CULTURA

 

Mi sono recentemente (e piacevolmente) imbattuto in un libricino assai sulfureo fin dal titolo,

 

"Gli Adelphi della dissoluzione – Strategie culturali del potere iniziatico" di Maurizio Blondet.

 

Non c'è bisogno che ne presenti l'autore.

Giornalista, già penna del "Giornale" (su cui non scrive ormai da molti anni, evidentemente in quanto, scomparsa la contrapposizione tra i due blocchi sovietico e statunitense, le sue opinioni non sono più ritenute in linea con l'atlantismo ed il filo-sionismo esasperato del quotidiano milanese), ora dell'"Avvenire", Blondet può senz'altro essere ritenuto un esponente – e dei migliori - della corrente tradizionalista cattolica in Italia.

Il che, per una sorta di eterogenesi dei fini, lo porta ad occupare, suo malgrado, una posizione eccentrica ed "eterodossa" (absit iniuria verbis) non solo rispetto al pensiero politico-culturale oggi dominante (chi, del resto, tra i lettori di questa Rivista non è, in fondo, un “eretico” rispetto alla vulgata propagandata dai nostri politici, economisti ed opinion leaders?) ma anche, probabilmente, rispetto allo spirito post-conciliare della Chiesa cattolica. 

Quanto al suo libro, esso forse è già stato letto prima di me da molti visitatori di questo sito e forse, prima di me, molti di loro hanno assistito alle polemiche mass-mediatiche che, alla sua prima uscita nel 1994, suscitò.

Per quei pochissimi che non l’avessero letto, vale senz’altro la pena recensirlo e consigliarne la lettura: potranno, forse, giudicare l’autore affetto da una visione del mondo alquanto “complottista” ma certamente non rimarranno indifferenti alle sue, inquietanti, tesi.

La tesi di fondo, infatti, è che dietro la (peraltro, raffinatissima) operazione culturale Adelphi si nasconda, in realtà, una strategia (esoterica nel senso stretto del termine) ben precisa: quella di creare le condizioni spirituali e culturali per un capovolgimento totale dei valori in cui, bene o male, dovremmo tutti riconoscerci dopo 2500 anni di pensiero greco e cristiano.

Questa volontà (che si è manifestata a partire dal ’68) di sovversione dei valori e di dissoluzione degli spiriti non avrebbe alcunché a che fare con il “mondo nuovo” e “l’uomo nuovo” di marxiana memoria (i cui aneliti palingenetici –mano a mano che si procede con la lettura- appaiono financo rassicuranti nella loro, comunque umana, disumanità).

Non si tratterebbe cioè di edificare sulle spoglie del liberal-capitalismo un sistema politico, economico e sociale, le cui funeste realizzazioni (almeno nell’est europeo e nell’ex Unione Sovietica) sono ormai consegnate al giudizio della Storia; bensì un ordine anti-umano retto niente meno che da…l’Anticristo, i cui adepti devono essere ricercati in “Superiori Incogniti” (presenti nella politica, nell’alta finanza, nella cultura, nello spettacolo) che avrebbero diramazioni in tutto il pianeta, Italia compresa.

Per giungere a ciò, gli animatori della casa editrice - forse longa manus in Italia del suddetto cenacolo di potenti - stanno creando le condizioni per una predisposizione spirituale, prima ancora che culturale, verso questa dissolvente caduta negli abissi.

Insomma, uno esprit de etat, per citare René Guenon, una evocazione delle “potenze dell’aria”, per citare gli antichi grimori, che passa attraverso la riscoperta di autori pericolosi quali Guenon, Junger, Nietzsche, Bataille (ma anche apparentemente insospettabili, come Simone Weil e Leon Bloy), le cui idee sono da maneggiare con cura in quanto impregnate di neo-paganesimo nichilista e/o neo-gnosticismo luciferino ma comunque unite da un comune denominatore: l’anti-cristianesimo.

All’entità che identifichiamo, da buoni cristiani, come l’Anticristo sarebbero, in realtà, riconducibili tradizioni, culti e deità differenti, le quali rimandano ad un’umanità arcaica, i cui riti sanguinari e cruenti si perdono nella notte dei tempi, quando anche lo stupro, l’incesto, il sacrificio umano, l’antropofagia erano concepiti come atti di devozione e, dunque, ritenuti leciti in quanto manifestazioni del sacro.

Ma, ovviamente, un sacro aberrante, deviato, rovesciato e controiniziatico; un sacro che si alimenta delle pulsioni ed ossessioni più oscure dell’animo umano e che sono perciò sempre lì lì pronte a riemergere prepotentemente: tanto da costituire la materia prima di tante pellicole d’horror di successo (si pensi al “Silenzio degli innocenti”), di cui non si sa se siano imitazione della realtà o, peggio, ispirazione per la stessa, come tanti abietti fatti di cronaca nera dimostrano.

Parafrasando Jung, sostiene dunque Blondet, “gli dèi non sono morti” con l’avvento del cristianesimo, semplicemente si sono occultati nell’inconscio collettivo sotto forma di malattie della mente e dello spirito e i loro nomi sono Dioniso, il dio greco della sfrenatezza, Quetzalcoatl, il dio azteco scuoiato, Kali, la dea indù che, come l’egizia Iside, ha in suo potere l’eterno ciclo della vita e della morte.

Siamo, evidentemente, ben lontani dal paganesimo olimpico, uranico, solare, guerriero, celebrato dalla destra “esoterica”, di cui Julius Evola è stato capofila; quello che la sinistra “esoterica” (la chiameremo così, per comodità) propugnerebbe attraverso le pubblicazioni Adelphi è un paganesimo notturno, ctonio, oscuro, in parole più semplici demoniaco, per il quale “la salvezza si ottiene attraverso il peccato” secondo l’insegnamento di gnosi cristiane (come l’ofismo, il cainismo, il marcionismo e il catarismo) o ebraiche (come il sabbateismo ed il frankismo).

Solo, cioè, sprofondando nell’abisso della perdizione, del più crasso materialismo, del più sfrenato libertinismo, che poi sono l’altra faccia, quella più autentica, del relativismo buonista dei nostri tempi, sarà possibile raggiungere la salvezza individuale e collettiva in un grande nulla.

E qui, alla fine del libro, ci ricolleghiamo all’incipit del primo capitolo, che riassume la tesi dell’autore: se il secondo avvento di Gesù Cristo presuppone, secondo le Scritture, l’instaurazione del Regno dell’Anticristo (il quale, se vorrà imporsi sulle anime belle dell’Occidente, è più probabile che si manifesti come un filantropo politically correct piuttosto che come un dittatore), allora bisognerà accelerare questo secondo evento, senza il quale il primo continuerà a tardare a realizzarsi.

E per questo, - sostengono senza giri di parole Massimo Cacciari e Sergio Quinzio (l’uno filosofo marxista, l’altro teologo cattolico, entrambi “eretici” e pubblicati dalla casa editrice in questione) - la Chiesa cattolica dovrà smettere di fare il katechon, secondo la II lettera ai Tessalonicesi di S. Paolo, ossia di “trattenere” l’Anticristo; fintantoché ne tratterrà l’avvento, ritarderà l’avvento di Cristo, svolgendo di fatto, e qui sta il paradosso, una funzione anticristica.

Ammesso e non concesso, beninteso, che tutto quanto si è letto corrisponda al vero, una domanda resta, in conclusione, sullo sfondo: se, comunque, l’esito dell’effimero regno anticristico sarà quello di essere eternamente soppiantato dal regno cristico, allora di chi sono adepti i nostri “Adelphi della dissoluzione”, di Cristo o dell’Anticristo?

La risposta di Blondet è ovvia.

Io, ahimé, non ho le sue certezze

 

Stefano Andrade Fajardo

 

 

31/07/2007


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