CULTURA

 

ARCHEOLOGIA CRISTIANA


Dal soggiorno petrino a Roma all’analisi simmachiana del Liber Pontificalis


Pietro, Damaso e il Liber Pontificalis


di Giuseppe Biamonte

Orbene, quando si scrive la Storia, niente è più immorale e pericoloso che tacere qualunque cosa: questo non fa altro che generare in seguito una distorsione di opposto significato.
Aleksandr Solgenitsin

Leggo nel numero 230 di Rinascita del 16 dicembre scorso un articolo dal titolo Liber Pontificalis e falsificazioni simmachiane sottoscritto con lo pseudonimo Lucius Quirinus, al quale fa seguito una breve postilla a firma Luigi Cascioli. Reputo veramente singolari le asserzioni degli autori, fatte passare come “verità inemendabili”, che vorrebbero liquidare in modo semplicisticamente esaustivo vexatae quaestiones da lungo tempo analizzate e dibattute dai più autorevoli e accreditati ricercatori e studiosi della materia. Così ad esempio, riguardo al soggiorno petrino a Roma, si dichiara in modo tassativo: “è assolutamente dimostrato ed altamente improbabile che S. Pietro sia mai arrivato a Roma, od abbia mai pensato di andarci”, rincarando poi la dose con una puntualizzazione ancora più categorica: “[…] sulla venuta di Pietro a Roma che, più che altamente improbabile […] è da considerarsi mai avvenuta per il semplice motivo che egli fu ucciso, insieme al fratello Giacomo, nel 44 sotto Tiberio Alessandro, con l’accusa di essere un rivoluzionario figlio di Giuda il Galileo”. O ancora quando si proclama una sorta di messa all’indice del Liber Pontificalis perché fonte letteraria ritenuta in blocco un falso di produzione simmachiana. Fino ad arrivare, riguardo ai ben noti torbidi che presiedettero l’elezione di Papa Damaso nel 366, ad una sorta di pronunciamento di damnatio memoriae del grande cultore dei martiri. Mi rendo conto che è impresa ardua cercare di sgomberare il campo dai troppi equivoci e dai numerosi inveterati luoghi comuni, soprattutto quando l’interpretazione delle fonti è fatta ad usum Delphini, rispolverando argomentazioni antiquate e ammuffite acrimoniosamente anticattoliche, antiapostoliche e antiromane. Un’analisi a senso unico che richiama alla mente posizioni ideologiche ateistiche e massonico-giudaiche, che, ab immemorabili, hanno sempre tentato di inficiare fonti letterarie, documentazione epigrafica e testimonianze archeologiche di matrice cristiana e non solo. Una mole consistente di dati scientifici in larghissima parte confermati e condivisi, a partire dall’Ottocento, persino da autorevoli studiosi di scuola protestante (cfr. in proposito gli studi di Theodor von Zahn, Adolf von Harnack, Hans Lietzmann e Oscar Cullmann), la posizione della quale su tali questioni – spietatamente ipercritica e a volte persino denigratoria - è storicamente ben nota sin dal Cinquecento.

Soggiorno petrino a Roma.
È strettamente legato alle origini e allo sviluppo della comunità cristiana locale, che, stando all’attenta disamina delle fonti, doveva essere già attiva negli anni 40, o anche prima, se si accettano le acute osservazioni di Marta Sordi riguardo all’individuazione, a partire dalla metà degli anni 30 del I sec. d.C., col nome di Christiani, della nuova “setta” germinata dal tronco del giudaismo palestinese. Figlio di Johanan (Giovanni), abbreviato con ogni probabilità in Jona, come si evince dall’uso ripetuto di tale appellativo (Johanan-Jona) nei codici della traduzione greca della Bibbia ebraica, Pietro, come è ben noto, esercitava l’attività di pescatore assieme al fratello Andrea. Entrambi erano in società - diremmo oggi - con un’altra coppia di fratelli, Giovanni e Giacomo, figli di Zebedeo. Gli avvenimenti turbolenti degli anni che videro le rivolte antiromane della setta giudaica degli Zeloti, capitanata da quel Giuda il Galileo (figura assimilata nientepopodimeno che allo stesso Gesù dal manipolo di negazionisti della storicità del Cristo), ricordato sia negli Atti degli Apostoli (At 5, 37) che nelle Antichità Giudaiche di Giuseppe Flavio (Ant. V, 37), annoverano anche l’esecuzione capitale dei figli dello stesso Giuda: Simone (che il Cascioli identifica, senza alcun fondamento, con la figura dell’apostolo Pietro) e Giacomo, avvenuta durante la procuratela di Tiberio Giulio Alessandro (circa 46-48 d.C.), dopo l’annessione del regno di Samaria e Giudea operata da Claudio successivamente alla morte, avvenuta nell’anno 44, del suo reggitore Agrippa I (Marco Giulio Agrippa, nipote di Erode il Grande, è impropriamente indicato negli Atti col nome di “Erode”. Al suo regno di Samaria l’imperatore Claudio aveva aggiunto nel 41 la provincia di Giudea).
Se, grazie alla lettera di San Paolo ai Romani, gli anni 56-57 sono per noi un valido riferimento cronologico che ci permette di stabilire con certezza l’esistenza in quel tempo di una comunità cristiana nell’Urbe, una citazione di Svetonio nella Vita di Claudio (25,4) sembrerebbe anticiparne la genesi. L’imperatore, infatti, espulse da Roma Iudaeos impulsore Chresto assidue tumultuantes. Era l’anno 49 e la decisione fu verosimilmente presa per sedare le accese controversie che nella locale comunità giudaica erano, con ogni probabilità, provocate dalla predicazione cristiana e che spesso si trasformavano in turbative dell’ordine pubblico.
Gli Atti degli Apostoli, nella narrazione degli avvenimenti che portarono all’arresto e alla miracolosa liberazione di Pietro dal carcere gerosolimitano, indicano con il termine “altro luogo” (At 12,17) la meta della sua fuga dalla Giudea. E proprio quest’ultima espressione ha riacceso il dibattito sulla venuta di Pietro a Roma. Recenti argute ipotesi degli studiosi C.P. Thiede e F. Grzybek, convincentemente riprese dalla Sordi, propenderebbero per identificare, considerata la natura criptografica della citazione, lo eis éteron tópon degli Atti proprio con la città di Roma. L’indicazione del 42, come anno di arrivo nell’Urbe del rappresentante dell’Ecclesia ex circumcisione, è desumibile dal Chronicon di Eusebio di Cesarea (nella traduzione latina di Girolamo), mentre ulteriori e più antiche testimonianze di straordinaria importanza le troviamo ad esempio, tra il I e il II secolo, nell’esegesi cristologica del vescovo frigio Papia di Gerapoli, nelle Hypotyposeis di Clemente Alessandrino e nell’Adversus haereses di Ireneo. Ciò spiegherebbe, a mio avviso, lo straordinario attecchimento del logos cristiano ai tempi di Claudio in nuclei importanti della societas pagana, quando, secondo la stessa testimonianza di Clemente, la predicazione apostolica aveva luogo anche coram quibusdam Caesarianis equitibus.
Se dalla fonti letterarie classiche e cristiane, in verità qui citate solo parzialmente per ovvie ragioni spaziali, passiamo ad analizzare le testimonianze archeologiche, più diretti e convincenti (e univocamente accettati dal mondo scientifico e accademico) appaiono gli indizi sulla presenza petrina a Roma tra il 64 e il 67, sul martirio subito nel circo di Caligola e Nerone e sulla sua deposizione nella necropoli vaticana. Gli scavi sotto la confessione della basilica di S. Pietro, similmente a quelli condotti sull’Ostiense nella basilica di S. Paolo, hanno evidenziato, senza ombra di dubbio, l’esistenza di tombe venerate al centro del presbiterio, punto focale del culto dedicato ai principi degli apostoli, fondatori della Chiesa di Roma. Una situazione analoga a quella di tutte le altre basiliche martiriali dell’orbis christianus antiquus, in particolare quelle circiformi di età costantiniana, che documentano nell’Urbe la straordinaria esplosione del culto dei martiri e il suo rapido sviluppo attorno alle tombe che ne ospitavano le spoglie. Nel sepolcreto sub divo del colle vaticano la sepoltura petrina, datata al I secolo, era costituita da una semplice fossa terragna ricoperta con tegole, incredibilmente non obliterata come le altre ma isolata e rispettata nel frenetico seriore sviluppo della necropoli, a seguito della costruzione degli imponenti mausolei ancora oggi visibili nel complesso funerario. La straordinaria monumentalizzazione della tomba apostolica nel corso dei secoli, con il conseguente innalzamento dei livelli, ha sempre rispettato la focalità della primitiva sepoltura (sugli scavi e sull’interpretazione del graffito sul cd. muro rosso si vedano i resoconti e gli studi di Ferrua, Josi, Apollonj Ghetti, Kirschbaum e Guarducci). In merito all’esistenza delle tombe apostoliche una testimonianza chiara e incontrovertibile è quella tramandataci da Eusebio nella sua Historia Ecclesiastica (II, 25, 6-7) a proposito di una disputa, avvenuta al tempo di papa Zefirino (198-217), tra un presbitero della chiesa romana, di nome Gaio, e un tale Proclo, capo della setta dei Catafrigi. Nel discorso sui luoghi ospitanti le tombe dei principi degli apostoli, ritenuti dei veri e propri tropaia di vittoria (da assimilare, proprio come nel caso del Vaticano, alle tombe ad edicola, con frontone timpanato, che fungevano da copertura e da segnalazione di sepolture privilegiate) Gaio precisa al suo interlocutore: “Se vorrai recarti sul Vaticano o sulla via di Ostia, troverai i trofei di coloro che fondarono questa Chiesa”. E il monumento ad edicola che nel IV secolo fu isolato e inglobato in una grande cassa marmorea al centro della basilica costantiniana, come in un enorme reliquiario, era proprio quel “trofeo” che Gaio additava a Proclo come domus aeternalis dell’apostolo Pietro e che le indagini archeologiche degli anni Quaranta del secolo scorso identificheranno con assoluta certezza. Così come non ricordare, da ultimo, l’intensissimo culto in onore di Pietro e Paolo che, alla metà del III secolo, si sviluppò sulla via Appia nella cosiddetta Memoria Apostolorum, presso la basilica di S. Sebastiano, frutto probabilmente di una momentanea traslazione dei loro corpi dalle tombe originarie dell’Aurelia e dell’Ostiense. L’ampia documentazione letteraria che abbiamo su tale fenomeno è stata pienamente confermata dalle risultanze archeologiche, così come il palinsesto di centinaia di graffiti invocanti Pietro e Paolo, che appaiono sulle pareti della cosiddetta Triclia, sono la palese testimonianza che tale stupefacente devozione potette avvenire solo in presenza delle spoglie degli apostoli o delle loro reliquie.
Nella seconda parte si affronterà la tematica sul Liber Pontificalis, sulle sue “contraffazioni” in connessione con il pontificato di Damaso e sulle falsificazioni simmachiane.

 

10/03/2009


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