CULTURA

                                                                   Tate No Kai

 

Il 5 ottobre 1968 il più grande scrittore nipponico del dopoguerra, tre volte come candidato al premio Nobel per la letteratura nell’ottobre 1967, Kimitake Hiraoka, ( Tokyo 14 gennaio 1925 – Tokyo 20 novembre 1970), noto con lo pseudonimo di Yukio Mishima al fine di nascondere al padre contrario alla sua passione per le lettere, considerata impegno da femminucce, i suoi scritti letterari, (Yukio significherebbe ‘’Uomo che fa la cronistoria della causa’’), costituì un proprio gruppo paramilitare, formato da giovani studenti universitari, (già conosciuti a dicembre 1966 nella maratona corsa da lui all’alba nello stadio nazionale di Tokyo), chiamato Tate No Kai ( Associazione degli  Scudi ). Si trattava di 50 studenti conservatori tradizionalisti, per la restaurazione dell’autorità civile e morale dell’Imperatore del Giappone. Come molti fra cui lo scrittore e politico nazionalista Ishihara Shintaro, Mishima avrebbe voluto che Hiroito, nel dopoguerra, abdicasse. L’associazione non superò il numero di cento aderenti, era senza armi e volontaria ovvero senza paga. Aveva una divisa estiva ed una invernale, un berretto, gli stivali, una uniforme da combattimento, disegnata da Tsukumo Igarashi, che era  stato stilista del generale conservatore francese  de Gaulle. La bandiera dell’associazione aveva uno stemma rosso  su seta bianca, con un cerchio racchiudente 2 antichi elmi giapponesi, presenti anche sui berretti e sui bottoni. Il Tate-No-Kai era formata da studenti universitari perché costoro avevano del tempo da dedicare all’associazione, svolgendo un mese di esercitazioni militari in un reggimento di fanteria dell’Esercito della Difesa nipponico. Per essere ammessi  occorreva superare un esame. Si  svolgeva un’assemblea al mese, si formavano dei gruppi di dieci militanti, che l’anno successivo trascorrevano un breve addestramento nell’esercito imperiale. Si svolse anche una loro parata sul terrazzo del teatro nazionale il 3 novembre 1968. L’associazione non partecipava alle dimostrazioni di piazza ma si teneva pronta per ogni evenienza ad uno scontro decisivo con i nemici del Giappone, non distribuiva volantini, non gettava le bombe molotov, i sassi  come l’estrema sinistra, né faceva dimostrazioni o comizi. Una volontaria disciplina li portava a temprare i loro muscoli, ad anticipare la loro levata allo squillo di tromba  alle 6,00 del mattino o addirittura alle ore 3,00 nelle adunate di emergenza. Poi si effettuava una corsa per 5 chilometri, proprio per mantenere un equilibrio tra l’attività letteraria e culturale  e  l’attività militare dell’Associazione degli Scudi, responsabile, non fatta per svago, ma per l’etica e l’onore del Giappone, anche se molto dipendeva dal denaro e dai fondi ricavati dai diritti d’autore che Mishima riusciva a percepire dalle vendite dei suoi manoscritti. Quando scriveva un libro best seller, divideva i diritti con gli studenti per comprare loro gli elmetti e le molotov, le divise per l’Associazione degli Scudi. Questa era la principale ragione per cui non annoverava più di cento membri. Nel maggio 1968 Mishima era stato invitato ad un raduno della destra radicale per un dibattito. Mishima si opponeva al pacifismo giapponese perché era ipocrita per abuso. Contrario al conformismo di sinistra, da buon intellettuale attivo criticava il conformismo e scelse un’esistenza avventurosa, contro gli intellettuali effeminati ed il socialismo da salotto di una èlite intellettuale. Da piccolo aveva frequentato elitari istituti scolastici e gli anni degli studi erano stati funestati da vessazioni dei compagni alto borghesi, a causa delle sue origini familiari contadine, se pur benestanti, e per la sua debole costituzione fisica. Nel 1944 era stato, poi, escluso dall’arruolamento militare, sconfortato, elaborò il suo testamento, meditando il suicidio. Dal 1955, abbandonata la carriera burocratica nel ministero delle finanze, appesa al chiodo la sua laurea in legge, si diede del tutto alla letteratura, suo primo amore giovanile, e si dedicò a potenziare, per un decennio, il suo fisico, assillato dal culto del corpo. Letteratura ed arti marziali furono due aspetti della medesima ricerca introspettiva, rimedio alla perdita dei valori nella società del dopoguerra. Le parole per Mishima avevano perso il loro peso, erano divenute false e non trasparenti, un alibi per la fuga; la letteratura era estranea alla lotta ed alla responsabilità. Mishima era un eccentrico genio letterario, amava la letteratura giapponese tradizionale e raffinata, ossia il mondo dei guerrieri samurai, per cui era necessario agire in silenzio per non cadere nei fraintendimenti. Non utilizzava l’alfabeto sillabico, una forma di ideogrammi brevi con la scelta del criterio Kana, come facevano gli scrittori a Lui contemporanei, ma una forma di ortografia classica. Nel 1965 sulla rivista ‘’Hihyo’’ (‘’La critica’’) pubblicò la traduzione

de’ ‘’Il martirio di San Sebastiano’’ di Gabriele D’Annunzio. Conservava l’inclinazione militarista ed  ultranazionalista dell’anteguerra. Giustificarsi era un atto di viltà, per questo, da 13 anni, spinto da una forza interiore, praticava, fra l’altro, presso la palestra del Palazzo Imperiale, il kendo (‘’via della spada’’), tipica arte marziale degli antichi guerrieri, basata sull’utilizzo di una spada di bambù, per cui nel 1966 raggiunse il grado di 4° Dan. Partecipava ai ritiri shintoisti ai tempio di Omiwa a Nara. Lo spirito del samurai era estinto, perchè considerato antiquato rischiare la propria vita per un ideale. Prevaleva come tuttora il mercantilismo liberale filoamericano, perciò gli studenti affrontavano violentemente gli intellettuali per difendere le idee ma ormai era tardi. I disordini studenteschi nelle università e nelle scuole superiori ricordavano a Mishima gli scontri con i filosofi Sofisti, antagonisti di Socrate, che isolarono i giovani dell’agorà (piazza) che si era rivoltata. I giovani e gli intellettuali avevano il compito di vivere tra il ginnasio e l’agorà per difendere la propria opinione con il corpo e le arti marziali e non con lo scambio delle altre opinioni. La strategia  militare dell‘invasione indiretta, la lotta ideologica finalizzata da una potenza straniera, la contesa tra chi violava l’identità nazionale e chi  la difendeva; la lotta popolare sotto forma di nazionalismo o di combattimento delle milizie  irregolari contro l’esercito regolare. La modernizzazione aveva distrutto  il concetto delle milizie irregolari del XIX secolo, per cui l’esercito regolare acquistò importanza esclusiva, non ci fu più una milizia popolare, adatta alle nuove forme di guerra non convenzionale, come Mishima voleva, ovvero l’esercito irregolare del XX secolo. Ad aprile del 1967, Mishima aveva già avuto un permesso speciale per effettuare alle pendici del monte Fuji un mese e mezzo di esercitazioni in campo militare con l’Esercito di Difesa nipponico, nel reparto di fanteria come allievo ufficiale di fanteria, con compagni di circa 20 anni, facendo un addestramento molto duro con marce insieme ai rangers. Il piano di esercitazione si svolse in sei mesi. Ebbe anche il tempo di incidere un disco, venduto dalla casa discografica Takuto Rekodo, con le poesie di ‘’Cielo e mare’’ di Akira Asano. Nel luglio 1967 frequentò la palestra migliore di Karate giapponese. A settembre scrisse ‘’Hagakure nyunion’’ ( ‘’Introduzione all’Hagakure’’), arricchendolo della sua personalità, quale guerriero lealista fautore dell’imperatore, come lo era stato Kusono Ki  Masashige. Nel 1968 si esercitò  nella guida di carri armati nel campo militare di Hokkaido. A marzo fu  ospitato in una caserma alle falde del monte Fuji con 20 studenti per un mese  di addestramento ai corsi di istruzione militare presso l’Esercito di Difesa Nazionale nel campo di Takigahara; i militari erano scettici per la loro presenza. Comunque superarono la prova, dopo una marcia di 45 chilometri ed una corsa di 2 chilometri, sviluppando strategie di attacco alle posizioni nemiche. In lacrime si lasciarono con l’ufficiale istruttore. Nel frattempo a giugno uscì un numero speciale sulla rivista ‘’Hihyo’’ sul decadentismo. Pubblicò i saggi ‘’Wa kaki samurai no tame no-seishin koza’’ ( ‘’Lezioni spirituali per giovani samurai’’), mentre nel luglio partecipò con 33 studenti alle esercitazioni militare nel campo di Takigahara. Nell’agosto divenne IV Dan di Kendo e conobbe Morita. Nel novembre 1968 scrisse due articoli ‘’Jiyù to kenryoku no  jokyo’’(‘’La condizione della libertà e del potere’’) e ‘’All japanese are perverse’’ ( Tutti i giapponesi sono corrotti. All’università di Tokyo affrontò coraggiosamente gli studenti in rivolta, nel tentativo di incontrare il rettore, tenuto prigioniero. A dicembre 1968 pubblicò il dramma ‘’Waga tomo hittora’’ ( ‘’Il mio amico Hitler’’). Nel 1969 con 45 studenti Mishima effettuò un’esercitazione militare nel campo di Go Tenba. Si sottopose alle lezioni di Iai ed in tre mesi ottenne il grado di primo Dan, mentre in aprile partecipò ai campionati mondiali di Kendo.

I militi dell’associazione si consacrarono non solo ad un concilio d’arte letteraria ma soprattutto al culto delle armi, alle arti marziali come il karatè, all’azione, all’ardimento degli antichi samurai, preparandosi ad una eventuale lotta armata. Nelle università i giovani studenti erano in agitazione, specie a Tokyo, nel movimento studentesco di lotta e nello Zengakuren (non ancora Zengakuren Zenkyoto), associazione estremista di studenti marxisti-leninisti, sorta nel 1948 dall’unione di circa centinaia di migliaia di studenti universitari di estrazione non solo marxista originariamente, i quali protestavano contro l’aumento delle tasse universitarie. Il movimento poi divenne sempre più estremista di sinistra, effettuava manifestazioni violente, con il lancio di bombe incendiarie, occupava le università che chiudevano, lottava contro il coinvolgimento del Giappone nella guerra degli U.S.A. in Vietnam nel 1961, contro la corruzione dei funzionari  delle università e la crescita della spesa per l’istruzione controllata. Nel 1968 l’imponente movimento partecipò alle proteste ed alle occupazioni universitarie e delle scuole secondarie superiori, essendo formato, oltre che da studenti anche da docenti, personale non docente, da ricercatori universitari, assistenti universitari, alcuni professori di ruolo, costituendo la Commisione d’Interfacoltà di lotta, Zenkyoto. Vi furono pure attacchi  e scontri violenti con la polizia all’ambasciata U.S.A. .

Successivamente  l’ala più estrema degli studenti formò il Chukakua e l’organizzazione terroristica Sekigun o Armata Rossa. Ad essi si oppose il Tate No Kai  e Mishima, prima intervenendo pacificamente nelle assemblee studentesche universitarie, poi con il gesto clamoroso del seppuku hara-kiri dello scrittore medesimo, di Hissho Morita e di Tadashi Tsukamoto il 25 novembre 1970. Elemento tradizionale del suicidio rituale era stata la composizione di Jisei o poesie di morte, già prima che il piano d’ingresso nel quartier generale  di Ichigawa fosse attuato. Mishima aveva preparato il suo piano suicidario meticolosamente in poco meno di un anno e nessuno fuori del gruppo dei membri  del Tate-No-Kai fu scelto ed ebbe indicazioni di quello che era il piano. Mishima sapeva bene che quella trama non sarebbe riuscita, anzi il suo biografo, traduttore e vecchio amico l’ebreo John Natan suggerì che lo scenario  era solo un pretesto per il compimento del suicidio rituale cui Mishima aveva sempre anelato. Mishima fece i suoi compiti in ordine ed ebbe la previdenza di lasciare il denaro per la difesa  in giudizio dei tre membri sopravvissuti del Tate-No-Kai. Aveva da poco terminato il quarto libro ‘’Lo specchio degli inganni’’, pubblicato postumo alla sua morte nel 1971, parte della tetralogia ‘’Hojo no umi’’(‘’Il mare della fertilità’’), progettata come opera grandiosa il 2 maggio 1962, che comprese  i romanzi ‘’Haru no yuki’’(‘’Neve di primavera’’, ‘’Honba’’( ‘’Cavalli in fuga’’), ‘’Akatsuki no tera’’( ‘’Il tempio dell’alba’’), il racconto ‘’Tennin gosui’’

( ‘’I cinque sintomi della caduta degli angeli’’). La struttura  narrativa del  quarto volume era esile ed artificiosa, il suo testamento spirituale: con un gesto carico di significato, egli consegnò al suo editore tale manoscritto la mattina del 25 novembre 1970. La tetralogia vedeva il confluimento  dei quattro fiumi  della sua vita: lo scrivere, il teatro, il corpo, l’azione. Non ebbe successo artistico: l’opera faceva del concetto buddista  della reincarnazione l’elemento unificatore delle vicende dei quattro romanzi. Così con il pretesto di visitare il comandante del Campo di Ichigawa – quartier generale del Comando orientale delle Forze di Autodifesa del Giappone – , generale Mashita, Mishima ed il suo gruppo di quattro persone, una volta entrati al suo interno, dopo un breve colloquio con le gerarchie della caserma-scuola militare, procedettero a barricarsi nell’ufficio del comandante, che sequestrarono e presero in ostaggio, legandolo alla sua poltrona. Facendo arringare in assemblea un migliaio di giovani militari della scuola delle forze di autodifesa, chiamati a raccolta nello spiazzo adiacente ed increduli sull’avvenimento, con un manifesto preparato ed uno striscione che elencava le domande del gruppo, Mishima andò sul balcone del piano dell’edificio, di proprietà del Ministero della difesa nazionale giapponese, per parlare ai soldati sotto radunatisi nel cortile pronunciando un lungo discorso, in cui si denunciava che il Giappone inabissato nell’assenza di spirito e nella presenza della sola prosperità economica. Il suo discorso fu inteso ad ispirare loro ad organizzare un colpo di stato ed a restaurare l’Imperatore al suo posto legittimo. Mishima riuscì solo ad irritarli e fu schernito e deriso. Accortosi di essere impossibilitato dal farsi sentire terminò il suo discorso programmato dopo solo pochi minuti. Tornò indietro nell’ufficio del comandante e commise l’hahakiri seppuku il 20 novembre 1970. La consueta decapitazione alla fine del suo rituale fu assegnata a Masakatsu Morita. Ma Morita, che si diceva fosse stato l’amante di Mishima, fu incapace di portare a termine questo incarico correttamente: dopo diversi tentativi falliti, lasciò il compito ad Hiroyasu Kòga di finire il lavoro. Morita poi tentò il suo harakiri seppuku  e fu pure decapitato da Kòga. Morita era nato a Yokkaichi nel luglio del 1945, era rimasto orfano a due anni e di lui si era preso cura il fratello Osamu, era stato educato alla Catholic School, poi era entrato alla Waseda University nel 1966, rimanendo sbigottito dalla presenza dello Zengakuren ed essendo pesantemente coinvolto nell’esigua fazione della destra universitaria. Entrò poi nel 1967 nell’orbita di Mishima, divenendone  il suo più giovane discepolo, ed entrando a far parte del Tate-No-Kai nel 1968. Il tentativo del colpo di mano era stata una sua idea, sollevandola già nell’autunno del 1969, ma inizialmente Mishima aveva rigettato la cosa. Nell’aprile e maggio 1970 Mishima riunì assieme a lui i membri più estremi della sua cerchia intima in un gruppo composto da Morita, Ogawa e ‘’Chibi’’ Koga. Nessun piano era stato sviluppato fino al giugno 1970. In estate si era recato al mare a Shimoda nella penisola di Izu per le vacanze solite ed aveva poi pagato per gli altri componenti del gruppo per recarsi ad Hokkaido, dove reclutò ‘’Furu’’ Koga il 09 settembre 1970 a Tokyo. Il 1° novembre 1970 la rivista ‘’Bungei’’ pubblicò il dialogo ‘’Bungaku wa kukyo ka ( ‘’La letteratura è il vuoto?’’), mentre il 4 novembre con 45 studenti si esercitò militarmente alcuni giorni a Takigahara. Dall’11 al 17 novembre nei grandi magazzini di Ikebukuro, a Tokyo, si tenne la ‘’Mostra di Yukio Mishima’’, sulla sua vita di uomo ed artista. Il gruppo, poi, si preparò all’azione suicida, Mishima aveva deciso che solo lui e Morita avrebbero dovuto morire, per cui gli altri del gruppo erano indignati. Morita aveva già chiesto ad Ogawa di decapitarlo dopo il suo harakiri seppuku, invitando ‘’Furu’’ Kòga a sostituirlo nel caso avesse fallito la decapitazione di Mishima. Tra il 21 ed il 22 novembre  Morita supplicò di essere decapitato e si spense trascorrendo gli ultimi due giorni di vita a provare il harahiri seppuku, morendo il 25 novembre 1970. Il seppuku occupò le pagine cei giornali  per una sola settimana. Il 24 gennaio 1971 si tennero i funerali di Mishima nel tempio Tsukji honganji.

Figura  controversa ed inquietante del panorama della letteratura giapponese, Mishima

destò scalpore il suo suicidio per l’anacronistica forma di stampo  samuraico. Il tragico gesto eclatante dovuto al contesto pubblico in cui avvenne e per il contenuto politico. Incitò i militari alla ribellione contro la Costituzione che avversava la guerra e l’esercito. Mishima cercò di risvegliare l’antico orgoglio dei guerrieri per i valori tradizionali che il processo di modernizzazione aveva cancellato. Il fanatismo, la ricercadell’estetica della morte tragica, doppio suicidio per amore  o per follia? Mishima e Morita furono i soggetti del saggio di Marguerite Yourcenar ( vero nome Crayencour ) ‘’Mishima: la visione del vuoto’’. L’hara-kiri nella sua variante del seppuku si era sviluppato nella cultura dei samurai giapponesi o dei Daimyos (Signori) nel XII secolo, cavalieri della nobiltà guerriera all’epoca feudale, che, strumenti di potere degli Shogun fino alla restaurazione imperiale Meiji del 1868, per fedeltà al proprio Signore o Shogun

( generale), una volta sconfitti, dopo valorosi combattimenti tenuti secondo le ferree regole di lealtà ed onore del codice Bushido, qualora fossero in procinto di essere catturati, si davano la morte. Essi si puntavano la spada sulla parte sinistra dello stomaco squarciandosi il ventre verso destra, oppure si facevano tranciare la gola dal loro assistente, invece di essere condannati a morte come le persone non nobili. L’azione ha il significato di espiazione, riparazione, un esame di coraggio psichico e una forma, degna di rispetto, del codice d’onore dei guerrieri ( Bushido). Il guerriero bushi, dopo una formazione psicologica del samurai, accettava la morte liberamente come scelta di una azione più nobile e bella dell’ essere umano. Nei secoli successivi l’atto era comandato dai superiori dell’esercito nipponico a chi violava gli ordini o tradiva. Presso gli ufficiali, mantenne il significato della autoimmolazione per una causa superiore. I piloti dei bombardieri o dei caccia ‘’zero’’giapponesi si buttavano in picchiata, divenendo durante la seconda guerra mondiale come kamikaze esempio del pensiero fisso dell’eroismo nella guerra del Pacifico. Essi scrivevano delle poesie e si paragonavano ai maestri di spada, gareggiavano tra loro  per il primato nel combattimento ravvicinato uno contro uno. Colpivano la nave da guerra, facendo una gara di merito per ricevere gli onori massimi. Lo spirito dei samurai oramai era corrotto e deformato a causa della debolezza militare delle forze armate giapponesi. La struttura sociale e gli schemi di pensiero ed azione dei secoli precedenti dominati dai guerrieri storici giapponesi non si erano estinti dopo il 1945 anzi perdurarono sotto altre forme, nel governo, specie nel mondo degli affari ovvero nel  capitalismo, nel  sistema educativo, nella vita sociale. Alcuni samuraisti romantici come Mishima  individuarono nell’antico spirito del guerriero  samurai, pronto a morire ad ogni istante, la vera anima del Giappone, che si perpetua eternamente. Mishima attuò il suo piano premeditato con l’applicazione a sé  del rito hara-kiri, nella variante successiva del seppuku, ovvero  si squarciò il ventre facendosi poi decapitare con l’assistenza  e l’ausilio del discepolo Morita, suo amico e camerata, che  secondo un supplemento di un manifesto quotidiano pseudocomunista era anche suo amante, il quale a sua volta si fece hara-kiri più tardi, il tutto per vendicare l’onore dell’imperatore, della patria e del popolo nipponico nella decadente e corrotta società consumistico-liberale del Giappone yankeezzato. I detrattori di Mishima gli rimproveravano le simpatie verso la destra ed il culto della forza, di essere il jolly dell’imperatore, di narcisismo, di nichilismo, di essersi procurato una morte senza senso, tra un’etica normativa ed il nulla. Il suo atto, invece, fu il ‘’suicidio del guerriero’’ per il disgusto provocato dalla mancanza di vigore e per l’integrità del Giappone contemporaneo rispetto al retaggio culturale. Un gesto estremo, espressione psicologica dello spirito tradizionale giapponese, che fece riscontrare un fascino dovuto appunto al suicidio rituale, che si espanse in differenti direttrici. Tale gesto segnò un spaccatura o un limes simbolico, la fine di qualcosa di relativo alla letteratura stessa, al romanzo ed al suo destino, come se quello di Mishima fosse un corpo mistico in grado di produrre una sorta di slittamento mediante il suo sangue versato. Egli, quale artista del culto dell’onore, della bellezza, della morte sensuale ed eroica, seppe usare la società mediatica e ne fu usato, divenendo mito, icona, emblema. Le comunità nazionalpopolari d’Europa e d’Italia, lo assunsero a modello del sacrificio supremo gettato in faccia all’abominevole modernità nel nome dei valori spirituali della tradizione. Era il mito della bella morte ad affacciarsi per l’ultima volta  sul palcoscenico del mondo. Era la nobiltà della sconfitta che gridava al vento della storia l’estrema rivolta ideale di chi ancora non si rassegnava a cavalcare la tigre di ogni intramontabile nozione di assoluto. La morte trasformò Mishima in un autore di culto. La sua ultima immagine pubblica, con indosso la divisa che egli aveva contribuito a disegnare insieme allo stilista Igarashi per il suo Tate No Kai, quell’immagine dello scrittore che legge un proclama in un clima di generale irrisione, con il braccio piegato verso il volto, il pugno chiuso, la fascia bianca della purezza a bendargli la fronte ampia e spaziosa, appare ai denigratori del sacrificio dello scrittore una cosa patetica e addirittura comica. La sinistra pseudocomunista, non scorge la bellezza dell’atto ma l’ottusità della tradizione stampata in quel volto contratto a pronunciare  parole prive di senso, per loro, contro la perdita dello ‘’spirito nazionale’’ e contro la ‘’condizione di vuoto’’ in difesa dell’ ‘’onore’’ e dell’ ‘’esistenza dello spirito’’. La forza del passato, per i detrattori di Mishima, mostrò il volto peggiore, normativo, autoritario; un samurai esausto, stanco di lottare, incurante del ridicolo. Ardimento e debolezza in Mishima, lo fanno accostare all’esteta Drieu La Rochelle o a D’Annunzio, uomo incapace di isolamento, il fascista ‘’immorale’’, lo sperimentatore imperterrito e neutrale. Mishima divenne un riferimento sentimentale; i suoi muscoli un blocco di marmo ultranazionalista e reazionario, nel senso migliore del termine ossia di simbolo e sintomo di reazione alla decadenza dell’epoca attuale. Intervistato dal critico marxista Takashi Furubayashi, Mishima ribadì che nel mondo attuale la forza era (ed è) maltrattata, denigrata, per cui l’etica di coloro che cercano di essere forti è disprezzata. Occorreva una rinascita della forza. Per un certo tipo di sinistra ciò è inconcepibile, ed è dovuto ad una nevrosi ed immaturità o fissazione all’adolescenza. La poetica, le idee, l’ideologia di Mishima premono sulla scrittura del letterato con violenza inaudita. Nel 1960 aveva scritto il testo ‘’Utage no ato’’(‘’Dopo il banchetto’’) sul rapporto con la sua amante, Kazu, proprietaria di un ristorante a Tokyo, in cui descriveva la politica delle lotte rivoluzionarie degli studenti davanti al Palazzo della Dieta nel giugno 1960. Una Bovary anziana, divenuta personaggio strapotente nel mondo  dell’entertaiment di Tokyo, in un ambiente convulso in cui il lusso, la politica, l’intrigo ed il piacere sono cifre di esistenza, colpita da folgorante passione senile, rovesciò la sua vita nel tentativo di trovare uno scopo nuovo, una nuova dimensione di vivere e dopo la morte, una tomba onorata. In totale dedizione a sé e delle proprie ricchezze  agli ideali politici radicali del vecchio ministro Noguchi, intellettuale ed aristocratico, la vitale Kazu tenta di versare la sua carica emotiva interna e femminile, il suo senso corposo e violento dell’esistenza, la sua abitudine alle sollecitazioni sensuali ed informi; il mondo politico la respinge ed il marito l’abbandona, dallo scontro con ilmondo e la maniera di concepire l’esistenza finora a lui ignote, ricava un’allegria disperata.

Per questo fu citato nel marzo 1961 in tribunale dall’ex ministro degli esteri Hachiro Arita, che si era riconosciuto in un personaggio del romanzo. Mishima fu condannato per diffamazione nel settembre 1964.

Nel 1958 Mishima si sposò nell’Istituto di Cultura di Mafu con Yoko, un tradizionale matrimonio combinato, mentre il regista Kon Ichikawa girava il film ‘’Enjo’’ (Conflagrazione), tratto da un suo romanzo. Nel 1960 Mishima aveva avuto un ruolo chiave nel film ‘’Karakaze Yaro’’(‘’L’uomo del vento secco’’) girato presso gli studi cinematografici della Daiei dal regista Yasuzo Masumura, interpretando il ruolo di uno yakuza disilluso. Nel 1962 nacque il figlio Takeichiro, mentre nel settembre 1963 terminò il suo romanzo ‘’Gogo no eiko’’ ( ‘’Il sapore della gloria’’). Nell’ottobre 1964 era stata messa in scena al cinema la novella ‘’Ken’’(‘’La spada’’) del regista Kenji Misuri. Nel 1966 aveva raccontato nel film ‘’Yukoku’’

( Patriottismo) la rappresentazione della sua romantica nostalgia  per l’epoca in cui si poteva morire  in nome di nobili ideali. Il protagonista era un giovane ufficiale che dopo il colpo di stato militare del febbraio 1926, per non obbedire agli ordini di attaccare i ribelli, per cui simpatizzava, fece il seppuku, sacrificando la vita sua e di sua moglie. Una descrizione  vivida del suicidio, in un film che sceneggiò, diresse, produsse ed interpretò. Il film si classificò secondo al Festival Internazionale di Tours; era tratto da un suo racconto del 1961, appunto ‘’Yukoku’’, che fece parte di una trilogia insieme al dramma ‘’Crisantemi del decimo  giorno’’ ed al racconto ‘’La voce degli spiriti eroici’’, pubblicato nel giugno 1966. Quest’ultimo era il resoconto drammatico del rito cui Mishima  partecipò in cui  erano evocati gli spiriti  irati dei protagonisti di due degli eventi della recente storia giapponese che impressionarono ed influenzarono la vita e le opere di Mishima: la fallita rivolta dei giovani ufficiali che il 26 febbraio 1936 tentarono un colpo di stato per restaurare il potere  assoluto dell’imperatore e l’epoca dei piloti kamikaze ( ‘’Vento degli dei’’, termine derivato dal tifone che salvò il Giappone dall’invasione della flotta mongola, affondandola, nel 1281) nella seconda guerra mondiale. La purezza, l’ardimento, il sacrificio di giovani corrispondevano al modello leggendario di eroe, ed il loro fallimento e la loro morte li trasformava in autentici eroi. Nel 1967 con Yasunari Kawabata, Jun Ishikawa e Kobo Abe firmò il manifesto contro la rivoluzione culturale cinese.  Nel 1969 Mishima interpretò il film di ritmo e violenza di Hideo Gosha  ‘’Tenchu hitokiri’’(‘’Puniti dal cielo’’). A fine del 1969 partecipò ad un ricevimento in occasione della presentazione del film ‘’Hitogiri’’ ( ‘’L’uccisione’’), in cui  interpretò la parte di samurai che compie il suicidio rituale. A settembre del 1969 pubblicò ‘’Kodogaku Nyumon’’ ( ‘’Introduzione  alla scienza dell’azione’’), Nel settembre 1970 pubblicò l’articolo ‘’Kakumei tetsugaku toshite no yomeigaku’’( ‘’La teoria dello Yang-Ming come filosofia della rivoluzione’’) e una conversazione sul tema ‘’Shobu no Kokoro’’ (‘’Lo spirito di chi onora le arti militari’’). Il Tate No Kai sfilò per l’ultima volta in parata nello stadio nazionale. Poi posò per l’ultima volta con i 4 fedeli  membri del gruppo paramilitare con indosso tutti le divise il

19 ottobre 1970. In dicembre 1970 furono pubblicate postume due sue conversazioni ‘’Haretsu no tame ni shuchu suru’’ ( ‘’Concentrarsi per erompere’’) e ‘’Mishima Yukio saigo no kotoba’’ (‘’Le ultime parola di Yukio Mishima’’). Nella sua autobiografia spirituale ‘’Sole ed acciaio‘’ del 1968 si riscontrava già l’ossessione per la purezza, il rapporto morte - erotismo, tipico di Georges Bataille che Mishima aveva incontrato nel 1955 a Parigi. La scoperta del proprio corpo, la vitalità della potenza maschile che lo affascinavano, del linguaggio della carne che sentiva contrapposto e indissolubilmente connesso a quello delle parole. Dal 1955 intraprese un intenso programma di attività fisica, come body building e le arti marziali. Poi l’addestramento militare iniziato nel 1967, il manifesto del Tate-No-Kai mirante a trasformare il Jieitai in una gloriosa arma nazionale,  scudo dell’imperatore e dei valori del ‘’vero Giappone’’.  Il tono normativo rispetto al cammino verso l’ascesi, il disprezzo verso la democrazia, l’insistenza sul dualismo negando ogni dialettica, l’io proteso verso il dolore, il culto  del ‘’sole della morte’’: influenzarono il suo stile che teneva il petto in fuori come un guerriero. Nel gennaio 1969 pubblicò il saggio ‘’Todai wo dobutsuen ni shiro’’ ( ‘’Trasformiamo l’università di Tokyo in un giardino zoologico’’). Mishima era stato influenzato ed affascinato da Kita Ikki ( Sado, 1883 – Tokyo, 1937), pensatore politico nazionalsocialista e figura eroica giapponese, ispiratore  della ‘rivolta degli ufficiali’ del 26 febbraio 1936, per la quale fu condannato alla fucilazione. Ora negli anni ’60 il regista sperimentale di sinistra Yoshida, con una tecnica e sceneggiatura filmica ’’decostruita’’, giròl’ambizioso ‘’Kaigen-rei’’ (‘’Colpo di Stato’’) nel 1973, un notevole ritratto dell’anarchico di destra Ikki Kita ( Rentaro Mikuni), che ispirò gli ufficiali filoimperiali nel colpo si stato fallito del 1936. Mishima  aveva paragonato, per la genialità precoce, Kita Ikki ad Otto Weininger. Lo stile muscolare di Mishima che a vent’anni aveva anticipato il suo testamento, a cui fu fedele sino all’ultimo nel ’’Vivere  e morire per l’imperatore’’ lo rese debitore, da adolescente, circa la sua formazione spirituale ed ideologica, nei confronti di Hasuda  Zenmei, che a pochi giorni dalla sconfitta giapponese nella seconda guerra mondiale, il 19 agosto 1945 prestava ancora servizio  quale comandante di compagnia nella base alla periferia di Singapore. Hasuda venuto a conoscenza che il proprio  comandante di reggimento stava per leggere alla truppa la dichiarazione di resa incondizionata dell’Imperatore e consegnare la bandiera al nemico, lo uccise a colpi di rivoltella e poi si tolse la vita. Il significato della morte di Hasuda rimase oscuro perfino a Mishima che lo comprese a quarant’anni: un’età vicina a quella dello scomparso. Per questo Mishima scrisse una prefazione al libro ‘’Vita e morte di Hasuda Zenmei’’ di Kodakane Jiro, che ci fornisce la soluzione per chiarire i motivi del suo suicidio e del suo retroterra culturale. Per i giapponesi di sinistra o di destra che trascorsero l’adolescenza o la giovinezza  durante la guerra, l’esperienza bellica costituiva un innegabile punto di riferimento esistenziale e politico. La sconfitta in guerra era un fattore comune  ed il turning point più rilevante del novecento. Mishima ricordava questa immane esperienza come un indicibile senso di felicità  ormai perduto. L’epoca del ‘’Tenno kai Banzai’’ ( ‘’Viva l’Imperatore’’) dei piloti-kamikaze era perduta, per cui il ‘’senso di felicità’’ dell’adolescente che aveva intravisto la guerra nella forma di una ‘’luce di lampo’’, con la sconfitta, naufragò miseramente. Mishima si avviò a vivere nel dopoguerra ‘’un’epoca fatta di finzioni’’, ‘’un invecchiamento in tutt’armonia’’, venticinque anni ‘’incredibilmente lunghi’’ per poi far vibrare con acciaio e sangue, il cuore degli uomini, lo scorrere della storia. Lo striscione che fece sventolare sul terrazzo del Quartiere Generale di Ichigaya il giorno del suo seppuku, diceva: ‘’Noi del Tate – No – Kai siamo stati allevati dal Jieitai ( ‘’Corpo di Auto-Difesa’’, cioè l’attuale esercito giapponese). Il Jieitai è stato per noi un padre, un fratello maggiore. Allora, perché ci siamo spinti ad un’azione simile? Io da quattro anni, gli altri membri studenti da tre anni, siamo stati accettati nel Jeitai quali semi-ufficiali, abbiamo ricevuto un addestramento senza secondi fini. D’altra parte anche noi amiamo il Jieitai profondamente, abbiamo sognato qui il ‘’vero’’ Giappone, quel Giappone che non esiste ormai più al di fuori di queste mura di cinta. E’ proprio qui che abbiamo visto piangere per la prima volta perfino uomini nati nel dopoguerra. Il sudore che abbiamo sparso qui era puro. Abbiamo corso e marciato tra i campi ai piedi del Fujiyama tutti insieme, quali camerati legati allo spirito di patria. Non abbiamo alcun dubbio a questo proposito’’. Per Mishima e sodali il Jieitai era stato un paese natìo, nello squallore del Giappone contemporaneo. Aria esaltante respirata grazie all’affetto elargito da ufficiali ed istruttori. Per il Jieitai si spinsero all’atto estremo. Il Jieitai oggi si sta trasformando in un esercito normale e rispettato. Ha partecipato ad attività di ‘’pacificazione’’ sotto la bandiera dell’O.N.U. in Cambogia, Madagascar, Libano. E’ stato riconosciuto dal Partito Socialista ( ora Socialdemocratico) Giapponese. Si ricordi che il presidente del Partito Socialista Giapponese Asanuma Inejiro, durante un suo comizio trasmesso in televisione, tenutosi nell’ottobre 1960, contro la  ratifica del Trattato di Sicurezza e Cooperazione firmato nel maggio fra U.S.A. e Giappone, fu pugnalato con una lama di 45 centimetri da un militante di estrema destra. Il Jieitai  ha svolto  un ruolo ‘’umanitario’’ dopo il terremoto di Kobe e il successivo aiuto tecnico prestato alle forze di polizia impegnate contro l’attacco ai gas nervini della setta ‘’AUM Shinri-Kio’’ nel 1996. Il problema fondamentale per il Giappone resta la Costituzione pacifista imposta dagli ‘’Alleati’’ ( vincitori) nel dopoguerra. L’articolo 9, che vieta al Giappone unilateralmente l’uso della forza militare resta un ostacolo alla reintegrazione di tutti i diritti dello Stato giapponese. Mishima nel suo saggio ‘’Tate-No-Kai’, pubblicato sulla rivista inglese ‘Queen’ scrisse a proposito  della  Costituzione pacifista, di essere stanco dell’ ipocrisia del dopoguerra giapponese, non che il pacifismo fosse un’ipocrisia, ma dato che la Costituzione  pacifista era stata usata come una scusa politica sia da destra che da sinistra, non credeva che ci fosse altro Stato in cui  il pacifismo fosse sinonimo di ipocrisia. In Giappone il modo di vita onorato era quello di una vita senza pericoli, un po’ sinistrorso dei pacifisti e dei sostenitori della non-violenza. Cosa che poteva essere non criticabile, ma l’esagerato conformismo di tali intellettuali convinse Mishima che tutti i conformismi erano una iattura e che gli intellettuali avrebbero dovuto condurre un modo di vita pericoloso. L’influenza degli intellettuali e dei salotti socialisti si era sviluppata in modo assurdo e ridicolo. Intimavano alle madri di non dare ai propri bambini giocattoli come le armi da fuoco e consideravano militaresco mettersi in fila e numerarsi ad alta voce col risultato che i bambini del momento si radunavano in modo sciolto e sfibrato come un gregge di deputati. L’azione del gruppo del Tate-No-Kai fu un atto simbolico per avviare il processo di revisione della  Costituzione e la trasformazione del Jieitai in un legittimo esercito nazionale. Il fallimento apparente di tale tentativo era destinato a  segnare la cesura  tra due mondi della Destra giapponese: quella controrivoluzionaria degli anni sessanta e quella, più autentica, nuova e radicale degli anni settanta ( Shin-Uyoku). Tutto ciò è inimmaginabile per la cultura della sinistra, specie quella comunista o pseudocomunista. Costoro  non hanno cognizione del fatto che le accezioni di cultura di destra e di sinistra esistono realmente solo come degradazioni, manifestazioni patologiche o teratologiche di un organismo non duttile ma plastico, in cui ogni istanza si trasforma in deformazione continua; un organismo che, abbassando a sopravvivenza la propria persistenza, ha convertito in degradazione l’esaurimento delle probabilità  di comunicare una cultura dell’uomo integrale. La restaurazione dell’uomo integrale impone l’individuazione di grandezze culturali originarie, organiche, contrastanti  con gli strumenti  indicati dal culto della decadenza e impiegati dalla cultura della rovina. Occorre reintegrarsi nei valori  e restituire il vigore dell’uomo della tradizione e delle origini indoeuropee, per quel che riguarda l’Europa, onorare il mistero della sua nozione del divino; riscoprire le basi della sua rappresentazione del fato; ristabilire i fattori della sua configurazione del mondo; riconoscere nei lineamenti della sua tradizione i tratti del puro, del bello, del buono, del giusto e divellere dai percorsi della sua storia gli aspetti impuri, brutti, malati, non in armonia con il bene delle stirpi tradizionali o indoeuropee. Allignarsi nell’essenza della vita degli antenati della tradizione, per rinnovare le qualità e salvaguardare la persistenza dei nostri popoli. La cultura integrale è metafisica, non illuministica; teologica, non logica; religiosa, non laica; ‘’pessimistica’’, non ottimistica’’; organica, non dialettica; assiomatica, non critica; mitica, non storica. Essa recupera al proprio vertice la sapienza e non la scienza, il carattere e non il pensiero; alla  base la religione e non l’economia, l’operare e non il lavorare. La cultura integrale risulta dai principi e non dalle tesi; dalle vocazioni e non dalle opinioni; dalle teorie e non dalle ipotesi. Essa si nutre di idee e non di concetti; di contemplazioni e non di riflessioni; di  meditazioni e non di intelligenza; di intuizione e non di cognizioni. La cultura integrale deve obbedire all’anima e non alla ragione; al cuore e non alla mente. Essa deve erigersi sulle verità e non sulle inquietudini; sul agnizione dell’autorità e non sulla ricerca della confronto: pervenire alla totalità e non alla parzialità. Essa deve raffigurare lo stile della cultura primordiale delle stirpi tradizionali, e non i modi della logora civiltà degli individui europei: i lineamenti  delle loro comunità, e non la congerie dell’umanità.

                                                                       

Antonio Rossiello         

 

07/03/2007


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