CULTURA

 

Sulla colossale figura dell’imperatore Aureliano è incentrato il pregevole libro di Beniamino M. di Dario

 

“Il Sole Invincibile – Aureliano riformatore politico e religioso” (Ed. Ar 2002).

 

Aureliano è uno dei tanti imperatori illirici che tra la seconda metà del III e la seconda metà del IV secolo d.C. riuscirono a ritardare (ad occidente) ovvero ad evitare (ad oriente) il crollo dell’impero romano respingendo i nemici (barbari germanici e non, persiani) che premevano sui suoi tanti immensi confini (britannico, renano, danubiano e mesopotamico).

Quando, alla morte di Claudio II il Gotico nel 270, Aureliano viene acclamato Augusto dalle truppe come riconoscimento per le imprese compiute e gli onori ricevuti in oltre trent’anni di servizio militare, l’impero si dibatte in una crisi gravissima, essendo diviso sostanzialmente in tre tronconi.

Il potere centrale aveva, infatti, dovuto assistere, negli anni immediatamente precedenti, alla secessione di vasti territori alle sue estremità: la Gallia e la Britannia costituite in Imperium Galliarum retto dagli usurpatori Postumio prima e Tetrico poi; tutto il Vicino Oriente - dall’Asia minore all’Egitto – trasformatosi in regno personale della nobile siriana Zenobia, moglie di un senatore romano, la quale pose la capitale a Palmira.

Questa seconda formazione statale, in particolare, configurava per Roma un pericolo mortale data la sua alleanza con l’impero persiano che, abbandonata la politica di contenimento della dinastia arsacide, mirava, retto ora dalla dinastia sassanide, a rinverdire i fasti dell’antico impero achemenide con un’aggressiva politica espansionistica ai danni di Roma.

Con una serie di campagne trionfali Aureliano riuscì in breve tempo a sconfiggere gli eversores ed a riportare ad unità la .scricchiolante struttura statale romana tanto da meritarsi i titoli di Pacator Orbis e Restitutor Patriae che andarono ad aggiungersi a quelli di Gothicus e Carpicus ottenuti dopo aver respinto quei barbari che premevano sul limes danubiano.

Ma Aureliano intervenne con pugno di ferro anche nel tentativo di fronteggiare una situazione economica disperata posto che “la classica spirale inflazionistica cresceva su sé stessa, mentre il sistema monetario appariva sull’orlo della disintegrazione” e lo fece adottando un’operazione di “polizia monetaria” consistente nella demonetazione del numerario argenteo in circolazione, che venne dunque ritirato, e nella sua permuta con una nuova moneta argentea, che prese il nome di Aurelianianus.

Anche in ambito socio-economico l’imperatore pose in essere una riforma strutturale quale la trasformazione dei collegia da strutture di tipo puramente economico ad istituti di carattere obbligatorio, da associazioni professionali al servizio dello Stato ad organismi di tipo corporativo.

In tutti i settori “strategici” della vita economica e sociale dell’impero, principalmente quelli connessi con l’approvvigionamento di Roma ed il trasporto delle derrate alimentari, i membri dei collegia furono legati indissolubilmente e definitivamente al loro munus: produttori di grano, allevatori di suini, panificatori, macellai, mercatores e navicularii.

Ci troviamo di fronte a quel mirabile sistema corporativo, che è fondato sulla collaborazione tra gli ordini nel supremo interesse dello Stato (di contro alle moderne egoiste ideologie individualista e collettivista) e che sarà perfezionato da Diocleziano e da Costantino.

Tale ordinamento sopravvive fino agli albori dell’età moderna quando, venutisi via via a consolidare gli Stati nazionali, verrà soppresso dalla politica uniformatrice che caratterizza questi novelli leviatani (retti dal principio per cui “Rex est imperator in suo regno”): esso viene visto, infatti, come espressione di intollerabile particolarismo giuridico ed economico da eliminare – sia detto per inciso - al pari delle dissidenze religiose o delle differenze etniche (così, ad esempio, si spiegano la conversione forzata prima e l’espulsione poi di marranos e moros nella Spagna del post-Reconquista).

Bisognerà attendere il XX secolo perché l’idea corporativa rinasca a nuova vita con i regimi fascisti europei – complici la crisi capitalistica del 1929 ed i continui fallimenti economici del socialismo “scientifico” applicato nella terra dei soviet.

Tornando al nostro, importanti innovazioni furono introdotte da Aureliano anche nel settore “assistenziale” con l’introduzione di distribuzioni gratuite di pane, carne di maiale, olio, sale, tuniche, insomma di beni di prima necessità ai ceti meno abbienti.

Siamo sempre nell’ottica di uno Stato-impero che, lungi dall’essere il campo di battaglia di contrapposti interessi particolaristici, è espressione, al di là delle differenze etnico-religiose, di una comunità compatta, solidale, armoniosa in cui i più fortunati (“honestiores”) si fanno carico dei meno fortunati (“humiliores”) ma tutti, secondo le proprie capacità ed inclinazioni, perseguono il bene supremo della prosperità generale, secondo l’apologo di Menenio Agrippa per cui gli ordina (quelli che liberalismo e marxismo definiscono classi) altro non sono che parti di un unico organismo: se sta male una parte di esso, esso stesso sta male.

Ma ciò per cui l’imperatore illirico verrà maggiormente ricordato è la politica religiosa: egli è il primo di una lunga serie di imperatori “solari” che contrapposero al monoteismo cristiano, ormai penetrato sempre più profondamente nel cuore urbano dell’impero (giacché le campagne ne rimasero per lungo tempo immuni), un enoteismo  incentrato sul culto del dio Sole.

Quello che, sotto l’influsso della filosofia neo-platonica (che troverà il suo culmine nella riflessione teologica di Giuliano imperatore), si sviluppa nel mondo tardo-antico è in qualche modo un paganesimo monoteizzante nei principi dato che vi è un’unica origine e causa prima di tutto il creato ma “plurale” nelle manifestazioni dato che da tale Principio nascono per emananazione tutti gli enti divini e via via, attraverso vari piani ontologici, gli altri esseri viventi (Plotino affermerà, al riguardo, che “Non è con il restringere la divinità ad un solo essere ma con il moltiplicarla che Dio ci manifesta effettivamente la sua vera potenza, capace di produrre, restando quella che è, delle divinità molteplici che si ricollegano a Lui, esistono per Lui e da Lui provengono”).

Manifestazione sensibile di questa primordiale (ed altrimenti lontanissima, ineffabile ed inaccessibile) arch (tanto simile al Dio di Abramo, visto invece dai neo-platonici come un demiurgo di rango inferiore) è appunto il Sole, che sotto tutte le latitudini e da tutti i popoli viene venerato ab immemorabili come dispensatore di benessere e di vita, “proiezione visibile dell’Uno, il sommo Principio divino”.

Pacificato finalmente l’impero, nel 274 in onore di questo Sol indiges delle origini di Roma (e che ha i suoi corrispondenti nell’iranico Mithra, nell’Apollo-Helios greco, nell’egizio Serapide, nel Sol Invictus Elagabal della città siriana di Emesa e nel Sol Sanctissimus Malachbelus di Palmira) Aureliano istituisce la più importante festività calendariale, il dies natalis Solis invicti, la festa della nascita del Sole invitto, celebrata…il 25 dicembre. E mutuata un cinquantennio più tardi dal cristianesimo.

Non sarà una festa qualsiasi ma la festa della divinità suprema protettrice dell’Impero romano (“Sol Dominus Imperii Romani”), che ha il suo vicario – ed imago - sulla terra nell’imperatore.

Ad essa si affiancarono “l’istituzione degli Agones Solis, feste solenni in onore del Sole da celebrarsi con cadenza quadriennale”, l’edificazione di un “tempio di Stato per un culto di Stato, costruito sul suolo pubblico” e la creazione “per il nuovo culto, di un collegio pontificale, i Pontefici del Sole, Pontifices Dei Solis”.

Tutta la monetazione successiva, fino alla svolta costantiniana, avrebbe visto ritratti in stretto connubio la figura dell’imperatore ed il suo nume protettore.

Con il prevalere (invero cruento) del cristianesimo, tanto nell’immaginario popolare quanto nella riflessione teologica sarà Gesù Cristo, seconda persona della Trinità, a prendere definitivamente il posto di Helios Re (cui Giuliano dedicò un mirabile inno) come intermediario tra Dio e l’uomo: egli è ritratto come Sole di Salvazione (“Sol Salutis”) per l’umanità che è venuto a riscattare.

Prima che il cristianesimo arrivi a sovrapporsi integralmente al paganesimo “solare” vi sarà, tuttavia, ancora un (breve) periodo, sotto Costantino, in cui nella sua monetazione Sole e Cristo quasi si identificano e coesistono in un processo sincretistico, entrambi essendo organi della creazione: a proposito del Logos il nostro “Credo” niceno-costantinopolitano recita “Generato non creato, della stessa sostanza del Padre, per mezzo di Lui tutte le cose sono state create” laddove Giuliano, con evidente similitudine, definisce Helios Re come colui che “procedette come unico dio da un unico dio cioè dal mondo intelligibile che è uno” e che “parte delle forme porta a perfezione, altre le crea, parte le adorna, altre le risveglia alla vita, e non v’è nulla che venga alla luce ed entri nella vita senza la forza creatrice che viene da Helios”.

Di lì a poco, l’antico mondo scomparirà, i templi distrutti, i sacrifici aboliti, i pagani perseguitati dai “lugubri uomini in nero”, cui profeticamente allude il retore Libanio, sodale di Giuliano.

I vecchi dèi, oramai declassati alla condizione di demoni,  sopravvivranno sotterraneamente, come un fiume carsico.

Per sempre relegati nei recessi oscuri della psiche di quelle donne europee che pagheranno con la vita l’aver immaginato (o forse vissuto?) sabba notturni in cui nuovamente incontrarli. Lugubri epifanie di entità che non hanno più alcunché di uranico.

Ma questa…è un’altra storia.

 

Stefano Andrade Fajardo

 

31/07/2007


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