CULTURA 2010

Per la libertà della corrida: le ragioni di una festa crudele


Vargas Llosa: «Vietarla sarebbe un’enorme perdita per l’arte, la tradizione e
la cultura nella quale sono nato»

L’intento di proibire le corride di tori a Barcellona ha avuto ripercussioni
in mezzo mondo e, nel mio caso, nelle ultime settimane mi ha coinvolto in
polemiche in difesa della festa dei tori in tre Paesi diversi, davanti agli
infuriati detrattori della tauromachia. La discussione più accesa è avvenuta
nella notte di Santo Domingo — una di quelle sere stellate, di brezza soave,
che danno ristoro al viaggiatore nella canicola del giorno —, nel cuore della
Città Coloniale, nella terrazza di un ristorante da cui non si vedeva il mare
vicino, ma lo si poteva ascoltare. Qualcuno ha lanciato la discussione e la
signora a capotavola, fino a quel momento un modello di gentilezza,
intelligenza e cultura, si è trasformata. Tremante d’indignazione, ha
cominciato a inveire contro coloro che godono di questo indicibile spettacolo
di pura barbarie, erede di atrocità come quelle che infervoravano le
moltitudini nei circhi romani e nelle piazze medievali in cui si bruciavano gli
eretici.

Quando io le ho assicurato che la delicata aragosta che lei stava facendo
fuori in quello stesso istante e con evidente diletto era stata vittima, prima
di finire sul suo piatto e tra le sue papille gustative, di un trattamento
infinitamente più crudele di un toro da combattimento in un’arena, e senza la
benché minima possibilità di rifarsi sferzando una stoccata al perverso cuoco,
temevo che la gentildonna mi avrebbe schiaffeggiato. Ma la buona educazione ha
prevalso sulla sua ira e si è limitata a chiedermi prove e spiegazioni. È
rimasta ad ascoltare, con un sorriso annichilente che le serpeggiava tra le
labbra, di come le aragoste in particolare, e i crostacei in generale, vengono
tuffati vivi in acqua bollente, dove vengono arsi a fuoco lento perché, a
quanto pare, patendo quel supplizio la loro carne diventa più saporita grazie
alla paura e al dolore che provano.

E senza darle tempo di replicare, ho aggiunto che il granchio degustato da un
altro dei commensali probabilmente era stato mutilato di una delle sue chele e
restituito al mare, così che l’altra potesse crescergli in modo elefantiaco e
placare meglio così gli appetiti degli amanti di un tale manicaretto.
Giocandomi la vita — perché a quel punto gli occhi della signora in questione
denunciavano intenzioni omicide — ho aggiunto qualche altro esempio dei più
indescrivibili supplizi cui sono sottoposti infinità di animali terrestri,
volatili, fluviali e marini per soddisfare le fantasie degli esseri umani. E ho
concluso chiedendo alla signora se lei, coerente con i suoi principi, sarebbe
stata disposta a votare in favore di una legge che proibisse per sempre la
caccia, la pesca e ogni forma di utilizzo del regno animale che comportasse
sofferenza.

La sua prevedibile risposta è stata che una cosa è uccidere animali per
mangiarseli e potersi così sostentare e vivere, un diritto naturale e divino,
diverso è ucciderli per puro sadismo. Le ho domandato se per caso avesse mai
visto nella vita una corrida di tori. Ovviamente no e non l’avrebbe mai fatto
anche per un miliardo. Le dissi che le credevo e che certamente né io né nessun
patito della festa dei tori avrebbe mai obbligato né lei né nessun altro ad
assistere a una corrida. E che l’unica cosa che chiedevamo era una forma di
reciprocità: che lasciassero decidere a noi se andare o meno a vedere i tori,
nell’esercizio della stessa libertà che lei metteva in pratica mangiandosi
aragoste bruciate vive o granchi mutilati o indossando cappotti di cincillà,
scarpe di coccodrillo o collane di ali di farfalla.

Le ho spiegato che la corrida, per alcuni, può rappresentare una forma di
alimento spirituale ed emotivo tanto intenso e arricchente quanto un concerto
di Beethoven, una commedia di Shakespeare o un poema di Vallejo. Nessuno può
negare che la corrida di tori sia una festa crudele. Ma non lo è meno di altre
infinite attività e azioni umane che riguardano gli animali, ed è una grande
ipocrisia concentrarsi proprio sulla prima, e dimenticarsi od ostinarsi a non
vedere queste ultime. Chi vuole proibire la tauromachia, in molti casi, e
adesso nel caso di Barcellona, lo fa solitamente per ragioni che hanno a che
fare più con l’ideologia e la politica che con l’amore verso gli animali.

Il toro da combattimento fino al momento in cui entra nell’arena è
probabilmente l’animale più accudito e meglio trattato del creato, come hanno
constatato tutti quelli che si sono presi la briga di visitare un allevamento
di tori da corrida. Ma queste ragioni valgono poco o niente, di fronte a chi, a
priori, proclama il proprio rifiuto e condanna una festa in cui scorre il
sangue ed è presente la morte. Certo, è un suo diritto. Come lo è quello di
muovere tutte le campagne possibili e immaginabili per convincere la gente a
rinunciare ad assistere alle corride così che queste, per assenteismo,
finiscano per languire fino a scomparire del tutto. Potrebbe succedere. Io
credo che sarebbe un’enorme perdita per l’arte, la tradizione e la cultura
nella quale sono nato; ma se deve avvenire così — nel modo più democratico,
quello della libera scelta dei cittadini che votano contro la festa smettendo
di andare alla corrida —bisognerebbe accettarlo.

Ciò che è intollerabile è il divieto, una cosa che mi sembra tanto illecita e
tanto ipocrita come lo sarebbe proibire di mangiare aragoste o gamberetti con
la motivazione che non si devono far soffrire i crostacei (ma i maiali, le oche
e i tacchini invece sì). La restrizione della libertà che questo implica, l’
imposizione autoritaria nell’ambito del piacere e della passione, è una cosa
che mina un fondamento essenziale della vita democratica: quello della libera
scelta. La festa dei tori non è un’attività eccentrica e stravagante, marginale
per il grosso della società, praticata da infime minoranze. In Paesi come
Spagna, Messico, Venezuela, Colombia, Ecuador, Perù, Bolivia e nel sud della
Francia è una tradizione antica, profondamente radicata nella cultura, un
marchio di identità che ha segnato in modo indelebile l’arte, la letteratura,
gli usi, il folklore, e che non può essere estirpata con fare prepotente e
demagogico, per ragioni politiche di corto orizzonte, senza ledere
profondamente le conquiste della libertà, principio centrale della cultura
democratica.

Vietare le corride, oltre a un oltraggio alla libertà, è anche giocare a fare
finta, rifiutarsi di vedere a viso aperto quella verità che è inseparabile
dalla condizione umana: che la morte ronza intorno alla vita e finisce sempre
per sconfiggerla; che, nella nostra condizione, entrambe sono sempre intente in
una lotta permanente e che la crudeltà — ciò che i credenti chiamano il peccato
o il male— fa parte di essa, ma anche così la vita può essere bella, creativa,
intensa e trascendente. Proibire i tori non attenuerà in nessun modo questa
verità e, oltre a distruggere una delle manifestazioni più audaci e
appariscenti della creatività umana, riorienterà la violenza ristagnata nella
nostra condizione verso forme più crude e volgari, e magari verso il nostro
prossimo. In effetti, perché inferocirsi contro i tori se è molto più eccitante
farlo con i bipedi in carne e ossa che, per di più, strillano quando soffrono e
in genere non hanno corna?

Traduzione di Francesca Buffo © El País
 

 16/10/2010


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