stato, appoggiato da alcuni ufficiali dell’esercito, industriali e da un fantomatico (realistico per allora) colonnello greco. La vocazione autoritaria, fatta di avidità di imperio, di misoneismo, neofobia, ansie di piccole rivalse, si annida nelle menti di ufficiali, alcuni con l’arteriosclerosi. Gli ignoti attentatori vengono definiti dalla Televisione pubblica di matrice di estrema sinistra extraparlamentare. Nella seduta parlamentare del 4 giugno le Sinistre accusano le Destre di strumentalizzazione e provocazione nell’attentato, mentre le Destre cavalcano la tigre del malcontento di una presunta e fantasiosa maggioranza silenziosa popolare, leggasi borghesia reazionaria e monarchica, verso un governo che è inerte verso i movimenti giovanili e rivoluzionari di Sinistra. Il ministro dell’Interno Salvatore Li masi si scaglia contro le violenze di Destra e di Sinistra, facendo di tutta un erba un fascio per un suo proprio piano di Rinascita nazionale occulto, ma legalizzato. Le Sinistre denunciano i lauti profitti speculativi delle industrie e delle banche, mentre le Destre dichiarano il livello zero di essi, a chiacchiere non nei fatti. Dagli scranni parlamentari l’onorevole Giuseppe Tritoni detto Beppe, interpretato da Ugo Tognazzi, nato il 3 marzo 1922 a Cremona, già militante nella Repubblica Sociale Italiana, esegue con perizia una sonora pernacchia diretta verso gli scranni delle Sinistre. Eletto nel collegio elettorale di Livorno-Pisa-Quercianella, professore di ginnastica nel 1939 all’Accademia della Farnesina, già ufficiale dei bersaglieri matricola n. 12F/25 durante la guerra, Tritoni è oratore di punta del suo gruppo parlamentare, membro della Commissione per la Scuola dal 1950 per il suo partito della Destra.
Intanto espulso dall’aula parlamentare, Tritoni si reca nella sede del suo partito, rimproverato da colleghi e segretario, fraintendendo, giustifica la sua pernacchia, dicendo: ‘’e che sarà mai, in fin dei conti ho la mia pantalera, l’ho fatta con la bocca’’. In realtà lo rimproverano per l’attentato a Milano, sapendo che l’ha eseguito l’estrema destra con l’artificiere Rambaldo Schirò, ferito da un’amputazione al braccio destro nella deflagrazione. Il 5 giugno Tarcisio Introna detto Ciccio, (al secolo Vincenzo Falanga) ex sergente degli arditi di Mare, operatore fisico del raggruppamento Fiaccole Nere, conversa amorevolmente con l’on.Tritoni, in un linguaggio forbito e tipico di un capo mazziere, cioè da scaricatore di porto. Il braccio amputato è stato recuperato al volo, scagionando la Destra, dato che al polso aveva un braccialetto con nome e cognome di… ‘’quest’incredibile testa di cazzo’’. Malcurato da un medico veterinario proprietario di questa… ‘’albicocca’’. Le colpe vengono fatte ricadere sui rossi. Il segretario Mazzante rivendica la linea ‘’Ordine per la libertà e la libertà nell’ordine’’, mentre Tritoni se ne frega del partito e l’accusa di mollezza. In rotta con il suo partito la Destra Nazionale, riesce a convincere un gruppo di colonnelli ad aderire al suo progetto di colpo di Stato. Per fede, interesse e per paura gli italiani lo avrebbero seguito nella sua avventura golpista. Il primo obiettivo è raccogliere il consenso, il finanziamento dell’operazione ed il reclutamento degli uomini per il golpe. Il 9 giugno Tritoni và dal colonnello piemontese di antico stampo sabaudo e alquanto svampito Vittorio Emanuele Ribaud, al secolo Antonino Faa Di Bruno, già addetto agli Archivi del Commissariato Militare, che vive con moglie professoressa di scuola media e suo cognato Ulisse, comunista e venduto alla democrazia, che gli funge da servitore, per cui mentre prepara e mesce del liquore ai due ex militi dialoganti, prima di servirli sputa dentro i loro bicchieri. Il ‘’governo della disgregazione nazionale’’, l’abolizione degli attendenti è uno dei provvedimenti innesco che fa esplodere la loro indignazione, sfociando nella determinazione di agire per porre un argine all’avanzamento della decomposizione dello Stato. Ribaud gli parla del generale Bassi-Lega inquisito dal 7 settembre 1968 per aver convinto militari comandanti di reparto di partecipare al colpo di Stato del De Vincenzo. Tritoni chiede al Ribaud di metterlo in contatto con il generale Bassi-Lega, capo del Servizio collegamenti fino al 1968, per avere la lista top secret dei partecipanti al presunto golpe. Tritoni và a casa di Bassi-Lega, un integerrimo e fedele generale, il 14 giugno, viene accolto dall’ attraente figlia Marcella di 35 anni, impersonata da Carla Tatò, una delle maggiori interpreti del teatro italiano e del repertorio classico, che interpreta il personaggio di una erotomane separata dal marito, tipica gran mignottona dell’alta borghesia e di destra. Ricordano l’anniversario per l’oro alla Patria dell’anno precedente. Intanto Marcella distesa sul divano provoca
l’ eccitamento del Tritoni, che gli salta addosso. Il padre di lei se ne accorge e lo aborrisce come porcaccione indegno di avere la lista top secret. Tritoni non vuole mischiar la Patria con la fava. Bassi –lega muore colpito da infarto ed il 17 giugno alle sue esequie è presente lo staff dei colonnelli e generali golpisti, generale Bosisio e il decano generale Pariglia, l’ammiraglio Fontina, con Marcella e Tritoni abbracciati ed accorati per la perdita del generale. Sono inoltre presenti gli onorevoli della Grande Destra, Mazzante, Simonacchio, Carotone ed il sottosegretario alla difesa Botolo. Gli industriali Irnerio Steiner, Aletti, Socamillo, i tiburtini dalla via dove sorgono i loro opifici, Arranca, Arranfa, Scippa. Il colonnello sardo Gavino Furas, comandante del XXI Reggimento Motocarrozzato leggero, primo nome nella lista top secret del Basi-Lega. Ruolo interpretato da Giancarlo Fusco, giornalista e di vari altri mestieri, scrittore, saggista notevole (1915-1985), sanguigno e fanfarone sulle scene così come nella vita
(da leggere il suo splendido, umoristico e perfido ‘’Le rose del ventennio’’), è nel film il comandante del reparto che deve occupare ‘’lo Stadio Flaminio’’ (stile Santiago del Cile ). Nel 1942 aveva partecipato ai corsi della Hitlerjugend Militarische Academie Wittenbourg, sfigurato al volto in un duello schindenbank. Nella commedia italiana, il funerale è l’ultimo rito consumistico, ultimo tentativo del tutti di inghiottirsi il solo, ultima battaglia dell’individuo contro la società. La bara viene assorbita dal tutti indifferenziato di parenti, amici, del traffico cittadino fra chiacchiere, tentazioni, pettegolezzi e fanfare. La commedia all’italiana per prendere sul serio la morte non prende sul serio il funerale. Un estremo rito consumistico di massa, parente della canzonetta, dell’automobile, delle spiagge, un’ultima cerimonia collettiva in cui si tenta di calpestare l’individuo; non una parentesi di meditazione e raccoglimento, ma l’ultimo ‘’persino’’, l’ennesima occasione in cui i membri del tutti esibiscono la propria posizione sociale e affilano le armi dell’ipocrisia, come se si trovassero a una festa o su una spiaggia. I funerali della commedia all’italiana non arrivano mai al cimitero. L’individuo si trova da solo contro il consorzio sociale. La sua solitudine ha sapore di libertà, anche se con cravatta e abito scuro come se dovesse andare ad una festa. Il meccanismo: un brusco stacco dalla sequenza precedente e si è nel mezzo della funzione per togliere alla morte ogni aura spirituale e ridurla a fenomeni meccanico, automatico, a puro rito. Politica e sesso sono in primo piano nel funerale, durante cui tutti parlano del prossimo golpe e la Marcella invita l’on. Tritoni ad un rendez-vous non platonico. La carne è debole. Il generale Pariglia Grand’Ufficiale Alceo, ex comandante del XXV° Settore Aeroporti d’Italia in pensione e semirimbambito. Aguzzo Elpidio, interpretato da Camillo Milli nato il 1° agosto 1929, capo dei Servizi Collegamenti Radio dell’VIII Settore che aveva studiato le fasce gambiere sostituite poi con i pantaloni dagli Alleati, numero 2 della lista top secret. Lo Stato Maggiore si è venduto alla democrazia. Il 19 giugno Tritoni raggiunge il colonnello Quintiliano Turzilli comandante del Centro Addestramento Guardaboschi di Vitorchiano, ex maresciallo dei lancieri della RSI, allievo nel 1941 dell’Alta Scuola Equitazione Tizzana di Vienna, con i figli Diomede e Fetonte, in ricordo dei due Aurighi. Numero 3 della lista top secret. L’Italia è un corpo malato. Sabato 21 giugno il colonnello Pino Barbacane di Treviso, comandante del III° Raggruppamento Sommozzatori Paracadutisti di Talamona, il cui motto è ‘’Marciare e non marcire’’, interpretato da Giuseppe Maffioli, è stato oltre che interprete di numerose pellicole in cui prestava la sua verve e la sua caratteristica voce dalla inconfondibile cadenza veneta, anche raffinato gastronomo e cultore delle tradizioni della sua terra
( la Marca Trevigiana) cui dedicò numerosi e apprezzati volumi. Domenica 22 giugno Tritoni recluta in campo paramilitare, in tuta mimetica parla sul palco ai camerati. Un disco di Mussolini con il discorso della parola d’ordine ‘’Vincere’’, poi il discorso di Tritoni: ‘’ordine, obbedienza e disciplina…Soltanto i coglioni sono uguali l’un l’altro…Distruggiamo questa Democrazia. Evviva l’obbedienza, evviva il comando’’. Il camerata Ciccio Introna lo abbraccia e gli dice: ‘’Cammarata, hai parlato meglio di Benedetto in Croce’’. Intanto Tritoni apprende dal camerata cintura nera Franz Cavicchia detto Nerchia che suo figlio Costanzino da 3 giorni è addetto alla pulizia delle latrine del campo perché è fuggito durante le esercitazioni all’arma bianca, nascosto nel bosco per suonare la chitarra. Il giovane non si sente tagliato per gli esercizi ginnici, né per le attività fisiche, a lui piace suonare e la cultura. Riceve la disapprovazione del padre, che dopo aver saputo che gli altri giovani del campo lo hanno appellato ‘’finocchio’’, sentendosi ribollire dentro, proprio lui che è lo stantuffo sfonda tope, lo rincorre colpendolo a chitarrate sulla testa. Successivamente Tritoni incontra a casa di Marcella Bassi-Lega monsignor Giampaolo Sartorello, interpretato da un insolito Duilio Del Prete, nato il 25 giugno 1938. Ordinario militare di Corpo d’Armata, un monsignore castrense o cappellano militare dalle attività poco pretesche e molto terrene, amante molto viscido della Bassi-Lega, attacchè apostolico militare della Santa Sede a Washington dal 1960 al ’63. Assiduo frequentatore ed officiante di ben altre cappelle, il quale gli dice ‘’Vis et animus’’.
Nel frattempo l’ex colonnello ed ex nella lista top secret, ora generale Cagliotti, si rifiuta di far parte del complotto del golpe, ammettendo di essere stato uno sciocco in precedenza e dichiarandosi fedele al giuramento d’onore di militare verso lo Stato e la Repubblica. Tritoni dubita che invece sia un opportunista ed un furbo, ricevendo uno schiaffo sferzato come una frusta sulla faccia da Cagliotti, a mò di sfida. Tritoni per farsi bello con i camerati riferisce il contrario e che attende soddisfazione, previo invio dei padrini, in un eventuale futuro duello riparatore. Tritoni, dopo una fugace visita a Marcella, che in pantaloncini corti, mostra le sue grazie aprendo le cosce, si reca mercoledì 25 giugno nella lussuosa villa abitazione dell’industriale di elettrodomestici Irnerio Steiner, anche lui nella lista famosa top secret e finanziatore del partito. Lì si festeggia il compleanno di Steiner. Nel ricevimento si ascoltano soavi amenità, quali abolire la libertà di stampa e d’informazione perché crea criminalità; instaurare una Repubblica presidenziale però con il Re. Intanto Marcella approfondisce la conoscenza di monsignor Sartorello, che aveva indicato al Tritoni lo Steiner come finanziatore possibile del golpe. Tritoni si sveglia e definisce Marcella un budello, puttana. Durante le esercitazioni in una palestra di Judo, uno judoteca gli fa trovare una busta con documenti nella sua giacca al fine di persuadere l’industriale Steiner a finanziarlo. Marcella conosce a fondo Cuda, professore di filosofia a Piscina. Tritoni ha un colloquio registrato dall’ingegnere Antonino Irnerio Steiner, (al secolo Lenner) cavaliere del lavoro altrui, titolare della Fonovidet, produttrice di elettrodomestici, intelligente ed accorto. Molto credente, ha sognato papa Giovanni Roncalli XXIII, che nei 100.000 televisori a colori, bloccati dall’opposizione, gli diceva: ‘’Non ti devi schierare’’, per cui si voleva ritirare dalla politica. ‘’Pax, pax’’. Tritoni gli chiede 500 milioni di lire, rinfacciandogli il suo precedente affare - imbroglio con il generale Alcide Bosisio, tramite cui ha venduto vecchie radio trasmittenti marca Volkan, residuati di guerra, facendoli passare per nuovi ed intascando 10 miliardi di lire nel contratto con lo Stato italiano. E’ il momento della costituzione della Grande Destra con i monarchici. Il 5 luglio l’ex maratoneta generale Bosisio è colpito dalla informativa e dalla copia del contratto di vendita con lo Stato di Tritoni e subisce un collasso cardiaco al lavoro. Quale capo della Giunta militare è proposto il generale Pariglia, ma al momento si soprassiede. Intanto squadre di attacchini e writers, al comando di Ciccio Introna e Franz Cavicchia, dipingono sui muri slogans suggeriti da Tritoni: ‘’Una forte Destra’’, ‘’Vogliamo i colonnelli’’. Mercoledì 9 luglio i congiurati a porte e finestre chiuse per prudenza si riuniscono segretamente sul litorale di Santa Severa in una villetta della contessa L’Amatrice. Ci sono il colonnello Ribaud che funge da segretario, il vice capo dei Servizi Segreti della giovane Repubblica Ellenica, Andreas Automatikos, il quale parla in greco e nessuno capisce niente, ma applaudono. Il colonnello Turzilli chiede assicurazioni su un eventuale ritirata per fallimento del golpe in asilo confortevole in Grecia. Tritoni si adira, perché non vi sarà alcuna ritirata. Il colonnello Aguzzo propone un nome convenzionale al loro piano di golpe, prima Or.Po. (Ordine e Potere), altri invece Famiglia e Valore, ma non è il caso perché il suo acronimo è Fa.Va. Tritoni propone ‘’Volpe Nera’’, ed è approvata subito. I punti programmatici sono: ripristinare la pena di morte, abolizione della libera prostituzione e la riapertura dei casini con licenza dello Stato; rieducazione coatta degli studenti, prolunga della ferma militare di leva, ordine e disciplina nella burocrazia e nella società. Il capo della Giunta militare dovrà lanciare un proclama in tv alla maggioranza silenziosa del popolo italiano, annunciando la caduta del regime parlamentare e la soppressione definitiva dei partiti antinazionali e dei sindacati, ed altre amenità piccolo borghesi che non interessano al grande capitale, alla media ed alta borghesia che sguazza nei regimi parlamentari presunti democratici. Qualcuno più furbo cerca un capo che abbia riferimento e consensi negli Stati Uniti. Si propone Federico Fellini, ma si riceve un diniego. Si propone l’alto ufficiale, maresciallo Eliseo Talloni, anche se nato il 25 aprile 1887, ancora lucido. Arrivano Marcella e monsignor Sartorello per portare il pranzo e lo champagne. La contessa Steiner, forte di reminiscenze liceali, fa da tramite nella traduzione di un colloquio di scambio di doni fra il colonnello Barbacane, protesi di acciaio della mano sinistra, ed il colonnello Automatikos, benda nera dell’occhio sinistro offeso. Mentre si aprono le finestre per il caldo ed il puzzo, un obiettivo fotografa le scene di festa e di scambio di doni della riunione segreta. Si tratta del giornalista scandalistico squattrinato, ma onesto, Armando Caffè, interpretato da Pino Zac, noto e compianto disegnatore di fumetti, anche regista (‘’Il cavaliere inesistente’’ e un episodio di ‘’Capriccio all’italiana’’ entrambi di animazione), a cui è stato recentemente dedicato un film di scarsa fortuna. I Caffè sta facendo un servizio fotografico per un periodico di scienze arti e lettere con una modella in bikini. Il servizio d’ordine li rincorre colpendo con i pugni la carrozzeria della seicento Fiat del Caffè, riuscendo ad asportare la parte posteriore dell’auto con la targa, utile alla sua individuazione. Il 10 luglio alle ore 17,30 Caffè si reca dall’onorevole Luigi Di Cori, cognome ebraico di un onorevole di sinistra (PCI ?), della Commissione Difesa della Camera, dopo essersi fatto precedere da una lettera calda di presentazione in ricordo dei trascorsi resistenziali, oramai dimenticati dall’onorevole. Il Di Cori si cura per una foruncolosi all’avambraccio, allegoria del decadimento piccolo borghese del suo partito, lo riceve maltrattandolo offrendogli denaro purchè si tolga dai piedi. Non crede al presunto golpe in preparazione ed ai pericoli di vita del Caffè. Ma tutto è documentato in un dossier scritto e fotografato che Caffè gli propone per il partito e non a ‘’L’Espresso’’. Di Cori rifiuta di acquistarglielo, anzi lo vuole gratuitamente in visione, Caffè rifiuta, giustamente non fidandosi, perché ha l’occasione di unire le svanziche all’ideale, dato che è indebitato con i creditori ed ha dentro di sé un essere che gli chiede di farlo felice. Eclisse del marxismo puro. Venerdì 11 luglio 1973, dopo essersi intrattenuto in un bar dietro corso Trieste in Roma, notorio quartiere filo estrema destra, Caffè si ritira in auto a casa sua alle ore 02,15 dove viene aggredito e pestato da 3 energumeni del servizio d’ordine di estrema destra. Lo stesso giorno si tiene un comizio delle sinistre in Piazza S. Giovanni (?) in Roma. Una delegazione di congiurati raggiunge la villetta del maresciallo Tallone per sottoporgli il proclama alla Nazione da leggere in tv. Scoprono che Tallone vive con una figlia Cristiana, nubile ed un domestico che si tinge la faccia di nero per non fargli accorgere della morte del suo attendente abissino Alfonsone. Ormai ha 86 anni e gli viene imboccato il brodo dalla figlia, mentre si lamenta che non gli hanno servito pasta Combattenti. Il bel discordo con lo slogan ‘’C’è un grande passato nel nostro futuro’’ non verrà affidato a Tallone, sconsolato Tritone appella il colonnello ‘’Aguzzo di nome e coglione di fatto’’. Il maldestro tentativo ( raccontato in maniera garbata ed esilarante) è denunciato da alcuni deputati di sinistra. Sabato 12 luglio Di Cori cerca di contattare il segretario del suo partito in visita in Piemonte ed il presidente del Consiglio a Bruxelles per una riunione della Comunità Europea; in realtà avverte solo il sottosegretario agli interni Ferlingeri, interpretato da Francois Perier, della DC ed il segretario del PSI Bretoni. I tre raggiungono il baffuto ministro dell’Interno Li Masi, interpretato da Pino Pugliesi, in vacanza in località a sud di Napoli, il quale riferisce di esser a conoscenza almeno di tre presunti tentativi di colpo di Stato, sospettando che l’opposizione si unisce ad un democristiano per far scalpore con la strumentalizzazione di un presunto golpe, cervellotico e buffonesco per trarre vantaggio politico per l’opposizione stessa. Li Masi dice che è una buffonata ma obtorto collo li rassicura di prendere gli opportuni provvedimenti cautelari in favore della Democrazia. Nel frattempo scatta l’operazione ‘’Volpe Nera’’ alle ore 21,30 a Roma. Essa prevede due fasi. La fase A) incursione di piccoli gruppi scelti diretti ai gangli vitali, come la RAI-Tv, gli aeroporti e le telecomunicazioni. La prima incursione sarà detta operazione ‘’’Falcone’’ da parte del drappello di uomini del colonnello Barbacane, che avute le coordinate dal centro clandestino di Grottacelata, si paracaduteranno a Fiumicino, occupando con il fattore sorpresa in 14 minuti e 30 secondi ed impadronendosi dell’aeroporto Leonardo da Vinci, dopo di che lanceranno un razzo giallo, prima (simbolo di epidemia a bordo), poi bianco per segnalare la ‘’missione compiuta’’. Intanto la postazione Elettra con i suoi sabotatori di Cavicchia staccheranno l’alta tensione della sottostazione n. 2 per consentire agli elettroguastatori di interrompere le telecomunicazioni e di isolare la centrale in 1 minuto e 50 secondi. Da Grosseto l’operazione Pegaso si attuerà con il generale sardo Furas, al comando di 30 uomini e mezzi celeri per occupare la sede della Tv di Stato, da cui il capo della Giunta Militare lancerà il proclama alla Nazione. Da 10 minuti il colonnello Turzilli, nome convenzionale Ippogrifo, con una colonna di guardaboschi avrà lasciato Vitorchiano per occupare lo stadio Flaminio, campo di raccolta dei prigionieri catturati casa per casa, giornalisti, ebrei, politici e sindacalisti, stranieri e…’’ricchiuni’’, dai giovani paramiliatari, travestiti da carabinieri. Dal mare verrà l’attacco non con i Maiali ma tramite gommoni da parte di Tricheco, nome in codice, verso la sede estiva del presidente della Repubblica a Castelporziano, che sarà catturato. La Fase B) prevede l’intervento del grosso dei reparti al comando del colonnello Faloppa che scatterà al momento del proclama del generale Pariglia alla Tv, raggiungendo Roma da ovest, sud, est, nord occupando ministeri, caserme, centri strategici, per un totale di 1 ora e 45 minuti. Intanto il reparto Ippogrifo arriva allo svicolo del raccordo anulare all’altezza dell’osteria del Frascapane, il generale Pariglia ripassa le frasi del proclama. L’Ora X scatta alle 21,30 a Grottaferrata viene raggiunto un radioamatore che gioca a scacchi via etere, pensando di parlare con un altro giocatore radioamatore, riceve e fornisce delle coordinate sbagliate, comunicandole al colonnello dei parà Barbacane che con i suoi uomini si lanciano con i paracaduti su un obiettivo errato di una fattoria ‘’Bonifica di Maccarese’’, in una gabbia di pollastri, allegoria aperta. Vengono inseguiti da un cane lupo, finiscono in un fosso, per cui uno di essi, imbranato, spara con la pistola lanciarazzi il segnale del razzo bianco, attestando erratamente che è stato occupato l’aeroporto internazionale Leonardo da Vinci. Elettra riceve il segnale che gli elettroguastatori passano all’azione, dando l’O.K. . La colonna Furas entra in Roma e si scontra con altri mezzi militari della medesima e con mezzi civili poiché l’energia elettrica è stata interrotta e le strade piombano nel buio totale. I guastatori Delle Chiaviche Tommaso e Bortolin Veniero si arrampicano sul traliccio della sottosezione 2 per tranciare i cavi dell’alta tensione ed interrompere l’alimentazione alle centrali telefoniche e le comunicazioni con il resto del paese. In un bar il colonnello Furas interrompe per motivi di servizio pubblico la telefonata tra una madre che colloquia al telefono con la propria mamma ed il suo figlioletto. Pegaso informa dei mezzi distrutti e molti feriti e contusi nell’incidente Aguzzo e Tritoni si infuriano. Il maestro Cavicchia ha avuto un attacco di appendicite ed è stato sostituito dallo Schirò che ha interrotto l’erogazione dell’energia elettrica, provocando quel trambusto ed incidente multiplo. Su ordine di Tritoni riattacca l’energia elettrica e l’alta tensione provoca funesti contrattempi fra cui l’illuminazione del padellone dello stadio Flaminio il guardiano ferma il colonnello Turzilli e la sua colonna che lo tacitano con la forza. I marò comandati da Branzino sbarcano a Castelporziano ed insieme alla colonna di terra del colonnello Faloppa penetrano nella residenza estiva del presidente Repubblica, interpretato da Claude Dauphine. Alla RAI-TV finiscono i programmi del giorno, viene augurata la buona notte e si rinviano i programmi alle 12,00 del giorno dopo. Il proclama non ha avuto luogo. La polizia militare, dopo una soffiata, penetra nella palestra degli insorti, tutti fuggono, anche Tritoni si nasconde fra i cespugli ed un milite delle Forze dell’Ordine gli orina addosso. Intanto i 3 parlamentari vengono bloccati in auto dalla polizia stradale con pretesti speciosi. Dopo un lungo colloquio e battibecco i 3 sono arrestati e portati in caserma al comando per oltraggio a pubblico ufficiale. Il comandante Branzino raggiunge il presidente della Repubblica a Castelporziano e lo destituisce. Interviene il ministro dell’Interno Li Masi e fa arrestare i capi dell’eversione dalle Forze dell’Ordine, domenica 13 luglio alle ore 4,00 del mattino. Alle ore 4,25 Tritoni si rifugia da Marcella Bassi-Lega che lo aiuta a preparare la valigia per fuggire ad Atene, ma interviene una perquisizione di polizia, che lo scopre nascosto sotto il letto matrimoniale. Tritoni si appella al solito alibi del gentiluomo che ha trascorso la notte con la signora Marcella, ma non può ammetterlo, sfortunatamente un poliziotto apre un armadio in cui è nascosto l’ennesimo amante di quella trojona di Marcella, il maestro Cavicchia, altro che appendicite. Tritoni viene arrestato e condotto dal ministro dell’interno Li Masi a Castelporziano presso il presidente della Repubblica, ora liberato, dove i colonnelli accusano Tritoni del colpo di Stato. Il golpe è stata una pagliacciata per il presidente della Repubblica, ma il ministro Li Masi è contro l’esiziale dinamica degli opposti estremismi, avanti al centro contro gli opposti estremismi. Contro la reazione delle Sinistre. La maggioranza silenziosa è stufa ed ha diritto alla pacificazione sociale con misure eccezionali e le immediate dimissioni del presidente della Repubblica, lo scioglimento delle Camere e la formazione di un governo di soli tecnici in attesa di tempi stabili. Il presidente della Repubblica si oppone agli intendimenti del ministro dell’Interno Li Masi, affermando che ciò sarebbe uno scavalco della prassi costituzionale, mentre occorre convocare i presidenti delle Camere, il Consiglio Superiore della Difesa e lo Stato Maggiore per gli opportuni provvedimenti da prendere contro l’eversione. Altrimenti ci sarebbe un altro golpe sotto mentite spoglie. Il golpe militare è trasformato dal potere democristiano in colpo di Stato politico. Una svolta politica da tempi lunghi e dolci nella legalità. Un’operazione indolore. Il presidente della Repubblica dà le dimissioni e non firma i decreti di scioglimento delle Camere. Tritoni si impossessa di una granata minacciando di far saltare tutto. Il presidente della Repubblica muore d’infarto, l’ostacolo si è aggirato da sé stesso. Il Ministro dell’Interno, Li Masi, minimizza la cosa e nel contempo approfitta della situazione, reagendo, facendo approvare leggi eccezionali grazie alle quali, sotto le apparenze di un ritorno all’ordine democratico, avviene un vero colpo di Stato. Un ‘’controcolpo di Stao’’ che prendendo a pretesto lo sventare il golpe dei colonnelli, che ha provocato una reazione delle sinistre, deve reprimere i disordini e ristabilire l’ordine turbato. Cambiamenti legislativi e governativi autoritari. Salvatore Li Masi è acclamato come ‘’salvatore della patria’’, attuando provvedimenti antiparlamentari ed anticostituzionali. Alla fine il golpe lo fa lui ( nella realtà di allora non si giunse ad esso) in nome di una supposta difesa della democrazia. Dopo avviene una sfilata di mezzi militari di guerra, Li Masi presiede un governo di transizione nazionale. Vi sono provvedimenti di ordine pubblico di emergenza, come il fermo di polizia per gli estremisti e dei gruppi antinazionali. Sono indette nuove elezioni per quando la situazione sarà normalizzata. L’onorevole Mazzante, segretario della Grande Destra, aderisce al governo ed al suo schieramento di transizione, giusto è il suo posto ci si trova bene per fini nazionali. Il Consiglio dei Ministri approva la proposta di legge del ministro del Lavoro Irnerio Steiner che regolamenta il diritto di sciopero e sanziona gli abusi che vengono considerati reati contro il patrimonio economico dello Stato. Nel 1974 in occasione del primo anniversario del cambiamento di regime, baluardo dell’ordine e della disciplina restaurati nello Stato, è indetta una parata militare. Sono distribuite cariche alla guida di enti pubblici a politici e militari. Qualche anno dopo, l’estremista di destra on. Tritoni, deluso della svolta ‘’a sinistra’’, amnistiato e libero, in un bar di Roma cerca di vendere per 300.000 lire un suo piano di golpe in un’unica notte con pochi mezzi, uomini e perdite, a due oppositori politici e rivoluzionari africani neri. Nel loro Stato però non vi è Tv, Radio, solo poche linee telefoniche. Interviene la polizia che impedisce l’assembramento illegale di più di due persone sedute allo stesso tavolo in un’area all’aperto, per di più fra un bianco, non ebreo, e due persone di colore. Il Tritoni si sposta e si siede ad un altro tavolino del bar, si volta indietro verso i golpisti neri e chiede almeno 200.000 lire come compenso per il piano di golpe. Il finale lascia abbastanza amaro in bocca, è una conclusione che fa ridere, sì, ma a denti stretti. Il film è un susseguirsi di battute e di scene, in alcuni casi di sapore macchietti stico, esilaranti, ben supportate dagli attori, tutti perfettamente calati nella parte. Sembra una serie di siparietti che si susseguono rapidamente in un caleidoscopico fiorire di personaggi, battute, colpi di scena. La narrazione segue un filo logico e una sua costruzione ad incastro assolutamente perfetti. Lo spettatore viene coinvolto nello svolgersi degli avvenimenti, cui non mancano nemmeno momenti di drammaticità, abilmente stemperati da un caustico umorismo.

La regia di Mario Monicelli è perfetta come l’istrionesco Tognazzi nei panni del velleitario golpista. Satira acuta e penetrante che Monicelli dirige con una cattiveria più sanguigna, parodia acida e corrosiva del tentato golpe fascista Borghese. Il ritmo senza soste e le gag a raffica, son al passo con l’attualità e la situazione politica del periodo, grottescamente e cinicamente descritta, il film traccia a grandi linee alla perfezione una sfilata di eccentrici e divertenti caratteri, offerti da un cast eterogeneo capitanato da uno scatenatissimo Tognazzi con un improbabile e caricaturale accento toscano, spassoso. La sequenza del goffissimo piano architettato da Tritoni per effettuare il tanto agognato colpo di Stato, è da antologia, ed è da annoverare tra le migliori cose realizzate da Monicelli. La commedia italiana anni ’70 è cinica, sfodera un sarcasmo nerissimo che si farà forza di molte altre pellicole del decennio tra i più proficui e fecondi del genere. Un film godibilissimo e nello stesso tempo che offre spunti di riflessione su un periodo oscuro nelle vicende della nostra storia nazionale recente. Un golpe da ridere. Il sorriso amaro è accompagnato da un’ironia con cui ama tratteggiare le storie di simpatici perdenti. Una satira non di particolare tempismo sulle ambizioni golpiste dei qualche gruppo della destra nostalgica, ma un documento allucinante, quasi cinema verità, in cui si dimostra come sia possibile ideare un colpo di Stato e curarne le varie fasi esecutive fino quasi alla riuscita finale. L’importanza del film è quella di denunciare un tale grado di debolezza dei massimi organi e poteri dello Stato da consentire a un gruppo di fantasmi in libera uscita, rispetto a cui l’armata Brancaleone faceva l’effetto di un esercito regolare, di pensare di potersi insediare al governo, senza difficoltà e spargimento di sangue. Una farsa beffarda, una armata Brancaleone che confluendo nel ridicolo rischia di aver l’effetto contrario a quello voluto di mettere in guardia l’opinione pubblica dai pericoli e dagli effetti deleteri di tentativi politici di mutamento violento dell’ordine costituito, trascurando come opera da burletta, le operazioni insidiose e ben più pericolose di trasformazioni indolori del regime politico, veri colpi di Stato, invisibili ed all’apparenza asintomatica. L’insediamento dolce, ‘’alla vasellina’’, nei gangli vitali del potere e con la conquista gramsciana dei posti cardine della società civile e della cultura, in modo da poter condizionare le masse amorfe ed incolte, ma anche distruggere l’identità di un popolo. Una parodia fantapolitica di cinema-verità, che si avvicina al vero della prassi politica di quegli anni di piombo e di tentativi golpisti. Nel 1966 era nata l’Italnoleggio, struttura statale e società pubblica, il cui capitale iniziale era di 600 milioni di lire, che aveva lo scopo di distribuire film di qualità ed intervenire nella produzione cinematografica nazionale. Un intervento dello Stato, unico in occidente per compiti e specificità, nei settori della produzione, distribuzione e noleggio, dopo le fallimentari vicende Cines, Enic, Eci. Opere sperimentali, film di difficile assorbimento sul mercato o commerciali, titoli eterogenei erano nei suoi listini. Poi con decreto presidenziale del 25 gennaio 1971 fu attribuito all’Italnoleggio il compito di ‘’curare la gestione di sale cinematografiche ed eventualmente l’acquisto, nell’ambito di una politica pubblica dell’esercizio che risponda a criteri di severa e rigorosa economia aziendale’’. A fine di un periodo di studio fu consegnato, nel gennaio 1973, un progetto contenente le linee generali dell’intervento, con una ipotesi di formazione di un circuito di base distribuito in 16 città capozona del noleggio cinematografico. Iniziativa fallimentare, nonostante l’accorta politica dei prezzi, perché si formava quando la crisi dell’esercizio entra in una fase drammatica. Il bilancio per dieci anni fu produttivamente e distributivamente in positivo o in pareggio. Eccetto nella stagione 1974. Lunghe lotte che nel 1972 con disposizioni legislative gli fecero ricevere un finanziamento, per scopi di promozione culturale e sociale, specie verso autori o alcuni dei loro film, come ‘’Vogliamo i colonnelli’’, che altrimenti non avrebbero potuto uscire sul mercato commerciale. Infatti la commedia politica italiana non presenta capolavori, ma timidi tentativi, lodevoli nelle intenzioni ma non nei risultati, bocciata dal pubblico e dalla critica. Il film incassò poco, il gran pubblico sentiva tali film falsi; la vera commedia politica all’italiana già si sviluppa quotidianamente a Montecitorio, a spese dello Stato ( cioè di noi stessi), e la trasmettono in televisione e con altri mass-media. Dal 6 all’11 febbraio 2007 è stata dedicata una retrospettiva a Monicelli al Fajr Film Festival presso il Film Museum of Iran di Teheran con 13 film fra cui ‘’Vogliamo i colonnelli del 1973.


ANTONIO ROSSIELLO

 

01/06/2009


cultura

home page

archivio 2006

archivio 2005

archivio 2004

archivio 2003