CULTURA

 

REGISTI ITALIANI


Francesco Rosi “Le mani sulla città”.


Dopo essere stato assistente alla regia per dieci anni dei maggiori registi del dopoguerra, come Luchino Visconti, Francesco Rosi aveva esordito nel cinema nel 1958 con ‘’La sfida’’, dopo aver studiato giurisprudenza, fatto l’illustratore di libri per bambini, lo speaker a Radio Napoli, iniziato nel 1946 la sua attività teatrale in cui strinse amicizia con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Rosi (Napoli, 15-11-1922) inaugurava il filone del cinema politico, di denuncia sociale, di impegno civile, volto ad indagare dietro la facciata degli avvenimenti, a scovare scandali, a segnalare le collusioni politiche, a far luce sulla verità. Il cinema-inchiesta di Rosi culminò nel 1963 dirigendo da solo ‘’Le mani sulla città’’, scrivendone il soggetto e sceneggiandolo con gli scrittori partenopei Raffaele La Capria, Enzo Forcella, Enzo Provenzale, con musiche di Piero Piccioni. Il film capolavoro, Leone d’oro al Festival di Venezia 1963, fu interpretato da Rod Steiger in persona del costruttore edile Edoardo Nottola, Salvo Randone come de Angeli, Guido Alberti come Maglione. Steiger torna su un suo personaggio di qualche anno prima, essendo stato il protagonista di uno dei film più belli dedicati da Hollywood alla criminalità organizzata, interpretando magistralmente il ruolo di Al Capone. La didascalia che accompagna le immagini iniziali del film recita: ‘’I personaggi e i fatti sono immaginari, autentica è invece la realtà che li produce’’. È una denuncia con coraggio delle collusioni esistenti tra i diversi organi dello Stato e lo sfruttamento edilizio a Napoli. In una città del sud d’Italia che non viene mai menzionata ( Napoli, come si evince dalle panoramiche, problematiche, dall’accento dei protagonisti e da un’enorme pianta della città che campeggia nell’ufficio di Nottola ) della fine anni ’50, si descrivono sullo sfondo di una città da ricostruire, le vicende immaginarie ma verosimili di un consigliere comunale di ideologia comunista, De Vita, e di uno spietato impresario edile, Nottola, in lizza per diventare assessore e bramoso di grandi speculazioni. All’inizio Nottola guarda il paesaggio, indica i palazzi sullo sfondo e dice ai suoi collaboratori che la città si sta muovendo verso una data direzione, che è quella stabilita dal piano regolatore. Loro sono su un terreno ad uso agricolo, e l’idea è quella di comprare la terra, cambiare il piano regolatore per deviare la crescita della città su tale terreno e costruirvi, guadagnando con il cambio di destinazione d’uso 70 volte tanto la spesa. Nottola è un personaggio spregiudicato che ricopre un doppio ruolo, in quello che si potrebbe considerare conflitto d’interessi. È costruttore edilizio e un consigliere comunale della città, e porta avanti il suo piano di speculazione edilizia che cambierà per sempre il volto della città.
In un quartiere degradato della vecchia Napoli, un palazzo fatiscente, fatto erigere da uno speculatore, consigliere della giunta, crolla a causa dei lavori di demolizione, condotti dalla sua impresa, ad esso adiacenti, con un solo muro in comune con un altro edificio ancora abitato, causando due operai morti e un bambino resta ferito, perdendo le gambe
Scoppia lo scandalo, e i politici di sinistra accusano : dietro a tale tragedia non c’è il destino, ma Edoardo Nottola, consigliere comunale e costruttore edile, con il figlio che lavora all’ufficio comunale per le opere pubbliche. Responsabile del disastro, l’imprenditore edile Edoardo Nottola, che gode di libertà ed impunità totali, viene coinvolto in un’inchiesta da cui esce senza ripercussioni giudiziarie, compromesso agli occhi del partito di Destra borghese di cui è consigliere comunale. I colleghi di partito lo abbandonano e il suo nome alle elezioni viene ritirato, ma Nottola, inflessibile e arrogante, attinge ad ogni risorsa del suo potere e, spalleggiato da alcuni consiglieri corrotti, diviene il primo candidato nel gruppo di Centro. Solo l’opposizione di Sinistra sembra decisa a contrastare la prepotente ascesa del costruttore: a guidarla è il consigliere dell’unica opposizione allora vigente, data l’eclissi di un M.S.I. colluso con i poteri forti fido-americani, il comunista De Vita che, interpretato da un vero deputato del P.C.I. Carlo Fermariello, dopo accurate indagini, porta alla luce il coinvolgimento di Nottola e dei suoi lacchè alla conquista di un appalto su cui poggiano cospicui interessi economici e politici, li inchioda alle loro responsabilità, ma fallisce miseramente. La sua integrità morale e l’avere la schiena dritta, differentemente dai suoi avversari del centro-destra e dai suoi colleghi di partito fedifraghi, non gli serve a nulla. Tutti quaquaraquà.
Il quartiere afflitto dal recente disastro subisce un‘ordinanza di sfratto che provoca la sommossa dei suoi occupanti, sfociando in duri scontri con le forze di polizia. Nonostante il malcontento popolare, i disordini dovuti al rovesciamento della maggioranza e la tenace resistenza dei suoi oppositori, Nottola otterrà la carica di assessore all’edilizia, provocando profonde fratture anche nella Destra, questa, con i suoi rappresentanti più compromessi e conniventi, tornerà ad appoggiarlo per il proprio tornaconto. Lo speculatore accresce il proprio potere dopo le elezioni e può varare i cantieri per un altro complesso fuorilegge, costruito grazie alla complicità sei suoi colleghi della giunta, che si spartiscono i guadagni, e benedetto dell’arcivescovo in persona.
L’ambientazione riproduce il clima di quegli anni, le tensioni e le lotte politiche tra una classe dirigente, irrimediabilmente compromessa con il potere economico, i cui interessi sono in contrasto con il bene pubblico, e l’opposizione, animata da passione politica e civile, la quale denuncia i crimini compiuti ai danni della collettività. Chi non ricorda la scena dell’incontro-scontro tra le due figure centrali del film, il cui pensiero e la cui individualità vengono obiettivamente colte dalla camera. Il costruttore Nottola che, sullo sfondo di una città ridotta in macerie, vanta l’ambizione di un ammodernamento della città e dice che costruire nuovi palazzi porterà una speranza alle persone che vivono in condizioni di indigenza e miseria, ma in realtà nasconde solo la brama di successo e ricchezza personali. La figura del consigliere De Vita che si staglia nella sua purezza, sullo sfondo di una candida parete bianca e lancia il suo grido di condanna contro l’ipocrisia di Nottola e di chi come lui rappresenta la parte marcia della politica e auspica l’avvento di un cambiamento rigeneratore per le sorti della città. Nottola alla fine vince su tutti, viene eletto assessore all’edilizia e, con la benedizione del vescovo, iniziando una nuoiva speculazione edilizia. Il film è una spietata denuncia della corruzione e della speculazione edilizia dell’Italia degli anni sessanta. Un lucido apologo sulla speculazione edilizia impostato in forma di dibattito, che si serve di ambienti naturali e di attori non professionisti, e che si schiera apertamente con il Partito Comunista contro il corrotto regime democristiano, una presa di coscienza politica condizionata più dagli eventi elettorali dell’epoca che dall’ispirazione artistica. Il cinema di Rosi continua ciò che il neorealismo aveva iniziato senza lasciarsi tentare dal deviazionismo spettacolare o sentimentale; sull’onda dei film giudiziari di Cayatte, dei polizieschi americani, dei grandi maestri sovietici del montaggio e i nuovi filosofi francesi del cinema – verità, ha inventata una forma cinematografica che è un thriller senza azione e a tesi; la sua è una visione piccolo-borghese della politica, i suoi film-inchiesta hanno aperta una delle strade più battute dal cinema italiano.


ANTONIO ROSSIELLO

 

18/05/2009


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