CULTURA

 

Da Nietzsche a Evola: ovvero, dalla metafora al paradosso.

 

La “libertà”  intesa come la facoltà di dire anche le cose più sciocche e vane, di trattare in modo inconcludente ora questo ed ora quel soggetto, senza princìpi, come nelle conversazioni di un salotto di “signore”, noi non riusciamo proprio a concepirla. Appunto perché nell’ “ intellettuale” nostrano vi sono fin troppe tendenze all’individualismo, in questo dominio si dovrebbe agire con risolutezza chirurgica. [1]

 

Ci siamo abituati con Nietzsche: il pensiero del filosofo tedesco, per essere sottratto alle interpretazioni che lo vogliono precursore del nazionalsocialismo o comunque rappresentante del pensiero reazionario ed aristocratico, deve essere violentato, parola dopo parola, attraverso la lente deformante della “metafora”. Per gli esegeti del Nietzsche “libertario”, i richiami all’allevamento dell’uomo e all’esigenza dell’eliminazione dei malriusciti, il disprezzo per le dottrine egualitarie e socialiste e l’esaltazione dell’istituzione della schiavitù, altro non sarebbero che dolci metafore atte a svelare un pensiero “innocente”. Oltre all’adorata metafora, i calunniatori possono contare anche su altre deboli e inconsistenti argomentazioni, affinché si possa dirottare il filosofo dello Zarathustra verso i lidi angelici della filantropia, dell’umanitarismo e del pensiero “libertario”: l’esempio più illuminante è costituito dal puntuale richiamo all’esistenza di una “perfida” sorella, Elisabeth, la quale, rea di aver manipolato La volontà di potenza, avrebbe avuto in mente il famigerato piano di piegare il Nietzsche-pensiero agli scopi politici del nazionalsocialismo. Peccato che, come ha osservato Losurdo, La volontà di potenza  “è stata per la prima volta pubblicata quando il futuro Fuhrer è ancora un ragazzino: si direbbe dunque che, in tale complotto, la protagonista sia Elisabeth, che lo architetta con largo anticipo sulla nascita del movimento nazista!”[2]. Questo, per quanto riguarda Nietzsche. Lo stesso destino, purtroppo, rischia di investire anche il pensiero di Julius Evola. Lo spunto ci è stato dato dall’intervento di Gianfranco de Turris in risposta ad un articolo di Giovanni Belardelli, il quale, su Il Corriere della sera del 28 marzo 2007, recensendo un saggio di Giovanni Scipione Rossi sull’antisemitismo evoliano ( Il razzista totalitario, Rubbettino editore) - saggio che, nel momento in cui scriviamo non abbiamo ancora avuto modo di leggere -  sostiene che il razzismo spiritualista di Evola  fu “non meno determinista di quello a sfondo biologico[3].  Inoltre, rifacendosi al testo recensito, Belardelli ricorda come Evola “non abbia mai preso le distanze, dopo il 1945, dai propri scritti antiebraici continuando a rimanere fedele a posizioni razziste” e – così Belardelli – “ancora nel 1969, in un articolo sul Borghese  [ Evola ] formulava l’incredibile proposta che gli americani risolvessero il problema razziale sgomberando dai bianchi uno degli Stati minori dell’Unione per metterci tutti i negri statunitensi”. Proprio l’obiezione di de Turris a questo ultimo punto ha destato le nostre perplessità. Così de Turris: “La fine dell’articolo su il Borghese (3 gennaio 1969) riportata da Belardelli è monca: prima Evola cita il razzismo al rovescio dei negri nei confronti dei bianchi, e subito dopo afferma che mai gli americani di colore avrebbero accettato di trasferirsi in massa in Africa perché si trovavano troppo bene in Usa. Pare ovvio [questo il giudizio di de Turris su quanto scritto da Evola] che si tratta di paradossi che sono tipici del suo modo di scrivere”[4] ( sottolineatura mia). Ecco, dunque, la nuova arma utilizzata dai “critici” per sdoganare l’ennesimo scrittore non conforme: la scrittura paradossale! Non potendo essere scomodata la scusa della metafora, o le difficoltà interpretative che possono derivare dallo scrivere per aforismi, come nel caso di Nietzsche o, ancora, la sfortuna di avere avuto una sorella in “malafede” e “manipolatrice”, non è stato trovato di meglio che invocare un’ipotetica e improbabile scrittura paradossale del filosofo italiano. Là dove per Nietzsche si invocava la metafora, per Evola si invoca il paradosso.           

     Ma vediamo come prosegue Evola nello stesso articolo de Il Borghese sul problema del “tabù del negro”. Più che di fronte ad una scrittura paradossale, come vedremo, ci troviamo in presenza dell’incedere severo e lapidario che contraddistingue lo scrivere dell’Autore; uno scrivere che, in quanto a contenuto, non lascia spazio, a nostro avviso, a interpretazioni o fraintendimenti di sorta.      

    Così Evola: “ […] per quel che a noi interessa, è proprio ora di dire: Basta col negro, e di opporsi alla tabuizzazione del negro e ai corrispondenti cedimenti. Almeno, questo dovrebbe essere l’atteggiamento degli uomini di una vera Destra” [5]. Ancora, il filosofo denuncia che è “da segnalare l’impegno della televisione, che sa solo dire bene dei negri e non perde nessuna occasione per prenderne le parti con distorsioni di ogni specie, che proietta film americani dove si vedono negri in veste di giudici, di avvocati, di attori, di poliziotti e via dicendo, che arruola cantanti negri e mescola ballerine bianche con ballerine negre, tanto da assuefare il pubblico ad una comunanza bastarda non priva di pericoli dato il livello morale proprio, purtroppo, ad una parte così grande della nostra popolazione”[6]. Ancora, parlando dell’apartheid del Sud Africa, Evola si sorprende che questo venga visto come “un abominio”[7].

    Il problema del negro è trattato da Evola in un altro scritto, intitolato America negrizzata. Scrive l’autore: “Si assiste ad una negrizzazione, ad un meticciamento e ad un regresso della razza bianca di fronte a razze inferiori più prolifiche”[8]. Nella stessa pagina, Evola critica la democrazia in quanto accetta passivamente la mescolanza razziale, biasima il fatto che i negri abbiano “accesso libero a qualsiasi carica pubblica e politica”, paventa la possibilità che in futuro ci si possa aspettare un presidente negro degli Stati Uniti e mette in evidenza come nessuno abbia “nulla da eccepire che i negri mescolino il proprio sangue con quello del loro popolo [ degli USA ] di razza bianca”[9].

    Ancora, nello scritto in questione, viene nuovamente trattato, in nota, il tema dell’apartheid: “Si depreca il regime detto segregazionistico - quello dell’Apartheid - mentre è il solo ragionevole e che non fa torto a nessuno” [10]. Nella stessa nota ricompare l’esigenza – che de Turris traduce in paradosso - di un’emigrazione dei negri in uno Stato degli Usa: Evola, infatti, insiste sul fatto che uno Stato dell’Unione venga “sgombrato e ceduto per metterci tutti i negri statunitensi affinché questi non infastidiscano e contaminino nessuno”. Questa - parole di Evola - sarebbe la “soluzione migliore”[11]. Sempre procedendo per improbabili “paradossi”, Evola, pur precisando che “un sano razzismo non ha a che fare col pregiudizio della pelle bianca”, mette l’accento sull’importanza “di una gerarchia di valori, in base alla quale diciamo no ai negri, a tutto ciò che è negro e alle contaminazioni negre” e aggiunge che “le razze negre in tale gerarchia, stanno appena al di sopra dei primitivi dell’Australia”[12]. Da qui il giudizio di Galli secondo cui “le tesi evoliane per quanto concerne l’inferiorità strutturale di neri e aborigeni australiani, possono essere definite ‘razziste’ nell’accezione comune del termine”[13]. Un obiezione, questa, tutt’altro che semplicistica e che dovrebbe indurre allo studio sistematico di tutto ciò che Evola ha detto sulla questione razziale, senza fuorvianti e forzate difese di sorta.

    Come abbiamo potuto constatare, Evola parla di “razze inferiori”, vede negativamente il meticciamento sostenendo la pericolosità di una “comunanza bastarda”, auspica l’instaurazione dell’apartheid e parla di gerarchia di razze. Quest’ultimo concetto contraddice le tesi che sulla razza ha espresso Clauss, il quale difese la tesi che vuole che “ogni razza sia a se stessa il supremo valore”; assunto a cui Evola contrapporrà un razzismo che ha “in proprio una diversa verità, quella espressa […] dalle parole […] di Mussolini”, il quale sostenne la necessità di “una chiara severa coscienza razziale che stabilisca non soltanto delle differenze, ma delle superiorità nettissime”[14]. Correva il 1940 quando Evola scrisse queste parole. Alla fine degli anni sessanta, l’Autore, come abbiamo potuto notare dagli scritti sopra menzionati, non cambiò idea sul problema della gerarchia razziale, riproponendo l’idea formulata durante il regime fascista. Che poi, come precisa de Turris, Evola non abbia parlato di razzismo e antisemitismo nelle opere dirette ai giovani della ‘destra’ post-1945 e abbia dedicato all’argomento razza “solo tre libri sui trenta che aveva pubblicato”, ciò non è una motivazione plausibile per vedere il razzismo evoliano come un aspetto secondario della sua dottrina. Inoltre, che Evola abbia trattato l’argomento in soli tre testi non risponde a verità, in quanto l’Autore ha affrontato il problema razziale e la questione ebraica negli innumerevoli articoli che compaiono nelle riviste con cui collaborò come, per esempio, La Difesa della Razza, La Vita Italiana, Vita Nova. Circa il fatto che “nessuno mai ricorda come [Evola] avesse studiato e apprezzato l’esoterismo ebraico, la Kabbalah, e che spese parole d’elogio per i coloni israeliani che difendevano i loro possedimenti con le armi in pugno”, ciò ci appare come un fuorviante tentativo da parte di de Turris di adombrare le convinzioni evoliane sulla questione ebraica e l’antisemitismo.

     Infatti, se circa il problema ebraico, da un lato Evola sostenne che in Hitler “l’antisemitismo ebbe la parte di una vera idea fissa”[15] e di una paranoia, dall’altra, pur propugnando “un orientamento razzista differenziato dal carattere strettamente biologistico del razzismo tedesco”[16], affermò che “Per conto nostro, pensiamo che un antisemitismo non sia privo di ragione d’essere”[17]. In uno scritto apparso su La Vita Italiana, intitolato “Sulla genesi dell’ebraismo come forza distruttrice”, Evola indaga “gli elementi che, traendosi dalla Legge ebraica e dalle componenti non solo corporee, ma anche spirituali del popolo ebraico, a questo popolo hanno dato la sua particolare fisionomia e il suo <<stile>> e alle sue manifestazioni un carattere sempre corrosivo e distruttivo nei confronti di ogni cultura e società, che non sia appunto quella di Israele.” Corrosivo e distruttivo: questi gli aggettivi, si badi bene, usati da Evola, il quale, non nascose la convinzione che all’ebraismo “in fatto di morale e visione del mondo, è propria una precisa ripresa della nota dottrina della doppia verità […] per dei precisi scopi tattici[18], e che “l’elemento giudaico è fra le più importanti forze che alimentano il nemico oggi da noi combattuto[19], riallacciandosi, così, allo spettro “dell’ebreo onnipotente che incombe sull’Europa”[20]. Per cui, non sbaglia del tutto Germinario, nell’affermare che: “Nell’Evola razzista spirituale sono presenti pressoché tutti gli stereotipi circolanti da decenni nella letteratura antisemita e razzista, ritornati in auge proprio negli anni trenta con l’avvento al potere del nazismo”[21]. Per Evola, l’ebraismo “è una forza eternamente nemica”[22]: su questo, l’Autore non pare dare adito a dubbi. 

Il razzismo evoliano prende le mosse dall’esigenza di “porre totalitariamente il problema della razza” e di intendere “l’idea razzista come una idea effettivamente rivoluzionaria”, come qualcosa che deve essere “in primis et ante omnia, una concezione generale, una mentalità, qualcosa che investe tutte le manifestazioni culturali”[23].

Come già messo in luce da Di Vona, il razzismo evoliano oltre ad essere assolutamente coerente “con il suo orientamento tradizionale”[24], è espressione di una Weltanschauung e rimanda ad aspetti che nella dottrina di Evola sono di primaria importanza in quanto Evola “riferisce il razzismo alle dottrine delle due nature e degli stati multipli dell’essere; poi perché esso implica la teoria cosmologica dei cicli e la regressione delle caste, e perché, ammesse queste due teorie, Evola pretende che in piena e terminale età del ferro, mediante il razzismo ed un ritorno all’età degli eroi, sia possibile risalire all’indietro il corso della regressione delle caste, e ristabilire il predominio della razza solare, e con ciò un rapporto diretto col mondo non-umano e trascendente”[25]. Se a questo si aggiunge l’importanza del razzismo in quanto strumento di opposizione alle dottrine egualitarie e all’ideologia illuministico-democratica, all’universalismo, al razionalismo, all’individualismo e all’evoluzionismo; o, ancora, come elemento di individuazione delle élites, - concetti, questi, fondamentali nel pensiero evoliano - non possiamo che condividere la tesi secondo la quale il razzismo in Evola non era “una teoria secondaria e marginale del suo pensiero, un aspetto laterale che poteva anche essere trascurato, o anche espunto, senza conseguenze rilevanti per la comprensione generale delle sue idee”[26].

                                                                                                                               Ignazio Mele

 

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[1] J. Evola, “A proposito della carta stampata inutile”, in I testi de La Vita Italiana (tomo secondo), Edizioni di Ar, Padova, 2005, p.488.

[2] D. Losurdo, Nietzsche, il ribelle aristocratico, Bollati Boringhieri, Torino, 2004, p. 768.

[3] Non è nostra intenzione soffermarci su questo punto, abbastanza discutibile, e che tra l’altro è stato già trattato da Francesco Germinario. Per Germinario “Per quanto spiritualizzato, il razzismo evoliano perviene ai medesimi risultati cui era pervenuto il razzismo biologico, tanto criticato da Evola per il suo determinismo: essendo l’ebraismo una qualità attinente la cultura, l’anima, lo spirito dell’ebreo, piuttosto che il suo sangue, esso può pure essere abbandonato in quanto pratica religiosa, ma quest’abbandono non scalfisce l’ebraicità: siamo alla diabolica e perversa figura dell’ewige Jude rielaborata in versione spiritualistica. In questo modo l’ebraicità risulta ugualmente biologizzata, o comunque irrimediabilmente fissata, con tutte le conseguenze del caso. Con Evola – continua Germinario – la prospettiva del razzismo <<metafisico>>, <<astratto>>, <<spirituale>>, si consegna in ostaggio nelle mani del tanto criticato determinismo del razzismo biologico”. (F. Germinario, Razza del Sangue, Razza dello Spirito - Julius Evola. L’antisemitismo e il nazionalsocialismo    ( 1930-43), Bollati Boringhieri, Torino, 2001, p. 19.

[4] G. De Turris, “Evola non fu solo un filosofo razzista”, in Il Corriere della sera, 3 aprile 2007.

[5] J. Evola, “I tabù dei nostri tempi”, in Il Borghese, 30 gennaio 1969, ora in J. Evola, I testi di Totalità, il Borghese, la Destra, Edizioni di Ar, Padova 2003, pp. 98-100.

[6] Ibidem.

[7] Ivi, p. 99.

[8] J. Evola, “America negrizzata”, in L’arco e la clava, Edizioni Mediterranee, Roma, 2000, p. 39.

[9]   Ibidem.

[10] Ibidem.

[11] Ivi, p. 40.

[12] Ivi, p.41 ( in nota).

[13] G. Galli, Prefazione a Gianfranco De Turris, Elogio e difesa di Julius Evola, Edizioni Mediterranee, Roma, 1997,     p. 13.

[14] J. Evola, “Coscienza di razza e idea imperiale”, in I testi de La Vita Italiana , secondo tomo ( 1939- 1943 ), op.cit., pp. 200-201.

[15] J. Evola, Fascismo e Terzo Reich, sesta edizione corretta, Edizioni Mediterranee, Roma, 2001, p 205. Evola aggiunge che Hitler nella sua fissazione è stato, forse, vittima “di una delle tattiche di quella che altrove abbiamo chiamato la <<guerra occulta>>, tattica consistente nel far sì che tutta l’attenzione si concentri solo su un settore particolare dove agiscono le forze da combattere, distogliendola così dagli altri dove l’azione di esse allora può continuare quasi indisturbata”( Ivi.). Questo, per chiarire che le critiche alle tesi antisemite di Hitler non costituivano una presa di distanza di Evola dall’antisemitismo in quanto tale. E infatti qualche riga più avanti, Evola precisa che “con ciò non vogliamo dire che un problema ebraico non esista (…)”. ( ibidem. pp. 205-206 )

[16] F. G. Freda, “I tre gradi della dottrina della razza”, in Tradizione, periodico di studi e azione politica, anno I, n.2, ottobre-novembre, 1963, pp. 25-30. Ora in F. G. Freda, I lupi azzurri. Documenti del Fronte Nazionale, Edizioni di Ar, Padova, 2000, p. 15.

[17] J. Evola, Tre aspetti del problema ebraico, Edizioni di Ar, Padova, 1994, I edizione Ar 1978, p. 13.

[18] J. Evola, “Psicologia criminale ebraica”, in I testi de La Difesa della Razza, Edizioni di Ar, Padova, 2001, p. 67. Cfr. anche J. Evola, “Aspetti della “doppia verità” giudaica”, in I testi de La Vita Italiana (secondo tomo), op. cit. , pp.122-129.

[19] J. Evola, “La situazione del razzismo in Italia”, in I testi de La Difesa della Razza, op. cit., p. 255.

[20] J. Evola, “L’Internazionale ebraica e la profezia della nuova guerra mondiale secondo Ludendorff”, in I testi de La Vita Italiana  (primo tomo), op. cit. , p. 136.

[21]  F. Germinario, Razza del Sangue, Razza dello Spirito - Julius Evola. L’antisemitismo e il nazionalsocialismo ( 1930-43), op. cit. , p. 15.

[22] P. Di Vona, “Evola fra tradizionalismo e fascismo”, in  J. Evola, I testi de La Vita Italiana (primo tomo), op.cit., p. 41.

[23] J. Evola, “Andare avanti sul fronte razzista”, in I testi de La Difesa della Razza, op. cit., p. 158.

[24] P. Di Vona, Metafisica e politica in Julius Evola, Edizioni di Ar, Padova, 2000, p. 43.

[25] Ivi, pp. 47- 48.

[26] Ibidem. p. 43.

 

19/06/2007


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