CULTURA

 

Lettera diretta ad Amerigo Iannacone, direttore del "FOGLIO VOLANTE" (edizionieva@libero.it)

Caro Amerigo,

desidero solidarizzare con te a proposito della difesa della nostra lngua. A scanso di equivoci - utili a chi ragiona secondo parametri ideologici e non soltanto "logici" (la logica essendo una scienza per sé stessa) - chiarisco che amo le lingue e che non sono nazionalista e meno che mai xenofobo. Semplicemente non mi rassegno ad accettare, nel campo della tecnologia, dello spettacolo e della stessa vita quotidiana, un qualcosa che chiamo, con repulsione, "anglo-italiota".

Ho cominciato a studiare lingue da ragazzo. A 12 anni il tedesco presso un corso pubblico durante l'occupazione nazista (Seconda Guerra Mondiale). Una lingua stupenda che un anno dopo abbandonai per apprendere l'inglese (sono a Tripoli) che praticherò per lavoro con le truppe "Alleate" mentre le scuole erano ancora chiuse. A scuola imparai il francese. Con la mia rivista internazionale "Previsioni" (anni Cinquanta) imparai da autodidatta lo spagnolo e il portoghese. Questo arrivai a scriverlo correntemente con corrispondenti del Portogallo e del Brasile.  Poi imparai e praticai per diversi anni - almeno per iscritto - la lingua artificiale Esperanto del geniale dottor Zamenof. Dimenticavo, a Tripoli avevo frequentato un docente privato per l'apprendimento della lingua russa, la più bella che io abbia conosciuta fino a diventarne traduttore. Come tale figuro fra altri nella monumentale Storia Universale dell'Accadenia delle Scienze di Mosca. Ma sì, conosco anche un poco di arabo libico per essere stato nella "Quarta Sponda" per 14 anni.

Amore delle lingue significa anzitutto amore per la propria lingua: la mia è una delle più belle, più ricche, più cariche di storia. E' vero che le lingue sono elastiche, si confondono con i dialetti e "fanno amicizia fra di loro" - se così si può dire - nel senso che mutuano reciprocamente dei termini.  Ciò è naturale ed anche bello perché significa che l'umanità tende ad omogeneizzarsi. Ma non di questo si tratta. Noi ci troviamo davanti ad un fenomeno a dir poco offensivo e sconcertante: una vera e propria invasione imperialistica dell'anglo-americano che imbastardisce e abbruttisce la nostra lingua e non solo perché l'inglese è una lingua con una notevole dimensione "onomatopeica", cioè che ha tratto e continua a trarre termini da suoni naturali esattamente come fanno i bambini, che dicono pipì e baubau. Quando sento la parola boom mi viene il voltastomaco. Peggio per la locuzione talk-show, mentre abbiamo la bellissima locuzione italiana "dialogo aperto" accessibile a tutti.

L'invasione dell'angloamericano disinsegna l'italiano. Ho sentito studenti intelligenti dire "formattare il cervello" perché non pensavano ad altro termine italiano. Dobbiamo prendere atto che apparteniamo ad un paese con una tradizione servile a dispetto della storia romana: gente che si ritiene evoluta perché mette su un'insegna con tanto di "market" invece di mercato.  Gli esempi possibili sono infiniti.

Non è tutto. L'angloamericano ha voluto sconfiggere l'Esperanto perché la classe politica di quei paesi è abituata a dominare e una lingua neutrale darebbe loro fastidio. Ma proprio l'Esperanto avrebbe dovuto essere la lingua del computer: pur conoscendo abbastanza l'inglese, sono spesso costretto a ricorrere ad un vocabolario specifico per una nomenclatura specifica e non sempre intuitiva.

Caro Amerigo, la tua è una causa sacrosanta ed io la condivido totalmente. Ma abbiamo pochi interlocutori perchè l'"american way of life" ha già cretinizzato mezzo mondo e non solo nel campo linguistico. Tuttavia, non dobbiamo desistere. Metto punto per non offrirti un intervento che richieda più spazio di quanto non disponga la tua minuscola seppure sempre più celebrata rivista letteraria. Un abbraccio "italiano".

                                                                                                                                    Carmelo R. Viola

 

01/10/2007


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