CULTURA 2011

 

Toponomastica marziana e beni culturali:  il caso emblematico di Villa Mattei-Celimontana a Roma

 

di Giuseppe Biamonte

 

Del centinaio di ville urbane che, a partire dal Rinascimento, resero Roma un unicum dal punto di vista del verde, del paesaggio, della cultura e dell’arte, tutte armoniosamente integrate nel tessuto topografico-monumentale di età classica e tardo-antica, nonché irresistibile attrazione per scrittori, artisti, poeti e viaggiatori stranieri, solo una dozzina si salvò dalla cementificazione che si abbatté sulla città nel ventennio successivo alla proclamazione di Roma come capitale del nuovo Regno d’Italia. Tra le sopravvissute, Villa Celimontana ci restituisce, nel suo insieme, un’immagine sufficientemente conforme all’assetto originario del parco dopo il suo ampliamento, avvenuto nella prima metà del seicento, fino alle successive trasformazioni degli inizi dell’Ottocento. E proprio riguardo a Villa Celimontana vedremo come, a onta dei riferimenti storici, artistici, archeologici o culturali in genere che dovrebbero essere alla base della toponomastica delle aree di pubblico interesse (a maggior ragione in quelle locali ben circoscritte come la nostra), si sia mortificata la storia locale per interessi di bottega politica o, più semplicemente, per crassa e presuntuosa ignoranza.

Si accennava alla fama che tali monumenti ebbero per i viaggiatori d’Oltralpe, che li considerarono una vera e propria tappa obbligata del loro Grand Tour in Italia. Tracce rilevanti le troviamo nelle opere di autori celebri, quali ad esempio Wolfgang Goethe (Italienische Reise), Stendhal (Promenades dans Rome), Frances Minto Elliot (Diary of an idle woman in Italy), Charles de Brosses (Le président de Brosses en Italie) o Henry James (Italian hours). Scrittori, divenuti veri e propri astigrafi dei luoghi da loro visitati, che ci hanno lasciato descrizioni affascinanti e indelebili dello splendore delle ville romane prima della brutale cancellazione della maggior parte di esse per far posto ai nuovi quartieri residenziali che avrebbero accolto, accanto alle lussuose dimore dei parvenu e degli speculatori finanziari, dei rappresentanti della classe politica emergente e dei boiardi del sorgente stato post unitario, anche le ciclopiche insulae riservate ai travet della nuova burocrazia ministeriale. Caso eclatante fu quello della splendida e famosa Villa Ludovisi. Il complesso seicentesco, la cui estensione venne stimata in poco meno di 250 mila m2, fu venduto dagli ultimi proprietari per permettere una gigantesca lottizzazione dalla quale sarebbe sorto il nuovo rione Ludovisi. E a conferma del famoso detto “pecunia non olet” anche la finanza vaticana, nonostante la demonizzazione clericale del nuovo Stato unitario e la bruciante Questione Romana, entrò a piene mani nel gigantesco affare speculativo attraverso l’Unione romana e la Società Generale Immobiliare. L’epilogo fu la scomparsa definitiva di una tra le più rilevanti attestazioni artistiche e culturali dell’Urbe, già definita dai più celebri viaggiatori del tempo una delle sette meraviglie di Roma.

Tornando a Villa Celimontana ne ricordiamo prima di tutto l’ubicazione in un’area di straordinario interesse storico-archeologico: il Celio. Il colle, che Tacito afferma chiamarsi in origine Mons Querquetulanus, per l’abbondanza di querce che vi crescevano, è legato alla leggenda che ne narra la conquista ad opera dell’eroe eponimo vulcente Celio Vibenna (il Caile Vipinas della saga etrusca) accorso in aiuto di Tarquinio Prisco. Fu crocevia di importanti percorsi viari e sede di complessi monumentali che dall’epoca repubblicana giungono fino al medioevo e al Rinascimento. Ancora oggi essi costituiscono una tra le mete più ricercate dal flusso turistico nella capitale e un patrimonio culturale di inestimabile valore.

Nelle traversie riguardanti l’urbanizzazione selvaggia dell’ultimo ventennio del XIX secolo anche il Celio ebbe le sue distruzioni. Lungo l’asse dell’antica Via Caelemontana (attuale arteria di Via di S. Stefano Rotondo), fino al limitare dell’odierna Via di S. Giovanni in Laterano, due magnifiche ville patrizie, con ricche collezioni d’arte, furono abbattute per lasciar spazio ai nuovi insediamenti. La prima, Villa Casali, si trovava all’interno dell’area dell’Ospedale militare. Appartenuta alla facoltosa famiglia dei Casali, imparentatisi poi con i marchesi del Drago, essi erano già grandi collezionisti di opere d’arte alla metà del ‘500. La villa, acquistata dal Comune di Roma nel 1884, a prezzo d’esproprio, fu abbattuta qualche anno dopo per far posto al nosocomio militare. La seconda, Villa Campana, era proprietà dei marchesi Campana, il cui nome è legato alla ricca collezione di terrecotte, conosciute proprio col nome di “lastre Campana”. Essa sorgeva tra Via dei SS. Quattro, l’arteria che porta il nome dell’omonimo complesso monastico che troneggia con la sua poderosa abside sulla propaggine del Caeliolus, e Via di S. Giovanni in Laterano; sul fondo del piazzale d’ingresso il marchese Giampietro Campana vi aveva allestito il Museo delle sculture. Orbene, da tale “fervore” edilizio e dal Piano Regolatore del 1883, Villa Celimontana ne restò fortunatamente fuori. E scampò miracolosamente anche alla cementificazione prevista dal Piano regolatore del 1909, secondo il quale l’area in questione avrebbe dovuto ospitare la costruzione di villini. Si trattò probabilmente di un provvidenziale ripensamento dettato dalle nuove norme sulla tutela delle antichità e belle arti emanate proprio in quell’anno. Immaginiamo che, dall’aldilà, anche il fondatore della villa cinquecentesca, Ciriaco Mattei, marchese di Rocca Sinibalda, abbia potuto tirare un sospiro di sollievo.

Il nucleo originario della proprietà (denominata vigna Paluccelli o Paluzzelli e venduta a Giacomo di Pietrantonio Mattei, suocero di Ciriaco, il 28 settembre 1553) su cui sarebbe sorta la villa passò a Ciriaco Mattei come dote della moglie Claudia Mattei, figlia di Giacomo. La profonda passione e l’amore per la cultura classica che il colto Ciriaco profuse nella nuova fabbrica del Celio trasformarono questa parte sommitale del colle in un luogo di delizie aperto al pubblico di studiosi d’ogni dove; un luogo di meditazione e di riflessione, d’ammirazione e di studio delle opere d’arte inserite nelle architetture del palazzetto o casino (dal 1926 sede della Società Geografica Italiana) e della scomparsa loggia di S. Sisto, come pure nel lussureggiante viridarium, che doveva richiamare alla mente i giardini di età romana; ma anche luogo di piacevoli e dolci sensazioni suscitate dal canto degli uccelli ospitati nelle due artistiche uccelliere, oggi perdute, fatte costruire accanto al casino. Una percezione di armonia, insomma, dove l’arte, l’architettura e la natura sembravano sublimarsi in modo perfetto.

Casino e loggia furono iniziati dall’architetto Giacomo Del Duca, allievo di Michelangelo, e vennero completati da Giovanni e Domenico Fontana, che furono, con ogni probabilità, anche i realizzatori del giardino celimontano per il quale provvidero al trasporto dell’obelisco capitolino ancora oggi visibile nel parco della villa (l’obelisco, dell’epoca di Ramses II, XIX dinastia 1290-1233 a.C., e proveniente da Heliopolis, che giaceva nei pressi della chiesa dell’Aracoeli in Campidoglio, fu donato dai Conservatori del popolo romano a Ciriaco Mattei nel 1582 e fatto erigere nel 1587 dal nobile mecenate nel parco della villa. L’iscrizione sul nuovo basamento esprimeva la gratitudine di Ciriaco alle munifiche autorità capitoline per il prezioso dono “(…) ut hortorum eius pulchritudo publico etiam ornamentum augeretur”).

Noi troviamo ben esplicitato il mecenatismo matteiano e ciò che per lui rappresentò dal punto di vista ideale la villa, confessando oltremodo la propria prodigalità nelle spese per il complesso celimontano, nelle parole che lo stesso Ciriaco dettò al notaio Ottavio Capogalli per la redazione del suo testamento, effettuato il 26 luglio 1610, quattro anni prima della sua morte: «(..) Qual giardino per prima et da quaranta anni sonno era vigna, et io con molta spesa et sollecitudine et tempo l’ho redatto in forma di giardino con averci fatte molte et diverse statue pili tavole intarziate, Vasi, Quadri di pitture et diversi marmi, et fattovi all’anni addietro condurre l’Acqua felice et fattovi varie et diverse fontane et redduttolo in quel buon stato nel quale al presente si trova nel che dico, et confesso realmente haver speso più di sessanta mila scudi (…) qual giardino è stato anco di molta mia recreatione, et trattenimento, et di esercitio di virtuosi et di reputatione non poca della casa essendo visto, et visitandosi giornalmente non solo da personaggi et gente di Roma ma da forestieri con buona lode, et fama il che sia detto senza ostentatione et vanagloria ma solo per la verità et per essortatione delli miei posteri a conservarlo».

Una ferrea volontà di conservazione, dunque, che porterà alla redazione di un dettagliato inventario dei beni della villa, su volontà testamentaria dello stesso Ciriaco, e che sarà compiuto dal di lui figlio, Giovanni Battista, alla morte del padre avvenuta il 10 ottobre 1614. Fedele alle disposizioni paterne - da lui evidentemente ne aveva ereditato anche la passione e l’amore per il complesso celimontano - Giovanni Battista Mattei sarà l’artefice delle opere di miglioria del palazzetto, trasformato da casino-museo in vera e propria residenza della famiglia. Incaricato della direzione dei lavori fu Francesco Peparelli, un giovane e promettente architetto che divenne ben presto ricercato dalle più importanti famiglie nobili romane. Le pitture, di carattere sacro e profano, che ancora oggi si possono ammirare sulle volte delle stanze, furono opera di un nucleo di pittori di formazione tardo manierista: Andrea Lilli, un giovane Andrea Sacchi, con la sua magnifica tela raffigurante il famoso episodio biblico di Sansone e Dalila, e i meno noti al grande pubblico Oreste Zecca e Oreste Monaldi, con i suggestivi affreschi del ratto di Proserpina e della gara tra Apollo e Marsia.

Nel 1624, alla morte di Giovanni Battista, il complesso passò ad Asdrubale Mattei e Villa Celimontana conobbe un nuovo periodo di grande prosperità. Con l’acquisizione dei terreni confinanti, nella zona a nord della Navicella, verso il Clivo di Scauro e la chiesa dei SS. Giovanni e Paolo, il figlio di Asdrubale (morto nel 1638), Girolamo Mattei, portò a termine la felice impresa dell’ampliamento del parco. Come i suoi predecessori anche Girolamo fu manifestamente votato alla conservazione e alla valorizzazione del complesso celimontano e di tutto il suo patrimonio artistico ed archeologico, che faceva di questo luogo, un tempo «una semplice vigna deserta et derelitta», un centro di straordinaria importanza per la cultura umanistica romana. Non a caso il programma decorativo del parco e delle fontane (tra queste, di straordinaria importanza quelle scomparse dell’Aquila e del Tritone attribuite a Gianlorenzo Bernini) sottendeva un significato ideologico-simbolico, che vedeva nella Virtus Matthaeiana, artefice di tanta magnificenza, l’erede di quella romanità i cui monumenti più significativi costituivano la visuale dominante dalla sommità del colle dove era stata realizzata la villa. Un simbolismo virtuoso richiamato principalmente dalla figura di Ercole, le cui statue ed erme erano collocate nel giardino e in alcune delle fontane che lo ornavano: in quella del Diluvio o dell’Idra era rappresentato il gruppo scultoreo di Ercole che combatte l’Idra, mentre in quella delle Colonne, due grandi colonne bugnate zampillanti acqua dalla sommità, vi era probabilmente l’intento allusivo, in relazione all’episodio della lotta con Anteo, alle famose colonne d’Ercole che l’eroe tebano aveva eretto a Cadice. Allo stesso modo come non pensare alla figura di Ulisse se si considera la fontana del Ciclope che si trovava nel piazzale antistante la loggia. Altrettanto paradigmatica, dal punto di vista dell’allegoria, era la presenza delle figure delle Muse scolpite sull’omonimo sarcofago, ora nel Museo Nazionale Romano, che si trovava nel boschetto a sinistra del portale d’ingresso (dalla tavola del 1809 del Pércier e del Fontaine il sarcofago risulta spostato nell’area circiforme conosciuta come “Prato”, al centro del quale svettava l’obelisco). Figure mitologiche rappresentanti la vittoria della virtù contro il vizio, la forza dell’aspetto “eroico” della paidéia e dell’intelletto. Iconografie, richiami letterari ed esegesi filosofica che già la cultura e l’arte paleocristiane avevano accolto con favore, considerandoli esempi pregnanti e significativi della validità morale di taluni aspetti della civiltà classica, associando addirittura talune figure mitologiche a Cristo stesso.

Ma tale orgoglioso rapporto con l’antichità e il tenace proposito di conservazione e di intangibilità del patrimonio artistico, culturale ed ideale rappresentato dal complesso matteiano furono sfortunatamente infranti, dapprima con la vendita delle sculture più celebri, che costituirono il primo nucleo del Museo Pio Clementino in Vaticano, successivamente con l’alienazione totale della villa, acquistata nel 1802 dall’arciduchessa Maria Anna d’Austria. La lenta decadenza della residenza del Celio e del suo parco, iniziata già nel corso del ‘700, non aveva però offuscato la fama della villa a livello europeo. Nel marzo del 1788 Wolfgang Goethe visitava Villa Mattei in occasione dell’annuale pellegrinaggio alle sette chiese. Istituita nel 1552 da S. Filippo Neri, tale ricorrenza vedeva i partecipanti, tra cui lo stesso santo fiorentino, ospitati nel parco della villa e rinfrancati dalle fatiche del lungo percorso devozionale con cibo e bevande messi a loro disposizione dalla generosità della famiglia Mattei. Una tradizione perpetuatasi quindi nel tempo e scrupolosamente onorata dai discendenti di Ciriaco, come possiamo dedurre dalla cronaca dell’evento tramandataci dal grande letterato tedesco: «Chi infatti dopo aver completato il pellegrinaggio con le necessarie attestazioni rientra nella basilica di S. Paolo, riceve qui un biglietto per poter partecipare ad una pia festa popolare che viene ospitata a Villa Mattei in giorni prestabiliti. Qui agli ospiti viene servito uno spuntino a base di pane, uova, vino e un po’ di formaggio. I commensali si possono sdraiare nel giardino, principalmente nell’area del piccolo anfiteatro che ivi si trova. Dirimpetto al casino della villa si riunisce la compagnia degli altolocati: cardinali, prelati, principi e signori per godersi la scena e per aggiungere anche la loro quota di offerte all’iniziativa istituita dalla famiglia Mattei» (Italienische Reise, Teil 2, p. 107, in www.gutenberg.org/cache/epub/2405/pg2405.html [trad. italiana del redattore]).

Tra i numerosi passaggi di proprietà – una decina circa - che caratterizzarono Villa Celimontana a partire dal 1808, anno in cui si registra la nuova vendita al conte Alessandro Pianciani, e fino al suo esproprio da parte dello Stato italiano nell’aprile 1921 (l’acquisizione al demanio dello Stato avvenne a seguito della sua confisca, dopo la I guerra mondiale, come bene ex nemico, alla famiglia tedesca Hoffmann, ultima proprietaria della villa), quello che vide, il 1° giugno 1813, l’acquisto del complesso da parte del Principe della Pace e ministro del re di Spagna Carlo IV, Don Manuel de Godoy, fu significativo per la rinascenza del nostro monumento, che conobbe così una nuova parentesi di autentico fervore culturale. Il Godoy intervenne non soltanto nella fabbrica principale della villa, ampliandola, ma ne rinnovò in parte anche il giardino, con la creazione del grande viale perpendicolare a quello dell’ingresso della Navicella, che congiunge il piazzale dell’obelisco, ivi trasferito nel 1817 ed eretto su una nuova base dallo stesso Godoy, con l’altro spiazzo accanto alla chiesetta di S. Tommaso in Formis (qui è visibile una sorta di patchwork archeologico con ruderi vari) dove è collocata copia di una statua di Diana su basamento con dedica a Cerere (sono gli odierni viale Nilde Iotti e viale card. Francesco Spellman, con sbocco in largo Paul Harris, toponimi di cui si ragionerà per l’appunto più avanti). Oltre a tali pregevoli lavori di rinnovamento, affidati all’architetto spagnolo Antonio Celles, il Godoy, grande cultore dell’arte classica, promosse campagne di scavo nell’area della villa che portarono a entusiasmanti scoperte archeologiche. Nel biennio 1814-1815 furono rinvenuti, nella zona compresa tra l’abside della diaconia di S. Maria in Domnica e il palazzo della villa due pavimenti antichi: uno in opus sectile, con figure geometriche a cerchi, rombi, losanghe, ecc., l’altro a mosaico, databile con ogni probabilità al III sec. d.C.: quattro emblemata che racchiudono scene di genere con figure di uccelli e due personaggi maschili, che le rispettive didascalie indicano con i nomi di Pascasus e Sattara, rappresentati stanti accanto al loro cavallo, dietro al quale appare l’immagine di un albero. Ma il rinvenimento più sensazionale, a parte le due celeberrime basi dedicate nel 205 e 210 d.C. all’imperatore Caracalla dai militi della V Coorte dei Vigili, la cui statio è stata scoperta a sinistra dell’ingresso principale della villa, fu quello dell’Erma bicipite con i ritratti di Seneca e Socrate, un vero e proprio unicum per quanto riguarda l’iconografia di Seneca. Il prezioso reperto si trova oggi custodito al Pergamonmuseum di Berlino. L’eco delle originali scoperte del Principe della Pace rinnovò la curiosità e l’interesse degli ambienti culturali europei. Dopo Goethe, infatti, anche il grande scrittore francese Marie-Henri Beyle, noto come Stendhal, attratto dalle novità provenienti dal Celio, racconta nelle sue Promenades: «(…) abbiamo bussato alla porta di Villa Mattei, abitata oggi dal principe della Pace», commentando subito dopo, con grande enfasi, i nuovi scavi archeologici e i preziosi rinvenimenti fatti dal Godoy. Molto interessante dal punto di vista storico ci sembra inoltre la successiva scena annotata da Stendhal (oggi diremmo un gossip da rotocalco) che, salvo errore, non abbiamo trovato citata in nessuna delle pubblicazioni che riguardano Villa Celimontana e che riteniamo invece importante perché testimonierebbe che nella residenza del Celio sarebbero stati ospiti del loro favorito il re di Spagna Carlo IV e sua moglie, la regina Maria Luisa, durante il loro esilio romano. L’episodio tramandatoci da Stendhal, citando il IV volume delle Mémoires di M. de Beausset, racconta: «(…) il povero Manuel, per avere qualche momento di colloquio tutto privato con la regina [grande tombeur de femmes, si diceva che Don Manuel ne fosse l’amante, n.d.r.], aveva fatto circondare un getto d’acqua da un muretto alto quattro piedi, riempiendo un bacino situato sulla parte più alta della villa dove ci troviamo. Una barchetta, che poteva contenere a stento un paio di persone, era manovrata dal Principe della Pace, che riusciva così a trovare un momento d’intimità per dire qualche parola alla regina, mentre il re, annoiato di essere rimasto solo, gridava loro dalla riva: “Manuel, basta ora, torna suvvia!”» (Promenades dans Rome, Paris 1866, pp. 119-120 [trad. italiana del redattore]).

Una storia plurisecolare di vasta portata, dunque, questa di Villa Mattei-Celimontana, i cui principali avvenimenti qui sinteticamente ricordati hanno voluto evidenziare l’importanza del sito e dei suoi protagonisti, ai quali la città di Roma deve essere perennemente grata per aver ricevuto lustro, fama ed un’eredità culturale invidiabile. Una storia, al contrario, ignorata e snobbata dai contemporanei responsabili della cosa pubblica, persino nella toponomastica recente, che ha visto assegnare ai viali principali della villa denominazioni del tutto avulse dal contesto. Ci piacerebbe infatti sapere che c’azzeccano (non ce ne voglia l’on. Di Pietro se utilizziamo una sua forbita espressione) le Nilde Iotti o i Paul Harris con Villa Celimontana e quali benemerenze possono vantare tali personaggi nei confronti della sua storia. Non abbiamo trovato conforto né tanto meno risposta ai nostri amletici interrogativi nemmeno sul Portale del Servizio di Toponomastica del Comune di Roma, che sulla funzione principale dei toponimi recita a ragione: «(…) Per quanto concerne le denominazioni locali, definizioni che si riferiscono a luoghi conosciuti dalla popolazione per eventi o reperti archeologici esistenti sul posto, si tende a conservare, per quanto possibile e nonostante le trasformazioni edilizie, i ricordi e i riferimenti storici ed archeologici della vecchia topografia cittadina (…)». Un criterio assolutamente ineccepibile e correttamente applicato alla toponomastica del rione Celio dopo la fondazione del quartiere, con l’uso di toponimi che ricordano per l’appunto personaggi storici e riferimenti topografici ed archeologici locali (Via Annia, Via dei Simmachi, Via Capo d’Africa, Via e piazza Celimontana, Via dei Querceti, Via Claudia), ma che è stato incredibilmente ignorato per Villa Mattei-Celimontana.

Se almeno l’ex Sindaco Veltroni, il cinefilo obamizzato mai stato comunista, e la sua ex Giunta, responsabili di cotanta impresa culturale, potessero fornirci una risposta razionale! Che Nilde Iotti - la “bella ciao” comunista, compagna, in senso politico e affettivo, del noto Palmiro Togliatti, gran favorito alla corte del Cremlino e responsabile dell’abbandono al loro destino dei prigionieri italiani nei gulag sovietici, come testimonia una sua lettera recentemente scoperta negli archivi russi (se ne veda il testo in www.cuneense.it/letteratogliatti.htm. È forse questo il titolo di merito per cui gli è stata dedicata una grande arteria romana?) - sia stata la prima donna a scaldare la poltrona di Presidente della Camera, come si evince dalla didascalia della tabella marmorea sul viale d’ingresso alla villa (delibera Giunta Comunale n. 529 del 28/11/2007), non ci pare possa costituire titolo preferenziale per scalzare dalla memoria storico-toponomastica del prestigioso complesso celimontano non soltanto i legittimi e autorevoli interpreti della sua storia culturale (dai benemeriti fondatori e cultori della villa – Ciriaco, Giovanni Battista, Asdrubale, Girolamo Mattei - all’illustrissimo Don Manuel de Godoy) ma anche i naturali riferimenti alle denominazioni locali già utilizzati in passato (Viale delle Muse, Viale delle Iscrizioni, Viale delle Fontanelle, etc.), come pure i validissimi rimandi storico-archeologici relativi alle più importanti scoperte nell’area della villa e ai reperti ivi conservati (statio della V Coorte dei Vigili, Erma bicipite di Seneca e Socrate, acrolito di Augusto, riferimenti prosopografici desumibili dai testi epigrafici delle basi e delle are funerarie: Naeratius Cerealis, C. Nonius, Civius Successus, etc.).

Stessa cosa dicasi per la seconda veltronata toponomastica istituita con delibera n. 543 del 4/10/2006. In questo caso il personaggio che dà il nome al Piazzale di Diana è tale Paul Harris, che l’incisione esplicativa sulla candida tabula indica come “fondatore Rotary International”. Ancora una volta ci siamo chiesti smarriti: «ma qual è il nesso storico-toponomastico che lega l’eclettico avvocato statunitense e la congregazione rotariana all’hortus conclusus matteiano?» Non avendo trovato risposta alcuna, abbiamo allora supposto, spulciando le pagine di certa letteratura “ufficiale” autoapologetica e quelle elettroniche del Rotary International (cfr. P. P. Harris, The founder of Rotary, Chicago 1928 e www.rotary.org), che Walter l’Africano (come dimenticare la gioia, poi purtroppo delusa, che ci aveva pervaso alla lettura della notizia ad effetto circa i propositi del nostro diplomato in cinematografia di partire “missionario” in Africa, abbandonando definitivamente la politica!) folgorato dall’“ecumenismo” del sig. Harris (il cui pensiero sembra avere molte assonanze con l’attuale ideologia atlantico-mondialista così apprezzata dalle oligarchie politiche di destra, sinistra e centro) e dalla fratellanza rotariana verso l’umanità dolente, avrà ritenuto doveroso rendere omaggio ad un altro simbolo del pensiero amerikano. Qualcuno potrebbe a questo punto obiettare che anche la vecchia denominazione del lungo viale dell’epoca del Godoy che attraversa la villa, approssimativamente da nord a sud, non sia del tutto “ortodossa” rispetto ai principi di toponomastica testé enunciati. Risale infatti al 29/11/1972 la delibera n. 7491 (sindaco Clelio Darida, DC) che conferisce al tracciato in questione il toponimo di Viale Card. Francesco Spellman, arcivescovo di New York dal 1939 al 1967. In verità una qualche giustificazione riguardo a tale scelta la rileviamo solo nel fatto che il prelato fu munifico finanziatore dei grandi lavori di restauro alla basilica celimontana dei SS. Giovanni e Paolo (conclusisi nel gennaio 1952), di cui fu anche cardinale titolare dal 1946 (si veda in proposito la preziosa monografia di A. PRANDI, Il complesso monumentale della basilica celimontana dei SS. Giovanni e Paolo, Città del Vaticano 1953). Tale intervento restituì dignità, decoro e nuova visibilità al superbo complesso basilicale, all’austero convento dei padri passionisti, al prezioso campanile, alle ciclopiche sostruzioni del Claudianum e alla magnifica piazza antistante dove prospetta il portale di ingresso alla nostra villa, che Girolamo Mattei, Dux Iovii (come recita la scritta dell’architrave), fece erigere alla metà del ‘600. Tra il silenzio e l’omertà generali la piazza soffre, ormai da lunghi anni, di un permanente stato di degrado a causa del traffico veicolare e della sosta selvaggia. Tale intollerabile situazione è dovuta principalmente all’attività degli studi televisivi Mediaset, ivi operativi da lungo tempo. Dobbiamo presumere che tale azienda privata goda di qualche esenzione dal rispetto della normativa stradale vigente, dato che il sito in questione rientra tra quelli protetti e interdetti al traffico veicolare. Anche in questo caso l’inveterata latitanza dell’autorità municipale (passata e presente e di qualsiasi colore politico) ha contribuito e continua a favorire la pratica dell’abuso perpetuo a discapito della tutela dei monumenti e dell’ambiente.

Riconosciuto, dunque, all’eminente personaggio in abito talare il giusto merito culturale, non pensavamo tuttavia che la sua discussa storia politica e personale, che lo vide tra l’altro informatore dei servizi statunitensi a danno dell’Italia durante il secondo conflitto mondiale (interessanti sono i file che testimoniano i suoi stretti rapporti confidenziali e di collaborazione con Edgar Hoover, direttore FBI. Cfr. http://inquisitionnews.amplify.com/2011/04/28/fbi-records-cardinal-francis-spellman/), meritasse addirittura un riconoscimento toponomastico. Nel dopoguerra la sua visione reazionaria e americano-centrica lo porterà ad appoggiare incondizionatamente la caccia alle streghe scatenata dal maccartismo, fino a bollare grottescamente di “comunismo” i becchini del Calvary Cemetery nel Queens che avevano scioperato per l’aumento dei salari. Gli operai in sciopero furono, dietro suo ordine, sostituiti con i seminaristi del Seminario di S. Giuseppe. Partigiano appassionato della guerra contro il Vietnam, sostenitore dei più conservatori presidenti Usa e amico di banchieri, finanzieri e imprenditori, il prelato del Massachusetts fu anche al centro di inchieste giornalistiche ed editoriali per la sua presunta omosessualità. Il giornalista Michelangelo Signorile l’ha descritto come “uno dei più noti, potenti e sessualmente voraci omosessuali nella storia della chiesa cattolica americana” (M. Signorile, Cardinal Spellman's Dark Legacy, [Cfr. http://www.nypress.com/article-5826-cardinal-spellmans-dark-legacy.html] New York Press, 2002-05-07), mentre John Cooney, uno dei biografi di Spellman, ha riportato diverse interviste che asserivano l’omosessualità del prelato (cfr. Cooney, John. The American Pope: The Life and Times of Francis Cardinal Spellman. New York Times Books 1984).

Con cotanto pedigree non ci meravigliamo, quindi, che il nome dell’illustre prelato completi la trilogia toponomastica matteiana voluta dai fantasiosi e ignoranti amministratori capitolini, di vecchio e nuovo conio.

Alla toponomastica marziana della quale si è discusso fa da pendant anche un uso improprio dei monumenti, che, sovente, gli stessi smaliziati amministratori della cosa pubblica romana hanno utilizzato e continuano a sfruttare a fini meramente strumentali e demagogici, sottostimando gli eventuali rischi per la tutela e la conservazione dei medesimi. Ci torna in mente, come esempio più calzante, la posizione di taluni illuminati rappresentanti capitolini, targati PCI, ai tempi delle cosiddette giunte progressiste Argan/Petroselli (1976-1981), mentre discettavano, con grande lungimiranza e sicumera, sull’apertura no-stop delle ville storiche romane, inclusa ovviamente Villa Celimontana (si parlava addirittura nelle ore notturne!), per offrirne alla cittadinanza un “godimento” pieno e illimitato. Il nuovo corso ideologico avviato dai benpensanti della pseudo sinistra godereccia inaugurò la filosofia del bivacco, innescò la pratica dello stravaccarsi al sole e le pruderie ludiche di ogni sorta (dalle partite di pallone a quelle a racchetta, tamburello o racchettone); il tutto rigorosamente da compiersi all’interno di aiuole e prati dei complessi storici, il cui calpestio, meglio se a piedi nudi, era il simbolo della piena affermazione del paradiso riconquistato, della felicità ritrovata. Magari con corollario di deiezioni canine dovute al “pascolo” degli incolpevoli animali sul manto verde, anch’essi eccitati, caduta la tirannia della sorveglianza del vigile urbano, dalla nuova atmosfera libertaria e riformista.

Una storia, questa di Villa Mattei-Celimontana, che ha, di conseguenza, assistito impotente, nel corso di oltre tre decenni, al progressivo, inesorabile e irreversibile depauperamento degli ultimi residui della collezione di marmi antichi che arredavano ancora il parco, dopo la sua apertura ai romani alla fine degli anni Venti, in aggiunta all’impoverimento e al degrado del patrimonio arboreo. Furti e danneggiamenti contro i monumenti e il verde pubblico messi in atto per anni, con teppistica e diabolica pertinacia, sono stati facilitati dall’assenza delle autorità preposte alla tutela. Da fotografie scattate da chi scrive nel 1987, per denunciare tali misfatti sulla stampa archeologica e locale, molte delle statue più antiche, poi rimosse quando però “i buoi erano ormai scappati dalla stalla”, avevano ancora “la testa sul collo”. Per di più, malgrado i buoni propositi (ma si sa, come dice il vecchio detto: “l’inferno è pavimentato di buone intenzioni”) circa la creazione di un piccolo Antiquarium nella sede della Società Geografica Italiana per raccogliere tutti i reperti rimossi dal parco – la notizia è contenuta in C. Benocci, Villa Celimontana, Torino 1991, p. 93 (una proposta identica l’avanzò lo scrivente, nell’aprile del 1987, sul mensile Archeologia e sul quotidiano Il Messaggero di Roma) – la collezione subì invece la tanto temuta diaspora.

Si è dovuto attendere circa un quarto di secolo prima di veder recuperato dall’abbandono e dal degrado più totale il piazzale dell’obelisco e restaurato il monumento che, come recita l’iscrizione fatta apporre sul basamento dal Godoy, “salvatosi dal tempo, dal fuoco, dalle sommosse popolari e dalla rovina dello stesso impero romano”, rischiava di crollare miseramente per l’incuria e l’indifferenza dei contemporanei. Va comunque apprezzato lo sforzo dell’amministrazione capitolina per aver restituito dignità e decoro all’area dell’ex “Prato” a ridosso del palazzo e per aver ripristinato la funzionalità della Fontana del Fiume, grazie alle recentissime opere di restauro e sistemazione del sito finalmente riaperto alla pubblica fruizione. Contemporaneamente auspichiamo anche una netta inversione ad U per quanto riguarda la cultura della manutenzione. I pochi interventi a singhiozzo e a macchia di leopardo che, nel corso dei passati decenni, sono stati concentrati prevalentemente nell’area sud-est della villa (in stato precario è viceversa l’area a nord del complesso, quella, per intenderci, che costituì l’ampliamento del parco voluto da Girolamo Mattei, fino al confine con la chiesa dei SS. Giovanni e Paolo), compresi quelli recentissimi già ricordati, rischiano di essere vanificati se non si garantisce una regolare continuità manutentiva e conservativa delle aree verdi e un rimboschimento del parco (si può già osservare lo stato d’incuria in cui versa l’area dell’obelisco a pochi mesi dalla sua riapertura).

Un ultimo auspicio è che tale complesso, orgoglio di intere generazioni che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e amarlo, possa continuare a svolgere la sua funzione culturale secondo le intenzioni dei suoi fondatori, che hanno voluto tramandare ai posteri la bellezza e l’unicità di questo luogo, da loro trasformato in un vero e proprio hortus deliciarum.


04/05/2011


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