CULTURA

Le culture trapiantate

Cinquecentomila italiani in piazza, a St. Clair West, a Toronto, hanno festeggiato i mondiali: ecco come si dimostra oggi l'orgoglio nazionale
Molti italiani negano di avere un’identità nazionale e sostengono di essere «cittadini del mondo», anche se in realtà sono pieni di certe fisime tipiche degli abitanti della Penisola: provano odio per Berlusconi, sono campanilisti, parlano dalla mattina alla sera di calcio, danno grandissima importanza alla mangiata...
Del resto, questo stesso loro rinnegare l’identità italiana è, secondo noi, un’affermazione patente d’italianità.
Infatti, la storia ha abituato gli abitanti della Penisola a vivere sotto dominazioni straniere e
ad onorare le bandiere altrui.
Non è un caso se lo stesso termine «onore» ha in gran parte della penisola una connotazione quasi esclusivamente sessuale o criminale...
Questi italiani «figli dell’universo» sono dei gran sostenitori del multiculturalismo, la nuova formula magica basata sul buonismo alla quale pochi osano rivolgere uno sguardo critico.
E’ quello che vorremmo fare noi.
Cominceremo col dire che troviamo puerile e ridicola, in italiani ossessionati dallo spaghetto al dente e gesticolanti all’estremo, questa dichiarazione di universalismo, ossia di coesistenza nella stessa persona di una pluralità, per non dire totalità, d’identità e di culture.
Occorre poi mettere in chiaro che in un Paese d’immigrazione di tipo «multiculturale» non esistono esempi «puri» di culture nazionali, al di fuori beninteso del modello dominante che è quello storico del Paese d’accoglimento.
Lontani dalle culture nazionali d’origine, lontani dalla Patria e dal suo humus, i gruppi trapiantati perdono la loro ricchezza identitaria.
I vari gruppi etnici del Canada, proprio perché gruppi trapiantati, esprimono ciò che è lecito chiamare delle «subculture».
Non sono le Chinatown del mondo, ma è la Cina ad irradiare una cultura millenaria che riverbera la propria luce sui cinesi espatriati.
Parimenti è l’Italia, e non le «Little Italy» sparse nel mondo, ad esprimere l’incomparabile arte del vivere per la quale gli italiani vanno famosi.
Le «Little Italy», infatti, non sono che un’ombra del modello di vita esistente nella penisola.
Il multiculturalismo quindi non è un inventario fedele di culture, ma un campionario un po’ approssimativo di esse.
Le culture trapiantate in un Paese multiculturale non sono un superamento della nazione che ha dato loro origine, ma una forma di «parassitismo» nazionale.
Il multiculturalismo, infatti, si nutre di «nazione» da lontano.
Se lo Stato nazionale ispiratore venisse a mancare, la cultura nazionale trapiantata si isterilirebbe completamente.
Le culture, le lingue, le cucine nazionali sono difficili da trasportare.
Il passato, la storia non si trapianta.
Nei Paesi dove vige il multiculturalismo - vedi il Canada - l’immigrato, fedele al suo gruppo, non si alimenta all’humus della patria d’origine, viva e in evoluzione, ma ad una cultura un po’
sclerotica fatta di memorie.
Inoltre, l’ibridismo, conseguenza del multiculturalismo, porta inevitabilmente all’appiattimento e all’omologazione delle singole culture.
Quando si mescolano diversi colori si ha per risultato di ottenere una nuova tinta, e non certo di ravvivare ed arricchire i colori d’origine.
La pluralità di culture non è un fattore di arricchimento delle singole culture anche a causa di certe incompatibilità di fondo: il cattolico non diventerà un miglior cattolico cercando di essere anche un po’ musulmano.
Un altro esempio: la cucina «di partenza» non migliora espatriando, ma peggiora.
Il piatto italoamericano della pasta con «meat balls» non è un miglioramento rispetto alla pasta alla bolognese...
Il risultato dell’espatrio, per ogni cultura, è un’inevitabile contrazione.
A meno che gli emigrati non fondino un nuovo Paese che darà origine ad una cultura trapiantata vitale; in definitiva ad una nuova cultura.
Ma l’epoca delle scoperte e dei colonialismi è terminata da un pezzo.
Il decadimento della cultura di partenza è tanto più accentuato quando più la nuova patria è distante
geograficamente dall’antica.
La prossimità fisica dei due mondi - vedi i Paesi con una frontiera comune - riesce invece a far scacco, in parte, a questo decadimento.
In altre parole: la deformazione, l’impoverimento, la sclerosi sono lo scotto pagato dalle culture locali allo sradicamento.
Inoltre, chi emigra da un Paese del terzo mondo in un Paese avanzato vuole - o dovrebbe volere - che i figli si considerino, e siano considerati dagli altri, cittadini a pieno diritto della nuova patria.
I fanatismi religiosi di certi gruppi di immigrati sono invece un serio ostacolo all’integrazione.
Nel Paese multiculturale, le singole culture - le culture degli immigrati - non sono poste sullo stesso piano.
Fra loro esistono delle gerarchie implicite dipendenti da vari fattori.
Inoltre tutte vivono all’ombra della cultura dominante.
La nuova patria, infatti, fornisce un modello di vita dal forte potere attrattivo.
Il passato del Paese multiculturale d’arrivo ha quindi un peso schiacciante rispetto alle memorie storiche importate dal Paese di partenza dei vari immigrati.
Il favore che ha il multiculturalismo come nuovo progetto di società è alimentato dall’idea illusoria che l’individuo possa eliminare le pastoie di un’identità «fissa» scegliendo per sé l’identità cultural-nazionale che più gli aggrada, non diversamente da come sceglie un ristorante o un vestito. In realtà la coesistenza entro gli stessi confini di gruppi di trapiantati di diversa origine - il cosiddetto multiculturalismo - non crea individui «multiculturali».
Ognuno di noi è stato plasmato dal luogo in cui ha trascorso i primi anni.
Vivendo a fianco di gente di un’origine diversa dalla nostra, si può riuscire ad aprirsi all’altro, ad imparare una nuova lingua, ad apprezzare abitudini di vita diverse dalle nostre, e così via...
Ma i tratti di una cultura nazionale dominante permarranno in ognuno di noi.
L’identità culturale di un espatriato insomma è fissa e non schizofrenica, anche se essa può conoscere un’evoluzione nel tempo in conseguenza dei Paesi in cui egli si è trovato a vivere.
Inoltre, se è vero che emigrando si accede ad un nuovo mondo, e in una certa maniera si «aggiunge» una nuova cultura all’antica, bisogna dire che il «trapianto» non è solo un arricchimento, poiché le perdite sono notevoli.
Si pensi alla lingua italiana parlata dagli «italiani all’estero»...
L’esempio degli ebrei che nei secoli e nei millenni sono vissuti e hanno prosperato «all’estero» (estero rispetto ad Israele, loro patria mitica divenuta solo di recente Stato nazionale) incoraggia i trapiantati di diversa origine a cercar di far valere una loro identità imperitura, distinta da quella del Paese in cui si trovano e in cui sono nati i loro figli.
Tra gli immigrati italiani del Canada, abbiamo udito tante volte la frase: «Anche noi dobbiamo fare come gli ebrei...»
Il che significa «anche noi dobbiamo restare nei secoli italiani e aiutarci gli uni con gli altri».
E come gli italiani emigrati, altri gruppi di trapiantati guardano agli ebrei come ad un modello di non assimilazione, di coesione etnica, di forza, di continuità...
Il fatto è che la nostra identità di trapiantati è profondamente dissimile da quella degli ebrei.
Noi non abbiamo un Dio nazionale italiano, sorta di Garibaldi divino.
Il nostro Dio è il Dio di tutti che non accorda privilegi particolari al popolo dello stivale.
Al centro della nostra religione, delle nostre preghiere, c’è l’umanità intera, e non la storia messianica dell’Italia e del suo popolo.
In breve: per gli italiani, e così per gli altri gruppi di trapiantati, l’identità nazionale non deriva dalla religione, fattore potente di coesione quando essa è di tipo nazionale esclusivo, come lo è per gli ebrei, ossia ristretta al loro solo gruppo etnico con l’esclusione del resto dell’umanità.
Noi non possiamo contare su un’identità transnazionale capace di creare tra noi e tra i nostri discendenti il senso di un comune destino ovunque noi viviamo.
La terra - la terra di nascita - ha per noi e per i nostri figli un valore primordiale.
Noi non siamo stati preparati né dalla nostra storia, né dai dogmi religiosi, né dai miti, a vivere secondo una formula di tipo tribale, in cui sia la religione - basata su una stretta discendenza etnica, sul sangue insomma - a sancire l’identità nazionale.
Il nostro nazionalismo è territoriale.
Se tra gli italici fosse invalso il tribalismo, nella penisola si sarebbe rimasti all’epoca dei conflitti tra Romani, Sabini, Etruschi, Frentani, Umbri, Marsi, Lucani, Sanniti, Bruzi, Mamertini...
Invece di proporre l’identità storica del Paese d’insediamento come fattore unitario per tutti, compresi i nuovi arrivati, oggi si propone il multiculturalismo come formula «nazionale» capace di arricchire l’identità di tutti i cittadini del Paese.
Taluni arrivano così ad auspicare una pluralità di identità nazionali nei Paesi europei su cui si rovesciano ondate di immigrati dal Terzo Mondo.
Ma il Paese, la nazione non è un supermercato che deve adattarsi ai gusti e ai bisogni dei clienti del giorno.
Sono invece i nuovi clienti della nazione che dovrebbero adattarsi a questa.
Ciò che non sempre avviene...
L’adattamento, è vero, non è facile quando si arriva in un nuovo Paese.
Tra certe abitudini e certe regole di vita esiste poi una vera inconciliabilità.
E difatti talune abitudini portate dagli immigrati nei loro bagagli si scontrano subito con le regole del paese d’arrivo.
Un esempio: gli italiani non appena si installano in Canada devono imparare a rispettare la maniera canadese di far la fila, che è poi la maniera in vigore nella stragrande maggioranza dei Paesi del mondo eccetto l’Italia.
Ma il radicalismo soprattutto religioso di certe culture trapiantate non ammette adattamenti e quindi minaccia l’unità del Paese d’accoglimento.
Bisogna considerare che il trapianto oltreconfine di una cultura, se da un lato provoca un decadimento e un ibridismo, dall’altro, paradossalmente, crea un indurimento e una sclerosi dell’identità di partenza dell’immigrato esasperandone certi aspetti.
Ciò si traduce anche nel rifiuto dei valori della società nella quale l’espatriato ha scelto di andare a vivere.
Questa reazione è dovuta in parte ad un sentimento di inadeguatezza.
Ma a farla nascere è soprattutto un’inconciliabilità di passati: il passato della nazione da cui l’immigrato proviene diverge dal passato della nazione nella quale egli è andato a vivere.
Il fenomeno del rifiuto di adeguarsi alla nuova realtà esiste anche tra i figli d’immigrati, nati nella nuova terra.
Ciò è da imputare in gran parte proprio al culto del multiculturalismo vigente in certi Paesi d’immigrazione.
Per i promotori del multiculturalismo, infatti, l’integrazione-assimilazione è un’idea tabù.
Un indubbio risultato positivo per l’individuo che viva a contatto di gente dalla cultura e dalle abitudine diverse dalla sua è un allargamento della propria coscienza con l’accettazione della diversità.
La tolleranza insomma.
Ciò non impedisce però, alla maggioranza - tanto per fare l’esempio - di continuare a nutrire pregiudizi o addirittura avversione nei confronti di certe minoranze: vedi la scarsa considerazione che godono gli autoctoni in Canada, e vedi anche i pregiudizi e i luoghi comuni che persistono nei nostri confronti con l’abuso di «pizza» e di «mafia».
La mescolanza di gruppi disparati non è quindi la nuova formula magica, come invece molti sembrano ritenere, per l’armonia e la felicità degli abitanti di un Paese.
Riteniamo poi che in un Paese d’immigrazione, quando i nuovi arrivati provengono da luoghi lontani, come è il caso per il Canada (ma non per gli Stati Uniti per quanto riguarda i messicani e gli altri gruppi ispanici; di qui la vitalità delle culture ispaniche), il multiculturalismo è una fase, lunga sì, ma da considerare come provvisoria.
Non dovrebbe essere considerata un traguardo definitivo.
Le politiche multiculturali incoraggiano invece i nuovi arrivati a conservare l’identità originaria e a trasmettere ai figli il passato storico del Paese d’origine.
Nel Paese multiculturale i vari gruppi etnici coltivano con amore il proprio passato, sicché coesistono entro gli stessi confini tanti passati, ossia tante solitudini.
Il fatto però è che la patria adottiva può avere un solo passato: lo Stato si regge sulla continuità storica.
A meno che con il multiculturalismo non si voglia attuare una sorta di «trialismo», dove il Paese fungerebbe da semplice contenitore delle varie «tribù».
Ma questo sarebbe un ritornare alla notte dei tempi...
Noi italici dovremmo tornare all’epoca dei Romani, Sabini, Etruschi, Frentani, Umbri, Marsi, Lucani, Sanniti, Bruzi, Mamertini...
Claudio Antonelli (Canada)
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04/05/2007


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