CULTURA

 

LA PIU’ FASCISTA DELLE RIFORME

 

IL PRIMO SEGNALE LANCIATO ALLA SOCIETA’ ITALIANA DAL NUOVO GOVERNO

 

 

Così Mussolini definì la radicale opera di riordinamento e rinnovamento compiuta da Giovanni Gentile nella sua gestione del Ministero della Pubblica Istruzione negli anni dal 1922 al 1924.

 

Di ELENA FRANCHI

 

 

            “Salgo al governo dell’istruzione sorretto dalla mia antica fede nei destini della nostra civiltà e nell’anima della nostra scuola. Quanto maggiore la prova, tanto più grande fu sempre l’animo degli italiani a vincer se stessi, tanto più pronta la scuola a far suonare alta la voce ammonitrice e a dare l’esempio. Con questa fede chiamo intorno a me tutti gli insegnanti a lavorare con nuova lena per l’avvenire della patria” (1). Così Giovanni Gentile si rivolgeva alle autorità e ai capi di istituto all’indomani della sua nomina a Ministro dell’Istruzione Pubblica, carica che ricoprirà dal 31 ottobre 1922 al 1 luglio 1924. Un mese dopo, la Legge 3 dicembre 1922, n. 1601, gli conferirà la delegazione dei poteri che gli avrebbero consentito di dare avvio a quella serie di decreti noti sotto il nome di Riforma Gentile, attuata con collaboratori esperti e fidati.

            La più fascista delle riforme, nella definizione di Mussolini, era, come Gentile stesso aveva sostenuto in un’intervista al Corriere Italiano il 17 gennaio 1924, “tutta ispirata ad un alto concetto dello Stato, supremo moderatore ed organizzatore della vita nazionale, ed è al tempo stesso rispettosissima di ogni iniziativa particolare. E’ riforma a un tempo vigorosamente conservatrice e coraggiosamente rivoluzionaria”.

            La riforma toccava tutti i livelli del sistema. Nel campo dell’amministrazione scolastica, Gentile si impegnò a snellire la pesante burocrazia proprio nell’ottica della Legge 3 dicembre 1922, volta a riorganizzare i pubblici uffici, renderne più agili le funzioni ed a diminuirne le spese. Dal dicembre 1922 ogni ministro viene autorizzato a ridurre il personale e con il RR.DD 31 dicembre 1922, n. 1679 e 16 luglio 1923, n. 1753 prende forma la struttura del nuovo ministero della pubblica istruzione. Le direzioni generali passano da cinque a quattro, vengono istituiti i Provveditorati regionali, destinati a sostituire ed assorbire i preesistenti uffici scolastici provinciali; fra i compiti del ministro, quelli di promuovere l’insegnamento pubblico e l’educazione nazionale, di vigilare sulle scuole private a tutela delle istituzioni dello Stato, dell’ordine pubblico, della moralità e della cultura, di promuovere l’incremento delle arti belle e custodire il patrimonio artistico della nazione.

            Il Consiglio Superiore riacquistava la centralità delle competenze in ogni grado dell’istruzione, ma perdeva l’autonomia ed il potere che aveva nel sistema precedente, nonché l’eleggibilità dei suoi componenti; era formato da ventuno membri di nomina reale su proposta ministeriale, di cui dodici dovevano essere professori ordinari delle università e degli istituti superiori, tre per facoltà, ed i restanti venivano scelti fra persone con alti meriti scientifici e competenza nel settore dell’ordinamento degli studi.

            Ma il punto centrale della riforma, per lo stesso Gentile, riguardava il nuovo ordinamento dell’insegnamento medio stabilito con R.D. 6 maggio 1923, n. 1054.

            Nel suo discorso del 15 novembre 1923 al Consiglio Superiore ne aveva messo in evidenza i tre aspetti più innovativi: in primo luogo “la riforma dei programmi che abbiamo meditato con grandissimo scrupolo e che ho ferma fiducia, così come sono stati formulati, gioveranno a combattere vittoriosamente molti dei mali che si annidano nell’intimo e nell’anima stessa della nostra scuola: programmi rivolti a ridare agli insegnanti, individualmente e collegialmente, tutta la responsabilità dei metodi di insegnamento; cioè tutta la libertà; e a dare un contenuto serio alla cultura, a richiamare l’attenzione della forma sulla sostanza; della grammatica sul pensiero e sugl’interessi reali, umani, profondi dello spirito; della retorica sull’arte e sul pensiero” (2), in secondo luogo l’abbinamento di materie affini, in terzo luogo l’esame di Stato. E saranno proprio questi alcuni dei temi più criticati della riforma a che daranno vita a tutta una serie di “ritocchi” che si susseguiranno fino alla Carta della Scuola di Giuseppe Bottai.

 

 

Poche ma buone

 

         Gli esami di Stato con cui si apriva e si chiudeva ogni corso completo di studi, fino all’esame di maturità, erano la vera chiave di volta del sistema scolastico (3).

            Gentile aveva promesso poche scuole, ma buone, lasciando ampio spazio alle scuole private, dove sarebbero confluiti gli studenti esclusi dalla rigida selezione della scuola pubblica. Licei classici, istituti tecnici ed istituti magistrali avevano scuole preparatorie specifiche; l’unico liceo che dava accesso a tutte le facoltà universitarie era nuovamente il classico, mentre allo scientifico erano precluse Giurisprudenza e Lettere e Filosofia. Dal liceo classico, cuore privilegiato della riforma, sarebbe quindi nata la classe dirigente della nazione.

            Fra le novità più criticate c’erano la scuola complementare di tre anni, senza sbocchi e fine a se stessa, destinata a completare gli studi della scuola elementare, e lo sfortunato liceo femminile, presto destinato a scomparire, che si proponeva di completare l’educazione di quelle ragazze che non avessero voluto studiare negli studi magistrali, volti alla formazione dei maestri elementari.

            Una novità fondamentale riguardava i programmi, non più di insegnamento, ma di esame: all’insegnante si indicava la meta da raggiungere, ma gli si lasciava la libertà del percorso da seguire. E in un momento di riforme scolastiche, com’è quello attuale, in cui l’autonomia sembra essere al centro degli interessi (autonomia delle scuole nel fornire un’offerta formativa, di adeguarsi alle esigenze dell’ambiente, di modificare i programmi, di darsi un orario ed eventualmente un proprio calendario scolastico) non si può non notare come questi principi fossero già potenzialmente presenti nella riforma del ’23. Con tutti i disagi, comunque, che questa poteva comportare (e, probabilmente, comporterà) nel caso di trasferimenti di studenti o di insegnanti da una scuola all’altra.

            L’insistenza con cui i programmi raccomandavano agli insegnanti di curare lo sviluppo dell’intelligenza degli allievi avrebbe dovuto eliminare il problema del sovraccarico di nozioni enciclopediche. Grande importanza viene attribuita all’educazione fisica, di competenza dell’Ente Nazionale per l’Educazione Fisica dotato di un bilancio proprio. Da notare inoltre, finalmente, l’ingresso ufficiale nel liceo classico (e nel liceo femminile) della storia dell’arte, dopo anni di sperimentazioni compiute in tutta Italia fin dagli ultimi anni dell’Ottocento.

            L’abbinamento delle cattedre avrebbe portato ad una riduzione del numero degli insegnanti, modo con cui gentile sperava di riavvicinare gli studenti ai docenti. Il provvedimento suscitò molte critiche in quanto comportava la necessità che gli insegnanti si preparassero velocemente anche nelle nuove materie che erano tenuti ad impartire. I professori vennero inoltre sottoposti ad una selezione più severa ed il loro rendimento controllato, con relazioni annuali, dal preside della scuola. In compenso il loro stipendio, come quello dei maestri elementari, era stato migliorato.

            Da ricordare, infine, l’interesse dimostrato per l’ambiente scolastico e per il materiale didattico e scientifico (la cui carenza rimaneva un grosso ostacolo per lo svolgimento di alcune lezioni) fra cui rientrano ufficialmente anche le biblioteche scolastiche, possibilmente divise in biblioteca dei professori e biblioteca degli alunni, oltre al tentativo di introdurre anche la cinematografia nelle scuole.

 

 

Libertà didattica

 

         Con R.D. 30 settembre 1923, n. 2102 ha inizio la riforma delle università, a cui Gentile intendeva assegnare autonomia sia nella ricerca che nell’amministrazione. All’art. 1, infatti, leggiamo: “Le università e gli istituti hanno personalità giuridica e autonomia amministrativa, didattica e disciplinare, nei limiti stabiliti dal presente decreto e sotto la vigilanza dello Stato esercitata dal ministero della pubblica istruzione”.

            Assolutamente innovative erano l’idea della libertà didattica e del seminario di studi e quindi del lavoro di gruppo, anche se, per le critiche, questa autonomia veniva ridotta dall’ampiezza dei poteri ministeriali.

            Le università statali venivano divise in due categorie: quelle indicate nella “tabella A” erano totalmente a carico dello Stato, quelle nella “tabella B” venivano mantenute con convenzioni fra lo Stato ed altri enti, anche privati.   

         Gli studenti non accolsero favorevolmente le novità e diedero vita ad agitazioni e scioperi, anche perché la riforma, considerando il carattere scientifico degli studi superiori, assegnava a lauree e diplomi un esclusivo valore di qualifica accademica, costringendo poi i laureati ad un ulteriore esame, quello di abilitazione, per l’insegnamento e per l’esercizio delle varie professioni.

            La riforma dell’istruzione primaria, preceduta da un’inchiesta, inizia con il R.D. 1 ottobre 1923, n. 2185. Era stata affidata al noto pedagogista siciliano Giuseppe Lombardo-Radice, la cui presenza aveva suscitato grandi speranze fra i maestri. La situazione si presentava, infatti, nonostante i provvedimenti dell’inizio del secolo, ancora drammatica.

            L’obbligo scolastico è portato fino a 14 anni, l’istruzione elementare viene suddivisa in tre gradi: preparatorio, inferiore e superiore, includendo così per la prima volta anche l’educazione prescolastica (scuola materna) nell’insegnamento elementare, con un carattere prevalentemente ricreativo. Tutto, per Lombardo-Radice, doveva essere svolto ad incoraggiare la spontaneità e lo sviluppo personale ed espressivo del bambino e a correggere gradualmente i pregiudizi e le superstizioni popolari. Anche i programmi per la scuola elementare lasciavano il maestro libero di scegliere il percorso più adatto per raggiungere la meta prefissata; così come l’orario ed il calendario scolastico potevano adeguarsi alle necessità locali. Fondamentale era infatti il rapporto con l’ambiente territoriale della scuola per fare apprezzare all’alunno il contributo della sua regione alla nazione, così come il dialetto poteva diventare punto di riferimento per lo studio della lingua italiana.

            La storia e la geografia erano principalmente volte all’attualità, con attenzione anche per i paesi verso cui si dirigevano maggiormente i flussi migratori della regione; grande importanza veniva attribuita all’igiene ed alla ginnastica, così come all’educazione estetica, ma il vero fulcro, “fondamento e coronamento” dell’istruzione elementare era l’insegnamento della religione cattolica, affidata ai maestri elementari, da cui potevano essere esentati i bambini i cui genitori volessero provvedere personalmente. Dalle preghiere più semplici si passava alle nozioni di dottrina cristiana, ai racconti dei Vangeli, alla morale ed ai sacramenti, non intesi come arido dottrinarismo, ma come indicato da Gentile in una circolare del gennaio 1924, “poesia e quasi canto della fede”.

            Questo aspetto della riforma fu aspramente criticato dalle sinistre, e non fu l’unico. Al malumore di una parte della classe insegnante, chiamata con l’abbinamento delle cattedre ad un maggiore carico di lavoro, si sommavano le critiche del mondo scientifico per lo scarso peso assegnato al loro settore, importante per lo sviluppo di una società industriale, e quelle del mondo cattolico per il contenuto dei programmi di esame. Le famiglie avevano protestato per l’eccessiva durezza degli esami di stato (4) e per l’impossibilità di iscrivere i propri figli alla scuola media per carenza di posti. In Critica Fascista un docente dell’università di Napoli, Giuseppe Zodda, critica la riforma appoggiata, invece, dal giornale: “l’uscio della scuola media verrà a chiudersi in faccia ad un grandissimo numero di alunni” (5). Le critiche fasciste alla riforma, come ricorda Michel Ostenc, vertevano proprio sul fatto che molte vittime della selezione gentiliana erano gli studenti della piccola borghesia, ceto molto vicino al fascismo.

            Il 31 dicembre 1923 è la data di scadenza dei “pieni poteri” di gentile, nell’ambito di scadenza della delega al governo del Re, secondo la già citata Legge 3 dicembre 1922, n. 1601. Il ministro presenterà le sue dimissioni, accolte con decreto datato 1 luglio 1924 (6). Mussolini concorda con lui il nome del successore e di fronte al rifiuto di benedetto Croce viene scelto Alessandro Casati, vice presidente del Consiglio Superiore. Quando Casati lascia il ministero verrà ancora consultato Gentile. Balbino Giuliano non accetta; verrà quindi nominato Pietro Fedele, professore universitario ostile alla riforma.

            I programmi verranno ritoccati, cambieranno alcuni orari e, soprattutto,già nel 1924 l’opinione pubblica chiede indulgenza per i numerosi candidati bocciati alle due sessioni di esame.

            Dall’estero, in compenso, erano giunti molti commenti favorevoli, come nel caso del supplemento dedicato all’educazione del Times del 22 marzo 1924 che sottolineava la condizione in cui venivano a trovarsi gli insegnanti, obbligati ad aggiornare la propria educazione non con manuali o libri di sintesi, ma immergendosi direttamente nelle sorgenti della cultura della nazione, delle sue tradizioni, della religione, della scienza, della letteratura immortale e dei suoi capolavori artistici. E in un momento in cui l’attuale riforma pare tendere ad un livellamento del sapere, non è inopportuno ricordare che fra gli otto peccati capitali della nostra civiltà Konrad Lorenz poneva, accanto all’indottrinamento, anche la demolizione della tradizione, la perdita della capacità di conservare la conseguente disgregazione del patrimonio culturale.

 

 

NOTE

 

1)                  Giovanni Gentile, “La riforma della Scuola in Italia”, in Opere Complete .Scritti Pedagogici, vol. XLI, Milano-Roma, 1932, p. 1. Per un approfondimento sulla scuola italiana durante il fascismo vedi Jurgen Charnitzky, Fascismo e Scuola, Firenze, la Nuova Italia, 1996 e Michele Ostenc, La scuola italiana durante il fascismo, Roma-Bari, Laterza, 1981.

2)                  Consiglio superiore della Pubblica Istruzione, Processi verbali delle adunanze dell’anno 1923, p. 129; conservati al Ministero della Pubblica Istruzione.

3)                  Per quanto riguarda gli esami di maturità, la commissione, nominata dal ministro, doveva essere costituita per almeno due terzi da professori di scuola di secondo grado; per non più di un terzo da professori universitari o liberi docenti. Alla commissione così costituita si doveva aggiungere un insegnante appartenente a scuola privata o persona estranea all’insegnamento. Nel corso del tempo la composizione della commissione per gli esami di maturità subì molti ritocchi.

4)                  La riforma era entrata in vigore immediatamente, senza alcun regolamento di transizione.

5)                  Giuseppe Zodda, “La scuola media e il fascismo”, Critica Fascista, n. 3, 15 luglio 1923, p. 55.

6)                  Dato tratto da Il Parlamento Italiano 1861-1988, vol. xi, 1923-1924, Milano, Nuova Cei, 1990.

 

13/02/2007


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