CULTURA

Al di là delle fantasie dei filosofi e delle menzogne convenzionali dei demagoghi

I TRATTI ESSENZIALI DELLA BIOLOGIA (DEL) SOCIALE

  di Carmelo R. Viola

                La biologia (del) sociale è la versione naturalistico-biologica della scienza sociale.

                Premessa. – Il punto di partenza della biologia sociale è una tautologia significativa: la scienza della vita è la… biologia. Quando si tratta dell’organismo animale (e quindi anche umano) si parla di medicina e di veterinaria, che sono settori della biologia. Quell’insieme organico, costituito da individui di una o più specie, è esso stesso, per totale ed evidente ovvietà logica,  un organismo vivente sui generis quindi ancora un settore della biologia. La scienza sociale è una… scienza biosociale, ed è costituita, grosso modo, dall’antropologia, dall’etnologia, dalla predonomia, dalla politica, dell’economia, dalla criminologia, dal diritto e dalla bioetica. La biologia (del) sociale è una materia multi- e interdisciplinare.

                I nostri uomini di potere fanno molto uso di parole, spesso inconcludenti e fuorvianti; pochissimo uso di concetti. Parlano a vanvera di destra, centro e sinistra, di riformismo, di democratici di sinistra, di partito democratico: non fanno mai riferimento alla biologia.

                Come nella medicina così nella sociologia le opinioni valgono ben poco: la biologia la le sue leggi che bisogna rispettare per ottenere effetti ottimali.

                Primo tratto essenziale. - L’essere vivente è una sintesi che emerge (“exsistit”) dal mondo apparentemente privo di vita. Che invece la contiene allo stato potenziale, altrimenti non sarebbe possibile la vita attuale. Oltre questa constatazione non possiamo andare senza abbandonarci ad ipotesi che non possono mai avere alcun riscontro reale come ci documenta la vasta letteratura filosofica. L’arco esistenziale (emergenziale) è mosso da una inconscia “volontà vitale” che solo per comodità di analisi e di lettura distinguiamo in cinque pulsioni (dette costanti),  la prima delle quali è quella di “prendere dall’ambiente” ed è espressa dal sintomo della fame.  Essa è comune a tutte le sintesi (dall’ameba in su). Solo l’uomo le può contenere tutte ma in maniera piena solo all’apice dell’evoluzione. La seconda è il bisogno di rassicuranza affettiva; la terza è la sessualità; la quarta, la nobile, è il bisogno di trascendersi e di proiettarsi ovvero di crearsi valori e ragioni di vita ovvero ancora il bisogno di non morire cercando di sopravvivere nelle opere e nella memoria dei posteri; il quinto è il bisogno di identificarsi.

                Secondo tratto essenziale. – Il primo bisogno, strumentale, è finalizzato all’”esserci” (conservazione somatica dell’individuo); il terzo, (“fame della specie”) alla conservazione di quest’ultima. Diciamo che le pulsioni costanti si combinano per meglio comprendere la complessa fenomenologia che ne deriva. Sono esse i fatidici diritti naturali. Le teoricamente infinite possibili risposte ai diritti naturali sono le “varianti”, che producono l’infinita varietà di modalità esistenziali (costumi).

Terzo tratto essenziale. – Ogni specie animale si ritiene compiuta nella sua incompletezza rispetto alla “totalità dell’emergenza”, che è una possibilità – non fatalità – della specie umana. L’uomo, nato animale come specie, come individuo non nasce né buono né cattivo ed è quello che diventa. La sua esperienza vissuta viene in parte sedimentata nel DNA e trasmessa come “attitudini innate”, le quali vengono rimosse o richiamate e modificate dall’influenza ambientale (educazione dell’età evolutiva, catechesi, vita vissuta). L’uomo-specie mutua dalla giungla il modo di competere per esserci, sopravvivere, emergere e dominare. Tale modo è l’agonismo predatorio.

                L’emergere della specie umana si dice evoluzione e conta le tre fasi classiche: della primitività o infanzia, dell’adolescenza e dell’età adulta. Durante le prime due fasi, l’animale-uomo, divenuto “animale ragionevole” (“antropozoo”), coltiva il proprio potere (che è l’altra faccia della vita, come da prima costante) e sviluppa la predonomia, “capacità predatoria antropomorfa” che si estrinseca nell’artescienza di sfruttare i bisogni (ovvero diritti naturali) dei propri simili: dallo sfruttamento del bisogno di rassicuranza affettiva contro l’ignoto nasce il potere religioso, che dà “fede-dipendenza”; dallo sfruttamento del bisogno alimentare nasce la predonomia propriamente detta, che dà “lavoro-dipendenza” (quindi, povertà ed altra dipendenza, da un lato, “mastodontici predatori”, dall’altro).

                Ciò che distingue l’umanità primitiva dall’animalità è la presenza di una ragione che si arricchisce progressivamente – oggi esponenzialmente – di strumentalità tecnologica. Ciò che distingue la fase antropozoica dalla successiva è la presenza di una ragione che si fa sempre più bioetica, cioè rispettosa delle leggi della biologia. Se bloccata, la fase intermedia si risolve in causa di estinzione della specie per saturazione di conflittualità e negatività biologica. Infatti, in una “giungla antropomorfa”, dove ognuno cerca di accrescere e far valere il proprio potere predonomico, avvengono tre fenomeni: 1) il più forte tende a dominare tutti (è l’imperialismo che da oltre mezzo secolo, viene esercitato dagli USA); 2) mentre la distruttività animale – quasi sempre “interspecifica” – è compensata, quella umana – quasi esclusivamente “intraspecifica” – è a scompenso progressivo; 3) la Terra, offesa dal crescente inquinamento, riduce progressivamente la propria ospitalità (processo di rigetto già in atto).

                Quarto tratto essenziale. – E’ la rilettura dell’”esistere” umano. La storia è il regno del possibile ed è necessariamente elitaria (non classista) nel senso che è promossa e condotta dai “più capaci nel bene e nel male”.  Il concetto di biologia attuale ovvero del pantarei emergenziale o evoluzionistico nega ogni “natura umana predeterminata” ( e quindi ogni ipotetico ed autocontradittorio potere pre- ed extraumano – Dio – determinante).

                Quinto tratto essenziale. – Alla ragione tecnologica al servizio del potere antropozoico subentra la “ragione bioetica” (ovvero il sentimento di “sintonia bioaffettiva”). L’uomo cessa di essere preda o predatore. Cessa il potere religioso. Cessa la predonomia. Al rapporto di concorrenza subentra il rapporto di collaborazione. I termini destra e sinistra acquistano valenze biosocialmente precise: destra è quanto insiste sull’individuo e sulla predonomia, detta capitalismo ed oggi giunta al livello di neoliberismo mondiale (globale) a dipendenza bancaria e con ipoteca imperialistica; sinistra è quanto tende all’economia propriamente detta, che è organizzazione (socializzazione) del lavoro e distribuzione dei prodotti di questo a tutti i nati (nessuno escluso) di una collettività (organismo vivente sui generis) secondo equità e bisogno e con l’uso di una moneta strumentale o passiva cioè libera da ogni dipendenza bancaria. E’ l’applicazione della politica propriamente detta, scienza del potere pubblico ( o statale) finalizzato all’economia. Scompare la delinquenza per fame od emulazione, e quindi la "mafia" (versione paralegale della predonomia).L’attuale pseudodemocrazia diventa “sociocrazia” (Stato socializzato) e si realizza lo “Stato di diritto” propriamente detto (oggi esistente  solo sulla carta) nel senso di “Stato dei diritti” con identità nazionale e vocazione universale. Il centro è un non senso ideologico e politico.

                Conclusione. – In versione così striminzita (per ragioni di spazio) la biologia del sociale può sembrare l’utopia delle utopie: questa vuole soltanto sottolineare che essa è il riconoscimento che tutto è biologia e che solo nel rispetto di questa, l’attuale civiltà”antropozoica” (a decorso paranoico e suicida) può trasformarsi in umana. Il tradizionale “sfruttamento dell’uomo sull’uomo” altro non è che lo “sfruttamento predonomico dei diritti naturali del proprio simile”: la liberazione dalla “lavoro-dipendenza”  - gestita dai padroni dei mezzi produzione (di pertinenza del potere pubblico) va di pari passo con la liberazione dalla “fede-dipendenza”, gestita da tutti gli istituti religiosi, padroni di sentimenti e convinzioni che sono di naturale pertinenza della libera esperienza psico-esistenziale del singolo individuo.

Carmelo R. Viola

 

06/03/2007


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