CULTURA 2010

Claude Chabrol e le donne

Carattere freddo all’apparenza Claude Chabrol non fu mai direttamente coinvolto, rimanendo sempre distante dai suoi personaggi, dalle loro vicende, tanto da costituire il suo un cinema "oggettivo", una forma cinematografica che, nel rifiuto dell'intreccio, trova la ragione per costruire un variegato catalogo di profili e animi umani. Amava la vita, la buona cucina ed odiava il superfluo nello stile cinematografico. Fautore del principale movimento di rivoluzione linguistica ed autoriale degli anni sessanta, promotore di una poetica di spietata analisi psicologica dei suoi personaggi e di critica dei riti borghesi e provinciali, era preda di un grave dubbio quando dichiarava che per tutta la vita temette di essere uno dei suoi borghesi descritti, ma non lo era perché non amava ciò che loro amano: il denaro e le decorazioni.
Edonista nei suoi ritratti feroci, dall’interno, dei miti borghesi aveva talento personale e intuito commerciale. Identica maniacalità e autoironia nello scrutare fino ai limiti le istituzioni sacre. La qualità che il maestro Chabrol prediligeva nelle donne era l’intelligenza, amava le rose ed i fiori delicati. Questo comportava un tratto del suo carattere: la pazienza…o l’indifferenza, a seconda che li si osservi in modo positivo o negativo. Grazie ai soldi ereditati dalla sua prima moglie, la ricca ereditiera Agnès Marie-Madaleine Goute, aveva fondato nel 1958, insieme a Jacques Rivette ed altri, una casa di produzione cinematografica, avviando la Nouvelle Vague con il suo film d’esordio ‘’Le beau Serge’’, storia intimistica debitrice del cinema americano, stilisticamente acerbo rispetto ai successi manifesti-cult del movimento. Dal 1952 al ’64 durò il sodalizio matrimoniale da cui nacque il figlio Matthieu (’56), compositore musicale che aveva inciso nei film di suo padre.
Il cinema di Chabrol disegna le psicologie con tinte forti, raccontando con finezza la cattiveria umana, in lontane cornici provinciali relazionandosi prima ad Alfred Hitchcock, poi allo scrittore belga Georges Simenon. Analizza il male dalla nascita, seguendone i suoi progressi, le sue evoluzioni, nei cartteri femminili di cui poi, con la sua direzione, favorito dalla scelta e disponibilità di grandi attrici, disaminava in nuce ogni sfaccettatura. Fra ‘’noir’’ e teatro della crudeltà. Lo strazio dell’animo esaminato con intelligenza alberga nell’animo femminile dando una patina di misoginia alla cratività del regista, che sfoga nei fotogrammi inconsciamente i suoi contrastanti impulsi e desideri reconditi ed arcani di uomo. Nella vita Chabrol invece amò molto la donna proprio per quel senso di incompletezza naturale, specula re all’uomo, che affascina e che solo nella copula sinergica di spirito e corpo trova la sua vera realizazione.
Nel 1960 girò il suo preferito ‘’Les bonnes femmes’’, storia di violenza ed ossessione sessuale atipica, non suspense, ma paura e orrore, quattro giovani donne lavorano in un negozio francese e il sogno di fuggire ovunque e senza meta ma con avventure che finiscono malignamente; nel ’63 ‘’Ophélia’’, nel ’65 ‘’Marie Chantal contre le docteur Kha’’, nel ’68 ‘’Les biches’’, un elegante thriller psicologico in cui un estraneo, Paul, scompiglia la relazione lesbica tra due donne.
Dopo l’esultanza della critica circa i suoi primi film, meno del pubblico, negli anni sessanta con i film più commerciali come ‘’Le tigre aime la chair fraiche’’ nel 1964, la cui sceneggiatura fu scritta dall’attrice Stéphane Audran, pseudonimo di Colette Suzanne Jeannine Dacheville (1932), già moglie di Jean-Louis Trintignant,poi sua seconda moglie, dal 1964 al 1980, da cui ebbe il figlio Thomas (’63), attore che apparve in molti di suo padre. La Audran fu il suo doppio luminoso sullo schermo, soprattutto nella trilogia criminale da femme noir, ‘’La femme infidèle’’, un uomo Charles colpisce un conoscente quale seduttore possibile di sua moglie Hélène; ‘’Que la bête meure’’ (’69), ‘’Le boucher’’ (’70), che secondo il critico Giuseppe Turroni restano il vertice della sua arte. Audran fu anche interprete (Alice Sénéchalnel) ’72 del film di Luis Buñuel ‘’Le charme discret de la bourgeoisie’’, un surreale, anzi assurdo, un’opera senza trama: serie di sogni centrati intorno a sei persone della classe media e i loro costantemente interrotti tentativi di fare una cena insieme seduti attorno ad una tavola elegante. giungono dai padroni di casa per scoprire che sono arrivati una notte sbagliata. Una arguta e sardonica critica al mondo borghese. Due coppie amiche della borghesia parigina e la sorella di una delle due donne, che beve, insieme ad un diplomatico dell’immaginaria repubblica delle banane di Mirando, tentano di organizzare una cena che, per vari motivi, non avrà luogo: un’incomprensione sul giorno dell’invito, un ristorante in cui si assiste alla veglia del proprietario morto, le manovre dell’esercito nel giardino dei padroni di casa, ecc. Sogno e realtà formano un mélange indissolubile secondo i ‘’canoni’’ della tradizione surrealista. Una borghesia meschina e viziosa denigrata ironicamente. Gentlmen che dietro il culto del galateo nascondono segreti grotteschi: relazioni d’amore clandestine, traffici di stupefacenti. Un linguaggio cifrato della borghesia, fatto di gentile ipocrisia. Un film non logico e razionale ma con contraddizioni accettate, disvelando un’atmosfera onirica surrealista. Una borghesia incapace di pensiero, senza dubbi, improduttiva e parassitaria, che cede alle proprie voglie animalesche e banali con le sue fondamenta protettive (clero, esercito, polizia) conservatrice di sé stessa sulla base dell’inazione. Il suo potere è indissolubile con la sua impotenza.
Dal 1981 la terza moglie, Aurore Pajot alias Paquiss alias Maistre e in fine Aurore Chabrol, attrice e scrittrice di copioni, mentre i due figli Thomas e Mathieu facevano parte del suo staff di lavoro, dominato dall'operatore magico Jean Rabier. Negli anni settanta avvenne l’incontro con l’attrice-feticcio Isabelle Huppert (1955), sua sposa sullo schermo, che divenne una delle interpreti preferite dal regista, che cambiarono la vita artistica del cineasta. Nel 1978 ‘’Violette Nozière’’, una storia che avrebbe potuto diventare un drammatico film di denuncia ovvero una tragedia a toni vigorosi sull’ultima donna ghigliottinata in Francia. Chabrol controlla e smorza tutto e con il suo incedere, mai eccessivo, taglia un film perfetto addosso alla gelida Isabelle Huppert con cui girò nel 1988 ‘’Un affaire de femmes’’, che portò notorietà al regista. La Huppert nei decenni diede vita a una serie di volti angelici nel compiere efferatezze, fornite dalla cronaca, ma reinventate dal regista in maniera credibile e coinvolgente.
Affascinata dalla moda, attratta dalla recitazione al Conservatoire d’Art Dramatique, fece teatro e tv a 17 anni. Elegante, fascinosa, sensuale, interpreta donne misteriose, volitive e all’apparenza fragili, un’icona dalle mille sfaccettature interpretative, donna completa e coinvolgente, attrice dalle espressioni indimenticabili.
I film di Chabrol descrivono la provincia il cui apparente conformismo borghese serve a coprire un vaso di Pandora, colmo di vizi e odi. Nel 1991 ‘’Madame Bovary’’, nel ’92 ‘’Betty’’, nel ’94 ‘’L’enfer’’ con Emmanuelle Béart, lo strazio e la rivisitazione della gelosia; nel 2003 ‘’La fleur du mal’’, con Nathalie Baye, in cui marcio politico e marcio della politica sono in simbiosi; nel 2004 ‘’La demoiselle d’honneur’’, nel 2006 ‘’L’ivresse du puvoir’’ in cui la Huppert vestiva i panni del pubblico ministero Jeanne Charmant Killmann, incaricata delle indagini su un complesso caso di concussione e appropriazione indebita. Verrà coinvolto un importante gruppo industriale e l’establishment politico-economico francese, ma Jeanne si ritroverà sola contro tutti, anche contro sé stessa, e dovrà confrontarsi con l’ebbrezza del potere e il conseguente delirio-meccanico, compassato. di onnipotenza. Il film ricorda la figura della giudice Eva Joly, e l’affare assomiglia allo scandalo del petroliere ELF, come il presidente messo sotto inchiesta ricorda il vero, Le Floch Prigent, che soffre di allergie nella realtà. La Joly si è poi dimessa, dopo che su alcune parti dell’inchiesta fu posto il segreto di Stato, Le Floch fu condannato ed andò in carcere, ma non il ministro socialista corrotto, Roland Dumas, i giudici istruttori stanno per scomparire per legge, Eva Joly è parlamentare europea, nei verdi di Europe Ecologie.
Nel 2009 ‘’Bellamy’’ con Gerard Depardieu.
Chabrol anatomizza la classe media francese come fa un medico con un tocco sadico del bisturi o un farmacista con il bilancino mentre compone il farmaco. La suspense dei thriller è elegante e gelida, sotto rigidi codici sociali, ordine e fredda trasgressione. Nel dramma psicologico ‘’La cérémonie’’ (’95), ‘’l’ultimo film marxista’’ una governante Sophie alle dipendenze di una ricca donna Catherine Lelievre si vergogna del suo analfabetismo, e la sua amicizia con una donna autoctona Jeanne, interpretata da Isabelle Huppert, basata sul loro senso di insoddisfazione, la spinge verso l’ossessione e la violenza. Entrambi le donne nascondono oscuri segreti, Sophie è implicata nella morte di suo padre. La famiglia Lelievre disapprova questa truculenta amicizia, e la donna decide di rappresentare la loro vendetta. Jeanne è accusata dell’uccisione del suo bambino. Il film affrontava temi di classe, di risentimenti e tensioni sociali. Lo stile tagliente del tema è al servizio del divertimento vecchio stile.
La maniacalità nello scrutare fino ai limiti del consentito e della sfida il vivere e il morire borghesi, il disincanto rispetto alle ideologie bipolari della guerra fredda e degli orrori d'Algeria, il sarcasmo e l'autoironia rispetto alle istituzioni sacre, e il tono da esistenzialista estremo che condivise con il suo primo sceneggiatore, il suo «angelo nero» Paul Gegauff, maestro di ambiguità che sarà star nel biografico ‘’Un partie de plaisir’’ ('75). Claude Chabrol si è professato un libero «comunista». Non fu militante ortodosso, ma un intellettuale in cerca di nuova sinistra. La trovò prima nel covo anti-Pcf dei ‘’Cahiers du cinema’’, poi nel '68 quando partecipò alle lotte giuste per non far cacciare Langlois dalla Cineteca di Parigi, e per far cadere De Gaulle nel maggio o in ‘’Nada’’ (1974) dove cercò di indagare per primo la necessità del gesto di rivolta anarchico e la volgarità e comicità di un potere illegittimamente, ma democraticamente, dominante. Disciplinato cineasta, Chabrol esaminava l’ipocrisia della classe media e la vanità con un realismo microscopico superiore a ciò che il Maestro gestiva.
Il geniale Chabrol inquadrava il consueto milieu alto-borghese e stigmatizzava le leggi che ne governano dinamiche e gerarchie recondite. Sguardo lucido e camera crudele, si risolveva il tutto in un pessimismo trito: così va il mondo. Il complesso del suo cinema è un capolavoro, senza un capolavoro ‘’singolo’’; ciascuno confezionato onestamente senza pietà per nessuno, senza strillare e fuori dal coro. Verboso a volte, stile sobrio, una rigorosa costruzione dell’immagine nell’inquadratura, uno sguardo in linea con il rinnovamento in atto, senza esibizioni linguistiche, nella sua altalenante carriera tra alti e bassi, tra il giallo d’autore ed il melodramma con delitto, con incursioni nel cinema di ricostruzione storica. Negli anni della maturità rese asciutto il suo stile, vi lasciò l’essenziale per mostrare con la lente del genere le meschinità delittuose della piccola borghesia di provincia, descrivendo le ipocrisie della provincia borghese e l’ambiguità morale da cui nascono i comportamenti delittuosi.
In ‘’La cérémonie’’ (’95), caustica storia al femminile di delitti e vendette di classe, e ‘’Merci pour le chocolat’’ (2000), un elegante parabola moralistica contornata di sapienti citazioni cinefile, in cui la Huppert sublima il male quale simbolo di una necessità per studiare le influenze e le conseguenze nel cuore umano; il penultimo ‘’L’innocenza del peccato’’ (2007), piccolo capolavoro dalle atmosfere bunûeliane. Interessato al crimine, al delitto come tensione, con lo scopo di dimostrare la fragilità umana, interessato all’approfondimento della colpa come espressione della condizione umana. Non amava l’intreccio, vedendolo come un ingombro e prediligendo trame semplici che lasciassero spazio alla costruzione delle altri componenti del film. Chabrol si fa amare, testimone oculare di un'epoca indimenticabile e gloriosa per il cinema, che ha continuato con la sua arte, ad illuminare gli schermi del mondo portando con sé, nella sue immagini, il futuro di quei tempi. Il male non è facile espediente per determinarsi il successo ma una necessità per studiare le influenze e le conseguenze nel cuore umano, scevro da posizioni manichee, privilegiando lo studio e l’analisi di uno dei principali moventi degli uomini e della società che li determina.

Antonio Rossiello
 
 16/10/2010


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