CULTURA

 

FASCISMO E LENINISMO: ORIENTAMENTI PER L’ANALISI COMPARATA

RICCARDO BERTI


Pubblicato per gentile concessione dell'Autore


L’argomento è sicuramente molto spinoso. La teoria tesa a dimostrare che Leninismo e Fascismo abbiano avuto in comune degli aspetti formali e sostanziali non è assolutamente avventata, e anzi va approfondita in maniera articolata, soprattutto con il contributo di storici e di studiosi che dal dopoguerra ad oggi hanno ripetutamente affrontato questa tematica. Ma andiamo per gradi.
L’evoluzione delle grande ideologie totalitarie che si sono sviluppate tra il XIX secolo e dopo la fine della Grande Guerra si può sintetizzare così:

Marxismo » Leninismo » Rivoluzione Russa » Stalinismo
Fascismo » Marcia su Roma » Mussolinismo
Nazionalsocialismo » Ascesa di Hitler al governo » Hitlerismo

La teoria di un Fascismo che nasce con la prerogativa di combattere il Comunismo marxista-leninista e il socialismo reale sovietico, seppur sostenuta da alcuni eminenti storici, non ha nessun riscontro nei fatti realmente avvenuti; come vedremo più avanti l’evoluzione del pensiero mussoliniano è complessa e l’anti-bolscevismo si manifesterà quando ormai il Fascismo sarà già un movimento ben delineato che si appresta a governare l’Italia. Si parla del cosiddetto “Fascismo-movimento”, quello che si evolverà, a detta dello storico De Felice, da movimento in regime; quello che, secondo altri studiosi è invece il cosiddetto “Fascismo reale e rivoluzionario”, che una volta sdoganato da Vittorio Emanuele III verrà, con il passare degli anni, inquinato da influenze borghesi e capitalistiche, che cercheranno di muoverne i fili dietro le quinte per la cura dei propri interessi economici.
Lo storico Zeev Sternhell ha sottolineato la continuità rivoluzionaria del giovane Mussolini, che, socialista “esasperato” dal determinismo controrivoluzionario del materialismo storico, realizzava implacabilmente, nella sua storia politica, la visione dell’«avanguardia rivoluzionaria» la quale, imbevuta di «idealismo volontaristico», si poneva come il punto zero del marxismo sperimentato e trasceso in un’ottica idealistica.


Già nel 1993, il Prof. Giovanni Sabbatucci, a proposito delle tesi dello storico israeliano sosteneva:

“Per Sternhell il fascismo non e' solamente un fenomeno politico tipico degli anni fra le due guerre (tesi di De Felice), ne' tanto meno una reazione alla minaccia comunista (tesi di Nolte). E' anche una solida costruzione ideologica elaborata già prima della grande guerra e risultante dalla confluenza di due filoni principali: la destra tradizionalista e populista (Barre's, Maurras e l' Action Francaise) e la sinistra rivoluzionaria impegnata, sulle orme di Sorel, in una "revisione antimaterialistica" del marxismo. L' ideologia fascista e' dunque nata e si e' definita in Francia, cioè in un paese che non ha conosciuto (almeno fino a Vichy) il fascismo "reale"; e proprio in Francia può essere osservata allo stato puro.
Pur non disponendo di un corpus dottrinario paragonabile a quello marxista, essa esprime ugualmente una peculiare visione del mondo fondata sul culto della patria, sull'esaltazione del momento comunitario, sul rifiuto dell' individualismo, del materialismo e del razionalismo illuminista e sull' avversione nei confronti della democrazia liberale. Questa linea interpretativa può suscitare (e ha suscitato) qualche perplessità.
Sternhell non solo definisce il fascismo come un' ideologia della rivoluzione, ma documenta l' apporto poderoso fornito a questa ideologia da diverse componenti della sinistra (democratici delusi, socialisti eterodossi), in un continuo reciproco travaso di idee e di formule. Proprio per questo però e' necessario dare il giusto rilievo a quei fattori esterni: uscire cioè dal recinto della storia delle idee per avventurarsi nel campo della storia degli uomini e dei movimenti collettivi.”

La posizione di Mussolini va inquadrata anche nel particolare momento storico che stavano vivendo l’Italia e l’Europa stessa alla fine della Grande Guerra.
Possiamo innanzitutto elencarne i principali attori:

 La vecchia classe politica liberale
 Il partito socialista
 I reduci combattenti e mutilati della Grande Guerra
 Il proletariato
 Il ceto medio e piccola borghesia
 La borghesia capitalistica

La classe politica Giolittiana era ormai incapace di condurre il paese; l’insofferenza del proletariato e degli ex-combattenti erano due polveriere che stavano per esplodere.
I socialisti erano inspiegabilmente in uno stato di profonda confusione, riuscendo soltanto ad essere i promotori di continui scioperi che destabilizzavano l’ordine sociale.
I capitalisti borghesi, invece, preferivano stare alla finestra: se da una parte temevano il Fascismo perché fortemente rivoluzionario (almeno negli intenti iniziali), dall’altra promossero una tattica attendista, nella speranza di capire come si evolvesse il quadro politico italiano.
Infine, e non ultimo, dalla Grande Guerra uscì fortemente ridimensionato il ceto medio, che si vedeva intrappolato tra gli interessi della grande borghesia e il malcontento tumultuoso del proletariato.
Il Fascismo si fece forte interprete delle aspirazioni delle masse operaie, delle delusioni del ceto medio e delle enormi frustrazioni del popolo degli ex-combattenti che si riteneva, giustamente, emarginato dalla vita attiva del paese dopo aver dato un enorme tributo di sangue alla causa bellica. Molti di loro provenivano del proletariato e non riuscivano a capacitarsi di come il paese potesse averli accantonati; di questo malumore il Partito Socialista non seppe farsene carico con determinazione.
L’idea geniale di Mussolini, perché così si può senza dubbio definire, fu quella di unire le diverse anime del paese teorizzando una rivoluzione che abbattesse di fatto il potere egemonico dei vecchi e ormai impigriti partiti politici, che cercasse quindi di sconvolgere l’essenza stessa dello Stato sostituendolo immediatamente con uno innovativo, etico e corporativo, dove la figura centrale fosse quella dell’“uomo nuovo”, il cittadino fascista, reale edificatore del nuovo Stato.
Il politologo Domenico Settembrini nel 2001 affermava:

“Mussolini dice frasi come: "Il corporativismo, se è serio, è socialismo". Si affanna a costruire, nella gioventù, l'"uomo nuovo". E difatti molti dei giovani fascisti che hanno creduto con sincerità, passano al PCI, spesso venendo dal combattentismo repubblichino. Al Duce va riconosciuto il merito di essere vissuto in questa contraddizione: resta anticapitalista, è uno dei pochissimi che segue attentamente le riviste marxiste e l'esperimento collettivista di Lenin in Urss; proprio per questo, perché sa bene quale disastro è il comunismo in Russia, vive nella ricerca della "terza via", per evitare i milioni di morti... Tutta la cultura italiana, fascista o comunista, è stata rivoluzionaria. E questa eredità non è mai stata superata.”

Lo storico Renzo De Felice, massimo studioso dell’argomento, porta avanti con decisione la tesi che il Fascismo fu principalmente un movimento che esprimeva le volontà del ceto medio:

“Molti storici fuori dall’Italia hanno fatto la distinzione tra “fascismo-movimento” e “fascismo-regime”. E’ il problema chiave. Il discorso è fondamentale, perché il fascismo-movimento è una costante della storia del fascismo, che con il tempo perde importanza ma che è sempre presente. Il fascismo-movimento è il filo rosso che collega il marzo 1919 all’aprile 1945; il fascismo-regime è un’altra cosa.
Il fascismo-movimento è quel tanto di fascismo che ha una sua vitalità; non è un giudizio positivo è solo una constatazione. E’ la vitalità del fascismo, mentre il partito, il regime, sono per certi aspetti la negatività. Il fascismo-movimento è quel tanto di velleità rinnovatrice, di interpretazione di certe esigenze, di certi stimoli, di certi motivi di rinnovamento; è quel tanto di “rivoluzionarismo” che c’è nel fascismo stesso, e che tende a costruire qualcosa di nuovo. E’ un insieme di elementi innanzitutto culturali e psicologici, che in parte sono quelli del fascismo intransigente prima della Marcia su Roma, ma in parte sono qualcosa di nuovo e di diverso che costituisce l’autorappresentazione del fascismo proiettata nel futuro.
Il fascismo-movimento è stato in gran parte l’espressione dei ceti medi emergenti, ossia ceti medi che cercano, essendo diventati un fatto sociale, di acquistare partecipazione, di acquistare potere politico. Il fascismo si aprì indubbiamente a tutti i ceti sociali, ma il suo nerbo per quel che concerneva i quadri e gli elementi attivi politicamente e militarmente, si caratterizzò in senso piccolo-borghese, dando a tutto il movimento il carattere di un fenomeno che aveva degli aspetti di classe, carattere che diede la possibilità di costituire il più importante punto di riferimento e di attrazione per quei settori della piccola borghesia che aspiravano ad una propria maggiore partecipazione e direzione della vita sociale e politica nazionale. Questi ceti medi si pongono come una classe che tende ad affermarsi in quanto tale, e ad affermare la propria funzione, la propria cultura e il proprio potere politico contro la borghesia e il proletariato. Insomma tendono a fare una rivoluzione. Il fascismo fu quindi il tentativo del ceto medio, della piccola borghesia ascendente, di porsi come classe, come nuova forza; fu un tentativo di prospettare nuove soluzioni moderne e più adeguate.
Il fascismo è un fenomeno rivoluzionario, se non altro perché è un regime, e ancor di più un movimento che tende alla mobilitazione delle masse, e alla creazione di un nuovo tipo di uomo.


Ma quali possono essere i primi punti di contatto tra Fascismo e Leninismo ?
Alcuni dei caratteri peculiari presenti in entrambe le ideologie si possono già delineare:

 La lotta alla borghesia capitalista
 Il contrasto con la Chiesa
 La equa distribuzione della ricchezza nella società
 La lotta alle plutocrazie (o demoplutocrazie come le chiamava Mussolini, che oggi si possono definire come nazioni basate sul potere della multinazionali)

Questi sono solo alcuni dei concetti comuni al primo fascismo ed alle teorie comuniste di base, antecedenti al cosiddetto “socialismo reale”.
Il concetto non è certamente facile da teorizzare ma le opinioni di alcuni storici ci possono aiutare nella nostra analisi.
Ernst Nolte definisce così il rapporto fra Mussolini e Marx:

«Marx è definito da Mussolini “il magnifico filosofo della violenza operaia”. Non si può negare che il futuro Duce del fascismo si era fatto, assai precocemente, la fama di barricadiero e blanquista; la campagna anticlericale, di inaudita violenza, che egli condusse nel Trentino, come pure il fatto che portasse fino ad eccessi sanguinosi, in Romagna, le lotte sociali tra braccianti, mezzadri e proprietari, e ancora che, nel 1914, unico dei capi marxisti, difendesse le violenze della “settimana rossa” ma la lotta di classe è esposta a un pericolo il “socialismo degli avvocati”, con la sua predilezione per le trattative parlamentari e la sua accentuazione dell’autonomia dello sviluppo, conduce al “totale rifiuto del marxismo” e quindi alla decadenza. Se per comunismo si intende l’ala intransigente staccatasi da quella riformista del partito socialista, Mussolini può essere a ragione definito il primo e da un certo punto di vista, l’unico comunista europeo del periodo ».

Anche lo studioso A. James Gregor definisce «il leninismo un fascismo imperfetto» e ritiene che:

«Il fatto è, che la società sovietica, come molte delle società che sono state edificate sotto gli auspici dei regimi rivoluzionari di massa, ha assunto caratteristiche che sono manifestamente fascistiche».

Come già precisato, l’approccio primario che la storiografia classica fornisce è quello di un Fascismo-movimento che nasce come antitesi rivoluzionaria al Bolscevismo che negli stessi anni stava mettendo le proprie radici anche in Italia. Come sappiamo, Lenin e Mussolini nascono all’interno della stessa famiglia, quella del Socialismo. All’interno di questo laboratorio politico, dal quale il Duce sarà espulso nel 1914, si radicano all’interno dei due leader gli stessi orientamenti che caratterizzeranno le future ideologie a loro ispirate: estremismo, rivoluzione, attivismo, ostracismo al capitalismo, populismo, e soprattutto, indubbio carisma verso le folle.
Successivamente, l’evoluzione storica vedrà le due dottrine estremizzarsi su posizioni diametralmente diverse: il Fascismo preferirà rivolgersi al popolo nella sua totalità, al Popolo-Nazione, mentre Lenin teorizzerà con vigore la sua “Dittatura del Proletariato”. Per Mussolini sarà fondamentale il connubio tra socialismo e nazione, concetti che cercherà di far riemergere durante il periodo della Repubblica Sociale; Lenin invece professerà un tipo di rivoluzione in cui, alla fine, il proletario abbatterà il borghese e ne prenderà il posto in cima alla piramide sociale.
Il socialismo fascista salirà al potere per creare una classe elitaria che guidi la Nazione, lo Stato Nuovo e Fascista, e la faccia riemergere dalla melma e dalla pochezza in cui i politicanti liberali l’avevano portata. Il mezzo con cui Mussolini vorrà raggiungere questi obiettivi sarà la rivoluzione; una volta salito al potere il Fascismo diventerà totalitarismo, e perderà gran parte del suo vigore iniziale, mantenendo sempre ben salda l’idea di Nazione e di progresso, ma sarà costretto a scendere a penosi compromessi con la borghesia capitalistica, vero motore finanziario dell’economia italiana. La borghesia stessa, vedrà in Mussolini e nelle masse oceaniche che riesce a smuovere, l’elemento trainante di un crescente benessere economico, che solo la Seconda Guerra Mondiale interromperà bruscamente, e alla fine della quale si creeranno nuovi equilibri economici e finanziari.
Il Fascismo delle origini, quello puro, quello Sansepolcrista, era quello che ragionava di collettivizzazione e di socializzazione. Il “Programma dei Fasci di Combattimento” (6 Giugno 1919) è l’espressione massima del Fascismo-movimento: rivoluzionario, anticapitalista e fortemente propenso alla socializzazione.
Eccone un estratto:

Ecco il programma nazionale di un movimento sanamente italiano.
Rivoluzionario, perché antidogmatico; fortemente innovatore perché antipregiudizievole.
Noi poniamo la valorizzazione della guerra rivoluzionaria al di sopra di tutto e di tutti.

NOI VOGLIAMO:
* La sollecita promulgazione di una legge dello Stato che sancisca per tutti i lavoratori la giornata legale di otto ore di lavoro.
* I minimi di paga.
* La partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori al funzionamento tecnico dell‘ industria.
* L’ affidamento alle stesse organizzazioni proletarie (che ne siano degne moralmente e tecnicamente) della gestione di industrie o servizi pubblici.
* La rapida e completa sistemazione dei ferrovieri o di tutte le industrie dei trasporti.
* Una forte imposta straordinaria sul capitale a carattere progressivo, che abbia la forma di vera espropriazione parziale di tutte le ricchezze.
* Il sequestro di tutti i beni delle Congregazioni religiose e l’ abolizione di tutte le mense Vescovili, che costituiscono una enorme passività per la Nazione, e un privilegio di pochi.

Lenin, dal canto suo, preferiva scindere tra la posizione dei rurali (tanto cari a Mussolini) e quella degli operai proletari. Non riusciva ad immaginarsi nella comunità agricola una efficiente organizzazione socialista rurale.Avendo un’idea ben precisa di Stato, di progresso e di rivoluzione industriale, era più propenso ad una progressiva statalizzazione della comunità agricola con la relativa abolizione della proprietà privata legata ai vecchi modelli feudali.
Parallelamente a quanto indicato nel Programma dei Fasci del 1919, anche il Leninismo professava l’esproprio dei beni dei grandi capitalisti e la successiva ridistribuzione delle ricchezze ai cittadini proletari, affidando contestualmente la gestione dei processi produttivi alle masse operaie. Ipotesi come sappiamo irrealizzabile e infatti mai portata a compimento. Questa evoluzione della società civile, che nel Fascismo aveva caratteristiche di tipo corporativo, sarebbe dovuta avvenire attraverso un processo rivoluzionario violento e sbrigativo. Come sappiamo invece, Mussolini riuscì a farsi ricevere dal Re all’indomani della Marcia su Roma, in un clima teso ma senza particolari e feroci violenze.
A questo punto, possiamo osservare le particolarità dei rapporti tra Leninismo e Fascismo delle origini, analizzando le parole stesse dei due leader.

Lenin agli inizi del Novecento aveva le idee ben chiare su come applicare le teorie marxiste. Nel 1908 scriveva così:

“Nulla di strano quindi che la dottrina di Marx, la quale serve in modo diretto a educare e organizzare la classe d’avanguardia della società moderna, indica i compiti di questa classe e dimostra che, grazie allo sviluppo economico, la sostituzione dell’attuale ordinamento sociale con un ordine nuovo è cosa ineluttabile; nulla di strano che questa dottrina abbia dovuto farsi strada lottando ad ogni passo.”

Mentre, nel 1917, in una delle sue opere più importanti, Lenin chiariva in modo più eloquente il suo pensiero su quale fosse il destino dello Stato:

“Lo Stato è il prodotto e la manifestazione degli antagonismi inconciliabili tra le classi. Lo Stato appare là, nel momento e in quanto, dove, quando e nella misura in cui gli antagonismi di classe non possono essere oggettivamente conciliati. E, per converso, l'esistenza dello Stato prova che gli antagonismi di classe sono inconciliabili…
Per Marx, se la conciliazione delle classi fosse possibile, lo Stato non avrebbe potuto né sorgere né continuare ad esistere. Secondo i professori e pubblicisti piccolo-borghesi e filistei – che molto spesso si riferiscono con compiacimento a Marx - è proprio lo Stato a conciliare le classi.
Per Marx lo Stato è l'organo del dominio di classe, un organo di oppressione di una classe da parte di un'altra; è la creazione di un "ordine" che legalizza e consolida questa oppressione, moderando il conflitto fra le classi. Per gli uomini politici piccolo borghesi l'ordine è precisamente la conciliazione delle classi e non l'oppressione di una classe da parte di un'altra; attenuare il conflitto vuol dire per essi conciliare e non già privare le classi oppresse di determinati strumenti e mezzi di lotta per rovesciare gli oppressori.
Così nella rivoluzione del 1917, quando la questione del significato e della funzione dello Stato si pose in tutta la sua ampiezza, si pose praticamente come un problema di azione immediata, e, per di più, di azione di massa, tutti i socialisti rivoluzionari e i menscevichi caddero subito e pienamente nella teoria piccolo-borghese della "conciliazione" delle classi "per opera dello Stato"…
Abbiamo già detto prima, e lo dimostreremo in modo più particolareggiato nel seguito della nostra argomentazione, che la dottrina di Marx e di Engels sulla necessità della rivoluzione violenta si riferisce allo Stato borghese. Questo non può essere sostituito dallo Stato proletario (dittatura del proletariato) per via di "estinzione"; può esserlo unicamente, come regola generale, per mezzo della rivoluzione violenta. Il panegirico con cui Engels esalta la rivoluzione violenta concorda pienamente con le numerose dichiarazioni di Marx…
La necessità di educare sistematicamente le masse in questa - e precisamente in questa - idea della rivoluzione violenta, è alla base di tutta la dottrina di Marx e di Engels. Il tradimento della loro dottrina perpetrato dalle tendenze socialsciovinista e kautskiana oggi dominanti si esprime con particolare rilievo nell'oblio di questa propaganda, di questa agitazione da parte dell'una e dell'altra. La sostituzione dello Stato proletario allo Stato borghese non è possibile senza rivoluzione violenta. La soppressione dello Stato proletario, cioè la soppressione di ogni Stato, non è possibile che per via di "estinzione"…
Ma più si procede a "nuove spartizioni" dell'apparato amministrativo fra i diversi partiti borghesi e piccolo-borghesi e con maggiore evidenza appare alle classi oppresse, e al proletariato che ne è il capo, la loro ostilità irriducibile alla società borghese nel suo insieme. Di qui la necessità per tutti i partiti borghesi, anche i più democratici e "democratici rivoluzionari", di accentuare la repressione contro il proletariato rivoluzionario, di rafforzare l'apparato di coercizione, cioè questa stessa macchina statale. Questo corso degli avvenimenti obbliga perciò la rivoluzione a "concentrare tutte le sue forze di distruzione" contro il potere dello Stato; le impone il compito non di migliorare la macchina statale, ma di demolirla, di distruggerla.”


Per Lenin rimane cruciale il problema dell’abbattimento dello Stato, da abolire anarchicamente con l’aiuto delle masse proletarie. La vittoria del proletariato e la conseguente dissoluzione dello Stato poteva avvenire soltanto innescando un feroce processo rivoluzionario, anche se lo stesso Lenin ammetteva che l’andamento della Rivoluzione rischiava di essere funzionale soltanto ai fini capitalistici (come poi effettivamente avvenne nel Fascismo negli anni ’30 dopo i Patti Lateranensi e le connivenze con la borghesia e con il capitalismo italiano).

Lenin prospettava il rischio dell’avvento di un tipo di capitalismo autoritario di Stato che tendeva ad opprimere le masse dei lavoratori sviluppando una società fortemente classista. Da qui la necessità della “Lotta di Classe”. Lo Stato, insomma, andava abbattuto perché funzionale soltanto ai servigi della classe dominante borghese e capitalistica, e l’unica via percorribile era quella della Rivoluzione.
In Italia, le idee e le proposte di un attivissimo Mussolini su come porsi nei confronti del governo italiano uscito agonizzante dalla Grande Guerra (nonostante la Vittoria giustamente definita “mutilata”) non erano molto diverse da quelle di Lenin ed erano anch’esse violente e rivoluzionarie. Si trattava di gestire le frustrazioni di milioni di persone (combattenti, mutilati e intellettuali depressi) la cui adrenalina risentiva ancora degli echi delle trincee. Lo storico Paolo Buchignani, ci propone di recente alcune considerazioni illuminanti sulla nascita del Fascismo:

“I Fascisti rivoluzionari appartengono ad un ceto medio intellettuale che nutre una profonda avversione verso la classe dirigente post unitaria accusata di aver tradito il Risorgimento, ma anche verso le istituzioni liberali e democratiche. Lo Stato liberale viene ritenuto anacronistico e corrotto; una rivoluzione dovrebbe abbattere quell’organismo inerte, falsamente democratico e sostituirlo con un mitico Stato Nuovo, antiliberale e antidemocratico di matrice giacobina, sostanzialmente autoritario o totalitario.
Con queste premesse nascerà lo Stato Fascista, come sarebbe potuta sorgere una dittatura bolscevica. Questo ceto medio è privo di rappresentanza politica, dal momento che non si identifica, né con la grande borghesia, né con il proletariato. Di formazione letteraria, del tutto privi di qualsiasi esperienza di amministrazione e di governo, dispregiatori della politica come compromesso, si fanno profeti di un progetto che punta sulla mobilitazione convergente. E’ il modello giacobino incentrato sul rapporto tra l’avanguardia rivoluzionaria (guidata da un capo carismatico: Robespierre, Lenin o Mussolini) e il popolo, concepito come un’unità monolitica esprimente una sola indivisibile volontà. La Grande Guerra ha esasperato le frustrazioni e l’impoverimento dei ceti medi e ha potenziato la loro volontà di protagonismo e rivoluzione. Ed è stato il nascente Fascismo, fallita l’ipotesi bolscevica, a risucchiare questa intellettualità ribelle, alla ricerca di un capo capace di guidarli alla tanta agognata rivoluzione.
L’evento bellico per gli sconvolgimenti che provocò venne vissuto come una frattura nella storia. La rivoluzione bolscevica del 1917, con il terrore che scatenò nella borghesia e nelle classi dirigenti di tutto il mondo, e con le passioni che suscitò in masse sterminate di proletari, sembrò una precoce conferma di questa universale convinzione”

Una prima analisi dell’evoluzione del pensiero di Mussolini, non può che cominciare osservando cosa diceva il futuro Duce nel 1914, al momento della sua fuoriuscita dal Partito Socialista:

“Giorgio Sorel diceva che il socialismo è una cosa terribile, grave, sublime e non un esercizio di politicanti che fanno lo sconcio comodo dei loro mercati quotidiani. Se il socialismo è forza, è sacrificio, è tragedia, noi non possiamo seguire coloro che credono di spaventarci innanzi alla guerra coll'idea delle stragi, del sangue, del sacrificio. Mi inchino al dolore delle madri, mi inchino a chi soffre; ma ci sono dei doveri supremi e quando uno è un socialista rivoluzionario, sa che anche la rivoluzione sociale sarà sacrificio, sangue, pianto di madri. Anche Mazzini, quando sospingeva le generazioni italiane alla guerra, ben sapeva che essa era sacrificio, sangue, rovina, distruzione. Ma sapeva pure che ogni generazione ha i suoi ineluttabili doveri da compiere.”


Ben più determinato appare Mussolini, il giorno della Fondazione dei Fasci da Combattimento (6 giugno 1919):

“Noi non abbiamo bisogno di metterci programmaticamente sul terreno della rivoluzione perché, in senso storico, ci siamo dal 1915. Non è necessario prospettare un programma troppo analitico, ma possiamo affermare che il bolscevismo non ci spaventerebbe se ci dimostrasse che esso garantisce la grandezza di un popolo e che il suo regime sia migliore degli altri.
È ormai dimostrato irrefutabilmente che il bolscevismo ha rovinato la vita economica della Russia. Laggiù, l'attività economica, dall'agricoltura all'industria, è totalmente paralizzata. Regna la carestia e la fame. Non solo, ma il bolscevismo è un fenomeno tipicamente russo. Le nostre civiltà occidentali, a cominciare da quella tedesca, sono refrattarie.
Noi dichiariamo guerra al socialismo, non perché socialista, ma perché è stato contrario alla nazione. Su quello che è il socialismo, il suo programma e la sua tattica, ciascuno può discutere, ma il Partito Socialista Ufficiale Italiano è stato nettamente reazionario, assolutamente conservatore, e se fosse trionfata la sua tesi non vi sarebbe oggi per noi possibilità di vita nel mondo. Non è il Partito Socialista quello che può mettersi alla testa di un'azione di rinnovamento e di ricostruzione. Siamo noi, che facendo il processo alla vita politica di questi ultimi anni, dobbiamo inchiodare alla sua responsabilità il Partito Socialista Ufficiale.”
Con il passare del tempo il Fascismo modella le sue specificità e le parole di Mussolini diventano sempre più anti-bolsceviche:

“Quello cui ci opponiamo noi Fascisti è la mascheranza bolscevica del socialismo italiano. E' strano che una razza che ha avuto Pisacane e Mazzini vada a cercare i vangeli prima in Germania e poi in Russia…
Ma poi, cari signori, esiste ancora in Russia questo bolscevismo? Non esiste più. Non più consigli di fabbrica, ma dittatori di fabbrica; non 8 ore di lavoro, ma 12; non eguaglianza di salari, ma 35 categorie di salari; non secondo il bisogno, ma secondo i meriti. Non c'è in Russia nemmeno quella libertà che ha l'Italia. C'è una dittatura del proletariato? No! C'è una dittatura dei socialisti? No! C'è una dittatura di pochi uomini intellettuali non operai, appartenenti ad una frazione del partito socialista, combattuta da tutte le altre frazioni. Questa dittatura di pochi uomini è quella che si chiama bolscevismo…
Ripetiamo, noi non siamo contrari alle masse operaie, perché esse sono necessarie alla nazione, sono necessarie, sacrosantamente necessarie. I 20 milioni di italiani che lavorano col braccio hanno il diritto di difendere i loro interessi. Quella che noi combattiamo è la mistificazione dei politicanti a danno delle classi operaie; noi combattiamo questi nuovi preti in mala fede che promettono un paradiso nel quale non credono neppure essi.”

Fino ad arrivare allo scontro frontale con i modelli del Comunismo sovietico, aspramente criticato durante il primo storico discorso alla Camera:

“Il comunismo, l'onorevole Graziadei me lo insegna, è una dottrina che spunta nelle epoche di miseria e di disperazione. Quando la somma dei beni è decimata, il primo pensiero che balza alla mente degli umani è quello di mettere tutto in comune, perché ce ne sia un po' per tutti. Ma questa non è che la prima fase del comunismo, la fase del consumo; dopo vi è la fase della produzione, che è enormemente difficile, tanto difficile che quel grande, quel formidabile artista (non già legislatore) che risponde al nome di Vladimiro Uljanov Lenin, quando ha dovuto foggiare il materiale umano, si è accorto che esso è più refrattario del bronzo e del marmo.
Conosco i comunisti. Li conosco perché parte di loro sono i miei figli.... intendiamoci .... spirituali... e riconosco con una sincerità che può parere cinica, che io per primo ho infettato codesta gente, quando ho introdotto nella circolazione del socialismo italiano un po' di Bergson mescolato a molto Blanqui. …Finché i comunisti parleranno di dittatura proletaria, di repubbliche più o meno federative, dei Sovièt, e di simili più o meno oziose assurdità, fra noi e loro non ci potrà essere che il combattimento.”

Lenin e Mussolini avevano la stessa matrice sovversiva tesa ad una soluzione coincidente: rivoluzione e abbattimento dello Stato precostituito. Tesi peraltro sviluppata anche da Giovanni Sallusti che si domanda:

“Altro tasto su cui battono gli autori del Livre noir: le analogie con i totalitarismi del Novecento, il nazismo ma soprattutto il comunismo di stampo sovietico. Sistematizzazione della politica del Terrore, omicidi delle famiglie regnanti, attacchi contro i religiosi, utilizzo della guerra per militarizzare e purgare la società, sacralizzazione della violenza. Tutte arti in cui i bolscevichi andranno oltre, ma fu Lenin a richiamare il precedente come esempio da superare: «La ghigliottina non era che uno spauracchio che spezzava la resistenza attiva. Questo non basta. Noi non dobbiamo solo spaventare i capitalisti, cioè far loro dimenticare l’idea di una resistenza attiva contro di esso. Noi dobbiamo spezzare anche la loro resistenza passiva».”

Un altro tassello che inseriamo come primo approccio per ragionamenti più ampi è una breve nota sulla figura di Nicola Bombacci. La sua vena rivoluzionaria non gli impedì negli anni ‘20 di venire a contatto con Vladimir Illjc Uljanov. Sintomatica, a tal riguardo, sarebbe la dichiarazione fatta da Lenin alla delegazione di comunisti italiani guidata da Bombacci in visita al Kremlino l’11.11.1922: "In Italia c’era un solo socialista capace di fare la rivoluzione: Benito Mussolini! Ebbene, voi lo avete perduto e non siete stati capaci di recuperarlo!".
Alla fine della sua parabola, Nicola Bombacci nel memorabile discorso del 15 marzo 1945 a Genova, arringò una folla di oltre tremila persone, composta principalmente da operai delle industrie navali e lavoratori delle fabbriche siderurgiche e meccaniche. Le parole che più fecero breccia furono queste:

"Compagni! Guardatemi in faccia, compagni! Voi ora vi chiederete se io sia lo stesso agitatore socialista, il fondatore del Partito comunista, l’amico di Lenin che sono stato un tempo. Sissignori, sono sempre lo stesso! Io non ho mai rinnegato gli ideali per i quali ho lottato e per i quali lotterò sempre…Ero accanto a Lenin nei giorni radiosi della rivoluzione (quella dell’Ottobre rosso del 1917 in Russia), credevo che il bolscevismo fosse all’avanguardia del trionfo operaio, ma poi mi sono accorto dell’inganno…il socialismo non lo realizzerà Stalin, ma Mussolini che è socialista anche se per vent’anni è stato ostacolato dalla borghesia che poi lo ha tradito… ma ora Mussolini si è liberato di tutti i traditori e ha bisogno di voi lavoratori per creare il nuovo Stato proletario…".


Sempre Paolo Buchignani, in occasione della presentazione del suo libro “Rivoluzione in camicia nera”, aveva illustrato chiaramente quali, secondo lui, fossero i rapporti tra Fascismo, Sinistra e Rivoluzione:

“Ho preferito non usare il termine fascismo di sinistra, in quanto questa corrente del fascismo possiede sì elementi di sinistra: la rivoluzione sociale, il mito della rivoluzione come palingenesi, però c’è anche la centralità della guerra, l’aspirazione all’impero, quindi definirlo fascismo di sinistra non mi sembrava corretto. Ho preferito definirlo fascismo rivoluzionario. Del resto il termine rivoluzione può tranquillamente essere riferito sia alla destra che alla sinistra.
Individuo due filoni fascisti: uno che discende dal nazionalismo di Corradini, cui appartengono personaggi come Rocco e Federzoni, i quali tendono a interpretare il fascismo come costruzione di uno Stato autoritario che, sia pure nella modernità, divenga lo Stato assoluto, dove le masse sono passive e non attive e in qualche modo garantisca il potere della borghesia.
Poi c’è un’anima rivoluzionaria e totalitaria che non è marginale o minoritaria, come si ritiene spesso, bensì importante e autorevole all’interno del sistema- regime. Il fascismo rivoluzionario è in pratica quello delle origini. Fin dal principio l’aspirazione di Mussolini e dei suoi seguaci era quella di costruire un uomo nuovo e un nuovo modello sociale. Poi per conquistare il potere il duce capisce che deve fare i conti con le classi dirigenti tradizionali, la borghesia, la Chiesa. Quindi negli anni Venti il fascismo rivoluzionario viene messo da parte e si rifugia nella cultura. Riemerge negli anni Trenta quando Mussolini comincia a parlare di nuova civiltà, di terza via, di corporativismo.
Il fascismo rivoluzionario è quello che non è soddisfatto della marcia su Roma, in quanto compromesso con la monarchia e la borghesia… Specialmente i giovani della generazione di Berto Ricci hanno il culto del duce. Lo vedono come il più grande rivoluzionario del Novecento. A lui attribuiscono la loro stessa volontà rivoluzionaria. Se la rivoluzione è stata tradita, la colpa è dei gerarchi e della borghesia ma non di Mussolini.
La tesi che io sostengo è che il fascismo sia stato partorito dalla Prima Guerra mondiale e ucciso dalla seconda. La realtà è che il fascismo stava diventando sempre più totalitario e la guerra contribuiva a questo. Alla fine l’essenza più vera del fascismo rivoluzionario è la guerra. I rivoluzionari vogliono una rivoluzione antropologica, l’uomo nuovo che si forgia col ferro e col sangue, cioè con la guerra. L’idea dei fascisti rivoluzionari è che il fascismo deve essere una rivoluzione del popolo. Un’altra cosa rispetto alla rivoluzione sovietica che è una rivoluzione di classe. E a quella nazista che è una rivoluzione fondata sulla razza e il sangue.”
Ci sarà modo di tornare sull’argomento; questo voleva essere soltanto un breve compendio per documentare e alimentare la teoria che le due ideologie, Fascismo e Leninismo, abbiamo avuto durante la loro genesi degli elementi fortemente coincidenti; le stesse tipicità, all’inizio convergenti, si modificheranno con il passare degli anni evolvendosi in modi e forme molto discordanti e assumeranno l’aspetto di elementi ben distintivi, anche una volta morti i due leader carismatici.
Molti degli elementi menzionati meritano sicuramente di essere approfonditi attraverso un riesame imperniato sull’analisi seria dei documenti; ciò potrebbe fornire diversi spunti per meglio comprendere anche l’attuale situazione politica, del tutto priva di riferimenti a seri contenuti storici.
Il mito di Lenin e di Mussolini, come tutti sappiamo, è sopravvissuto ed è alimentato tutt’oggi anche negli individui del XXI secolo, sia fra il popolo dei nostalgici (c’è ancora qualcuno che per motivi anagrafici ha realmente attraversato quelle epoche), sia fra le generazioni più giovani, di per sé sempre più propense ad avvicinarsi a dottrine rivoluzionarie.

FINITO IL XV.VI.MMIX

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30/06/2009


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