CULTURA

 

CINEMA INTERNAZIONALE


Un cineasta palestinese: Hany Abu-Assad


In Palestina non esiste un'industria cinematografica, ci sono talento, passione per il cinema, voglia di fare.
Hany Abu-Assad è nato l'11 ottobre 1961 a Nazareth, è un regista palestinese con passaporto olandese, immigratovi nel 1980. Con il suo maggiore Elia Suleiman, fa parte dei direttori contemporanei della Palestina. Dopo i suoi studi di ingegneria aereonautica ad Haarlem, lavorò per due anni come tecnico del volo nei Paesi Bassi. Era stato ingaggiato grazie al suo passaporto israeliano, licenziato quando ''democraticamente'' si accorsero che era arabo e non ebreo israeliano. Entrò nel mondo dell'audiovisivo e della produzione, fondando le produzioni Ayloul Films nel 1990. Produsse il film ''Hatta Ishaar Akhar'' nel 1994, le avventure di un ragazzo tredicenne palestinese, che cerca di ricostruirsi la casa, dopo che quella di famiglia è stata distrutta, e nel 1997 ''The 13th'', uno short-movie, lo stile da commedia e la narrativa cinematografica, su una coppia in Amsterdam. Diresse il suo primo film nel 1998, ''Het 14de kippetje'' (Il Quattordicesimo Pulcino), tratto da un testo dello scrittore Arnon Grunberg, che aprì il Netherlands Film Festival in Utrecht. Realizzò il cortometraggio ''Nazareth 2000'', in una città divisa e segretamente occupata vista attraverso gli occhi di due addetti alla stazione del gas, e nel 2002 ''Al qods fee yom akhar'' (Il matrimonio di Rana). Quando l'anormalità delle barriere e dell'occupazione divengono ogni giorno realtà, l'amore ed il matrimonio mussulmano di una giovane di 17 anni che vuole costruirsi una casa ed una famiglia normale sono fonte di vita nel quotidiano, tra check-points israeliani e gente che và a lavorare a Gerusalemme. Premiato nel 2002 al Colonia Mediterranean Film Festival con il Grand Prize e nel 2002 al Montpellier Mediterranean Film Festival con il Golden Antigone; nel 2003 all'Haifa International Film Festival: Golden Anchor Award.
Il suo film documentario ''Ford Transit'' nel 2002, situato in Israele/Pèalestina, fu diffuso sul canale olandese VRPO, prima di essere bloccato quando si accorsero che non si trattava di un documentario, ma di una docu-fiction. Il personaggio del soldato israeliano brutale era interpretato da un palestinese. Questo film fu all'origine di numerosi dibattiti nei Paesi Bassi quanto a sapere a che punto un documentario era sincero.

Nel 2005 il regista palestinese Hany Abu-Assad aveva diretto il lungometraggio ''Paradise Now'', durata 90 minuti, a colori, girato dalla Palestina ad Israele, dalla Francia alla Germania, l'Olanda, distribuito dalla Warner Brothers Studios. Realizzato in parte a Nablus (Palestina), utilizzando comparse scelte sui luoghi e finanziato in parte con capitali israeliani. Il più conosciuto e controverso film, è stato in corsa agli Oscar 2005 come miglior film straniero. Il film ha vinto numerosi premi come il Golden Globe per il miglior film straniero, Indipendent Spirit Awards 2006: miglior film straniero, National Board of Review Awards 2005: miglior film straniero; premio Der Blaue Engel a Berlino: miglior film europeo. Ha partecipato ai Festival di New York, Toronto, Berlino e Telluride. Un argomento trattato con delicatezza senza luoghi comuni, attori bravi, ottima tensione narrativa. Un'opera che giustamente Amnesty International decise di adottare al posto di appelli generici ed impersonali. Esistono uomini veri con le loro contraddizioni, colti nel momento dal quale non si ritorna. Al superamento delle difficoltà nel girare il film ha contribuito il presidente Yasser Arafat, contro le accuse di una cospirazione Americano-spagnola contro il popolo palestinese. Si selezionò un'attrice francese nel ruolo di ''Suha'', dopo un casting di 250 attori, chiusi in caratteristiche. Il film non mostra aperta violenza, ma come nei westerns americani individua i suoi eroi mitologici. Ricerche giuridiche, storiche ed interviste alle popolazioni sono servite per dirigere e sceneggiare il film. Il regista palestinese racconta la storia di Said (Kais Nashef) e Khaled (Alì Suleìman), amici da quando avevano otto anni, che sbarcano il lunario come meccanici in un cimitero d'auto che domina la città di Nablus, stretta tra i monti della West Bank sottoposta all'occupazione delle truppe israeliane.

Entrambi sorretti da una fede assoluta, vivono alla giornata, senza una reale speranza nel futuro. Said è ferito dalla consapevolezza di essere figlio di un collaborazionista, ucciso per ordine dell'autorità palestinese come traditore. Said e Khaled sono due aspiranti kamikaze. Il loro giorno arriva, sono scelti. Il racconto li segue minuzioso durante le diverse fasi preparatorie, compresa la realizzazione del video testamento, che rivela un indiretto umorismo: la macchina da presa si inceppa ed il povero Khaled è costretto a ripetere più volte il suo drammatico saluto alla vita, trovando anche il tempo per fornire alla madre utili indicazioni sui luoghi migliori dove andare a fare la spesa. L'amicizia, le paure, le illusioni ed io dubbi dei due giovani, nelle 36 ore che li separano dall'attentato a Tel Aviv. L'ora X arriva, ma qualcosa va storto ed i due giovani sono costretti ad una fuga precipitosa. Khaled riesce a tornare indietro, in tempo per essere privato del suo carico letale. Said, dopo aver superato indenne il valico che separa la zona israeliana da quella palestinese, raggiunge una fermata d'autobus dove si trovano alcuni coloni in attesa. Seguono attimi di tensione altissima. La cordicella che comanda l'innesco brucia nelle mani del kamikaze. Poi la vista di una mamma con la sua bambina lo distoglie dell'atto definitivo. Tornato nella zona palestinese, Said vaga per la città, disperato. Non sa che è in corso una doppia caccia all'uomo e che l'obiettivo è proprio lui: da un lato l'amico, che vuole salvarlo ad ogni costo, credendo nella sua fedeltà alla causa, dall'altra i miliziani, che temono che sia stato catturato ed abbia spifferato tutto al nemico. Alle ricerche partecipa Suha (Lubna Azabal, vista anche in Exils), la figlia marocchinadi un martire della resistenza, volontaria di un'associazione pacifista, che quando scopre la missione suicida dei due amici si prodiga per convincerli a desistere. Suha è innamorata di Said, che vive l'adesione alla lotta più profondamente di qualunque sentimento personale. L'ultima notte trascorsa in casa, con accanto un emissario dell'organizzazione inviato per impedire ripensamenti dell'ultimo minuto, il trasferimento nel luogo segreto dove gli aspiranti suicidi sono lavati, depilati e fotografati per essere immortalati sui manifesti che saranno affissi ovunque in città dopo il loro martirio; la vestizione con abiti eleganti, utili per mischiarsi ai coloni israeliani che saranno il loro obiettivo. Sotto quegli abiti, indossano la cintura di esplosivo dotata di un timer automatico che non possono disinnescare: per farsi esplodere devono tirare una cordicella, la scena drammatica ed umoristica insieme del video testamento. Nel racconto dei due kamikaze non vi è compiacimento, si nota il desiderio di dire basta ad un odio che inghiotte tutto, come un buco nero. Prima la pace, poi si chiarirà tutto. ''Il martirio ci porterà in Paradiso''. ''Il Paradiso non esiste, esiste solo nella tua testa''. ''Meglio un Paradiso nella testa che l'inferno di quaggiù''. L'inferno del conflitto israelo-palestinese ed il miraggio di un paradiso dopo il martirio. Il mito biblico di uccidere sé stessi con il proprio nemico, come la storia di Sansone. Il film racconta in modo nuovo altre storie, farsi uccidere insieme al proprio nemico è un argomento nuovo nel cinema mondiale, era interessante raccontarlo in modo credibile mostrando il conflitto che si dibatte nel loro animo. Non è una storia reale come anche i documentari non operano, si tratta della visione di un regista sulla realtà. Una storia realistica, non reale. Abu-Assad voleva girare un thriller in un luogo e tempo reale. Nella vita quotidiana in Occidente non vi è suspense, mentre nella quotidianità della Palestina c'è. Un thriller realistico, che è stato girato in un inferno perchè la situazione nei luoghi era dura. Si è rischiato la vita per girare il film. Con il ritiro dei coloni ebrei dalla striscia di Gaza, non è cambiato nulla per i palestinesi che vi abitano. Lo si è visto in questi ultimi mesi con i violenti attacchi dell'esercito israeliano che ha massacrato la popolazione civile inerme palestinese con l'avallo di un coro di ipocriti partners filoisraeliani nel mondo occidentale. I palestinesi non hanno gli stessi diritti degli israeliani, per Abu-Assad , essendo costretti a vivere sotto l'occupazione, con check point dappertutto e con la scandalosa costruzione del muro, che è stata condannata da vari tribunali europei od internazionali. Gli U.S.A. non riconoscono il paese Palestina come nazione. La Palestina ha il diritto ad avere uno stato ed il diritto di presentarsi come popolo attraverso le sue storie. Il problema palestinese può essere risolto solo con l'intervento diplomatico attivo dell'Europa ed il disinteressato apporto delle nazioni arabe, spesso latitanti se non per rivendicare i propri utili, così come hanno fatto finora le lobbies ebraiche e non, americane, che spingono Israele a non integrarsi nel contesto del vicino oriente, ma ad essere il loro avamposto imperialistico per mantenere la propria egemonia mondiale; prorogando un conflitto in eterno che non rafforza e non fa gli interessi dello stesso stato di Israele, anzi fortifica tutti i fondamentalismi deleteri per la pace ed il progresso, rendendo il sionismo una estensione del fenomeno che impropriamente viene definito fascistico, e che invece è imperialistico tout court, mentre nelle intenzioni originarie doveva essere solo un movimento politico di emigrazione ebraica al fine di dare una patria agli ebrei, stanchi delle persecuzioni secolari, ritornando pacificamente dalla diaspora in Terra Santa. Israele non applica il sistema democratico con i palestinesi, perché ha paura di un suo suicidio; si allontana la costituzione dello stato palestinese a fianco a quello israeliano. Lo Stato ebraico si estende con vari insediamenti di coloni su tutto il territorio palestinese, impedendo con il potere, le armi ed il denaro l'attuazione dei diritti dei palestinesi. Quando lo stato di Israele accetterà che i palestinesi hanno eguali diritti degli ebrei sulla loro terra. Abu-Assad è contrario ai movimenti religiosi a senso unico. Gli incidenti automobilistici uccidono in un giorno più del terrore negli anni, ma la gente è impaurita dal terrore. Si accettano i pericoli degli autoveicoli, non del terrore e delle sue cause perché ci si focalizza solo sulle conseguenze. Occorre prevenire il male occorre individuare le cause del conflitto. l film non ha messaggi subliminali né esteriori da dare. Il critico Tahar Bin Jallon definì il film ''un capolavoro'' mentre Subhi Subidy lo indicò come ''un'apologia per l'occidente''. Il film fu distribuito in Iran dal Fajir Film Distribution, poi a Dubai ed a Il Cairo; non è un pamphlet politico, proprio per avere più effetto positivo circa la situazione critica della Palestina. Nel 2007 Abu-Assad girò il film ''L. A. Cairo'', girato ad Hollywood, in inglese, che descrive come ''una tragi-comedy sul sogno arabo-americano'', ''The Vanished'', in cui un padre parte alla ricerca del figlio scomparso schieratosi con i Talebani nella guerra in Afghanistan, con Nicolas Cage protagonista,
girato in Germania nel 2008. Per Abu-Assad il Cinema è una grande opportunità data al suo carattere.


ANTONIO ROSSIELLO

 

01/06/2009


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