CULTURA

 

REGISTI EUROPEI - FRANCIA


Philippe Fourastiè


Il francese Philippe Fourastiè era nato nel 1939, ex operatore cinematografico in Algeria, durante
l’insorgenza dei ‘Pieds Noir’’e dell’O.A.S., era stato assistente ed aiuto-regista del marxista Jean- Luc Godard e del ‘’borghese’’ critico Claude Chabrol, che ammise in seguito di aver votato anche per il Front National, senza convinzione. Nel 1964 Fourastiè fu primo assistente alla regia nel film ‘’La 317éme section’’, 85 minuti in bianco/nero, girato in Francia e Spagna, diretto dal cineoperatore Pierre Schoendoerffer, con Jacques Perrin, Bruno Cremer, Pierre Fabre, Manuel Zargo, sulla guerra sanguinosa in Indocina. Laos del Nord aprile 1954, Dien Bien Phu sta per cadere (03-05-1954), la guerra in Indocina è persa. La 317ème Section (plotone), formata da 4 francesi e 41 sussidiari laotiani riceve l’ordine di ripiegare per essere soccorsi a Tao-Tsai, a 150 chilometri di distanza, 8 giorni dopo sono vivi solo 3 laotiani e l’aiutante-capo Willsdorf (B.Cremer) del luogotenente Torrens (Perrin), uscito dall’accademia. I continui attacchi dei guerriglieri Viet, la scarsa collaborazione dei civili assottigliano il gruppo. Enfasi tolta alla guerra che segnò l’inizio del declino dei sogni colonialisti francesi. Da un romanzo di Schoendoerffer che aveva partecipato alla guerra di Indocina come cineoperatore, un film di guerra insolito e diverso in cui la guerra non è spettacolo, ma cronaca onesta, autentica, calata in una raccolta di fatti. Fondamentale il contributo fotografico in bianconero di Raoul Coutard senza ombra di calligrafia, di coerenza ammirevole nel rifiuto di ogni stereotipo eroico. Non denuncia né esalta, ma rende conto, racconta. Non impegna, propone. Attori non professionisti, interpreti veri. Il film ebbe il premio alla sceneggiatura. L’ambizione è di offrire ‘’un’ autopsia, un rapporto poliziesco’’, sprovvista di eroismo ed epicità. Un’opera ‘’sobria, rigorosa, che dà del conflitto indocinese un’immagine giusta e senza facili concessioni’’ (C. Beylie) e che recupera la lezione sulla Storia di un Malraux e la tradizione per restituire il quadro credibile e realista di una sconfitta e delle persone che, combattendo, l’hanno subita.

Ancora aiuto regista in ‘’Marie-Chantal contre docteur Kha’’, Fourastiè fu assistente regista nel 1966 in ‘’Suzanne Simonin, la Religieuse de Diderot’’, diretto e sceneggiato dal regista Jacques Rivette, suo 2° film. Il film, di 135 minuti, girato in Francia, con la russa Anna Karina, Francisco Rabal, Liselotte Pulver, Micheline Presle, Francine Bergè, Christiane Lenier. La drammatica esperienza di una ragazza del ‘700 costretta dai genitori ad entrare in convento a Longchamp. Prima sospettata di esser indemoniata, poi presa di mira dalle attenzioni equivoche di una badessa (Pulver), passa da un convento all’altro. Fugge e viene accolta in una casa equivoca dove si uccide. Liberamente tratto da ‘’La Monaca’’ sulla suora Suzanne Simonin, scritto di Denis Diderot nel 1758 e pubblicato postumo nel 1796, da cui Rivette aveva tratto già uno spettacolo teatrale nel 1963. Nativo di Rouen il 1-03-1928, la città della pulzella di Orleans Giovanna d’Arco, si era trasferito a Parigi per studiare all’IDHEC, ex redattore dei ‘’Cahiers du Cinèma’’, era diventato il Saint-Just della Nouvelle Vague, provava a rinnovare il cinema francese all’insegna della modernità, in senso sperimentale ed artigianale. Di formazione cattolica, era diventato un cristiano non credente, indi ateo, ma riconosceva la grandiosità della religione cristiana e della sua idea di incarnazione, sostenne il Fronte di Liberazione Nazionale algerino e fu oppositore della guerra in Vietnam. Il film fu prima proibito dal ministro della cultura Andrè Malraux, gollista, in Francia, ma messo in mostra al Festival di Cannes, ottenne nel 1967 il visto di circolazione e fu il solo grande successo di pubblico del suo regista. Vi furono polemiche contingenti, ridicole in Francia che ha tra i suoi principi costituzionali la laicità dello Stato, il film dimostra, nel suo rigore formale e nell’austerità quasi giansenista del suo stile, che Rivette non cerca lo scandalo. In linea con l’illuminista Diderot si propone solo di proclamare la libertà di coscienza e di denunciare ogni forma di oppressione. Non attacca la fede religiosa sana, ma le sue deformazioni e le indegnità commesse sotto la sua maschera. Rigore formale, attento studio della parola/immagine, del rapporto bene/male contro i moralismi della società.

Nel 1966 Fourastiè fu assistente del regista Pierre Schoendoerffer in ‘’Objectif: cinq cent millions’’, 90 minuti, con Bruno Cremer, Marisa Mell, Jean-Claude Rolland, Etienne Bierry. Ex capitano dei parà francesi, reduce da Dien Bien-Phu, aguzzino in nome della patria in Algeria dove era schierato con gli ultras colonialisti, rilasciato dopo 3 anni di carcere, Reichau (Cremer) accetta l’offerta di una rapina all’aereo postale Parigi-Bordeaux, fattagli dalla bella vamp Yo (Mell) senza scrupoli e da un ex ufficiale (J.- C. Rolland) che nel 1961 ad Orano l’aveva denunciato. Esegue il colpo, si lancia con il paracadute con il bottino, modifica i piani di fuga, in una resa dei conti uccide il complice traditore e, invece di fuggire con la bella, diviene agnello sacrificale facendosi uccidere dalla polizia. Quinto film di Schoendoerffer, regista del 1928. Un racconto d’azione diseguale, banale, un poco verboso, è il ritratto di Reichau, fascista sradicato e fanatico in disarmo. Un noir costruito intorno al ritratto di un ex militare che attraverso il sacrificio cerca di restituire una dignità alle scelte sbagliate di tutta una vita. Ornamento letterario di troppo, si sente nel personaggio il contributo di Jorge Semprun chiamato a scrivere la sceneggiatura del film, in un’alchimia tra vitalismo antiretorico e destrorso del regista ed il senso di fallimento che tormenta lo sceneggiatore di sinistra trova un’ammirevole punto di equilibrio che l’interpretazione energica ed asciutta di Cremer esalta sullo schermo. Mell è splendente ed anonima.
Nel 1965 Fourastiè fu aiuto-regista non accreditato insieme a Jean-Pierre Léaud nel film ‘’Pierrot le fou’’, diretto e sceneggiato da Jean-Luc Godard, soggetto tratto dal romanzo ‘’Obsession’’di Lionel White, con Jean-Pierre Belmondo, Anna Karina, Dirk Sanders, Jean-Pierre Léaud (cammeo). La trama: Ferdinand lavora in tv, ha sposato una donna ricca e senza preoccupazioni. La moglie lo conduce a ricevimenti borghesi, durante i quali lui si annoia e lei è fedifraga. Ferdinand ritrova un’amica, che lo chiamava Pierrot, si coricano assieme. Lei vive in una casa in mezzo ad armi e cadaveri di uomini assassinati, con una banda politico-gangsteristica. Pierrot-Ferdinand l’aiuta a liberarsene, fuggono a sud, abbandonando le precedenti loro vite. Alcune folli avventure, poi si stabiliscono in Provenza, in riva al mare, ma Marianne viene rintracciata dalla banda, fugge uccidendo per sbaglio un’altra persona, un nano, mentre Ferdinand rimane in ostaggio della banda. Poi Ferdinand si libera e lavora nel porto di Tolone, dove ritrova Marianne, che lo coinvolge nel giro di strani personaggi guidati da un certo Fred, che lei dice essere suo fratello ma che è suo amante. In una sparatoria Marianne uccide i due individui che avevano catturato Ferdinand. Dopo un breve momento di felicità, lei fugge con Fred; Ferdinand li insegue ed in un’isola li spara. Fred è ucciso e Marianne morirà dopo, pentita del tradimento, mentre Ferdinand si pente di aver sparato, si colora la faccia con vernice blu si lega attorno al capo dei tubi gialli e rossi di dinamite ed in cima alla collina, dà fuoco alla miccia. Ha un istante di ripensamento, vorrebbe tornare indietro, ma la carica esplode, una morte teatrale e spettacolare ma terribile. Una voce fuoricampo legge versi di Arthur Rimbaud. Godard aveva organizzato l’inizio, mentre la fine del film fu inventata sulla Costa Azzurra, dove Belmondo e Karina erano andati già prima del film frequentando il regista, che considerava l’evento un happening equilibrato e guidato. Un film inconscio ed agitato, un numero di ambienti, in riva al mare. Le riprese si svolsero come ai tempi del vecchio cinema di
Mac Sennett. Godard vi infila ciò che lo ha colpito da quando ha girato il precedente film, lo arricchisce di un riflesso di attualità in ogni sua forma, amabile e detestabile, stupida o abbrutita, violenta e faticosa, folle e sognatrice. La soffocante bellezza della natura femminile instaura falsamente il paradiso in terra. Le figure allargate e ampie smisurate, l’ordine incrinato, la tensione esitante ed intermittente, testarda, senza una ripetizione discontinua. Le variazioni non sono ferme, divergenti, ma precipitate, ripercosse. La casualità è superata, il movimento trasversale impedisce ogni interpunzione, ogni sospensione, preda di una velocità che trapassa ogni ostacolo, fa esplodere la sistemazione e l’equilibrio apparente che impone. Godard filmò il frangersi, la successione. Un’accelerazione e la fuga di ciò che esso comporta, senza preoccuparsi di tracce o recuperi. L’istantaneo è il tempo in cui si rimescolano le cose per inventare il mondo. Veglia, transizione ed illusione ad un tempo, la sensazione immediata e sensibile diviene un esile filo che trattiene il passeggero dal suo sogno o ve lo accosta fisicamente. Presente oltrepassato per caso e rincorso fino alla frattura. Come se Godard, invece di velare l’intervallo che si forma tra gli elementi figurativi, lo solcasse, lo sviluppasse, lo analizzasse. Esplorazione di una fenditura, di un lampo momentaneo che si sottrae alla misura, ai calcoli, e il cui brillare diversificato ed anomalo continua sino all’accecamento. Appiattimento sonoro che si imbatte di ripetizione in ripetizione nell’eccesso di un’ampia intromissione musicale emessa, in riflessione piena, da qualche eco seducente di voci che si replicano secondo l’assenza di leggi che caratterizza le attrazioni opposte, che non obbediscono alle stimoli, non rappresentano più lo stesso percorso, non si cancellano più, ma si infrangono all’angolo di un piano per risalire in superficie subito, sradicate come una risorgiva o un fedele ricalco. Incerta corrispondenza in cui il gesticolare umano indeciso si confonde con la formazione intorno di un paesaggio immenso di lentezza, di grigiore orizzontale: in cui si traccia stabilmente la distanza tra gesto e gesto e tra corpo e scenario, in cui figura la separazione e ad un tempo la resistenza delle cose al movimento che le distende o le infrange. L’agitazione che mescola le forme, spezza le estremità, disgiunge le linee, rifiuta ogni armonia, non lascia intatto alcun rapporto. Non mantenendo un ordine superficiale, non instaura il tracollo: simula di poter qualcosa. Il paesaggio resta inviolato. Sembra assimilare i rumori di fondo, tramutando i sintomi diffusi, i mormorii latenti in segni rivestiti. La pulsazione contratta di una nascita, rovina avviata, vissuta e immaginata, specie di consacrazione. Sul filo dello slancio che si sforza di portare alla luce, si imprime in trasparenza un movimento parallelo e contraddittorio in cui sussistono le tracce di sangue, gli schizzi scarlatti la cui la frequenza ricorda barriere suscettibili di conquistare
l’ itinerario originario, rimescolarlo o spezzarlo. La fuga folle, la traversata solitaria sembra derivare la propria energia e certezza dalla minaccia che l’attende al varco e la cui realizzazione affluisce per ondate improvvise sempre più imminenti, che impongono percorsi secondari, sotterfugi, diversioni. Pierrot riprende la sua minaccia, aperta ad un’altra possibile rovina, ad un prossimo istante da vivere.

Nel 1960 Fourastiè sceneggiò e diresse il lungometraggio ‘’Un choix d’assassins’’ (‘’Gli assassini non hanno scelta’’), commedia drammatica di 100 minuti, con Bernard Noel, Duda Cavalcanti, Robert Dalban, nella mitica città di Tangeri, la violenta esistenza di Stéphane, personaggio sfortunato ed alcolista, uomo che ha perso la moglie che era la sua unica ragione di vita. Diviene un rifiuto ed un tale ne approfitta per indurlo a commettere un omicidio, accetta l’incarico di sicario, proposto dal un certo Domenico, un duro capo banda. Il poveretto tuttavia al momento cruciale ritrova la lucidità ed agisce per il meglio, recuperando l’affetto di una bambina.

Nel 1968 Fourastiè girò il suo capolavoro ‘’Les Anarchistes ou la Bande a Bonnot’’, film drammatico di 90 minuti a colori, sceneggiato dallo stesso Fourastiè, Remo Forlani, Pierre Fabre, Jean Pierre Beaurenant, fotografia di Alain Levent, montaggio di Jacqueline Thie’dot, musiche di Joe Dassin, vietato ai minori di 18 anni, a colori, girato in Dieppe, Seine-Maritime, coprodotto dalla Francia e dall’Italia, con la partecipazione finanziaria di società quali la Intermondia, la Kine’sis di Silvio Battistini e della Mega Films di Mario Sarago.
Gli attori furono: Bruno Cremer (Jules Bonnot), nato il 6 ottobre 1929 a Saint-Mandè (Francia), il volto noto del commisario Maigret, dopo gli studi, si era dedicato al teatro debuttando nel 1957 in una particina in ‘’Godot’’ (‘’Quand la femme s’en mele’’) di Yves Allégret, continuando con qualche apparizione secondaria fino al successo conseguito con il suddetto ‘’317° battaglione d’assalto’’ che lo consacrò attore popolare nella parte di Wilisdurf.
Jacques Brel (convincente nell’interpretazione di Raymond Callemin, detto Raymond La Scienza, rapinatore e filosofo, ben vestito in giacca, gilè e cravattino libertario), Annie Girardot (Marie la Belga, compagna di Octave Garnier, il poeta), nata il 25 ottobre 1931 a Parigi, nel’60 fu protagonista del film ‘’Rocco e i suoi fratelli’’ di Luchino Visconti. Nel ’69 lavorò con Giuseppe Patroni Griffi in ‘’Metti, una sera a cena’’.

Dominique Maurin (il giovanissimo ex studente Soudy malato di tubercolosi, che poi morrà in uno scontro a fuoco con la Gendarmerie); Anne Wiazemsky, nella parte della Vénus rouge; Michel Vitold (Victor Kibaltchiche), Platano, l’italiano Giuseppe Sorrentino, Rirette, la bella Judith Thollon, amante di Jules. La colonna sonora era di Francois Rauber e del cantautore Jacques Brel, musicista e compositore, belga nato a Schaerbeek l’ 8 aprile 1929, dopo essere stato la colonna portante dei cantanti-poeti maledetti francesi, voce dura e pura, a cui si ispirò Fabrizio De Andrè, erre morbida, portavoce del malcontento di quegli anni; aveva iniziato a scrivere musica per film ed intrapreso la carriera di attore con i registi Claude Lelouch, Edouard Molinaro ne’ ‘’L’emmerdeur’’ (‘’Il rompiballe’’) nel 1973, insieme a Lino Ventura, rapinatore e killer incallito, vede compromesso il suo ‘’contratto’’ per colpa di un vicino di camera rompiballe che tenta il suicidio in un albergo. Brel era figlio di un piccolo industriale che produceva cartoni ma non voleva amministrare la ditta paterna, scriveva canzoni non ascoltate, frequentava le associazioni di solidarietà dei cattolici, facendole ascoltare agli amici del volontariato, poi nei cabaret di Bruxelles, infine la fortuna a Parigi. L’utopica immaginazione al potere dei giovani rivoltosi del 1968, mentre gli eskimo verdi, facevano sentire eroi i giovani contestatori, che si picchiavano con la polizia, credendo nelle parole di un Brel, che morì il 9 ottobre 1978 a Bobigny in Francia, immacolato ed al di sopra dei vili calcoli monetari, nei rapporti contrattuali con le case discografiche.

Il film era nato sull’onda del successo di ‘’Bonnie e Clyde’’ di Arthur Penn, U.S.A., 1967, nell’aria superficiale e violenta del 1968. La trama del film, scorrevole e ben realizzato, si svolge in un atmosfera stile liberty e vede la Banda Bonnot negli anni ’10 del 1900 monopolizzare le cronache interne dei quotidiani francesi, a causa delle innumerevoli rapine ed atti delittuosi di varia portata, come ‘’azioni dimostrative’’, gli ‘’espropri proletari’’ compiuti in nome della rivoluzione sociale, facendo inserire il film nel filone maturato dei Gangsters Story, ma fedele alla realtà storica. Un gruppo di operai parigini, Callemin, detto Raymond La Scienza, Carouy e Soudy, incontrano casualmente Jules Bonnot, ironia della sorte, tentando di rapinarlo, ma falliscono.
Dopo un primo attrito diventano amici, chiarendo la loro comune fede anarchica. Bonnot li esorta a passare dalle parole all’azione, si separano dal movimento anarchico pacifista, diretto da Victor Kibaltchiche per condurre la loro autonoma azione violenta contro la società borghese ed il capitale. Jules Bonnot, meccanico, diviene il loro capo accoglie l’ausilio del poeta Octave Garnier e della sua amante, Marie la Belga
Jules Bonnot, bel tenebroso, operaio, amante dell’automobile e dei motori, era l’intellettuale d’azione del gruppo, emulato dall’operaio comunista torinese Pietro Cavallero, portato agli onori delle cronache dai quotidiani italiani, insieme ai compagni Sante Notarnicola, Adriano Rogoletto, Donato Lopez e poi dal film del marxista Carlo Lizzani: ‘’Banditi a Milano’’. Cavallero scontò la sua condanna avvicinandosi agli ambienti del volontariato cattolico, morendo in regime di semilibertà vigilata negli anni novanta, mentre Notarnicola, dopo un suo accostamento in carcere a compagni implicati nel terrorismo di estrema sinistra, scrisse poesie per le Edizioni Rapporti Sociali di Milano. Bonnot fu un geniale rapinatore anarchico, divenuto poi capo sanguinario di una banda, che fece tremare i parigini e la Francia, facendo scattare una feroce repressione borghese ed antiproletaria. Mettendo in pratica la teoria del principe anarco comunista Piotr Kropotkin che spiegava che l’azione violenta è ‘’la propaganda del fatto’’. In una società ingiusta e priva di rispetto per i deboli, Bonnot si indirizza verso un anarco individualismo sociale. Jules Bonnot era nato il 14 ottobre 1876 a Port-de-Roide, un villaggio di Doubs, in prossimità di Montbéliard. A cinque anni perse sua madre. Più tardi suo fratello maggiore si suicidò gettandosi in un fiume a la seguito di un amore deluso. Figlio della classe operaia solcata dalla miseria, dalle contraddizioni sociali e dalla volontà di riscatto, suo padre operaio di fonderia, assicurò solo la sua educazione. Già a scuola si fece notare dal suo insegnante: ‘’era pigro, indisciplinato, insolente’’. Jules crebbe nell’ambito dell’analfabetismo. Suo padre illetterato, fu indebolito da un lavoro estenuate ed in condizioni di vita molto difficili. Il figlio non sperava che suo padre sfuggisse a questa condizione miserabile. Molto presto la vita fu estenuante. A quattordici anni, Bonnot iniziò il suo apprendistato lavorando in fonderia: geniale, ipersensibile, viveva una vita durissime. Rifiutò ogni restrizione, fu in conflitto con i suoi padroni successivi. Jules conobbe la sua prima condanna a 17 anni a seguito di una rissa in un ballo. Una volta impiegato nelle ferrovie, a Bellegarde, sulla frontiera, il suo impegno anarchico lo fece licenziare. Il suo nome era famoso presso tutti i datori di lavoro della regione. Nessuno voleva ingaggiare un tale agitatore, fu la disoccupazione, la miseria e la disperazione. La coppia partì per Ginevra. Bonnot trovò un posto da meccanico. La sua compagna mise al mondo una figlia, Emilia. Sfortunatamente l’infante morì qualche giorno più tardi. Bonnot si lanciò nella propaganda rivoltosa ed anarchica. La Svizzera lo espulse. Dopo alcune peregrinazioni, si stabilì a Lione dove le sue conoscenze eccezionali della meccanica gli procurarono un impiego presso un costruttore di automobili. Fu là che perfezionò la sua abilità professionale e la sua arte diabolica della guida che, poi, furono messi al servizio del crimine. Il 23 febbraio 1904 nacque il suo secondo figlio. Tale nascita lo distolse poco dalla propaganda anarchica. I padroni lo vedevano come un calibro pericoloso che fomentava malcontento e scioperi. Lasciò Lione per Saint-Etienne. Da ottobre 1905 ad aprile 1906, fu meccanico in un’azienda importante della Città. Un rapporto di polizia lo presentava come ‘’molto violento e cattivo’’, aggiungendo che ‘’ le informazioni raccolte sul suo conto sono malvagie’’. Bonnot e la sua famiglia furono seguiti dal segretario del suo sindacato, Besson, che divenne l’amante della sua sposa. Per evitare la collera di Bonnot, se ne fuggì in Svizzera con la sua amante ed il bambino. Bonnot non la rivide più. Il film di Fourastiè decoroso, scrupoloso nella rievocazione dell’epoca, è onesto nella rappresentazione dei personaggi femminili. In una scena mentre viene rapinata una villetta familiare, si vede Bonnot che entra nella camera da letto di una moglie fedifraga, nel momento di un amplesso con il suo amante, tutto si ferma e tace per lo spavento. Bonnot scopre la donna notando la differenza del colore dei peli del pube con quello dei capelli biondi, denunciandone da ciò la sua manifesta infedeltà al marito, come caratteriale della medesima. Evidentemente Bonnot e Fourastiè non immaginavano a che degenerazione sarebbe sceso l’essere umano, non solo la donna-femmina. Il consumismo del sesso, in ogni epoca, è fattore tipicamente borghese da destra a sinistra, meccanismo concreto, mediatico e virtuale con cui il Terzo Stato controlla i rivolgimenti ed i moti popolari anti-stato. Gli anarchici, invece, non sono infedeli al proprio amore, fino a che questi duri veramente, e disapprovano l’infedeltà borghese, segno di frivolezza, arroganza dei generi e secolarizzazione commerciale dei sentimenti più puri, quali la lealtà e l’amore. La perdita del suo impiego fu la goccia d’acqua che fece esplodere la sua rivolta. Bonnot raggiunse la schiera degli innumerevoli disoccupati. L’epopea della banda di Bonnot iniziava. Tra il 1906 ed il 1907 si esercitò nello scassinare le casseforti. Parallelamente aprì due officine di meccanico a Lione. Per le sue avventure notturne aveva bisogno di un braccio destro: Platano. Nel 1910, Bonnot grazie alla sua intelligenza e senza protezioni imparò il nuovo mestiere di meccanico che lo portò a recarsi a Londra come chauffeur al servizio di Sir Arthur Conan Doyle, scrittore e ‘’padre’’ di Sherlock Holmes. Fin dal 1910, di ritorno da Lione, mise a punto la sua nuova tecnica. Fino ad allora, nessun bandito si era sognato di introdurre l’automobile nell’armamentario del crimine. Omicidi e rapine, terrorizzazione dei possidenti, Bonnot entrò nella leggenda da fuorilegge idealista e feroce. Politica e criminalità, ribellione dal furto, la lotta contro l’ingiustizia dall’istantaneo e violento miglioramento della propria situazione personale. Bonnot fu trasformato in cattivo ragazzo e pessimo soggetto, a furia di botte, sfruttamento, galera, tradimenti ed ingiustizie da una società borghese che lo aveva trasformato in individuo antisociale e che criminalizzava le spinte libertarie se non riusciva a ottimizzarle in moda o in merce. Fu difficile vedere la differenza tra un rivoluzionario ed un bandito. La polizia lo ricercò e fu obbligato a partire, per ragioni indeterminate, in compagnia di Platano e di cinque complici. Il 21 dicembre 1911 iniziò realmente l’epopea della banda di Bonnot. Alcuni illegalisti divennero i ‘’banditi tragici’’. In un’epoca di miseria, ingiustizia, lotte sociali spietate, i primi criminali in auto vollero iscrivere con lettere di sangue una storia che teneva col fiato sospeso una Francia spaventata davanti a tanta audacia e disperata dallo scacco della polizia. Alle ore
9, 00 del mattino del 21 dicembre 1911 Bonnot, Garnier, Callemin ed un quarto uomo decisero di attaccare un portavalori della Société Générale in rue Ordener a Parigi. Era la prima volta che una vettura era utilizzata durante un giro per una rapina. Dopo averla rubata, mentre il giorno precedente, Jules aveva insegnato a Raymond come si guidava un’auto. Se fosse successo qualcosa a lui, occorreva scongiurare l’eventualità di ritrovarsi appiedati per mancanza di autista. Raymond, ottimo allievo, alle otto e venti Bonnot imbocca la rue Ordener: al 156 c’è una succursale della Société Générale de Banque, dove un portavalori, puntuale, arrivava dalla sede di rue de Provence con il denaro in contanti pochi minuti prima dell’apertura degli sportelli. All’angolo di boulevard Ornano, Jules fermava la limousine, imprecando tra i denti. Octave e Raymond lo fissavano interrogativi, senza aprire bocca. Jules guardò nel
cofano; la puleggia che tendeva la cinghia del ventilatore era inerte. Andando avanti si poteva fondere la testata a causa di un bullone spezzato. Jules, calmo, si rivose ad Octave, porgendogli il bullone perché ne procurasse uno uguale alla bottega di ferramenta cento metri prima. Octave si incamminò, Raymond deglutendo, rimase seduto al suo posto. Con la punta della scarpa sollevò un estremità del panno adagiato sul fondo. La lunga canna della Borchardt 7,63 mandava uno brillio rassicurante; dotata di calcio avvitabile, poteva risultare utile come arma da spalla per un conflitto a distanza. Per gli scontri ravvicinati, i tre disponevano di un arsenale eccessivo: cinque armi a testa fra revolver e semiautomatiche, con un numero di cartucce sufficiente a sparare per un giorno. Il bottino fu magro di titoli e 5.000 franchi in contanti. Il giovane fu gravemente ferito. Proseguirono le loro azioni in Bruxelles dove sfuggirono alle Forze dell’Ordine dopo una sparatoria in un cinema.
I quotidiani informarono sulla banda. Dopo aver abbandonato la loro auto a Dieppe, ritornarono a Parigi, cacciati dalla polizia disarmata davanti la rapidità e la meccanica delle loro automobili. Bonnot e la sua banda non sapevano che fare, vagabondarono, cacciati, dalla città, senza fuga possibile, pronti a farsi uccidere non importa dove. Per solidarietà, per condividere quest’amara gioia del rischio mortale, altri si aggiunsero a loro: René Valet e Soudy. Fu fatto arrestare a Parigi l’anarchico Eugène Dieudonnè, l’esattore Caby lo riconobbe come suo aggressore. Dieudonnè negò la sua partecipazione al colpo di rue Ordener, era estraneo alle loro malefatte. Garnier scrisse al giornale ‘’Le Matin’’ in suo favore dichiarandolo innocente, ma il commissario Jouin trattenne Dieudonnè in ostaggio, sperando che la sua amica la Vénere Rossa finisse per denunciare con falsa delazione i veri malfattori. Eugène Dieudonné (1884-1944) fu condannato a morte il 28 febbraio 1913, discolpato dai suoi complici la sua pena fu commutata in lavori forzati a vita. Evase dal bagno penale al terzo tentativo, il 6 dicembre 1926. Graziato ritornò a Parigi e morì il 21 agosto 1944.

Alla vigilia di Natale Garnier e Callemin trovarono rifugio da Kibaltchiche (alias Victor Serge) e Rirette Maitrejean due anarchici. Giorni dopo la loro partenza Kibaltchiche e Rirette furono arrestati. Tutti e due rifiutarono di consegnare Garnier e Callemin. Victor Serge (Kibalchine) fu condannato ad 8 anni di prigione per complicità supposta. Victor Kibaltchiche, nato a Bruxelles nel 1890, figlio di esuli russi militanti del partito clandestino della Volontà del Popolo, a sedici anni aderì alle Giovani Guardie Socialiste, entrando in conflitto con esse per la burocrazia maneggiona del partito. Si avvicinò, poi, al movimento libertario erede della sconfitta di Ravachol, Vaillant, Caserio, fino alla condanna a 4 anni di reclusione, per detenzione di rivoltelle, sebbene avesse sempre sconsigliato l’intera banda Bonnot dall’uso delle armi. Scrittore-intellettuale conosciuto e rigoroso, dapprima come anarchico, poi convertitosi al comunismo leninista della Terza Internazionale nell’U.R.S.S., non iscritto al Partito Bolscevico, ma vicino a Zinov’ev ed all’Opposizione di sinistra trotzkyista, dopo la fine del periodo aulico ed aureo della Rivoluzione d’Ottobre sovietica, incarcerato, Victor Serge fu autore del saggio ‘’Memorie di un rivoluzionario’’, sfuggì alle persecuzioni staliniane, lasciò l’Europa nel 1940 da comunista anarchico libertario esule litigò con Trotzkyi e fuggì in Messico, dove morì in povertà nel 1947. Rirette Maitrejean (1887-1968), nata Anna Estorges, compagna di Victor Serge, fu assolta quando il suo compagno fu imprigionato per aver nascosto Garnier e Callemin. Morì nel giugno 1968 senza mai averlo rivisto. Nella notte dal 2 al 3 gennaio 1912 a Thiais, due vecchi furono assassinati. Poi il 27 febbraio a Parigi a seguito di un banale alterco un poliziotto fu ucciso. La banda di Bonnot occupò con le sue gesta le copertine di ‘’Le Petit Jounal’’ fra il 1911 ed il 1912, si formò nell’ambito dell’anarchismo parigino come gruppo di azione illegalista contro la società borghese e le loro ventri corpulente come verri. Un brivido di piacere per la violenza guidava il gruppo nei colpi a mano armata. Qualcuno dei personaggi della banda diceva che: ‘’Se fossimo almeno 10.000 rifaremmo la Comune Anarchica di Parigi, ma in cinque si fa quel che si può’’. La banda usò per prima le auto nelle rapine alle banche, dando grossi grattacapi alla Suretè Nationale francese. La banda fu attiva in Francia e Belgio, tentò con successo un certo numero di ‘’colpi’’. Due armerie furono saccheggiate a Parigi. A Gand, rubarono la vettura di un medico. Nella medesima città il 25 gennaio, il furto di una seconda vettura riuscì male, essendo sorpresi da un autista, stordito a colpi di chiave inglese. Un agente di polizia li interrogò. Callemin lo uccise.

Bonnot non approvava la facilità con cui Raymond ricorreva alla violenza estrema ed infastidito dall’inutile uccisione di un gendarme, lasciò la banda, che senza guida non ebbe risultati, finchè scoraggiati, si riunirono a Bonnot sottomettendosi a i suoi ordini. Il 29 febbraio il trio tragico uccise un panettiere durante un tentativo di furto in un piccolo alloggio. Per gli illegalisti, braccati, affamati, senza soccorsi, di fronte a cui tutte le porte si chiudevano, la lotta terribile ingaggiata contro la società non poteva che terminarsi con la loro morte. Le loro foto furono diffuse sui giornali. Le teste furono sottoposte a taglia-premio. Bonnot dovette organizzare un ultimo colpo di forza inaudito. Dopo aver rubato un’auto sulla strada di Melun ed aver ferito gravemente i suoi passeggeri, si diressero verso Chantilly e la banca della Société Générale. Garnier, Valet Callemin entrarono in banca puntando il revolver. Soudy fece la guardia all’entrata. Il bilancio fu di due morti per 50.000 franchi, 7.600 euri attuali. Duecento ispettori di polizia si misero in campo. La banca offrì un premio di cento mila franchi, ovvero 15.000 euri a chi avesse permesso la cattura dei banditi.

Durante la settimana, la banda di Bonnot mantenne la prima pagina di tutti i quotidiani, con pagine intere di foto in cui si individuavano alla rinfusa i morti, i feriti ed i testimoni. Nella lettera di Garnier al prefetto di Polizia il 19 marzo 1912: ‘’Io so che ciò avrà una fine nella lotta che è impegnata tra il formidabile arsenale di cui dispone la società e me, io so che io sarò vinto io sarò il più debole ma io spero di farvi pagare cara la vostra vittoria’’. Dopo qualche mese di nuove azioni criminali della banda, le speranze del commissario erano ampie. Dopo l’ultima svolta, la polizia progressivamente mise fine alle attività della banda. Andrè Soudy (1892-1913) si fece arrestare a Berck-sur-mer il 30 marzo 1912. Il 4 aprile Edouard Carouy (1883-1913), detto Leblanc. Condannato ai lavori forzati a vita, si suiciderà in prigione. Marius Paul Metge (1890-1933), condannato ai lavori forzati a vita il 27 febbraio 1913, sarà liberato dalla prigione nel 1931, due anni dopo morì per una febbre.
Il 7 aprile i poliziotti catturarono Raymond Callemin, risultato importante essendo uno dei protagonisti più importanti con Garnier e Bonnot. Callemin ai poliziotti venuti ad interrogarlo dichiarò: ‘’Voi fate un buon affare! Ma la testa vale centomila franchi, ciascuno dei vostri sette centesimi e mezzo. Sì, è il prezzo esatto di una pallottola di browning!’’. Raymond Callemin (1890-1913), detto Raymond La Scienza, fu ghigliottinato il 21 aprile 1913, davanti la prigione della Santè con Soudy e Monier.
Il 24 aprile fu arrestato Antoine Monier (Etienne) (1889-1913), detto Simentof, avendo partecipato alle affari di Montgeron e di Chantilly, condannato a morte con Callemin e Soudy, fu ghigliottinato il 21 aprile 1913. Durante questo tempo Bonnot visse in un appartamento all’insaputa del suo proprietario, assente. Il 24 aprile, Louis Jouin, numero 2 sotto-capo della Sécurité Nationale che era incaricato dell’inchiesta, perquisì a Ivry-sur-Seine il domicilio di un simpatizzante anarchico. In una camera, a sorpresa riconobbe Bonnot, che lo uccise con un colpo di rivoltella in un tentativo di arresto. Il 6 maggio 1912 ‘’Le Petit Journal’’ riportò:’’La tragedia d’Ivry-sur-Seine. L’assassino Bonnot uccide M. Jouin vice capo della Sicurezza’’.

Bonnot intensificò la prudenza, giunse a Parigi senza prospettive per il futuro. Ogni sera, cercava un nuovo rifugio. Nessuno dubitava del suo prossimo arresto. La decisione della sua uccisione ebbe tutte le approvazioni, mai la polizia, incoraggiata dal governo, considerò di prenderli vivi, ormai erano troppo scomodi e politicamente scorretti per la borghesia. Bonnot correva sempre, ferito al braccio nel corso della sparatoria, scappava e si recò da un farmacista per farsi curare. Gli spiegò che era caduto da una scala, ma quello relazionò la descrizione del fatto con la faccenda d’Ivry e avvisò le autorità. Bonnot scappò e si rifugiò con Garnier e Marie La Belga in un Hotel di Nogent-sur-Marne. La sua pista sembrava perduta quando il farmacista di Choisy-le-roi dichiarò che aveva prestato suoi aiuti ad un uomo ferito alla mano e la cui descrizione corrispondeva a quella del fuggiasco. La polizia ebbe un’idea approssimativa del luogo dove si trovava Bonnot e attraversò la regione rastrellandola fino al confine. Il 27 aprile 1912 lo sorprese nel suo nascondiglio di Choisy-le-Roi. Bonnot si era rifugiato nella sua casa, e il capo della Sicurezza preferì fare circondare i dintorni ed attendere i rinforzi invece di dare l’assalto. Bonnot trovò rifugiò da un altro anarchico: Dubois. La domenica 28 aprile una quindicina d’ispettori circondarono la casetta di Dubois. Questo ultimo che stava nel garage sparò loro addosso prima di farsi uccidere. Bonnot si barricò e ferì un ispettore. Il fuoco fu sostenuto per tenere i poliziotti in osservazione e obbligarli a mettersi al riparo. Pensarono che Bonnot non era solo. Iniziava un lungo assedio, guidato dal prefetto di polizia Lèpine. Arrivavano altre truppe diverse fino ad un reggimento di cinquecento soldati Zuavi con la loro mitragliatrice Hotchkiss ultimo grido, ventimila astanti parigini giunti ad assistere allo ‘’spettacolo’’ della sua cattura. Il fuoco risvegliò tutta la località. Da Choisy, Alfortville, Thiais e da lontano, arrivarono degli uomini armati di carabine, di fucili da caccia. Cinquecento uomini armati furono disseminati fra le siepi. Il sindaco di Choisy ed il prefetto Lépine arrivò il 9h carristi seguiti poco tempo dopo da due compagnie della Guardia Repubblicana. Da tutta la periferia di Parigi si affluiva verso Choisy. Lo spettacolo era atteso: 20.000 persone accorsero in treno, in carretto, in auto o a piedi. Fu ordinato l’invio dell’intero reggimento di artiglieria che stazionò a Vincennes. Si richiedeva una mitragliatrice pesante. Un cordone di timorosi circondava la casa. A mezzogiorno vi erano circa trenta mila persone intorno ai padiglioni. L’assedio durò ore, il fuoco non conobbe tregua. Tutti gli assedianti pensarono di giocare un ruolo storico, persuasi di voler vendicare i crimini di Bonnot. Si beveva, si parlava, si interrogava, si rideva, erano consapevoli d’essere fuori dalla gittata dei proiettili. Fu presa la decisione di bombardare con dinamite il rifugio. Gli zuavi con la bandiera in testa furono mobilitati per mettere fine alle loro imprese, confermando il carattere di azione di guerra a delizia dei libertari militanti. Durante l’assedio all’immobile in cui vi si erano asserragliati, combatteva coraggiosamente e lealmente sotto il piombo delle armi, issando la bandiera nera dell’anarchia e gridando, con orgoglio, a squarcia gola: ‘’Viva l’Anarchia’’, per non cadere in mano alla giustizia borghese e tradire i suoi ‘’camarades’’ sopravvissuti, con forzate delazioni. Bonnot si sentì perduto, avanzò fino al tavolo, prese più fogli e stese una sorta di testamento. L’assedio si fece più pressante. In un taccuino a quadretti, prima di essere colpito a morte dalla Gendarmerie, scrisse. ‘’Avevo il diritto di viverla, quella felicità. Non me lo avete concesso. E allora, è stato peggio per me, peggio per voi, peggio per tutti…Dovrei rimpiangere ciò che ho fatto? Forse. Ma non ho rimorsi. Rimpianti sì, ma in ogni caso nessun rimorso’’. Sopportando l’assedio di tutte le polizie, eccezionalmente rinforzate dagli zuavi. Bonnot usciva di tanto in tanto sul gradino dell’uscio per sparare sui suoi nemici; era salutato da alcune salve di fuoco ma ciascun volta ne uscì indenne. Il tempo trascorreva e la polizia tergiversava sul modo di mettere fine all’assedio, si disinteressò poco a poco ai suoi assalitori per continuare a scrivere il suo testamento. Lépine decise di far saltare una nuova volta il settore dell’edificio. L’immobile fu innescato con cariche dinamitarde. Gravemente ferito nell’esplosione, Bonnot prese ancora tempo per terminare il suo testamento affermando con onestà l’innocenza di molte persone fra cui Dieudonnè. Quando i poliziotti guidati da Guichard diedero l’assalto, giunse a salutarli a colpi di revolver prima di essere ferito. Alcuni frammenti di pietre e di terra colpirono Bonnot, che si rifugiò tra due materassi, sanguinante abbondantemente. I poliziotti decisero di entrare. Dopo aver attraversato la prima stanza, trovarono Jules Bonnot lottante contro il disgusto, il dolore e la fatica, urlò: ‘’saluti’’. Raggiunto da sei proiettili ebbe la forza di sparare tre colpi, fu trasportato al’Hotel-Dieu, morì poco dopo, raggiungendo all’obitorio Dubois. Fu ritrovata l’ultima lettera di Bonnot che aveva redatto, imbustata in un materasso: ‘’Io sono un uomo famoso’’. Le ultime parole di Bonnot scritte sul taccuino prima che la Sicurezza Nazionale francese lo crivellasse di colpi insieme alla sua banda: il senso della biografia singolare di un uomo che fu un tragico sognatore.

La polizia sfilò e tenne una vendita alle aste sul sito del padiglione. Restavano due membri della banda Bonnot in libertà: Garnier, autore della maggior parte degli omicidi, e Valet. Il 14 maggio furono localizzati in un immobile di Nogent-sur-Marne. I poliziotti speravano di realizzare un arresto ‘’con delicatezza’’, ma mancarono di discrezione. Un nuovo assedio iniziò, identico a quello di Choisy, con un gran numero di poliziotti e militari ed una folla di giornalisti, fotografi e comuni spettatori venuti a seguire le operazioni. Durante più di 9 ore, Valet e Garnier, trinceratisi in casa, tennero in osservazione un piccolo esercito di forze dell’ordine. Per uccidere Garnier e Valet, occorsero nuove ore di fuoco alimentato da centinaia di poliziotti, un battaglione di zuavi sul piede di guerra. Molte mitragliatrici pesanti furono messe in batterie. Durante la sparatoria molti ispettori di polizia furono colpiti. Un nuovo battaglione di zuavi di trecento uomini giunse a passo di marcia. Furono salutati da ovazioni della folla sempre più fitte. Duecento gendarmi, muniti di loro carabine, furono sistemati in agguato. L’immobile fu fatto saltare con la dinamite, il tetto volò via ma i due uomini erano sempre là. Due compagnie di zuavi supplementari furono inviate. Si imbotti di dinamite il padiglione una nuova volta senza successo. Valet e Garnier causarono la morte di un ispettore. La truppa arrestò il fuoco poco dopo, mancando le munizioni. Il ministro dell’Interno giunse sul luogo. Dopo aver sventrato il padiglione con la dinamite, i poliziotti tentarono un approccio. Tutto fu colpito, fu la fuga. Garnier e Valet li mitragliarono a bruciapelo. La sparatoria fece due feriti. Suonò il ‘’cessate il fuoco’’. Quell’ultima sera, soldati, poliziotti, alla rinfusa, si lanciarono all’assalto. La ressa fu generale. Giunsero nel punto dove furono rintracciati i due fuorilegge. Lo spettacolo fu orrendo, sangue sul pavimento, sui muri. Fori di proiettili a centinaia. Erano le due del mattino, Garnier e Valet tentarono un’ultima volta di sparare poi furono abbattuti. Alle ore 3,00 tutto era terminato. L’assedio era durato più di nove ore. Centomila persone si precipitarono sui luoghi del dramma. Finalmente un reggimento di dragoni giunse a far saltare la villa. La polizia diede l’assalto ed finì i due uomini sul posto. I poliziotti dovettero in seguito battersi per recuperare i corpi con la folla di scalmanati, ricordo il saggio sociologico di Gustave Le Bon ‘’Psicologia delle folle’’ sulla natura esaltata dell’individuo e delle masse unite, che voleva ridurli in bollito. I corpi furono gettati nella fossa comune del cimitero di Bagneux. Alcuni slogan trovati scarabocchiati su una foglio nelle tasche di Garnier: ‘’Riflettiamo. Le nostre donne ed i nostri bambini si accumulano nelle soffitte, tanto che migliaia di ville rimangono vuote. Noi costruiamo il palazzo e noi viviamo nelle case di campagna. Operaio, sviluppa la tua vita, la tua intelligenza e la tua forza. Tu sei una pecora: i sergots sono dei cani ed i borghesi sono dei pastori. Il nostro sangue paga la lussuria dei ricchi. Il nostro nemico, è il nostro padrone. Viva l’anarchia’’.
La Belle epoque in cui operò la banda di Bonnot fu altamente lussuosa e borghese, mentre i popoli rimanevano sfruttati e oppressi, perciò Bonnot divenne un eroe popolare e romantico, che rappresentò il sogno di libertà che nella fantasia corrente incarnava l’eroe popolare. Affascinato dal movimento anarchico fu perseguitato, inseguiva un desiderio di normalità e di famiglia che si chiuse tragicamente con la perdita della moglie e della figlia. Quando i suoi sogni si infransero, Bonnot radunò attorno a sé una singolare banda di politici rapinatori che rischiò tutto, servendosi epicamente dell’automobile, creando il caos, il movimento anarchico francese pacifista prese le distanze dalle azioni di Bonnot fornendo il pretesto per la durissima repressione politica borghese del movimento che seguì la distruzione della banda. Un romanticismo politico avventuroso che inseguiva un sogno di libertà intenso e normale: la felicità delle piccole cose, irraggiungibile perché inattuale senza giustizia sociale. Una predestinazione della morte in personaggi criminali ma puri e duri. Bonnot aveva il sogno di una felicità rabbiosa da lungo tempo carezzata che lo trasformò nel primo rapinatore motorizzato e nell’anarchico convinto di dover colpire la società borghese senza compromessi, creando il caos, facendo parlare la stampa col più rumore possibile, rischiando il tutto per tutto. Un eroe tragico e romantico, un sognatore ferito. Un suo compagno si suicidò con il cianuro, mentre i tre sopravvissuti furono arrestati, processati e condannati alla ghigliottina, sul cui palco salirono con spavalderia anarchica. Una storia che emoziona, non annoia e non rilassa, tesa e drammatica, in cui la dicotomia tra potere e giustizia, legge e giustizia, una storia basata sull’onestà intellettuale e sulla fede non religiosa ma come fiducia nelle possibilità dell’uomo di migliorare se stesso ed il mondo. Bonnot è la vittima angosciata della società, che ha la vita segnata dal destino e se ne rende conto. La chiave figurativa del film si rifà a ‘’Casco d’oro’’ del 1952 di Jacques Becker (1906-1960) in un’atmosfera liberty di gusto perfetto che coinvolge la recitazione. Occorre segnalare la mancata masterizzazione del film in videocassetta o in dvd, almeno fino ad ora, inoltre solo una emittente privata borghese di ‘’destra’’ come Rete Quattro lo ha mandato in onda nel pieno dell’estate in orario proibitivo tra le 0,2 e le 0,4 per due estati consecutive 2004-5. La borghesia non stupisce, ogni fonte da cui può ‘’estorcere’’ denaro è da lei benedetta e sfruttata anche se apparentemente o in extremis tale vena le è ferocemente contro.
Nel 1968 Fourastiè fu, poi, aiuto regista in ‘’Les Gauloises bleues’’ e nel 1972 girò una mini serie Tv di 6 corti documentari-films, ognuno di 52 minuti, ‘’Mandrin’’, sulla storia di ‘’Mandrin’’ ovvero la vita del brigante di Dauphiné, che alla testa di una banda di ladri privava i ricchi possidenti generalmente e distribuiva il denaro ai poveri.
Le società di produzione furono Bavaria-Jadran Film, Office de Radiodiffusion Télévision Francaise (ORTF), Radiotelevisione Italiana (RAI9, Technisonor, Télévision Suisse-Romande (TSR). Fourastiè morì nel 1982.


Antonio Rossiello
 

01/08/2009


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