CULTURA 2010

 

La rivolta della volontà

Premessa – Il dominio della finanza
Il gran sogno del XX secolo – Le due opposte visioni del mondo
I popoli europei nel corso della storia
Dal 1919 al 1922: Mussolini verso il potere
Conclusioni


Premessa
Gli uomini debbono conoscere la Storia per conoscere se stessi.
Che altro mai può dirci quello che noi siamo?
Tutte le altre forme di conoscenza, dalla filosofia alle scienze, possono offrirci un aspetto particolare della nostra essenza nel mondo e nel Cosmo, ma non ci dicono tutto sulla nostra natura.
La Storia, invece, ci dice la Verità: l’uomo è ciò che egli ha fatto.
Se i nostri padri, nella luce vivificante del sole o nella pallida luminosità lunare delle notti stellate, o tremanti nel vento e nei fulmini d’un torrenziale uragano, o affamati sulla gelida distesa di un ghiacciaio nudo d’ogni cibo, o reggendosi incerti sullo scrimolo dell’abisso nel tragico squasso d’un terremoto, ravvisarono in queste forze un Alto Potere da rendersi amico e protettore, è perché nel fondo della nostra psiche sta una indomabile tendenza alla religiosità.
Se gli uomini han sempre desiderato le donne e han procreato, se gli uomini han sempre amato i propri padri e i propri figli, se gli uomini non sono mai riusciti a vivere soli, ma han sempre cercato in un gruppo umano a loro geneticamente prossimo una solidarietà necessaria a sopravvivere nella essenziale comunità di una lingua prodotta e modellata insieme, è perché nella nostra natura, ineradicabilmente e ineluttabilmente, stava scritto così. Da infinite generazioni, nella gran maggioranza degli uomini, stava perentoriamente scritto dentro il nostro DNA.
L’uomo, giacché il suo DNA glielo permetteva, ha creato la cultura e la civiltà. Ha rispettato i suoi morti, ha affidato ai suoi figli il proprio futuro, ha narrato ai nipoti le proprie ardite esperienze.
La civiltà, come una patina gettata dalle religioni, dalle leggi, dalle credenze popolari sulla nostra più primitiva e più onesta natura, giace sull’uomo e ne influenza – in parte – i comportamenti, ma non modifica l’uomo nella sua essenza. E tuttavia lo aiuta a crescere e a moltiplicarsi.
L’uomo, sotto la spinta della sua natura e della sua civiltà, ha trovato nei popoli il mezzo per sopravvivere. E ha fatto la storia.
Se noi vogliamo conoscere la Storia – per sapere quanto nell’uomo c’è di nobile e quanto c’è di malvagio – dobbiamo ricostruire le vicende dei popoli e seguirne nei millenni le diverse, tragiche e allo stesso tempo sublimi, peculiari civiltà.
Per lunghi millenni i popoli han lasciato tracce di sé e della propria turbolenta presenza, delle proprie religioni, dei propri capi, delle proprie guerre, delle proprie rivoluzioni, delle proprie specifiche culture.
Alte e grandiose tracce in qualche caso, più modeste, o drammatiche, in qualche altro. E gli storici – con tutti i limiti dell’umana condizione – sulla base di quelle tracce o per diretta esperienza ne han cominciato a scrivere gli eventi: storie di re, di eserciti, di antiche leggi, di vittorie o di sconfitte, di durevoli paci, di coltivazioni di terre, di attraversamenti di fiumi, di mari perigliosamente affrontati, di città costruite e distrutte, di uomini vinti e uccisi, di nemici ridotti in schiavitù, di vincitori che dominavano nuove terre, di popoli migranti in cerca di conquista, di civiltà che crescevano. Sempre nei limiti della condizione umana – premuti dalle loro leggende, dai loro dèi, dai confini della loro conoscenza, dall’amore per i consanguinei, dal terrore dei propri nemici – hanno cercato, per lunghi secoli, di dire quel che a loro pareva la verità.
Ma la civiltà è cresciuta, e l’uomo ha scoperto il postulato di oggettività: è così nato il metodo scientifico, e con esso la nuova tecnologia. E con la tecnologia è nata la rivoluzione industriale.
Le grandi banche calviniste e giudaiche che accompagnarono la nuova rivoluzione alto borghese dei primi industriali, dei grandi armatori, degli assicuratori, offrirono una integrale penetrazione alla massoneria, sotto la protezione intellettuale dell’illuminismo laicista e antisacrale.
La fusione di queste forze, vincenti nelle rivoluzioni massoniche d’America e di Francia, spaccò in due la civiltà che per millenni era stata europea: da una parte l’Europa tradizionale e dall’altra quello che sarebbe divenuto l’Estremo Occidente dei banchieri privati, illuminista e massonico, arroccato nei due grandi paesi atlantici di lingua anglosassone.
Il dominio di questa grande finanza si fece gradualmente totale non solo sul suo terreno, quello economico dell’antipolitica, ma anche su quello culturale. Due grandi guerre mondiali vinte dai liberalplutocratici d’Occidente contro l’Europa la prima, contro la rivoluzione fascista la seconda, consentirono ai nuovi padroni il dominio pieno e integrale della gran mediocrazia del mondo americanizzato.
E la libertà degli storici morì: stretti nell’incoercibile groviglio delle grandi case editrici, delle televisioni pubbliche e private, dei premi letterari, delle pervadenti pubblicità, delle scuole e delle università asservite, delle correnti storiografiche dominanti, dei giornali posseduti o controllati da questa grande finanza universalmente padrona della intera smisurata rete comunicativa, agli storici toccò scrivere solo quello che alla grande finanza piaceva.
Molti piccoli storici - talora grandi nello spirito e nella penna – tentarono di scrivere la verità. Ma trovarono solo piccoli e poveri editori, affamati e talora perseguitati, senza un soffio di grancassa pubblicitaria. E la gran massa di lettori non li lesse, non conobbe la Storia, non capì. Così, della storia si scrisse solo quello che piaceva ai padroni – le “verità “ liberalplutocratiche e quelle marxiste, ambedue di matrice illuminista – e non si volle scrivere, o si scrisse parzialmente e male, quello che ai padroni piaceva.
Non amo molto ricorrere a citazioni o ad eventi di cronaca per sostenere la logica delle mie argomentazioni, e tuttavia debbo qui ricordare due occasionali episodi recenti.
Un’annunciatrice televisiva tedesca, che da diciassette anni serviva fedelmente i Padroni con zelo ed onore, ha dichiarato in un breve servizio che il nazionalsocialismo, in mezzo a tutte le sue infamie, aveva fatto del bene alla famiglia tedesca: fu licenziata in tronco.
Il cinema turco, con la spesa di gran lunga più alta della sua storia, ha riprodotto un episodio reale verificatosi in Iraq all’inizio della campagna americana: irritati per il rifiuto turco al transito di truppe USA sul proprio territorio, gli statunitensi arrestarono undici militari turchi, li incappucciarono con sacchi di juta, li interrogarono come criminali e terroristi, li umiliarono per dieci giorni mentre un medico ebreo espiantava organi ai prigionieri di Abu Ghraib; poi, senza spiegazione alcuna, li rilasciarono. Il film, La valle dei lupi – Iraq, ha avuto un grande successo in Turchia e fra i lavoratori turchi in Germania, e certamente non arriverà mai in Italia.
Questa è la libertà della gran mediocrazia d’Occidente, in liberi paesi teoricamente sovrani.
Ma ormai il cerchio si rompe. Qualche storico e qualche giornalista si è stancato di mentire, di sottacere, di ignorare: e spuntano talune verità. Alcuni grandi ricercatori – Juan Linz, George Mosse, Renzo De Felice, Emilio Gentile, James Gregor, Stanley Payne – hanno scritto con discreta obiettività. E poi, oggi, c’è internet.
Leggiamo, amici, studiamo, ricerchiamo. E scriviamo. Scriviamo sempre la Verità. Il tempo, alla lunga, ci sarà amico.
E la storia che finora non si è voluta scrivere a pieno, alla fine dovrà essere ben scritta.

Il dominio della finanza
Da quasi due secoli ormai – almeno dal crollo di Napoleone e dalla definitiva sconfitta francese di Waterloo – l’intera scena politica mondiale è stata consecutivamente dominata da due paesi di cultura anglosassone e di lingua inglese: dapprima l’Impero britannico, che controllava i mari e i mercati del mondo accentrandone a Londra i profitti, e quindi gli Stati Uniti d’America con la loro crescente ricchezza, che si andarono sostituendo agli inglesi avviati ad un inevitabile declino per muovere poi decisamente verso la propria spietata egemonia mondiale.
Questi due stati costituiscono da tempo – con la Gran Bretagna oggi in subordine servile all’America, e col sostegno dell’antemurale armato d’Israele nell’andito di casa della vasta famiglia islamica – le due grandi potenze demo plutocratiche del mondo attuale. Dietro una democrazia pseudo partitica che serve ad illudere le masse di una falsa libertà e a garantire deboli governi contro il prepotere dell’economia, sotto la pressione di una smisurata mediocrazia controllata dagli onnipotenti banchieri cosmopoliti, nella scoperta complicità di massoneria e giudaismo sionista, essi sono totalmente dominati dalla grande finanza internazionale.
In tutta quella parte di mondo che si può oggi definire americanizzata dalla cultura, dal costume, dalle pressioni politiche, gli stati e i governi sono spossessati della propria sovranità monetaria: il loro denaro è prodotto e gestito dalle Banche Centrali – nel nostro continente dalla Banca Centrale Europea – che sono ancora, sostanzialmente, controllate da quelle famiglie calviniste ed ebraiche che fondarono le grandi banche internazionali fra la metà del 1600 e la fine del 1800. Sono quindi banche private, che sono esenti – in base ad apposite leggi – da ogni interferenza da parte del potere politico: vale a dire da parte dei governi, dei parlamenti, dei partiti.
Tutte queste banche Centrali sono coordinate da una Banca per i Regolamenti Internazionali di stanza a Basilea, dominata per il 25% delle azioni dal Federal Reserve System statunitense e per il 15% dalla Banca d’Inghilterra.
Il denaro, che dovrebbe essere proprietà del popolo e gestito dalle forze politiche che ne esprimono la volontà, è invece prodotto da queste banche e prestato ad alto interesse agli stati: è il regno, illegale ed immorale, della cinica Usura bancaria.
Queste banche condizionano così direttamente le intere economie degli Stati Uniti e dei paesi a loro asserviti e, indirettamente, ne condizionano altre fornendo mo negando crediti ai diversi stati attraverso il Fondo Monetario Internazionale e la banca Mondiale che esse finanziariamente controllano. Così sono in grado di interferire, spostando grosse masse di denaro da una Borsa all’altra, sulla situazione monetaria di interi paesi.
Mentre cresce nel mondo la tragica preoccupazione ecologica per l’effetto serra, queste forze hanno spinto il governo USA a non firmare il protocollo di Kyoto, e a censurare le allarmate dichiarazioni di scienziati statunitensi sul drammatico futuro del globo che ci ospita tutti.
Quel che importa a queste plutocrazie è il proprio interesse immediato: attraverso le loro universali banche usuraie, attraverso le multinazionali che esse dominano, attraverso gli incolmabili interessi dei paesi debitori, attraverso la gestione mondiale del petrolio che esse governano in parte, attraverso la smisurata produzione militare che esse controllano e vendono a una miriade di stati e forze rivoluzionarie, attraverso il gran cinema americano che esse dirigono imponendogli norme di ipocrisia e di menzogna, attraverso le loro case editoriali e gli organi di stampa che esse possiedono ed orientano, queste plutocrazie realizzano guadagni personali che fanno impallidire i bilanci di molti stati.
Guadagni che esse gettano in buona parte nelle loro Fondazioni – sulle quali non pagano tasse – a mezzo delle quali finanziano e organizzano la propria rete mondiale di associazioni, di unioni, di commissioni, di centri televisivi,di case editrici, di condizionamenti sulle pubblicità, sulle scuole, sulle università fino a raggiungere un’influenza definitiva sull’informazione, sulla mentalità, sul costume, sulla vita civile dell’intero ecumene americanizzato.
Non possono rinunciare a tutto questo solo per salvare il mondo dal suo attuale tragico destino. Il loro profitto, e quindi il loro dominio, secondo l’antica norma, deve continuare ad accrescersi giorno dopo giorno.
In un diverso campo – anch’esso imprescindibile per la piena sovranità di un’intera nazione – queste demoplutocrazie sono da molti decenni incapaci di produrre una propria politica estera.
Non che i loro governi non possano tentare qualche iniziativa nuova, o lanciare una guerra su pretesti spesso manipolati nell’interesse di una delle loro plutocrazie, o persino, come accadde ai Kennedy, sognare di ricondurre al Congresso la sovranità monetaria. Ben presto però in questi casi uno spodestamento del Presidente per vie legali, o il suo isolamento politico-amministrativo, o il suo assassinio ben mascherato ricondurranno la grande linea politica di questi paese al vero potere: quello delle grandi banche cosmopolite.
Il Council of Foreign Relations – la massima tra le strutture private mantenute dalle fondazioni bancarie – fornisce da quasi ottant’anni alle Amministrazioni americane le grandi linee della politica estera, nonché Presidenti e Vicepresidenti, quasi tutti I segretari di Stato, I grandi ambasciatori nel mondo, I capi della CIA, dell’USIA, del FBI, I comandanti delle Forze armate e delle alleanze militari, I responsabili delle agenzie di stampa e della grande informazione nonché, soprattutto, della cultura di fondo del cosiddetto Occidente.
E’ dal Council – dal CFR – che uscì il grande giornalista ebreo Walter Lippmann, dominatore per decenni dell’intera stampa angloamericana, così come ne uscirono Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinski, anch’essi ebrei nati in Europa, manipolatori per lunghi decenni della sanguinosa e cinica politica mondiale USA sotto l’inesorabile pressione della sua egemonia.
Questa politica convergente in ogni angolo di mondo dell’imperialismo angloamericano – fattosi gradualmente anglosionista per gli spazi conquistati al suo vertice dalle forze filoisraeliane – è naturalmente una linea mondiali sta.
Oggi essa, nella veste della volpe che l’America scambia di regola con quella del leone, è detta – più prudentemente – globalizzazione.
L’ordine globale mondialista, che presupponeva un governo universale sostenuto dalle forze congiunte delle due Superpotenze – con una Unione Sovietica riciclata dalla “democrazia” – non è più certo oggi ipotizzabile dopo la squassante implosione dell’URSS e l’europeizzazione della Russia: e il mundialismo, rimasto intatto nelle sue premesse e nei suoi progetti, si chiama allora “globalizzazione”. Era un disegno ben previsto, studiato e definito con anni o lustri d’anticipo dagli operatori del Council of Foreign Relations, che è la vera e reale – anzi, meglio, è l’unica – scuola per statisti del gran mondo anglosassone.
Così, lungo un arco di tempo ormai più che secolare, questa grande finanza sorretta muscolarmente dalla potenza pretoriana di Gran Bretagna e d’America – dominanti all’inizio in campo navale, poi in campo navale ed aereo, ed infine oggi anche in campo missilistico e comunicativo – riuscì ad imporre sull’intero mondo la propria supremazia: laddove respirava uno spirito di rivolta bastava la presenza di qualche cannoniera inglese, come oggi di una portaerei americana o d’una base missilistica ai confini, perché tutto tornasse nell’ordine di sempre. Che era, naturalmente, il subordine della sottomissione coercitiva.
Mantenevano una loro parziale sovranità le nazioni europee – alcune con vasti imperi coloniali giustificati dalla “superiorità dell’uomo bianco” – ma senza alcuna vera capacità concorrenziale sui grandi mercati del mondo, mentre l’Impero Ottomano offriva ai futuri padroni la propria palese decadenza e la Russia, con l’antica arretratezza civile e con le campagne ancora dominate dalla servitù della gleba, viveva ai margini della storia – con la Cina, l’India, il Sud-Africa che stavano, miseri e soggetti, fra i paesi oppressi.
All’improvviso però, negli ultimi decenni dell’Ottocento, pressoché contemporaneamente, tre grandi popoli salirono in luce dalla penombra di quel mondo di sudditanza: quello italiano, quello tedesco, quello giapponese.
Sono tre popoli dotati di una naturale elevata intelligenza, e portatori ognuno di un’antica nobile civiltà.
L’Italia e la Germania raggiunsero la definitiva unità nel 1870 e, con essa, l’inconsapevole necessità di cercare spazi che offrissero continuità alla propria passata grandezza, mentre il Giappone, abbandonando una struttura politica e civile pressoché medioevale, lanciava negli ultimi decenni del secolo una rapida, incredibile ascesa tecnologica che ne fece in pochi lustri un paese moderno e militarmente temibile.
Le due grandi potenze anglosassoni – che dominavano l’intero pacifico e che controllavano l’intero mondo attraverso lo smisurato impero britannico – non consentirono però libera crescita ai tre nuovi arrivati: cercarono di chiudere all’Italia il Mediterraneo e l’Africa, resero difficile alla Germania la ricerca della unità etnico-politica del popolo tedesco nel cuore dell’Europa, e impedirono al Giappone di raggiungere gli approvvigionamenti indispensabili alla sua sopravvivenza. Trovarono infine, dopo il primo conflitto mondiale, nell’Unione Sovietica l’occlusiva ganascia d’oriente nella tenaglia che strozzava l’Europa, e si arrivò naturalmente alla guerra più sanguinosa della storia.
Le ragioni del conflitto non furono tuttavia solo geopolitiche, in uno scontro mortale fra Occidente ed Europa, fra Occidente e Asia Orientale: esse furono anche ideologiche. Dietro i nuovi popoli in crescita stava un’Idea rivoluzionaria recente: quella fascista.

IL gran sogno del XX secolo
Il fascismo era nato – dopo la profonda rivolta culturale e popolare contro il positivismo e contro l’illuminismo del tardo Ottocento e del primo Novecento, col romanticismo irrazionalista e coi grandi movimenti nazionalistici dell’Europa occidentale – dal rifiuto dell’iniquo mondo borghese del diciannovesimo secolo: il rifiuto del suo laissez faire e della sua economia di mercato, delle sue guerre per l’oppio e per le sue miniere aurodiamantifere del Sud-Africa, delle sue vergognose ingiustizie sociali, della sua ipocrita democrazia parlamentare erede degli “immortali” principi delle rivoluzioni massoniche d’America e di Francia, che frammentava i popoli in particolarismi antinazionale.

- Era così sorto un sogno, quasi religioso. Il sogno di uno Stato forte e giusto intorno a una nazione totalitariamente unita in una realtà organica, uno Stato capace di portare il popolo, in una mobilitazione permanente, dentro il cuore della macchina del potere. Era il sogno di una reale giustizia sociale nell’ambito della nazione, in una totale libertà dall’usura delle banche cosmopolite. Il sogno di un popolo educato sin dall’infanzia alla disciplina, alla gerarchia, alla concordia, all’amor di patria in una crescente cultura degli alti valori spirituali dell’onore, della fedeltà, del disinteresse, del cameratismo.
- Il nuovo Stato pensava alle necessità di tutti, entrava nella produzione e nell’economia, tentava con misure protezionistiche e con l’autarchia di difendere la ricchezza nazionale. E in una profonda visione storica sul futuro del popolo italiano lo Stato provvedeva a rovesciare il preoccupante decremento demografico e a combattere l’incultura e la frammentazione politica e religiosa popolari con una serie di iniziative istituzionali dotate di una preveggente genialità, e nel mondo di oggi semplicemente impensabili.
- Furono così inventati e lanciati dal Regime l’Istituto nazionale per la Maternità e l’Infanzia, l’Opera Nazionale Balilla che poi divenne la Gioventù Italiana del Littorio, i Campi Dux, le colonie montane e marine per bambini, le “massaie rurali”, i treni popolari, le grandi manifestazioni culturali, l’Accademia d’Italia, la riforma della scuola, l’Opera Nazionale Dopolavoro, la riforma dei codici, il lancio di un grande cinema italiano. E ancora gli Enti di assistenza, la prevenzione obbligatoria contro la tubercolosi, le grandi organizzazioni sportive con i nuovi stadi, con le palestre, le arene e le piscine, i nuovi grandi ospedali e sanatori, l’assistenza sanitaria gratuita e la previdenza sociale, l’incredibile risanamento delle paludi pontine e la valorizzazione dei territori agricoli e minerari fondando 130 nuove città, la quotidiana rievocazione delle virtù romane, la tutela della religione nazionale – con la Chiesa altamente rispettata ma priva di ogni potere politico – e la difesa esasperata della tradizione familiare. Nei nuovi codici, quale premessa, stava persino scritto che ai “pentiti” non fosse riconosciuto alcun beneficio, perché al tradimento, anche fra scellerati, lo Stato non poteva mostrare alcun compiacimento.
- La spinta dello Stato alle manifestazioni sportive condusse l’Italia fra le prime nazioni del mondo nel calcio, nel ciclismo, nel pugilato, nello sci, nell’alpinismo, nella scherma, nell’atletica leggera, mentre il nostro sviluppo civile e tecnologico ci portò, oltre che ad un teatro, ad una lirica, ad un cinema di alto vertice,a profondi studi fisici che videro l’Italia, con Ettore Maiorana della Nicchiara – scomparso misteriosamente dal mondo – e con Enrico Fermi, che fu l’ideatore della bomba atomica americana, presentare al mondo la primissima ricerca nucleare. E tutti i primati mondiali in campo navale ed aeronautico furono italiani: la gran nave Rex era la più veloce sui mari, il primo aerosilurante e il primo aereo a reazione nel mondo furono italiani, la prima traversata in formazione aerea dell’Atlantico fu italiana, le imprese dei nostri dirigibili al Polo Nord furono eventi mondiali. E gli Stati Uniti d’America compravano in Italia i loro dirigibili.
- In quello stesso tempo una nuova “politica del lavoro” provvedeva, senza violenza e senza scosse sanguinose, ad una continua rivoluzione dei valori che garantiva ai lavoratori dell’industria e delle campagne una protezione contro gli infortuni, contro le malattie, contro gli abusi del lavoro, contro la solitudine miseranda della vecchiaia.
- La grande cultura nazionale, poggiata sulle menti più elette del secolo in un popolo di elevata intelligenza – Oriani, Gentile, d’Annunzio, Pirandello, papini, Marinetti, Marconi, nel riverbero della luminosa eredità di Leopardi – aveva generato un’unanime attesa popolare di un mondo più equo per tutti gli ordini sociali, in una nazione totalitariamente fusa nel ricordo delle proprie radici e della propria appartenenza: non c’era più spazio per i massoni, per i borghesi senza uniforme, per gli illuministi, per gli internazionalisti senza patria. E fuori d’Italia, in tutta l’Europa e nel mondo, le altissime menti di Pound, di Hamsun, di Heiddeger, di Primo de Rivera, di Alexis Carrel, di Oswald Mosley, di Brasillach, di Drieu La Rochelle, di Celine, fino a Mircea Eliade e Yuko Mishima, elevarono il sogno alla nobiltà del genio.
Alcuni di loro, a guerra perduta, pagarono con la propria esecuzione, altri con lunghe detenzioni in cliniche psicocriminali, altri ancora col suicidio. Il più fortunato fu Alexis Carrel: francese, collaboratore di Rockefeller negli Stati Uniti, ruppe nel 1939 il sodalizio col gran banchiere americano e rientrò in Europa, entrando fermamente nel mondo culturale europeo del tempo. Un suo libro – L’uomo, questo sconosciuto – fu il primo grande testo scientifico e ideale aperto alla visione culturale fascista. Assunta la direzione di un alto Ente scientifico nella Francia di Petain, morì di morte naturale nell’inverno ’44-’45. Il suo decesso, occorso in piena guerra, gli evitò vendicativi processi e astiose condanne da parte dei vincitori.
Ezra Pound, liberato dopo tredici anni di clinica psichiatrica negli USA, segnò coi Cantos un sublime evento letterario mondiale, e nei Pisan Cantos alzò il suo sublime inno al fascismo, ribadendo la sua dura condanna di Usura con un’esaltazione affettiva di Hitler e di Mussolini, che egli chiamò il due volte crocefisso.
A questa vasta adesione dei più eccelsi vertici del pensiero in tante culture nel mondo – adesione che non conobbe mai pentimenti – seguirono entusiaste le masse militanti popolari in uno slancio europeo dei movimenti fascisti.
Così dal mondo germanico all’Ungheria alla Croazia, dalla Francia e dai Paesi Bassi alla Norvegia, dalla Finlandia ai Paesi baltici, dalla Slovacchia all’Ucraina al Caucaso, dalla Romania ai Paesi Iberici, dal gran mondo islamico al Sud America al Sud-Africa boero, dal Bengala alla Thailandia all’Indonesia al Giappone, la combattività di interi popoli e di grandi movimenti politici mostrò al mondo, fino alla British Union of Fascists di Oswald Mosley in Inghilterra, la generosa ascesa della nuova Idea italiana.
Dopo la grandiosità universale di Roma imperiale, che per lunghi secoli governò e incivilì un’Europa pacificata e che dopo il suo crollo si proiettò nel Sacro Romano Impero, dopo le orgogliose insorgenze anti imperiali dei Comuni dal Veneto all’Umbria, dopo le secolari lotte delle Repubbliche marinare che conservarono il Mediterraneo all’Europa, dopo l’irraggiungibile nobiltà del Rinascimento che elevò l’intera civiltà dell’uomo, dopo l’impresa storica della Controriforma che salvò l’unità del cattolicesimo in Europa e nel mondo contro i settari veleni veterotestamentari, ancora una volta, col fascismo, dall’intelligenza italiana si alzava un benefico tramite che penetrava nei popoli e ne fermentava dal fondo l’ansia di libertà, di giustizia sociale, di identificazione nazionale, di continuità con la propria antica tradizione.
Così sorgeva – con un nome italiano, con un saluto italiano, coi simboli italiani di una visione organica ed eroica della vita – la Rivoluzione dei popoli poveri e proletari.
Dopo la guerra mondiale ’14-’18 chiusa col trionfo delle plutocrazie occidentali, Benito Mussolini, muovendo incontro al lavoro che tornava dalle trincee invitò l’aristocrazia del combattentismo – piccoli borghesi, operai, contadini, sottoproletari – a scendere in campo per conquistare il potere: via gli individualisti borghesi, via i massoni, via gli internazionalisti, via quei banchieri cosmopoliti che finanziavano la rivoluzione bolscevica in Russia – giudei in grandissima parte i banchieri, giudei per oltre l’ottanta per cento i capi comunisti nell’Oriente europeo.
Nessuno in quel mondo poteva ancora prevedere la sorte di una forza politica fondata in Piazza San Sepolcro a Milano da poche decine di uomini, e incapace alle successive elezioni di conquistare un solo deputato. Nessuno poteva prevedere che entro tre anni e mezzo avrebbe raggiunto il potere in Italia, che avrebbe poi guadagnato la passione e la fede delle masse popolari nel suo schietto senso della giustizia sociale e nella sua invenzione della identificazione totalitaria della nazione, e che avrebbe infine costruito un impero per il popolo italiano; che avrebbe ideologicamente dominato l’intera Europa, e quindi avrebbe legato il Giappone al proprio storico destino – non per spinta rivoluzionaria come negli altri paesi antioccidentali, ma per continuità con la sua millenaria tradizione imperiale – che avrebbe stretto a sé un gran numero di paesi islamici ed il cuore profondo del nazionalismo indiano, in particolare fra i bengalesi si Subhas Chandra Bose; e che avrebbe lasciato un gran segno in Thailandia e nell’Asia sudorientale, e una profonda traccia ancora non morta nell’America del centro e del sud, oltre che nel Sud-Africa bianco.
Era la grande, la universale rivoluzione fascista che, nata in Italia dal genio politico di benito Mussolini, si allargò nel mondo e lo divise in due – mentre oggi la nuova inquisizione di mammona, con l’Olocausto fattosi verità religiosa di Stato, tenta di ridurla tutta ad un nazionalsocialismo da fumetto per demonizzare la Germania e condannarla al pentitismo perpetuo. Era una rivoluzione che penetrava nei popoli fondandosi sulla identificazione totalitaria della nazione, sulla ribellione alle plutocrazie bancarie d’occidente, sulla continuità delle proprie tradizioni culturali, sulla tenuta del proprio antico costume, sulla piena fiducia nel Capo di una grande democrazia plebiscitaria, sui valori di una integrale sovranità monetaria.
Questi sono i cardini capitali di tutte le diverse forme di fascismo che si espressero secondo spinte locali in differenti regimi. Vi era comunque, in tutte queste peculiarità nazionali – dai vari angoli d’Europa al Giappone, dall’Argentina peronista al nasserismo egiziano al baath’ismo siriano o iracheno – un’altra comune connotazione: lo Stato fascista non discute il principio morale della proprietà, inalienabile esigenza dello spirito umano. Esso si rende però conto che la ricchezza, oltre un certo valore, diviene un fattore essenziale di sopravvivenza nazionale, e va quindi posta sotto il controllo del potere politico. E che alcuni tipi di attività – dalla produzione del cibo alla difesa alle comunicazioni ai grandi trasporti alla scuola alla educazione giovanile – debbono rimanere nelle mani ferme dello Stato per essere sempre nelle mani del popolo. Compresa la moneta e quindi le banche.
Hitler nazionalizzò la Banca Centrale tedesca proprio negli anni nei quali nell’Unione Sovietica entrava la prima Banca Centrale privata dei soliti finanzieri cosmopoliti.
Mussolini, con un’economia assai più debole di quella tedesca, non poté fare altrettanto: ma pose la Banca Centrale e le “grandi banche d’interesse nazionale” sotto il controllo diretto dello Stato, e creò con l’IRI un grande fondo statale di sostegno alle industrie nazionali per i momenti di difficoltà. E nel momento di più acuta e tragica crisi del suo lungo potere in Italia, durante la Repubblica Sociale Italiana, mentre lasciava in eredità al popolo italiano la scelta antimarxista ed anticapitalista della Socializzazione, egli costrinse la Banca d’Italia – che pretendeva come proprio tutto il denaro italiano – a mettere nelle mani dello Stato la totale liquidità monetaria.
Mentre era nata da tempo, in tutti i paesi fascisti, il nuovo Stato Sociale.
Ecco, questa è la storia – la storia mai scritta per intero – degli ultimi decenni del diciannovesimo secolo e della prima metà del ventesimo.
Il conflitto iniziato nel 1914 fu l’ennesimo, e di gran lunga il più tragico, fra i sanguinosi scontri civili europei degli ultimi secoli. Fu certo una lotta fratricida, che sembrò squarciare dalle pietre di fondo l’antico corpo centrale della civiltà nel mondo.
A parte quasi tutti i paesi del continente dall’Atlantico francese agli Urali, anche l’Inghilterra, dal centro del suo Commonwealth extraeuropeo – insieme ai grandi banchieri cosmopoliti che vivevano prevalentemente in Inghilterra – si trovò duramente impegnata nella lotta mortale.
Avendo in gioco, con la concorrenza commerciale e ferroviaria tedesca in Medio Oriente, la sua influenza politica in quella parte del mondo, essa doveva naturalmente battersi; si batté però soprattutto, come già aveva fatto con Napoleone, per impedire che una parte dell’Europa vincente potesse unificare sostanzialmente il cuore del continente.
Tuttavia, dopo la sconcertante disfatta russa e la pace conclusa dalla Rivoluzione bolscevica, l’Intesa sembrava avere le ore contate. L’unica sua possibile salvezza stava nell’intervento americano contro gli Imperi Centrali e contro l’Impero Ottomano: richiesto dai banchieri giudei inglesi, esso fu ottenuto attraverso il sostegno dei banchieri giudei d’America, e pagato con la Lettera di Balfour – ministro di origine ebraica del governo britannico – che prometteva un “focolare ebraico” in Palestina al movimento sionista presieduto allora da Lord Rothschild. Venivano così tradite le promesse fatte agli arabi che si battevano in quegli anni lealmente contro l’Impero Ottomano.
Fu con l’intervento americano che quel grande conflitto divenne “mondiale”. Per la prima volta nella storia truppe statunitensi calcarono in gran numero la terra del nostro continente, mentre cresceva ineluttabile l’imperialismo politico-mercantile nordamericano.
Nell’accordo di pace di Versailles, sotto l’alto prestigio del Presidente Wilson, povero borghese politicamente sprovveduto, e dietro le pressioni dei banchieri cosmopoliti – i Rothschild, i Morgan, Lord Milner, i Warburg – l’Europa uscì iniquamente mal divisa, con interi popoli smembrati al di là dei propri naturali confini e con nuovi stati artificiali – la Cecoslovacchia e la Yugoslavia – che la storia prima o poi avrebbe rigettato. Quell’Europa era fatalmente condannata dalla sorte ad una nuova, più tragica guerra.
Vittoriose formalmente o sconfitte, le tre nuove potenze – Italia, Giappone e Germania – subirono quella pace come inaccettabile. Era una pace che voleva sancire il trionfo delle demoplutocrazie d’Occidente, alle quali era stata accodata, tollerata ancorché buon ultima, anche la Francia. E fu anche contro questa pace che sorse in Italia la Rivoluzione Fascista.
Benito Mussolini – certamente senza essere mai stato un marxista – veniva da una battaglia socialista autentica. Il rosso popolare e ribellistico era stato il colore delle sue bandiere giovanili.
Leggeva molto, oltre che scrivere come giornalista a parlare in pubblico ad ogni possibile occasione. Gli autori basilari della sua formazione culturale e politica – a parte i classici, la storia romana e Giacomo Leopardi – erano Alfredo Oriani, Vilfredo Pareto, Georges Sorel. L’opera fondamentale di Sorel, Riflessioni sulla violenza del 1908, Mussolini la lesse in francese assai prima della traduzione in italiano, sicuramente in anni precedenti il primo conflitto mondiale.
Furono queste letture che gli fecero conoscere lo spiritualismo del Bergson e la grande filosofia del Vico, e che gli aprirono la strada agli alti valori tradizionali: la nazione, la solidarietà sociale, la corazza di una comune religione nazionale, il profondo “istinto” antirazionalistico, il rispetto del Sacro – l’eroismo, la poesia, la santità – in antitesi alla visione illuministica, la continuità della vita del popolo al di sopra delle generazioni, la necessità dei popoli moderni di identificarsi in verità prepolitiche – la propria gens, il proprio passato, la propria tradizione – la venerazione del coraggio nelle grandi scelte, la devozione per la grandezza della propria storia.
Ebbe altissimo il senso dello Stato, che con Gentile concepì come una entità etica, una sorta di rigida cornice morale entro la quale tutte le forze del popolo, spirituali e materiali, potevano convergere, incontrarsi ed esprimersi.
Non fu certo un capriccio della sorte se in quel clima morale lo spirito nazionale espresse nell’arte, nella scienza, nel gran palpitare della vita sociale una nuova aristocrazia: quella del coraggio, della virilità, dell’onore, dell’ingegno – a scalzare le gerarchie del denaro e del blasone della gloria perduta.
Dall’amore per la comunità nazionale nasceva, in Italia e nel mondo, la superiorità dei diritti dei popoli contro la nebulosità dei diritti umani.
Mussolini era intimamente ostile alla massoneria, genia di settari parassiti dalla occulta politica antinazionale: nel Partito Socialista, nel 1914 ad Ancona, chiese ai compagni di scegliere tra la volontà del partito e il dominio massonico che lo controllava: fu questa la ragione determinante della sua espulsione dai ranghi socialisti. Era anche un irriducibile nemico del positivismo, pur nutrendo, come ogni fascista, uno sviscerato amore per la tecnologia, per il dinamismo, per la velocità. E pur non essendo un naturale antisemita, era un feroce avversario dei grandi banchieri ebraici che col proprio sostegno – come egli scrisse nel 1919 sul Popolo d’Italia – impedivano ai capi comunisti ebrei di Russia di finire sommersi dalle forze bianche.
Egli appariva comunque alla storia, con lo sparuto sostegno dei piccoli gruppi di animosi e disperati ex combattenti di estrazione popolare, come un ribelle alla liberaldemocrazia. La democrazia parlamentare, del resto, era in pesante crisi in tutta Europa.
Cantavano i giovani squadristi di Mussolini: “Allarmi siam fascisti, terror dei comunisti, spavento dei ministri della democrazia che spazzeremo via”.
Le forze storiche in campo, coi bolscevichi di Russia destinati a farsi soggiogare da Mammona, erano ormai sostanzialmente due: il fascismo di Mussolini, che ancora non era pienamente cosciente delle forze che si portava in petto ma che possedeva una fede incrollabile nel proprio istinto e nella propria volontà, e la liberalplutocrazia, lontana erede della rivoluzione puritano-borghese di Cromwell e delle rivoluzioni massoniche d’America e di Francia, che godeva della protezione suprema della finanza bancaria calvinista ed ebraica, e che già aveva agganciato il bolscevismo di Russia come una servile, ancorché pateticamente inconscia, branca di tenaglia nel levante d’Europa.


Le due opposte visioni del mondo
L’antitesi tra le due visioni era, ed è, totale.
Una è materialista, economicistica, fondata sulle influenze ambientali che dovrebbero aver determinato mutamenti crescenti e stabili nei caratteri dell’uomo; è antipopolare ed antinazionale, profondamente individualistica e universalistica, e connessa al prevalere del profitto su ogni possibile forza della politica: qui stanno tutte le premesse, in accordo coi valori di fondo del calvinismo e dell’ebraismo, per giungere al pensiero unico del “monoteismo del mercato” e dei “diritti umani”.
La seconda, quella fascista, è invece spiritualista e fondata sulla volontà politica dell’uomo: un uomo ancorato da una parte a fattori genetici immodificabili e dall’altra alla sua propria storia, che ne ha insieme espresso e giustificato la natura nelle lotte incessanti fra gruppi e nazioni. Essa esalta la comunità della forza popolare, che deve incarnarsi in uno Stato equo e giusto che occupi uno spazio rapportato al proprio peso nel contesto dei vari gruppi umani, conservando comunque integra la propria sovranità politica e monetaria, e mantenendo sempre l’economia ben sottoposta alla volontà politica. Ecco qui tutte le premesse, in una visione insieme scientifica e spirituale, per giungere ad una codificazione dei “diritti dei popoli”.
In tutta la vasta gamma della visione borghese, calvinista, massonica e giudaica, l’elemento centrale è il benessere fisico e sociale dell’uomo adulto, nella indifferenza più radicale per altri momenti della vita umana: il benessere dell’uomo adulto ricco e produttivo, consumista e ben integrato nel corso dell’esistenza terrena, alle cui comodità personali e sociali devono andar sacrificati gli interessi della famiglia tradizionale, della fragile infanzia, della giovinezza improduttiva, della vecchiaia senza speranze. Insieme alla famiglia devastata dal divorzio, dall’aborto, dalla droga, dai matrimoni misti, anche la patria deve morire, sotto la pressione delle ondate migratorie di gente inassimilabile, mentre degrada al più basso ordine l’antica normativa morale.
E alla patria, così scaduta nell’individualismo esasperato dei cittadini, deve sostituirsi la società, composta non più da un popolo ma da semplici azionisti a diverso livello di potere – dai grassi e pesanti miliardi dei pochissimi, agli sparuti e miserevoli centesimi dei più.
In questa società dei ricco borghesi non muore così solo la patria, ma muore infatti anche il popolo, inteso come commistione biologica, ideale e civile di mille e mille interessi legati da un’origine comune: i molteplici e differenti ceti, i due opposti sessi, le ricorrenti generazioni articolate sul dominio incontrastato dell’infanzia che già possiede il futuro, e sul peso essenziale della vecchiaia che getta tutto il suo passato nella realtà del presente.
Alla società liberaldemocratica, tuttavia, poco importa dei popoli e del loro destino. Essa è nata in Gran Bretagna, buon miscuglio di tribù britanniche latinizzate al sud, di tribù gaeliche al nord, di popolazioni danesi, angle e sassoni fuse infine da un’aristocrazia normanna. Al centro per secoli di un grande impero in espansione mondiale, ne subì influenze e contaminazioni. Ebbe presto componenti ebraiche: le scacciò, poi le riammise, e dalla nascita delle banche internazionali le ebbe dominanti nella sua più alta classe dirigente. E dopo il crollo del suo impero accolse a centinaia di migliaia – dalla Giamaica al Pakistan – i suoi ex sudditi per farsi la più complessa società multietnica d’Europa.
Ancor peggio fu per gli Stati Uniti: nati sulla costa atlantica nordamericana da un’immigrazione calvinista dalle tre regioni britanniche – vale a dire inglese, gallese e scozzese – e da colonie anglicane e in piccola parte cattoliche più a sud, ereditarono i resti della colonizzazione spagnola e francese in Nordamerica e assorbirono a milioni schiavi neri ad alto incremento demografico. Dietro la massonica statua della Libertà, a New York, ancora a milioni arrivarono le turbe affamate dei poveri europei – irlandesi, tedeschi, scandinavi, slavi, italiani, greci – disposti a qualunque duro lavoro per penosi e miserevoli salari. Con loro vennero gli ebrei – dalla Germania prima, dall’Est europeo più tardi – insieme a levantini ed asiatici.
E infine giunsero gli hispanicos, anche loro a milioni, portandosi dietro, quasi ineradicabile, la loro lingua spagnola.
Nell’intero mondo di oggi la società di gran lunga più multietnica, più multiculturale, più multi confessionale è quella statunitense: una società senza leggi o istituzioni che proteggano la famiglia, l’infanzia, la gioventù – vale a dire il popolo, che vi è sostituito da decine di popolazioni diverse, ciascuna non disposta a mescolarsi, né a farsi assimilare.
E’ evidente che a queste potenze, profondamente multietniche e quindi prive – soprattutto l’America – di ogni vero senso nazionale, e dominate da una grande finanza non solo cosmopolita in sua natura, ma anche ideologicamente nemica di ogni patria nella propria visione mondiali sta, appaia necessario fomentare e sostenere le grandi migrazioni nei paesi europei, oltre a favorire l’ingresso nell’Unione Europea di popoli estranei e lontani – oggi la Turchia, domani Israele.
Snaturare le singole nazioni e cancellarne la memoria è oggi il primo dei loro obiettivi fondamentali.
Alla società liberalplutocratica, quindi, poco importa dei popoli e del loro destino: la sua logica profonda è quella del profitto, e il suo valore cardine è quello della proprietà.
Nel suo sogno mondiali sta e globalizzatore, tutte le nazioni vanno rimescolate, le tradizioni dimenticate, le religioni sbiadite, le antiche memorie sopite o cancellate; le grandi immigrazioni vanno stimolate, la famiglia tradizionale incrinata da divorzi e matrimoni misti, il ribellismo giovanile reso ovunque endemico; la diffusione della droga compiaciuta, la morale degradata al più basso livello: complici il cinema, la televisione, la stampa, la pubblicità, la scuola, le mode femminili, l’abbigliamento dei giovani, la libertà più sconcia nel linguaggio scurrile anche in conversazioni pubbliche. I sessi ormai sono tre, o forse quattro. E la pedofilia viene protetta, in molti paesi, da potenti lobby politiche.
E’ il disegno mondiali sta, che da molti decenni insegue un’umanità di automi individualisti senza padri e senza famiglia, senza etnia e senza religione, senza memoria e senza valori: in fondo, tutto quello che dissolve contribuisce a uniformare.
Come vuole, da quasi novant’anni, il Council on Foreign Relations.
Nessuno, nelle società americanizzate dell’Occidente, protegge i fanciulli e i vecchi coi loro mondi di sogno e di lontane memorie, nessuno tutela i giovani immaturi con la loro istintiva pretesa di indipendenza, con la loro carica di aggressività, con la loro necessità di legame sociale e di alti valori nobilitanti.
Sono esigenze naturali, profonde, convissute con la storia dell’uomo, e accolte per secoli e millenni dalla famiglia tradizionale, dalle grandi etnie col senso della propria comunità di destino, dalle grandi religioni con le loro differenti esaltazioni dei valori che danno un senso alla vita ed esorcizzano la morte.
E allora il fascismo raccolse questo vasto credito dell’uomo civile, insieme alla necessità dei popoli moderni di cercare una loro integrità organica, e capì che un popolo ha il diritto di darsi un ordine nel rispetto di alcune antiche norme morali – la dignità dell’uomo, la sublime dolcezza della femminilità, la saggezza dei vecchi, l’innocenza infantile – assunte e protette dalla Stato attraverso organizzazioni politiche che consentono al figlio del portinaio – se ne ha capacità e merito – di mettere in riga il figlio del professore del terzo piano; che un popolo ha il diritto di vedere la propria gioventù crescere in un sogno di armonia sociale, potentemente espressa nel virile cameratismo e nel rituale collettivo delle grandi manifestazioni di massa – manifestazioni che elevano, nel clima di ordine e di sicurezza che ispirano, la stabilità dell’intera nazione – e che offrono alla gioventù, in una inimitabile estetica della vita politica, un senso disciplinato all’esistenza nell’amore supremo per la comunità nazionale; e che un popolo, soprattutto, ha il diritto-dovere di tutelare la propria identità e la propria specificità in termini etnici, religiosi, e civili: il diritto-dovere, in più chiare parole, di tentare nella pienezza di tutte le proprie forze di restare se stesso.
Nel corso del mio processo del 1996-1997 presso il Tribunale di Milano venni sottoposto ad un lungo interrogatorio.
Era un processo per “razzismo”, abbinato all’accusa di essere il promotore, l’ideologo e il capo degli “skin” italiani in una supposta organizzazione eversiva denominata Base Autonoma.
Il processo durò circa un anno, dopo lunghi precedenti anni di una demonizzante campagna mediocratica condotta contro la mia persona, e di una subdola e velenosa campagna poliziesca corredata da un persistente coltrollo sul mio telefono familiare; campagna che giunse a farmi comminare, per sei lunghi mesi – insieme agli skin a mio figlio e ad altri – l’obbligo di dimora notturna in casa, insieme alla proibizione diurna di uscire dal comune di residenza.
Bene: interrogato sulle mie opinioni relative al razzismo, dopo aver denunciato la carenza di una definizione legislativa e giudiziaria del fenomeno, io ammisi che sono ormai pochissimi nel mondo i popoli che possono ipotizzare una piena e indiscutibile integrità razziale. Siamo, in fondo, quasi tutti dei bastardi. Ma bastardi secondo regole che i secoli e gli eventi hanno applicato ai diversi popoli in misura e mescolanze variabili – ferme talora da lunghi millenni – a differenziarci l’uno dall’altro in modo ancor più precipuo.
Ecco, contro grandi, repentine immigrazioni snaturanti, noi vogliamo esprimere il diritto di restare bastardi quali noi siamo, così come ci hanno lasciato i padri.
Del resto, molti grandi etologi, primo fra tutti Eibl-Eibelsfeldt, ci hanno ricordato che cedere spazi a vaste realtà immigratorie inassimilabili, significa abbandonare vaste aree di territorio nazionale: cosa tragica ovunque, ma soprattutto ancora più tragica in Europa, dove siamo già tanti.
Quello che è necessario gridare oggi con forza nel mondo è il diritto-dovere di ogni popolo a non lasciarsi naturalizzare, infiltrare, intorbidire biologicamente e culturalmente: un popolo deve difendere, per intero, la propria individualità.
Dove finirebbe, nel caso esemplare del popolo italiano, la nostra antica creativa intelligenza che ci ha consentito di accumulare – col concorso di germanici e francesi – la grande maggioranza dei più alti segni di civiltà prodotti dall’uomo? Se qui arrivano a milioni maghrebini ed egiziani, e pakistani, e levantini che si trascinano dietro il loro islam, se qui continuano ad insediarsi vasti gruppi di zingari, quanto resterà al nostro sangue per riprodursi e rigenerare le nostre connotazioni?
Noi rifiutiamo, con tutte le nostre forze più profonde e più sincere, ogni scontro di civiltà. L’Islam e l’Europa cristiana hanno vissuto l’uno accanto all’altra per oltre 1.500 anni. Ci siamo combattuti per lunghissimi secoli. I musulmani arabo-berberi sono giunti in Spagna, sono penetrati in Francia, sono stati temporanei padroni di Sicilia e Sardegna; coi turchi ottomani hanno dominato a lungo il Mediterraneo, hanno penetrato a fondo i Balcani, hanno assediato Vienna. Ma l’Europa ha reagito, e li ha respinti. Oggi l’Islam convive con noi nella Turchia europea, in Albania, in Macedonia, nella Bosnia.
I cristiani europei hanno combattuto i musulmani per secoli nel Mediterraneo, hanno fatto le crociate, hanno posseduto per lungo tempo il Levante, hanno preso Cipro; Mosca ha respinto gli ottomani fino al Caucaso. Ma l’Islam ha reagito, e ci ha scacciati dalla Terrasanta. Ed ora i cristiani convivono con gli islamici nel Libano e nel Levante, in Caucasia, in alcune città del Medio Oriente.
Oggi, finalmente, potremmo vivere in pace: europei e islamici sono vicini, e bisognosi gli uni degli altri.
L’Islam è però adesso assediato ed insidiato. Ma non certo dagli europei. Penetrato dai sionisti che hanno costruito uno Stato dentro la sua carne viva, vede in Arabia e nel Medio Oriente una presenza militare straniera che è sostanzialmente americana, col gran codazzo dei suoi vassalli mondiali. In mezzo a loro – britannici, australiani, canadesi, asiatici – stanno a nostra vergogna gli europei. Creando nel nostro animo un intollerabile scontro fra due elementi centrali della nostra coscienza – la libera sovranità della nostra Patria, e lo struggente amore per i nostri giovani in divisa ed in armi – vi sono anche, a nostro doloroso disdoro, forti contingenti di soldati italiani.
Combattono forse per un nostro interesse – italiano od europeo? Certissimamente no. Combattono nell’interesse dell’imperialismo anglo sionista.
Il quale si è oggi inventato una sua nuova religione. Nel nome di un presunto ordine internazionale sostenuto dall’ONU, esso impone al mondo le sue nuove Verità: la democrazia partitica, la società multietnica e multi confessionale, il monoteismo del mercato, il dominio universale delle banche private, la morte delle nazioni, il degrado della politica a vantaggio dell’economia, la privatizzazione delle grandi fonti di reddito, i diritti dell’uomo per sacrificare la famiglia, l’american way of life a distruggere ogni ordine morale – elevando l’aborto, il divorzio, l’eutanasia, i trapianti, l’omosessualità, la tossicodipendenza a nuovi alti Valori.
Il tutto dominato, su dall’alto, dalla Religione Olocaustica – che in molti paesi condanna alla galera chi la rifiuta o chi la discute. Puoi obiettare su Cristo o Maometto: ma non sulla Shoah.
Naturalmente, questo presunto ordine internazionale andrà rispettato dai paesi dell’intero mondo. Tutti, eccetto due: gli Stati Uniti d’America, e lo Stato di Israele, che quando vogliono lo possono violare scatenando guerre disapprovate da altri stati e dalle maggiore Chiese – fino ad affamare a morte i popoli ostili e a torturarne vilmente i prigionieri.
Del resto, l’ONU non possiede una propria forza militare: è quindi questo imperialismo che la fornisce, sui cieli per mare ed in terra. Soprattutto sui cieli e per mare. In terra, il multietnico e mercenario esercito americano offre da anni esempi di imperizia, di carenza di coraggio, di incapacità che dal Vietnam, al Libano, alla Somalia, all’Iraq, all’Afghanistan l’hanno condannato alla sconfitta abituale. E perciò ha bisogno, sul terreno, delle truppe degli ossequienti vassalli, condizionati da trattati ineguali e dalle alleanze coercitive. In Europa, c’è la NATO. Un trattato oggi ingiustificato, vessatorio, umiliante per i nostri paesi.
La NATO rappresenta, per questa e per le future generazioni europee, il primo e il fondamentale fra i servaggi internazionali dei quali dobbiamo liberarci: ci asserve all’America, e ci pone contro la Russia che è parte essenziale di noi.
Parte essenziale, da secoli, della storia d’Europa.


I popoli europei nel corso della storia
Anche molti altri paesi europei vivono – da millenni o da secoli – di profonde commistioni di gruppi umani di diversa origine etnica: celti e veneto italici, iberi e liguri, celtiberi e baschi, greci e illirici, daci e slavi, germanici e scandinavi.
Tutti vennero, ad occidente e nel sud del continente, largamente latinizzati, con una residua componente unna nell’Europa centrale dopo il crollo di Roma e con una componente finnica al suo estremo nord, oltre ad un’antica fondamentale presenza etrusca nel cuore della penisola italiana. Ancora, dopo la caduta di Roma, quasi tutti questi popoli vennero per secoli fortemente germanizzati, e nel nord della Francia, nel sud dell’Italia e in tutta l’Inghilterra vennero penetrati dai normanni.
Le libere popolazioni germaniche – che come i persiani in oriente avevano chiuso la strada alle legioni romane – assorbirono sangue latino sul Reno e nell’Austria di oggi, sangue celtico in Boemia, e sangue slavo in Prussia, in Pomerania e in Slesia prima e dopo essersi mossi con numerose delle loro tribù a cambiare la storia dell’antico continente, sospinti dalla pressione degli unni nel loro incontenibile assalto dall’Asia.
Così misti di sangue finnico furono i baltici di Estonia, e di sangue scandinavo gli slavi delle Russie fino a Kiev e ai confini di Bisanzio. In seguito, i russi subirono infiltrazioni di sangue mongolo nelle regioni centromeridionali del paese, che non ne modificarono però sostanzialmente i caratteri, ed i Balcani una forte penetrazione turca.
Più fortunate furono le popolazioni danesi e scandinave, e quelle baltiche di Lettonia e Lituania, oltre a quelle slave – polacche, bulgare, serbe e croate – che occuparono il primo fronte delle famiglie slaviche dirette verso occidente.
I romani avevano lentamente incivilito l’Europa con la propria presenza per lunghi secoli di primizia e di dominio. Avevano però ceduto, ad ogni generazione, decine di migliaia di magistrati, di legionari di contadini, di funzionari, di mercanti, di tecnici, di marinai ad una gran parte del continente, perdendo così larghi rivoli del proprio sangue italico: dall’Iberia alla Dacia, dalla Britannia al sud della Grecia, dall’intera Gallia all’Illiria, dall’Africa mediterranea ai Balcani all’Oriente, Roma lasciò centinaia di nuove città, migliaia di colonie agricole, infiniti presidi militari.
Giacché di regola i romani vi si fermavano coi loro figli, la civiltà vi cresceva e generava una rinnovata Europa: si indeboliva però così il cuore dell’Impero – vale a dire l’Italia – dove si rattrappiva la sua gran forza di riserva contadina e militare.
Così, nel tragico momento dell’inarrestabile pressione unna che spingeva d ovest tribù germaniche in armi, l’Impero d’Occidente aveva perso da tempo la sua gran risorsa centrale. Roma era cresciuta per oltre mille anni in una inconcepibile superiorità civile, e ancora possedeva una smisurata capacità organizzativa, tecnica, giuridica che il mondo non conobbe più fino a Napoleone. Nonostante questo, lo sforzo era immane, e l’Urbe dei marmi venne inondata dalle sabbie del deserto barbarico che circondava da secoli i suoi ampi limites già invalicabili.
Così Roma morì. Morì l’invalicabilità dei suoi confini, e morirono la forza e l’autorità di uno Stato che garantiva il rispetto della legge sul proprio smisurato territorio, vasto quanto può esserlo un mondo.
Non morì però, nella profonda mente collettiva dei popoli europei, l’alto concetto dell’imperium che con la sua millenaria potenza aveva affascinato per generazioni le diverse genti assiepate da secoli ai piedi della sua nobiltà. Qualcosa di sacro, di sublime, di esaltante richiamava i popoli verso l’universalità che Roma aveva offerto alle molteplici nazioni, associandole nel tempo al proprio destino.
Fu certo in parte l’incredibile magnificenza dei suoi luminosi anfiteatri, dei suoi fori, dei suoi acquedotti, dei suoi ponti, delle sue strade consolari che legavano remote lande ai marmi superbi dell’Urbe, a condizionare e costringere i barbari a latinizzarsi. Ma fu soprattutto la forza giuridica e ideale del suo Diritto, sostenuta in quei secoli da un cristianesimo crescente che ai magistrati sostituiva i vescovi e che nel papa reincarnava, da Roma, la suprema imponenza dell’imperatore. Mentre nei grandi monasteri si riorganizzava il lavoro nella disciplina, e si raccoglieva l’antico sapere che dalla Grecia al cuore d’Italia aveva fatto, per millenni, la civiltà dell’Europa.
Così, per tutta quell’Europa – che i goti e gli eruli, gli svevi e gli alani, i burgundi e i longobardi, i franchi e i vandali, i sassoni e i vareghi, gli angli e i normanni avevano rinvigorito profondamente, infiltrando nella loro forte linfa barbarica i diversi popoli – sangue iberico e celtico, ligure e illirico, etrusco e greco-italico, dacio e sarmatico, già da secoli latinizzato in misura diversa – si frammischiava differentemente al vigoroso e vergine sangue germanico.
Si formò così il cuore dei nuovi popoli, preludio delle nazioni odierne, intorno a lingue dalle antiche assonanze originarie modificate da secoli di pronuncia latina, e ora debolmente penetrate dall’infiltrazione germanica.
Il latino fu da sempre la lingua universale della Chiesa d’Occidente, che se lo portò dietro nel mondo fino all’ultimo disgregante Concilio Vaticano II. Ma fu anche, per lunghissimi secoli, la lingua del diritto, delle lettere, della poesia, della filosofia, della scienza. E ancora fu, per secoli, la lingua del potere politico-militare dei re e dei vassalli armati di spada che governavano terre e feudi sulla forza dei propri uomini d’arme: essi, spesso analfabeti, ignoravano il latino, ma se lo facevano scrivere, negli editti, nelle leggi del diritto romano-barbarico, nelle lettere della diplomazia dai consiglieri romani di corte, dai giuristi, dai letterati, dagli storici, dai vescovi o da qualcuno degli uomini più colti tra i loro consanguinei. Questo fu vero per tutto il continente, fino ai confini di Bisanzio e del mondo baltico-slavo.
Nei vari popoli però, sulla radice delle antiche lingue latinizzate che i germanici invasori acquisirono rapidamente, sorsero linguaggi nuovi: nacquero i vari dialetti italici, il sardo, il friulano, il ladino, che infine dal “dolce stil novo” in su il toscano trasformerà nell’italiano moderno; nacquero il provenzale e il francese, poi dominante in tutta la Francia, e in Iberia il catalano, il gallego, il castigiano e il portoghese; nacque in Dacia il romeno, che si difese per secoli, fino ad oggi, dalle lingue slave circostanti. Fece eccezione la Britannia, dove la lingua dominante fi quella germanica degli angli e dei sassoni, con larghe isole celtiche nel Galles e in Scozia: l’antico anglosassone, però, venne fortemente latinizzato, soprattutto nei concetti astratti, dall’invasione normanna, e poi, dopo il Rinascimento italiano, dalla profonda influenza di William Shakespeare.
Restavano però i popoli non latinizzati: i germani nel cuore del continente, i frisoni sulle coste d’Olanda, gli scandinavi a nord, e la grande massa, in oriente, dei popoli baltico-slavi.
Così nacquero l’antico alto germanico che generò la lingua tedesca, il dutch dal quale derivò l’olandese odierno, e gli antichi linguaggi nordici dai quali originarono le lingue danese, norvegese, svedese, islandese e, nel gran campo baltico-slavo, nacquero e crebbero le lingue lituana e lettone al nord, al centro e al sud dell’oriente europeo il polacco, il russo, l’ucraino, lo slovacco, il ceco, il bulgaro e, più a occidente, il serbocroato. Dall’antico illirico, forse con qualche influenza turca più recente, si sviluppò l’albanese, mentre la lingua greca odierna venne dal greco antico sotto la protezione di Bisanzio.
In questo gran mare di linguaggi stavano alcune particolari lingue che coprivano aree più modeste e che rappresentavano la voce di pochi popoli: a parte l’irlandese di oggi, unica lingua sopravvivente di origine celtica, l’albanese che proviene dall’antico illirico, e il greco moderno che discende dall’antica lingua classica della penisola, vi sono il georgiano della Caucasia – non affiliabile ad alcuna famiglia di linguaggi indoeuropei – il basco del nord della Spagna parlato da un popolo di sicura origine non indoeuropea, e due lingue di origine uraloaltaica che sopravvissero nell’ungherese di oggi come retaggio unnico, e nel finlandese ed estone odierni come lascito della lingua finnica. La lingua uraloaltaica, di origine asiatica, rappresenta una famiglia di linguaggi che incorpora il turco e il turcomanno, nonché le lingue della grande area siberiana, a coprire più della metà del vasto continente orientale.
Accumunati dalla loro lingua, dalle somiglianze genetiche, dalle proprie vicende, e maturando alla stessa civiltà sotto l’influsso del cristianesimo, questi popoli entrarono nella storia.
I Franchi, i visigoti e i burgundi si fermarono nella Gallia romana, che divenne rapidamente la Francia, e parlarono “franzoso”. I goti e gli eruli, poi i longobardi e infine ancora i franchi, occuparono e dominarono l’Italia del nord, la Toscana e l’Umbria, e buona parte del sud imparando in breve le lingue latine della penisola, mentre nell’estremo meridione, sulle coste del Veneto centrale e in Istria e Dalmazia sopravvivevano centri e presidi bizantini. Roma fu infine sottratta al controllo dell’Impero d’Oriente, con le terre a lei più vicine, dalla Chiesa romana – che si garantì coi vassalli imperiali di Canossa un fedele protettorato nella Tuscia e in Emilia fino al lago di garda.
I vichinghi vagarono in Europa da pirati e predoni del mare, e si insediarono alla fine in due grandi isole del nord – l’Islanda e la Groenlandia.
Così fecero all’inizio i normanni, per stabilirsi poi in Normandia imparando naturalmente il francese. Di lì, dopo averla conosciuta al ritorno dalla Terrasanta, mossero verso l’Italia del sud e la Sicilia sostenuti da Pisa – che pur trovandosi formalmente nel vassallatico dei Canossa era da tempo, come altre città del centro-nord, un libero Comune – e vi si installarono da nuovi signori come vassalli della Chiesa. Fu così liberata la Sicilia dagli arabi – che vi avevano introdotto il loro superiore grado di civiltà – i quali restavano però dominanti nell’Africa mediterranea, in Sardegna, nelle Baleari e in tutta la Spagna.
Qui, prima dell’arrivo degli arabi, erano calati i vandali – che dopo aver dato il nome all’Andalusia passarono nell’Africa del nord – gli alani e gli svevi ed infine i visigoti, che, sopraffatti gli altri barbari, dominarono l’intera penisola. Lo sbarco degli arabo-berberi islamici fu però incontenibile, e ridusse gli stati cristiani al settentrione della Spagna – le Asturie e Leòn, la Castiglia, Navarra, l’Aragona.
Il sogno degli arabi però – che dalla morte di Maometto nel 632, quando controllavano una metà scarsa della penisola arabica, si erano espansi in ottant’anni, con la forza incontrollabile di un uragano, dal Medio Oriente al Marocco – era quello di conquistare l’Europa. Distrutto l’esercito visigoto con l’uccisione in campo del re Roderico, nel 711 erano signori della Spagna. Nel 720 entravano in Francia e occupavano Narbona. Sconfitti a Tolosa dai visigoti, riprendevano la marcia, battendo questa volta i visigoti a Bordeaux, e controllando l’odierna Linguadoca. Li fermarono i franchi di Carlo Martello a Poitiers nel 732, e di Pipino il Breve che riconquistò Narbona nel 759: l’Europa fu così salva dalla prima minaccia islamica.
Carlomagno passò i Pirenei, e lasciò in Spagna una contea sulla costa mediterranea che sarebbe poi diventata il regno d’Aragona.
Mentre i catalani dai porti d’Aragona concorrevano con pisani e genovesi a difendere dai barbareschi i propri traffici nel Mediterraneo, i mori ingentilivano splendide, superbe città – Toledo, Siviglia, Còrdoba, Granata – nel centro e nel sud della penisola, e facevano rifiorire d’alta civiltà l’intera Spagna.
Gli stati cristiani del nord, comunque, trovarono in breve una naturale intesa, ed ebbero da sempre come obiettivo essenziale la cacciata degli arabi dalla Spagna. Furono secoli di guerra, condotta anche contro gli ebrei che nel loro naturale nomadismo avevano da secoli abbandonato ogni sogno di sedentarietà e di una propria struttura statuale, e vivevano fiorenti della propria piccola usura, gelosi custodi della propria cultura, in tutti i paesi d’Europa.
Fu solo alla fine del 1400, quando agli arabi restò solo il piccolo regno di Granata nel sud, che l’intera Spagna, raccolta in un’unica monarchia, tornò libera e signora dei mari. Cacciati gli arabi e gli ebrei – quelli convertiti al cristianesimo, sinceri o mistificatori, restarono nel paese e furono detti marrani – la Spagna, grazie al genovese Colombo che cercava le Indie attraverso l’Atlantico e incontrò invece le Americhe – che presero poi il nome dal fiorentino Amerigo Vespucci – fu padrona di un grande impero coloniale.
Quando il suo re Carlo I divenne imperatore come Carlo V, i suoi possessi includevano la Spagna con le grandi colonie dal Messico al Sudamerica, le Fiandre, l’Olanda, l’Austria e il controllo dominante dell’Italia contro l’ostilità francese di Francesco I. Questo impero, che poggiava sulla Spagna come suo cardine centrale e che si allargò dopo la morte di Carlo V a dominare il Pacifico con le Marianne, con le Caroline e con le Filippine, era lo Stato di gran lunga più potente d’Europa.
La sua forza, però, non durò a lungo: Filippo II, figlio di Carlo V, nel tentativo di investire e piegare l’Inghilterra che gli contendeva, con l’Olanda, il dominio dei mari, perse in un terribile tifone nella manica la sua smisurata flotta – la Invencible Armada – e vide iniziare il lento declino della Spagna. Sorgeva, in Europa e nell’Atlantico, il futuro destino dell’Inghilterra.
Anche il Portogallo – l’antica Lusitania invasa dagli svevi dopo il crollo di Roma – che riuscì in qualche modo a salvare la sua indipendenza dalla Spagna, costruì un suo impero. Un’intesa patrocinata dalla Chiesa gli consentì di colonizzare il Brasile, mentre vasti territori in Africa e nell’Asia sudorientale gli garantirono un largo dominio dei mari dalla costa atlantica dell’Africa all’Oceano indiano. Il suo retroterra era povero, e troppo scarsa la sua popolazione per un impero così esteso: il suo contributo alla grande storia europea fu quindi modesto, come quello dell’Olanda.
Grande fu, al contrario, il contributo offerto dalla Francia: fatta dai carolingi, dai capetingi, dai Borboni contro una nobiltà recalcitrante, posta accanto al cuore dell’Europa continentale tenuto dai germani, condivise con questi il primo impero medioevale sottomettendo gli alemanni, i turingi, i frisoni, i bavaseri, i boemi, i sassoni ai quali impose il cristianesimo, e subordinando infine al proprio potere i longobardi d’Italia. Respinti gli arabi dalla Francia dovette subire i normanni, partecipò alle crociate, e diede vita, lottando contro l’Inghilterra normanna che la voleva sopraffare, ad un grande paese che dalla Guascogna alle Fiandre, dalla Normandia alla Borgogna fu una delle nazioni fondamentali dell’Europa che cresceva.
Fu nei secoli cattolica, dall’antico regno dei franchi che si proclamò defensor fidei anche se spesso in tensione col papato; protesse i missionari della Chiesa – in buona parte irlandesi e anglosassoni – che portavano il cristianesimo fra i germani, e garantì a Roma l’indipendenza definitiva dall’Impero d’Oriente. I suoi re, come era accaduto fra i visigoti di Spagna e per qualche re longobardo, venivano unti da un vescovo o dal papa con l’olio santo per riceverne quella sacralità che mostrasse al popolo l’origine divina della loro auctoritas.
A differenza dei longobardi, che nei due secoli di dominio sull’Italia avevano sempre mantenuto una orgogliosa superiorità sugli italico-romani ridotti a comunità servile, i franchi si mescolarono rapidamente coi gallo romani sia nelle spere di medio-alto potere sia all’interno del loro stesso esercito.
Altrettanto, del resto, avevano fatto i visigoti con gli gli iberico-romani in Spagna, e gli anglosassoni coi celto-romani di Britannia.
Da molti secoli i germani occidentali avevano stretto dimestichezza con le strutture militari romane, e ne avevano in parte ripreso il linguaggio: furono i duces a dare il nome ai duchi longobardi, ed i comites ai conti franchi. E furono questi conti, di palazzo o di periferia, a fornire il primo embrione al futuro feudalesimo arroccato su castelli e terre in strutture di autosufficienza economica. Accanto alle rocche e alle torri si elevavano verso il cielo, prima e più che nel resto dell’Europa cristiana, le nuove chiese e le maestose cattedrali insieme agli operosi monasteri che, imitando la Montecassino del Santo Benedetto, rieducavano i popoli all’ordinato lavoro e all’antico sapere.
Separata dal mare dall’Europa continentale, l’Inghilterra andava verso il proprio destino, estranea e lontana dal palpitare di rinnovate passioni nel tumulto delle nascenti composite genti delle terre europee.
La Spagna, dalla nobiltà e dalla cultura dei suoi popoli frammisti sotto il civile ordinamento visigoto, era stata spazzata via dall’invasione di una nuova civiltà, alta ma nemica di quella cristiano-europea, quella araba.
Nella gran Germania, un pullulare di tribù in armi gradualmente cristianizzate che tentavano di radicarsi alla terra o di muovere verso occidente sotto la spinta di unni e àvari, faceva ostacolo ad ogni sogno di unità, portandosi dietro al proprio meridione i croati e i moravi cattolici, e i serbi bizantineggianti.
In Italia, dominata all’estremo sud e su alcune coste da presidi dell’impero d’Oriente, l’asservimento ai longobardi che avevano tolto agli italico-romani ogni diritto di proprietà lasciando alla Chiesa romana una vita precaria sotto il proprio rissoso imperio, aveva generato ovunque fame e miseria: l’antico mondo latino sopravviveva solo nei monasteri, in piccole aree più impervie, in alcune città di mare circondate da acquitrini o da zone malsane, e sulle terre dove le plebes coltivavano le campagne e accudivano i porci per i nuovi padroni.
Altrove, stavano i confini di Bisanzio, le orde bulgare e àvare, e il gran mare dei popoli baltico-slavi d’oriente.
Ma nella Gallia romanica i franchi salii unirono gradualmente le diverse tribù franche nel nordest del paese, formarono un piccolo regno, sottomisero alemanni e burgundi, turingi e bavari, sassoni e frisoni, e infine i visigoti di Aquitania e Provenza. Avevano respinto gli arabi dall’Europa continentale, erano penetrati nell’alta Spagna, avevano esteso il proprio regno fin dentro il cuore della Germania – dalla Frisonia alla Sassonia alla Turingia alla Bavaria – e controllavano la Boemia, la Moravia, la Pannonia àvara, l’alta Dalmazia. Parlavano la lingua dei gallo-romani, che da loro prese il nome “francesca”, che poi divenne il francese.
Tutti gli abitanti del regno furono cittadini a pari diritto, sposandosi liberamente fra loro, servendo il re come funzionari e come nobili, e possedendo terre e benefici. Nell’esercito di Carlomagno erano schierati franchi e burgundi, bavari e turingi, visigoti e gallo-romani.
Quando Carlomagno fu invitato dal papa come defensor Ecclesiae a calare in Italia ove egli vinse i longobardi, egli si dichiarò Rex Francorum et Langobardorum: lasciò molti duchi longobardi al loro posto, ed estese la pienezza degli stessi diritti a tutti i cittadini cristiani soggetti al suo dominio. Dominio che era ormai diventato un Impero. Nella notte di Natale dell’anno 800 in S. Pietro, il papa gliene aveva posto sul capo la corona davanti ai grandi del suo regno e a tutti gli ordini del popolo romano – che per tre volte, in piedi, lanciò alto il grido: “A Carlo piissimo e augusto, coronato da Dio grande e pacifico imperatore, vita e vittoria!”.
Era dunque nata nel cuore continentale dell’Europa una nuova grande realtà politica, con un sovrano germanico che parlava una lingua latina e che sull’elsa della sua spada alzava una croce simbolo della fede comune ai franchi, ai teutoni, agli italici. Una nuova universalità riemergeva dai caotici frantumi dell’Impero di Roma a stringere insieme gli uomini di Francia, di Germania e d’Italia nell’alto sogno di un’Europa rinascente.
Ma la potenza carolingia durò poche generazioni: l’eredità di Carlomagno, divisa formalmente in tre, lasciò in realtà due forze politiche: il regno dei franchi ad ovest ed i principi tedeschi ad est, divisi da una sottile e insignificante Lorena nel centro.
Il concetto di imperium sopravvisse intatto fra i principi tedeschi, espressione dell’universalismo degli europei del Medioevo, e della necessità di difendere il cristianesimo del continente contro le minacce che dal Mediterraneo, dai balcani e dall’Oriente gravitavano sulla nuova civiltà della “Romanìa germanica”.
Furono dapprima i sassoni del nord a garantirsi una superiorità sugli altri principati, e ad imporsi nell’impero con alcuni dei propri duchi che in qualche caso – Ottone ed Enrico – furono grandi imperatori. Tutti scendevano in Italia, in qualche chiesa del nord – Pavia, Monza, Milano – a ricevere l’olio santo che ne sacralizzava l’altissima funzione. Poi, dopo un duro scontro fra Bavaria e Svevia – che all’assedio di Weiblingen, castello degli Hohenstaufen svevi, vide la nascita di guelfi e ghibellini dal grido di guerra bavarese Hye Welf e da quello svevo Hye Weiblingen – uscì vincitore Federico Barbarossa, che con suo nipote Federico II lasciò certo un gran segno nella storia. L’impero passò infine agli Asburgo, ed espresse la sua grandezza con Carlo V che fu l’ultimo imperatore a ricevere l’unzione ecclesiastica.
Fin dai suoi primi secoli il Sacro Romano Impero si trovò di fronte a due grossi ostacoli: il papato – che esigeva la nomina e il controllo dei vescovi divenuti da tempo diretti feudatari del potere imperiale – e i liberi Comuni dell’Italia centrosettentrionale – che volevano riconosciuta dall’Impero la propria autonomia nella gestione della città e del suo contado.
Appare qui necessario, di fronte alle lotte comunali italiane contro l’Impero, fare due considerazioni essenziali.
Mentre per tutta l’Europa i vari popoli si muovevano – più o meno lentamente – verso l’unità nazionale, accettando con naturalezza e talora con gratitudine l’autorità del più forte fra i rissosi e prepotenti nobili locali a far da monarca e protettore dei deboli, questo in Italia non accadeva.
La Francia era già in sostanza unita, la Spagna nelle guerre di “reconquista” cercava certamente la sua unità, la Germania, pur nelle sue molteplici signorie che la dividevano, avvertiva nell’idea imperiale un’autorità superiore che la legava, l’Inghilterra stava maturando allora la sua unificazione sotto il dominio normanno, e tutti gli altri – dai magiari agli scandinavi, dai baltici ai polacchi, dai croati ai serbi in occidente – cercavano la propria unità accogliendo in modo compiacente una monarchia accentratrice; mentre la smisurata massa slava d’oriente trovava a Kiev, col forte principe Vladimiro II, la fede cristiana e la civiltà europea sotto la ancor energica influenza di Bisanzio. Così i russi del sud poterono subire per secoli il dominio dei mongoli in attesa che gli slavi di tutte le Russie, intorno alla Moscovia governata anch’essa, come l’antica Ucraina, da una nobiltà di origine varega, cacciassero i barbari d’oriente e costruissero l’immensa unità della Russia odierna.
Insomma, tutti i popoli d’Europa – intorno alla loro lingua, ai piedi dei loro altari fumiganti sui boschi della propria terra, nell’orgoglio della loro antica poesia epica tramandata oralmente a preparare la Chanson de Roland per i franchi o il Canto della schiera di Igor per gli ucraini – accettavano nella disciplina al proprio re il segno della compattezza della propria frammista stirpe in attesa di farsi nazione.
Non fu così, però, in Italia. Nel suo cuore, la Chiesa di Roma la divideva in tre. Tutto il sud era dominato dai normanni, in attesa del grande Federico di Svevia – unico imperatore italiano e mediterraneo – i cui eredi dovettero lasciare il nostro meridione ad angioini ed aragonesi e infine ai Borboni, mentre l’intero centro nord, più strettamente controllato dall’impero, era governato da feudatari e da vescovi di diretta nomina imperiale.
Qui, in questo ampio angolo d’Impero dove l’autorità del sovrano germanico era meno incombente, e dove molti vescovi e feudatari si legavano più strettamente agli abitanti dei borghi rinascenti, accadde qualcosa che era stato e restò sconosciuto a qualunque altro fra i popoli europei: laddove poche migliaia di uomini si trovavano a vivere insieme nei chiusi borghi di case e di torri addossate alle chiese e alle piazze, essi – artigiani e mercatori, tessitori e armaioli, costruttori e pellettieri – si accorsero presto di essere in grado di esprimere nel proprio stesso seno una compiuta ed efficiente classe dirigente. Una classe dirigente politica, amministrativa, giudiziaria, diplomatica, militare capace di interpretare e di tutelare, di tutti questi uomini l’interesse comune. E Comune fu il termine che definì questo fenomeno.
Non interessa qui ora valutare l’ispirazione ideale, se mai ve ne fu una. Certo, non fu un fenomeno libertario: il concetto di imperium era talmente dominante da non consentirvi alcuna alternativa. Ciò che loro pretendevano era solo l’autonomia: l’autonomia dai feudatari più vicini e più imperiosi, dai Comuni concorrenti, dai contadi dai quali dipendeva la loro sopravvivenza, dai potenziali ostacoli ai mercati che erano garanzia del loro futuro.
Ma se non ci preme qui la ragione ideale, che si presentava contrapposta fra i diversi Comuni, feudatari e vescovi divisi in guelfi o ghibellini – contesa che si aprì in Italia a fil di spada perdurando per secoli di lotte cruente e di devastanti incendi di borghi, di castelli, di monasteri – quel che ci preme invece è capirne a fondo la causa favorente e determinante.
Essa fu, certamente, una causa pre-politica. Fu forse, in parte, l’antichissimo costume dei municipi romani mai spento del tutto e forse, ancora, il persistere di un’altissima capacità artigianale che, tra fabbri e carpentieri, tra lanaioli e armatori di navi, tra farsettai e calzolari alzava l’orgoglio cittadino e spingeva a ricercarne nuovi mercati aperti. Ma forse, e soprattutto, fu l’alta intelligenza media degli italiani che, appena usciti dalla morsa del caos, dalla fame, dalla miseria, ritrovarono l’orgoglio comune del ricostruire insieme cose alte ed ardite impossibili ai più.
Così dalla Lombardia all’Umbria, dalla Toscana al Veneto, dalla Liguria alle Marche decine di piccoli e grandi nuclei urbani ritrovarono, insieme alla vitalità economica, un proprio centro politico.
Per ristabilire la propria autorità e il codificato ordine feudale, i più animosi fra gli imperatori calavano in Italia con qualche migliaio d’armati, rafforzavano l’esercito con forze ghibelline locali – Comuni e vassalli fedeli – e tentavano di restaurare l’ordinamento imperiale. Di fronte a loro, alla testa dei propri popoli, i consoli, i dogi, i vescovi ormai inurbati si battevano con orgogliosa tenacia, ricostruivano le città distrutte o bruciate, e riaccendevano l’antico sogno della propria autonomia.
Milano, rasa al suolo da Federico Barbarossa e presto ricostruita dai suoi abitanti, fu il centro della Lega Lombarda. Pisa, che forniva il grosso delle sue truppe all’imperatore, fu da sempre, fino alla sua decadenza al calare del XV secolo, la capitale dei ghibellini d’Italia.
Gli imperatori alla fine persero, in onta alla dominante presenza in Italia del grande Federico II, contro l’alto numero dei Comuni guelfi e la forza crescente del papato. Ma persero infine anche i Comuni, sostituiti lentamente dalle Signorie mentre in tutta l’Europa maturavano le grandi nazioni e nasceva il Rinascimento, che da Firenze a Milano, da Venezia a Roma, da Genova a Mantova, da Verona a Siena alzava l’uomo ad una nuovissima civiltà, e vedeva morire l’antico mondo medioevale.
Abbiamo qui parlato di Pisa: è questa la seconda delle nostre due considerazioni.
V’è qualcosa di inverosimile nella vasta storiografia mondiale: nessun grande storico, in almeno uno dei paesi più fecondi del mondo, ha mai scritto una storia di Pisa. Né l’ha mai scritta un italiano.
Pisa fu certo una delle prime comunità a riemergere nella desolazione italica dell’Alto Medioevo, passando rapidamente da borgo marittimo a città marinara. Già dal sesto-settimo secolo s’era data una cinta muraria, che rafforzerà nel nono e soprattutto nell’undicesimo secolo. Le sue navi contribuirono nell’870, al servizio dei franchi, a battere a Comacchio i veneziani alleati dei bizantini. Un secolo dopo, nel 970, servendo Ottone I, i pisani sconfissero una flotta bizantina nel mar di Calabria, e presero Reggio nel 1005. Contribuirono coi normanni ad espellere gli arabi dalla Sicilia, occupando Palermo con un’azione dal mare. Eliminarono Amalfi dal Tirreno e misero fuori gioco Gaeta e Salerno.
Nel gran gioco secolare di lotte contro i barbareschi, Pisa protegge le coste tirreniche, difende Roma con le sue truppe, prende Cartagine, Bona e poi Tunisi, prende Lipari, occupa, riperde, riconquista la Sardegna. La Corsica è da tempo sotto controllo pisano. Partecipa con 120 galere e con migliaia di uomini alla prima crociata: l’importanza determinante della sua presenza è documentata dalla elevazione del suo vescovo Daiberto dei Lanfranchi dei Rossi, primate di Pisa e della Corsica, al patriarcato della Città Santa. In Gerusalemme, domina un grande Castel Pisano.
Come attestano editti delle due massime autorità vigenti – l’impero e il papato – ai cittadini pisani o ai loro vescovi vengono concessi privilegi e benefici secondo antiche consuetudines, esercitati cioè da gran tempo. Ma a partire dal decimo secolo si smette di parlare di vertici imperiali o ecclesiastici: si parla solo di consoli eletti, dei vescovi di Pisa, dei propri feudatari inurbati.
Pisa è ormai, e lo resterà per quasi tre secoli – dal secondo 900 al 1200 inoltrato – il più forte Stato mediterraneo: controlla la costa tirrenica da Portovenere a Civitavecchia, controlla l’arcipelago toscano e alcune isolette del sud, controlla la Corsica e la Sardegna, tiene come protettorato le Baleari.
Le prede delle sue imprese le consentono di iniziare quelle opere – centro di un sognato novello impero – che costituiscono oggi un alto orgoglio toscano e italiano nella storica Piazza dei Miracoli. Pisa controlla tutti i grandi scali marittimi del Mediterraneo dove tiene propri quartieri con piazze, fondachi e case, mulino e pozzo: è un vero impero, dalla Provenza a Bisanzio – dove la corte d’Oriente concede un’egemonia mercantile ai pisani, e paga un proprio tributo all’edificante duomo di Pisa – che importa in Europa col Fibonacci i numeri arabi e l’algebra, e che meraviglia il mondo coi suoi sedici ospedali nel cuore della città.
Ma i nemici di Pisa sono molti. Lo è Genova, strozzata sul mare dalla prepotenza di Pisa, lo sono Aragona e Castiglia, che guardano la Sardegna come possibile preda, lo sono i barbareschi per tutto il Mediterraneo, lo è Lucca naturale rivale da secoli, lo è la crescente Firenze che guarda all’intera Toscana, lo è il papato che mal tollera la gran capitale ghibellina, lo è Venezia, insidiata nei mercati d’oriente. Genova, Lucca e Firenze si stringono in alleanza contro Pisa, che però resiste, e bene.
La minaccia più incombente per Pisa veniva dalla lunga lotta italiana tra guelfi e ghibellini, che si incentrava nel Nord e in Toscana. Fu certo un lungo e sanguinoso guerreggiare, che vide il crollo di intere città sullo sfondo di incendi che lumeggiavano il secolo, in un perfido gioco di abbandoni e di tradimenti che rovesciavano antiche fedeltà e fraternità di sangue. Dalle distruzioni di Milano del 1158 e del 1162 alla conclusione del conflitto con la decapitazione a Napoli di Corradino di Svevia e del pisano conte Gherardo di Donoratico, era corso più di un largo secolo. Nonostante alcune grandi vittorie ghibelline, cominciando da Montaperti dove truppe senesi e pisane travolsero un ben più numeroso esercito fiorentino rafforzato da alleati di tutta la Toscana, di Bologna, Piacenza e Orvieto, il sostegno dei sovrani di Francia al pontefice che vedeva il fronte guelfo pericolare, piegò definitivamente gli imperiali. Scese in Italia, con un forte esercito, Carlo d’Angiò.
A Benevento dove gli angioini piegarono i ghibellini guidati da Manfredi, e poi a Tagliacozzo dove Corradino figlio di Corrado IV, giunto a Pisa per raccogliervi le residue forze ghibelline, venne vinto e catturato, si concluse definitivamente la lotta secolare. Era l’agosto del 1268.
Pisa, battuta in terra con l’impero, stremata e sola – anche Siena s’era fatta guelfa – conservò però sul mare l’orgoglio dell’antica potenza e si strinse nei ridotti confini col vigore di sempre. Gli scali marittimi del Mediterraneo erano in gran parte liberi e Pisa riprese i suoi traffici nel gran mare dopo aver subito paci umilianti con tutti gli antichi nemici. Ma Genova, sempre forte, contestava ai pisani, in una incerta guerra per terra e per mare, il controllo della Sardegna: la Corsica, già la teneva.
Pisa allora, seguendo l’antico istinto che l’aveva sempre vista vincente sul mare in secoli di potenza, decise di difendersi attaccando: una sua flotta arrivò a minacciare e oltraggiare Genova. I pisani, raccogliendo le residue forze, avevano in mare 74 galere. I genovesi invece contavano su 98 galere, mentre altre 10 le andarono apprestando. Sulle calme onde stive del Tirreno, le due flotte si cercavano animosamente, con le armi alla mano.
Si incontrarono a nord della Meloria, piccola isola antistante Porto Pisano. Era un giorno fatidico per Pisa: il 6 di agosto, giorno di S. Sisto, che per secoli aveva visto vincente il gonfalone della Repubblica. Correva l’anno 1284.
I pisani, con 70 galere divise in due gruppi – 40 in prima linea, 30 di riserva – mossero con impeto contro le 68 galere genovesi appoggiate da 8 panfili. Ma dietro l’isola, con gli alberi abbassati, stavano in agguato altre 40 galere genovesi. Quando queste uscirono, attaccando alle spalle le navi pisane, la giornata – e la storia – erano ormai decise: 33 galere pisane vennero catturate, e diecimila furono i prigionieri pisani trascinati a Genova. In mezzo a loro stava anche il giovane Rustichello, che nella galera genovese avrebbe scritto Il Milione per Marco Polo, veneziano catturato dalle navi di Genova nella battaglia della Curzola.
La gloriosa città toscana – dall’orgoglioso motto che fino a pochi decenni or sono poteva leggersi sugli antichi muri di alcune vecchie case pisane: “Chi sa, sa: e chi non sa, su’ danno” – iniziava a scivolare dal sogno di un impero verso il malinconico destino di “città del silenzio”.
E tuttavia Pisa reggeva ancora, pur dilaniata all’interno da lotte fratricide: espulsi i guelfisti dalla città, venne invece trattenuto nella “muda” del Gualandi il vecchio conte Ugolino coi quattro figli, ad eternare nel XXXIII canto dell’Inferno, con la tragica invettiva che l’Alighieri gettò contro Pisa, la dolente e disumana morte dei Della Gherardesca.
Con Guido da Montefeltro, con Uguccione della Faggiola, con Castruccio Castracani Pisa riconquistò il suo contado, incorporò temporaneamente Lucca, minacciò seriamente il primato di Firenze. Passò così il quattordicesimo secolo – con l’esilio del papa in Avignone, con la gran peste, con le prime milizie mercenarie – finchè Firenze, che aspirava inesorabilmente al dominio sull’intera Toscana, si decise alla guerra. Comandati da Gino Capponi, i fiorentini, dopo quattro anni di conflitto, presero Pisa per tradimento. Fu il Gambacorta, “capitano e difensore del popolo”, che dopo sette mesi d’assedio aprì, per 50.000 fiorini pagati dal Capponi, la porta S. Marco.
Con l’esecuzione di decine di condanne capitali, con l’espropriazione dei beni dei maggiorenti più combattivi, col rientro dei guelfi esiliati, con la imposizione di “commissari fiorentini” – spinti dalla Signoria ad usare ogni crudeltà ed asprezza per spopolare la città – la Repubblica fu piegata, umiliata, stremata. E ancora, tuttavia, lo spirito di libertà pisano non era domo. Dopo decenni di spietato e crudo dominio fiorentino, a vita civile spenta nella povertà e nella fame, nel 1494 Carlo VIII calò in Italia e soggiornò a Pisa: rinacquero immediate le libertà comunali. Quando però Carlo VIII, osteggiato da una lega di principi italiani, scampò fortunosamente ad una rovinosa sconfitta a Fornovo sul taro e decise di abbandonare con le sue truppe l’impresa italiana, Pisa riconfermò, marciando come sempre controcorrente in un’Italia che andava tutta verso le Signorie, le sue antichissime scelte comunali.
Furono allora quindici anni di assedio fiorentino guidato da Pier Capponi, dei quali gli ultimi dieci di stretta aggressione alle mura. La chiusura della città era totale, con un progetto di deviazione dell’Arno di Leonardo da Vinci fallito in onta all’impegno di 8.000 uomini, mentre 18.000 armati fra fiorentini, alleati e mercenari stringevano da presso la cinta muraria.
Furono anni tragici, per Pisa e per l’Italia: era l’epoca del Borgia, del Savonarola, del Machiavelli – che proprio a Pisa, osservando gli scontri fra i pisani che si battevano disperati per la propria libertà e i mercenari fiorentini quasi indifferenti all’esito della lotta, concepì il suo richiamo ai principi italiani per un ritorno ad un esercito popolare e “nazionale”.
Ma Pisa, affamata e senza risorse, coi militi ridotti a mangiar sorci e a masticare cuoio bollito, dovette infine capitolare. Alla presenza di Niccolò Machiavelli, delegati di Firenze, le condizioni di resa vennero fissate il 4 di giugno del 1509, e il 9 di giugno le forze fiorentine poterono entrare in città, spopolata e famelica.
Così si concluse, nel tragico e sofferto sapore della sconfitta, la grande epopea di una vigorosa città italiana la cui vicenda non è mai stata scritta, per intero e con profonda ricerca, da alcun vero autentico storico del mondo.
Se con la scomparsa di Pisa come soggetto storico moriva l’ultimo grande Comune italiano, mentre gli altri scivolavano gradualmente sotto le nuove Signorie, l’intera Europa andava verso gli Stati nazionali sotto il dominio di monarchie assolute. Comparve la stampa, ubiquitaria distributrice di idee, di messaggi, di interpretazioni della Bibbia; e comparve la Riforma, che spaccò in due il cristianesimo fra calvinisti da una parte, e anglicani, luterani, cattolici ed ortodossi d’oriente dall’altra. I calvinisti, che ritenevano il guadagno - il profitto – una certificazione di beatitudine eterna, e che non solo giustificavano ma esaltavano l’usura, suscitarono dure ribellioni in Svizzera, in Boemia, in Olanda, in Francia, in Inghilterra – dove determinarono la rivoluzione borghese di Cromwell, impietosa e sanguinaria come quelle che l’avrebbero seguita: la rivoluzione americana, quella francese, quella bolscevica che dilacerò la Russia. Sconfitti in Inghilterra e in Francia, i calvinisti portarono il loro Estremo Occidente in America, e gli ugonotti di Francia, coi Riformati olandesi, nel lontano Sud-Africa.
Le antichissime connotazioni civili e sociopolitiche dell’Europa, già insidiate dalla nascita delle banche internazionali in Olanda, in Svizzera, in Germania e soprattutto dalla nascita della Banca d’Inghilterra nel 1694, incontrarono nell’illuminismo e nella massoneria le due spinte più perniciose verso la disgregazione e le minacce essenziali per la intera civiltà.
Dell’illuminismo non condanniamo la volontà di attenuare il potere assoluto delle monarchie e di migliorare le condizioni civili delle società europee, né la spinta ad una più ampia libertà di espressione, e neppure certo la sua ricerca di una più razionale coltivazione della terra. Dei lumi noi condanniamo senza appello lo spirito antisacrale e la pretesa di consegnare alla Ragione – senza poterci mai dire che cosa essa sia – l’intera storia dell’uomo; condanniamo la sua naturale inclinazione al materialismo e il suo indomabile sostegno alla grande borghesia, nonché la sua intesa profonda ed inestricabile con l’organizzazione occulta della massoneria – che odiava le strutture gerarchiche che non fossero le proprie e che si proponeva quindi, nel silenzio, la cancellazione dell’ordine tradizionale. Il mondo bancario e quello massonico erano già inizialmente penetrati dal potere finanziario giudaico, che coi calvinisti entrava allora nella storia controllando in parte i debiti pubblici di alcuni grandi stati, cominciando dall’Inghilterra.
Iniziava a crollare la Politica, saliva silenziosamente l’economia.
La marcia della gran borghesia massonica verso la conquista dell’intera società continuò con la rivoluzione americana e, dopo pochi anni, con la rivoluzione francese che tentò di lasciare in eredità all’Occidente la nefasta ipocrisia dei suoi Immortali Principi.
Ma l’Europa reagì: con la forza di molti dei suoi popoli, con le residue energie delle sue dinastie, con la potenza profonda delle sue Chiese. I popoli non possono rinunciare al loro bisogno del sovrannaturale – scritto da sempre nel loro patrimonio genetico – né al loro bisogno della comunità nazionale – giacché l’uomo non può vivere solo, né può vivere con l’intera umanità troppo vasta e troppo diversificata: furono queste due forze che sconfissero la irreligiosità della Rivoluzione e la sua venerazione della Dea Ragione fondata sul positivismo.
Tre popoli, in particolare, rappresentarono questa Europa: quello spagnolo che si ribellò, quello tedesco attorno alla Prussia e all’Austria, e quello russo, in ritardo nella storia, ma già ricco di quella unità che lo avrebbe fatto grande.
Dal di fuori dell’Europa, giunse a questi popoli il sostegno dell’Inghilterra – interessata ad evitare la vittoria della Francia che avrebbe unificato il continente – e quello dei Rothschild, che negarono l’estremo aiuto a Napoleone e lo concessero all’Inghilterra.
La grandezza di napoleone – che fu con cesare e Mussolini il più grande legislatore della storia – gli consentì, mentre egli rilanciava un ponte alla tradizione col suo concetto dinastico dell’Impero, di fare il fattorino dei valori rivoluzionari: pur piegato militarmente a Waterloo, tutte le idee e i concetti nuovi da lui sparsi per l’Europa restarono vivi nei popoli e nelle leggi, o sopravvissero nei piccoli gruppi massonico-rivoluzionari che contribuirono in tanti paesi d’Europa – dall’Italia alla Spagna alla Grecia all’Ungheria alla Germania alla Polonia alla Russia – a far fermare i sogni di libertà, di indipendenza, di unità nazionale.
Ma i grandi paesi d’Europa – la Russia, la Prussia, l’Austria – avevano vinto: il congresso di Vienna, nel quale morì definitivamente ogni ricordo del Sacro Romano Impero, sancì con la Santa Alleanza la primazia delle grandi dinastie e il dominio dell’idea reazionaria.
Tutti i fermenti della gran Rivoluzione borghese di Francia vennero repressi, e si trasferirono gradualmente – oltre che in America ove erano trionfanti – nella classe di potere dell’Impero britannico: i massimi vertici della Massoneria, le banche internazionali ad impronta calvinista e giudaica, il laicismo illuminista dissacratore e materialista si ritrovarono armati e silenziosi dietro la copertura mimetica del ricco e antipopolare Puritanesimo inglese.
Qui sorse il sogno di un mondo britannizzato – la Round Table di Rhodes e di Milner – che avrebbe agganciato l’America sotto il dominio comune delle banche cosmopolite. E qui si preparava il terreno per il futuro Council on Foreign Relations.
Mentre in Europa nascevano e si affermavano l’antipositivismo, il romanticismo irrazionalista, i grandi movimenti nazionalistici, e parlavano voci nuovissime: Nietzsche, Wagner, Leopardi, Mazzini, nell’attesa di Sorel, di Oriani, di d’Annunzio. Sarebbero nate l’Italia e la Germania. E sarebbe nata la nuova, tragica storia dei popoli europei.


Dal 1919 al 1922: Mussolini verso il potere
Nel 1918, quando l’intero mondo – dall’America al Giappone – depone le armi intorno alle tragiche macerie di un’Europa dissanguata, Benito Mussolini dirige a Milano il Popolo d’Italia.
Col grande poeta Gabriele d’Annunzio e col sindacalista rivoluzionario Filippo Corridoni, Mussolini aveva guidato il movimento interventista che spinse l’Italia alla guerra. Aperto il conflitto, tutti e tre partirono volontari.
All’assalto alla trincea delle Frasche, l’ardente Corridoni perse eroicamente la vita. Il caporale dei bersaglieri Benito Mussolini, ferito da una bomba, finì in un ospedale militare e venne poi rispedito a casa. Il tenente-colonnello Gabriele d’Annunzio, dopo le storiche imprese di Vienna e di Buccari, concluse invece la guerra ancora in armi: era un eroe nazionale.
Mussolini, interventista e antimassonico, aveva lasciato il Partito Socialista e la direzione dell’Avanti. Già nel 1915 aveva fondato i “Fasci di azione rivoluzionaria”, piccoli gruppi di ardenti interventisti. Nazionalista, anarco-sindacalista, soreliano, antimarxista, non aveva ancora limpido nella mente alcun programma politico: la sua logica era quella dell’azione. Ogni evento avrebbe determinato in lui una risposta: da qui sarebbe nata la dottrina.
Con Gabriele d’Annunzio e col Duca d’Aosta, comandante invitto della III Armata, Benito Mussolini è uno degli uomini più popolari d’Italia. E’, tecnicamente, di gran lunga il miglior giornalista del paese. Parla quattro lingue, Assorbe come una spugna qualunque nuovo concetto gli venga presentato, coglie di ogni problema la sostanza, ne offre in poche parole la realtà profonda.
Ama e conosce il suo popolo, e ne interpreta dal fondo le essenziali esigenze naturali. Allo stesso modo, conosce nei dettagli la sinistra italiana con le sue debolezze, con le sue divisioni, con le sue instabilità, e conosce a fondo il suo vertice costituito da uomini ambigui, avidi e irresoluti.
Disprezza dal cuore tutti i governanti del suo tempo, insieme alla massoneria che li ispira: l’unico per cui avverte una parziale stima è Giolitti, che è però troppo vecchio per ostacolarlo. Considera invece con rispetto i vertici della Chiesa, pur essendo da sempre un anticlericale.
Conosce profondamente la situazione politica internazionale, in particolare quella europea: la guerra civile in Russia con Lenin e Trotski opposti agli zaristi, i comunisti al potere in Ungheria e in alcune regioni tedesche accrescono ai suoi occhi il rischio di una rivolta della sinistra italiana “alla moda di Mosca”. Conosce meno bene, e questa carenza gli peserà addosso per tutta la vita, la politica americana – pur essendo uno dei primi a capire l’importanza nefasta delle banche cosmopolite sulla situazione mondiale.
Nel durissimo conflitto, il popolo italiano ha lasciato sul terreno 600.000 morti. I mutilati e gli invalidi sono 800.000, e quattro milioni dei suoi figli hanno sfangato per anni nelle insanguinate trincee di quel tragico fronte. Gli ultimi combattenti, chiamati a difendere sul Piave la patria in pericolo, erano poco più che diciassettenni: una gioventù che saliva alla vita nel ferro e nel sangue.
Questa epopea cambiò radicalmente il costume italiano. Tutti, in ogni ordine sociale, ne vennero violentemente scossi: l’aggressività e lo scontro diventarono, per anni, una componente naturale della vita.
Ma era stata una guerra vittoriosa. Mussolini, primo fra tutti, capì che qualunque forza antinazionale sarebbe uscita, alla fine, sicuramente perdente.
Il tragico ritorno ad un’economia di pace punì duramente il mondo industriale e quello agricolo, in particolare il latifondo. Infoltita dalla miseria crescente, nel suo odio antico per la bandiera e per la divisa, la sinistra aggrediva e umiliava gli ufficiali dell’esercito, i decorati, i volontari, gli arditi; e minacciava i proprietari delle terre di confische e di espropriazioni, promettendo un podere a ogni bracciante.
La reazione fu immediata; si formarono spontaneamente, qua e là, piccoli gruppi di animosi disposti alla violenza. Il loro nome, secondo la moda, fu quello di “fasci”.
Non fu quindi Mussolini a fondare e lanciare i primi fasci: al contrario furono loro – nel cremonese e nel mantovano, nell’alta Romagna, a Genova a Spezia e a Firenze, a Trieste e a Pola – ad attrarre la sua attenzione. Ed egli decise di guidarli e capeggiarli.
Il 12 marzo del 1919 Il Popolo d’Italia lanciò un appello ai lettori e ai “rappresentanti dei fasci della nuova Italia” perché partecipassero ad un’adunata a Milano in Piazza San Sepolcro. “Da quell’adunata – scrisse Mussolini – uscirono i fasci di Combattimento, il cui programma è racchiuso nella parola: combattimento. Il 23 marzo sarà creato l’antipartito per far fronte a due pericoli: quello misoneista di destra e quello distruttivo di sinistra”.
Nel silenzio generale della stampa che ignora totalmente la nascita del movimento fascista, gli eventi dimostrano che la parola combattimento non è solo un programma. Dopo tre settimane dall’adunata di piazza San Sepolcro, il 15 aprile, all’Arena di Milano si raccolgono diverse migliaia di socialisti: i fascisti, chiusi in poche decine a proteggere la redazione del Popolo d’Italia, escono a fronteggiare la folla che dall’Arena muove verso il centro: scontri, spari, la folla sbanda, e i fascisti assaltano l’Avanti in Via San Damiano e ne distruggono uffici e tipografia.
E’ insieme il segnale e il simbolo d’uno scontro civile che durerà tre anni e mezzo fra le larghe masse della sinistra e i piccoli gruppi – le “squadre” – dei fascisti organizzati militarmente, ben disciplinati, vestiti in uniforme. La sinistra aggredisce i fascisti in imboscate e occupa le fabbriche, i fascisti distruggono i giornali di sinistra, le sedi delle leghe rosse e popolari, occupano i comuni. E, soprattutto, si preparano ad occupare lo Stato.
Cinque mesi dopo, al Politeama di Firenze, si svolge la prima adunata dei fasci di Combattimento italiani. Mussolini atteso con impazienza arriva in ritardo: due giorni prima, in aereo, aveva raggiunto d’Annunzio a Fiume, che con la “Reggenza del Carnaro” teneva la città che il trattato di Saint Germain ci aveva negato. Rientrato in Italia ed atterrato ad Aiello del Friuli, Mussolini trovò i carabinieri – informati dell’incontro – che provvidero a fermarlo. Rilasciato ad Udine in serata, fece appena in tempo a raggiungere Firenze viaggiando in treno nella notte. Era il 9 ottobre del 1919. Alle 11, entrò nel teatro.
Al Politeama, i fascisti fecero i loro conti: i fasci in Italia erano 148. quelli in formazione erano 68, gli aderenti erano alcune decine di migliaia. Il 16 novembre sarebbero state tenute le elezioni: i fascisti, con Filippo Marinetti e Arturo Toscanini in lista, decisero di partecipare.
Fu certo una delusione: come la stampa, anche la pubblica opinione quasi ignorava l’esistenza del movimento fascista, al quale non toccò neppure un seggio. I socialisti salirono da 48 a 156 seggi, i popolari da 33 a 100. ma l’amarezza di Mussolini fu di breve durata: proprio l’incremento della forza elettorale accrebbe l’aggressività socialista, e acuì l’inconsistenza e le divisioni dei popolari. Agli scioperi incalzanti, gli industriali rispondevano con la serrata accrescendo miseria e fame. Un ulteriore aumento del prezzo del pane, nella prima estate del 1920, provocò disordini di piazza con morti e feriti. Ancora morti a Bologna nel 1921, morti a Milano per una bomba al teatro Diana, e brevi, sanguinosi scontri ovunque in Italia. Il 1920 e il 1921 costituirono il “biennio rosso”: vale a dire i due anni di prevalente violenza di sinistra. Neppure Giolitti, ricomparso al governo nell’estate del ’20, riesce a sanare la situazione: un anno dopo si ritira. Nel gennaio del ’21, a Livorno, nasce il Partito Comunista: debolezza ulteriore del fronte antifascista, mentre i “fasci” crescono ovunque. I fascisti non si pongono problemi di sedi o di grandi organizzazione: la loro preoccupazione essenziale è quella delle armi, e di solidi e capaci autocarri per la rapida convergenza di più squadre in un’area da “ripulire”.
Talvolta, però, lo Stato sostiene la sinistra: a Sarzana, le guardie regie sparano contro i fascisti. Ne muoiono 18, colpiti dai militari o vilmente feriti quando raggiunti dagli inseguitori “rossi”.
La palese sconnessione e la carenza di equilibri nelle forze parlamentari fecero prevedere a Mussolini la necessità di nuove elezioni: cosa che accadde il 15 maggio del 1921. I fascisti, diffidenti dopo il primo insuccesso, entrarono nelle liste “miste” del Blocco nazionale di nazionalisti e liberali. Il gioco delle loro preferenze portò, inaspettatamente, 35 fascisti in parlamento. Mussolini, capolista in due circoscrizioni, fu eletto con oltre 170.000 voti a Bologna e 120.000 a Milano. Furono eletti anche 16 comunisti, mentre i socialisti calarono da 156 a 120 deputati.
Un patto di non aggressione fra le due parti non resse che per breve tempo per l’opposizione degli elementi più estremisti, e il sangue corse come prima per le piazze e i vicoli d’Italia.
I fascisti indossavano le loro camicie nere, alzavano i neri gagliardetti, cantavano Giovinezza e All’armi siam fascisti, cantavano l’Inno degli arditi, e inondavano l’Italia di cartoline pubblicitarie fasciste ricorrendo spesso ad immagini femminili e infantili. I “fasci” naturalmente crescevano.
L’elemento determinante però della strategia mussoliniana, in quell’essenziale anno 1921, fu la trasformazione del “movimento” fascista in un vero e proprio partito.
I due maggiori avversari di Mussolini – il Partito Socialista e il Partito Popolare – tengono i propri congressi nell’ottobre del 1921. Il primo dibatte alte questioni ideologiche e internazionali, il secondo discute di problematiche di alleanze parlamentari: ambedue, a dimostrazione della pochezza politica delle loro classi dirigenti, ignorano del tutto la realtà fascista in rapida crescita. Del resto, il primo ministro Bonomi succeduto a Giolitti, in parlamento, dichiara che la cruenta conflittualità italiana ha il carattere di “rissa e di vendette personali”.
Mussolini e Bianchi, comunque, convocano un congresso all’Augusteo di Roma per il 9 del mese di novembre: nascerà il nuovo Partito.
E qui, finalmente, si parla di Stato, di corporazioni, di politica interna ed estera, di problemi finanziari, scolastici, giudiziari. Tutti impegni e promesse che, raggiunto il potere, verranno immancabilmente mantenuti. Allo stesso tempo, però, Mussolini dà direttive a tutti i fasci perché organizzino militarmente le loro squadre. E nasce, ufficiosamente, la “Milizia nazionale”.
Il congresso ci offre, nella sua parte organizzativo-amministrativa, cifre che sono oggi di alto interesse – anche se non lo erano per ministri e politicanti avversari: i fasci sono 2.200, e gli iscritti sono 320.000. Esattamente interessante la suddivisione sociologica: 37.000 i contadini salariati e mezzadri; 23.000 gli operai, 20.000 gli universitari, 18.000 i contadini “proprietari”; 17.000 gli insegnanti, 15.000 gli impiegati privati, 14.000 i commercianti, 10.000 i professionisti, 7.200 gli impiegati statali, 4.300 gli industriali. Tutti gli altri sono minorenni – inferiori ai 18-20 anni – o donne, o militari in servizio. Fra tutti gli aderenti, ad oltre tre anni dalla fine della guerra, 87.000 sono ex combattenti.
Riparte la battaglia politica – che in Italia significa ormai una quasi aperta guerra civile. E con l’inizio del 1922 ci si rende presto conto che il “biennio rosso” è finito: la situazione, sulle piazze, si è rovesciata. Ma si è rovesciata anche nelle fabbriche e nelle campagne. E persino nelle chiese: il 4 novembre 1921, nel Duomo di Milano, il cardinale Achille Ratti aveva benedetto pubblicamente i gagliardetti fascisti.
Il cardinale di Milano, nel febbraio del 1922, sarebbe poi divenuto papa Pio XI.
Mussolini è ormai Duce del fascismo, ed è sorta una Confederazione nazionale delle Corporazioni con funzioni sindacali che a metà del ’22 raggiunge il mezzo milione di adesioni. Laddove esistono dure tensioni fra padroni e salariati agricoli, i fascisti compiono opere di mediazione, e il padronato fa piccole concessioni che mettono fuori gioco i capi rossi “massimalisti”.
I fascisti occupano e devastano municipi di sinistra, leghe rosse e bianche, case del popolo, camere del lavoro, giornali socialisti. Il 1° di maggio, universale Festa del lavoro, viene sostituito dai fascisti col 21 aprile, giorno “Natale” di Roma. E tale resterà, codificato, fino al 1945.
In molte zone d’Italia, sotto l’urto devastante delle squadre d’azione i lavoratori passano – talora in massa – alle organizzazioni fasciste. Ma il fascismo è anche entrato, organizzativamente e psicologicamente, persino all’interno dello Stato: sono ormai molti, fra prefetti, questori e magistrati a simpatizzare per il fascismo e per Mussolini. Il quale – come del resto aveva sempre fatto – si muove su due fronti: da una parte sta per l’ordine, per l’autorità, per la produttività e la continuità del lavoro contro l’ondata di scioperi della sinistra; dall’altra, dove il disordine sociale porta, con la serrata degli industriali, alla affamata miseria centinaia di famiglie, fa intervenire con tutta la loro forza le organizzazioni sindacali del Partito per risolvere la situazione. E’ quello che accade in tre città tradizionalmente rosse – Livorno, Civitavecchia e Terni – dove sono i fascisti a trovare la soluzione e a far cessare la serrata.
La sinistra, finalmente, si rende conto del pericolo fascista – anche se è ormai troppo tardi. Dopo l’ennesima distruzione di una cooperativa rossa a Ravenna, l’Alleanza del Lavoro proclama un grande sciopero “legalitario”: pretende le dimissioni di Facta, attuale primo ministro, perché un nuovo governo sostenuto dai socialisti promuova leggi contro il “sovversivismo fascista”. La data d’inizio dello sciopero è il 31 luglio.
Mussolini commenta insultante: “E’ bestiale. E’ cretino. E’ idiota, superlativamente idiota. Non ha senso. Non ha giustificazione”. E il PNF avverte il governo: o stroncherà lo sciopero, o saranno i fascisti a sostituirlo in armi. Le squadre occupano decine di capoluoghi e distruggono le ultime camere del Lavoro. Il 3 di agosto i fascisti occupano a Milano Palazzo Marino, di dove d’Annunzio parla alla folla incitandola contro lo sciopero. In un articolo dal titolo: “Basta colla viltà”, Mussolini avverte il governo che se lo sciopero “è stato un miserevole aborto”, ciò è dipeso dall’intervento determinante dei fascisti. La reazione fascista è tale in tutto il paese che l’Alleanza del Lavoro, il 9 agosto, dichiara chiusa l’agitazione. E un proclama del Partito Nazionale Fascista annuncia: “La grande battaglia è vinta su tutto il fronte. Il bluff del sovversivismo…è stato duramente, inesorabilmente punito”.
E’ il mese di agosto. La crisi della sinistra si avvia al suo acme. Il giorno 14, Anna Kuliscioff, da Milano, scrive a Turati: “Anche qui pare ci sia un grande esodo di operai dalla Camera del Lavoro, con numerosi passaggi con armi e bagagli al fascismo”.
Ma prosegue anche la tragica crisi della società italiana: è fallita a Genova l’Ansaldo alla quale il governo non ha pagato le commissioni di guerra, trascinando anche con sé anche la Banca di Sconto. Migliaia di risparmiatori sono sul lastrico. Ancor più grave la crisi politica: caduto il governo Facta, si ritenta infruttuosamente con Orlando, con Bonomi, con Meda. Interpellato il vecchio Giolitti, questi risponde di accettare se gli verrà consentita, nel governo, una rappresentanza fascista: la risposta è respinta, duramente, da Don Sturzo, da Treves e da Turati. Il 30 luglio, al re, non resta che reincaricare Facta.
Nel caos politico più totale, Mussolini, il 27 luglio, annuncia alla Camera: “Se per avventura da questa crisi in atto dovesse uscire un governo di violenta reazione antifascista, prendete atto, onorevoli colleghi, che noi reagiremo con la massima energia e con la massima inflessibilità. Noi, alla reazione, risponderemo insorgendo”. Ma a Udine, il 20 settembre, è ancora più esplicito: “Il nostro programma è semplice: vogliamo governare l’Italia”.
Mussolini si rende conto che lo stato non esiste più. Si rende conto che i partiti antifascisti , governati da omuncoli senza spessore politico, hanno ormai perso, oltre che le masse, quella rete di sostegni attivistici locali che – con l’eccezione di pochi residui centri e province – costituivano un tempo la loro forza nel ricattare lo stato e minacciare la nazione. Due di questi ultimi centri – Civitavecchia e Ancona – vengono occupati dai fascisti.
Ma si rende anche conto che alcuni altri nodi essenziali sono solo parzialmente risolti, o del tutto irrisolti.
Il primo e fondamentale, alla sua lucida intelligenza storica e politica, è quello di un pieno risanamento dei rapporti fra lo Stato e la Chiesa: un grande popolo, senza una religione nazionale unificante che concorre con lo Stato a mantenere alto il livello morale dei rapporti fra i sessi e fra le generazioni precipita verso l’indisciplina, la morte della famiglia tradizionale, il calo demografico. Qui ha già compiuto un’azione risolutiva: ha promesso che, raggiunto il potere, garantirà la presenza del crocefisso nelle scuole e nei locali pubblici. E un incontro segreto col cardinale Gasparri in casa del senatore conte Venanzio Santucci, si impegna a riconoscere al papato una sovranità temporale in un quartiere di Roma. All’incredulo cardinale, che ribatte che la Camera non lo voterà mai, Mussolini risponde: “Si cambierà la Camera”. Alla ulteriore obiezione di Gasparri, più incredulo di prima: “Ma la legge elettorale è chiara…”, Mussolini conclude: “E allora si cambierà la legge elettorale”. Siamo nel maggio del 1922. Anche se il Partito Popolare mostra la sua durissima ostilità a Mussolini nella persona del suo capo Don Sturzo, il Duce sa di avere la Chiesa dalla sua parte. Raggiunto il potere neppure sei mesi dopo, Mussolini mantiene immediatamente la parola: cambia la legge elettorale e ottiene una Camera più docile. E comincia subito a preparare il Concordato che andrà alle firme nel 1929.
Il secondo grande nodo è quello dell’Esercito. Egli sa che molti generali sono antifascisti: reduci da una guerra vittoriosa, eredi della lunga battaglia risorgimentale di ispirazione massonica, essi sono spesso massoni attivi, influenzati da correnti internazionali che vedono nel movimento nazionalpopolare guidato da Mussolini un potenziale nemico. Vi sono certo fascisti o simpatizzanti fra gli alti ufficiali in servizio attivo – De Bono, Ceccherini, Fara sono dirigenti del Partito – ed è ben nota la simpatia fascista del Duca d’Aosta.
Ma i vertici dell’esercito, nel loro insieme, rappresentano un corpo ostile. E costituiscono il vero, grande ostacolo alla sua conquista del potere. Egli non può e non vuole attendere una lenta ascesa legalitaria del Partito nazionale Fascista attraverso successive elezioni, ma non è assolutamente disposto ad accettare di confrontarsi, in una tragica guerra civile, con le sinistre e soprattutto con l’Esercito. Sarebbe uno scontro che verrebbe pagato nel sangue dal popolo italiano. Uno scontro nel quale il fascismo, in quel momento, potrebbe anche uscire perdente. E ha concepito, allora, l’idea di calare su Roma con tutte le sue forze per costringere il Parlamento, e soprattutto il re, a conferirgli l’incarico di costituire il governo. Sarebbe una soluzione legalitaria che passerebbe attraverso il re, mettendo fuori gioco la parte ostile dell’esercito, della burocrazia statale, di quel che resta delle forze dell’ordine.
Il re: ecco l’ultimo e più alto nodo irrisolto. Vittorio Emanuele è un uomo enigmatico, mai comunicativo, che considera in cuor suo i fascisti – come disse a Racconigi ad Augusto Castelli, comandante dei guardiacaccia – “una masnada di avventurieri”. Il suo atteggiamento può però essere influenzato da una “marcia su Roma” imponente, con squadre bene organizzate e bene armate. E’ necessario ancora qualche mese, perché il Partito possa aumentare la sua forza, e le squadre la propria efficienza.
Un evento, tuttavia, allarma Mussolini: Facta incontra d’Annunzio e gli propone di presiedere, a Roma, un grande incontro di ex combattenti e mutilati da tenere il 4 novembre.
E’ certo una manifestazione antimussoliniana. D’Annunzio non risponde subito, ma si prende qualche giorno di tempo. Alla fine, declinerà l’invito. In quei giorni, tuttavia, Mussolini avverte la gravità della minaccia: la sua “Marcia” deve prevenire l’evento. Il Partito, ancorché impreparato, impegnerà tutte le sue forze.
La “Marcia su Roma” deve avvenire entro il mese di ottobre.
Il 12 ottobre, a Milano, Mussolini e Bianchi – Segretario del partito – convocano Balbo, Teruzzi, De Vecchi, Ulisse Igliori – capo dei fascisti romani – e i tre generali fascisti De Bono, Fara e Ceccherini. Qui viene decisa la formazione del quadrumvirato che guiderà l’operazione: Balbo, Bianchi, De Vecchi e De Bono. Intanto era stato convocato per il 24 ottobre, a Napoli, il congresso fascista che precederà, politicamente e organizzativamente, la Marcia sulla capitale.
Ma le squadre non sono pronte: addestrate da alcuni anni agli scontri di periferia che hanno vinto ovunque, non sono, neppure da lontano, armate in modo tale da poter affrontare l’esercito. Salvo alcuni piccoli reparti guidati da Ricci, non hanno neppure mitragliatrici. E gli uomini di molte squadre non possiedono una propria arma individuale: portano solo bastoni, o attrezzi agricoli atti all’offesa.
A Napoli, la città è invasa da fascisti in camicia nera . Al teatro San Carlo, Mussolini parla alla presenza di Benedetto Croce. Nel pomeriggio, dopo una sfilata delle squadre nel centro cittadino, il Duce riparla ai fascisti in piazza San Ferdinando: “Io vi dico, con tutta la solennità che il momento impone: o ci daranno il governo, o lo prenderemo calando su Roma!”.
Le cifre indicate dai giornali d’allora sui partecipanti parlano di alcune decine di migliaia di persone. Ma Floyd Stonebridge, addetto militare all’ambasciata inglese, riferisce che erano 15.000 circa: “I partecipanti sembravano appartenere allo strato più basso della classe media. Ho visto anche operai e contadini, e fra loro c’erano anche ferrovieri”.
Il dado quindi è stato tratto, ma il suo rotolante percorso è periglioso: può anche uscire il massimo dei suoi punti, ma può uscire – se l’esercito resisterà – anche un punto prossimo allo zero. Tutto, in fondo, dipende dal re.
Il re coltivava pessimistici pensieri. Era stato, per una vita, un sovrano legalitario: come poteva concedere il governo ad un uomo che minacciava Roma con una marcia armata? La sua forza era l’esercito: ma dentro l’esercito il cugino Aosta, con la sua Terza Armata, l’invitto eroe nazionale – che minacciava in silenzio di sfilargli la corona – aveva passato in rassegna il 28 settembre, a Merano, le squadre fasciste mentre la fanfara del 231° fanteria suonava “Giovinezza”. Se fosse esploso un conflitto, quale parte dell’esercito sarebbe rimasta con lui, e quale con l’Aosta? E sua madre, la regina Margherita, che a Bordighera aveva invitato a cena il 18 di ottobre De Bono e De Vecchi, augurando ai due il successo dei loro piani “indirizzati alla salvezza e alla gloria della Patria”, che significava? Il fascismo era entrato in famiglia?
Certo, quel piccolo politicante, Facta, che reggeva quell’incapace governo, voleva lo stato d’assedio, e il generale Pugliese, comandante della piazza di Roma, affermava che i suoi 28.000 uomini potevano largamente proteggere la città. Del resto, i ponti sull’Urbe erano protetti da mitragliatrici e cavalli di frisia, e dalla sera del 27 le linee ferroviarie che congiungevano la capitale con Civitavecchia, Orte, Avezzano, Segni e Viterbo erano state del tutto interrotte. Ma poi, detto di no a Mussolini, e vinto lo scontro militare – l’avrebbe poi vinto, con quell’infido Aosta? – a chi poteva rivolgersi? In tutta quell’accozzaglia di borghesucci finiti in Parlamento non ce n’era uno, di qualunque colore, che possa da lontano reggere il confronto con quell’avventuriero di Mussolini. Del resto, i più di loro non credono ancora alla minaccia mussoliniana: quando Nenni, il giorno 25 di ottobre, corre alla direzione del PSI per informarli della “Marcia”, li trova impegnati a discutere su chi andrà a rappresentarli all’Internazionale di Mosca. “Nessuno – scrive Nenni – prese sul serio la minaccia”.
Ma la minaccia incombeva, e appariva pesante. Il re, rientrato a Roma da S. Rossore, la sera del 27 disse a Facta che Roma doveva essere difesa a qualunque costo.
Quella notte Facta non dorme: il telefono squilla in continuità. Sono i prefetti, che informano che dalle proprie città i fascisti, sui camion 18BL o in treno, stanno partendo per Roma. Ha cominciato Pisa nel pomeriggio, occupando la Prefettura e mobilitando i fascisti in armi: ne partirono 2.063, dei quali 274 dalla città e gli altri dal contado. Ma è così in quasi tutte le città italiane. La direzione della Marcia, affidata al quadrumvirato, è stabilita a Perugia. Dove, con sorpresa del re, è presente il Duca d’Aosta. Mentre la regina madre invia al re telegrammi di sostegno al fascismo.
Facta, insonne per le telefonate, convoca tutti i ministri per le cinque. Viene steso il decreto per lo stato d’assedio: inviato subito in tipografia, alle 8.30 è affisso su tutti i muri di Roma.
Ma quando Facta, di prima mattina, giunge a Villa Savoia perché il re firmi il decreto, Vittorio Emanuele III si rifiuta di farlo. Qualcosa, certamente, era accaduto nella notte – o forse stava accadendo in quelle ore.
Questa la ragione più naturale: a chiusura della sua giornata, nella notte, il re incontra l’ammiraglio Thaon de Revel e i generali Giardino e Pecori Giraldi, i quali ritengono che l’esercito “non vada messo alla prova”. Il generale Cittadini, consigliere militare del re, è presente alla riunione del Consiglio delle cinque col primo ministro Facta: ascolta, ma non pronuncia una singola parola – sicuramente in pieno disaccordo con lo stato d’assedio. Diaz, il vincitore militare della guerra, Duca e Collare dell’Annunziata, consulente segreto del re, viene immediatamente spedito a Perugia al Quartier Generale fascista. Diaz, isolato in onta agli alti trascorsi perché non massone, a Perugia incontra Emanuele Filiberto Duca d’Aosta. E’ certo un colloquio di sostegno al fascismo. E nel primo governo Mussolini, Diaz sarà il ministro della Guerra.
Insomma, tutti i militari sentiti dal re concordano: lo stato d’assedio è un errore, l’incarico a Mussolini è ineluttabile. E il re, alla fine, è convinto.
Alle 12,40 di sabato 28 ottobre l’Agenzia Stefani comunica la revoca dello stato d’assedio.
Mussolini è a Milano. Il giorno 27 esce dal Popolo d’Italia per una passeggiata con un paio di collaboratori, ma i carabinieri gli intimano di rientrare: diversamente l’arrestano. Ma la sera del 28 Mussolini scrive a d’Annunzio: “Mio caro Comandante, le ultime notizie consacrano il nostro trionfo. Saremo abbastanza discreti ed intelligenti per non abusare della nostra vittoria. Sono sicuro che Voi la saluterete come la migliore consacrazione della rinnovata giovinezza italiana”. La risposta del Vate è aulica, e fascista.
Intanto, le prime squadre entrano nella capitale: sono almeno 5.000 camicie nere. Vengono assaltate e devastate le sedi di quattro giornali, un sindacato, una Casa del Popolo. Scontri in città provocano due morti e una decina di feriti.
Il 29 il re, impressionato dalle squadre in continuo arrivo, convoca Mussolini a Roma. Ma il Duce rilancia: “Rispondete al re – ordinò a Finzi – che andrò a Roma quando riceverò l’incarico formale di costituire il governo”. Nell’eco degli scontri che continuano ad insanguinare Roma, il re infine deve cedere: “Onorevole Mussolini, Sua Maestà il Re la prega di recarsi subito a Roma desiderando offrirle l’incarico di formare il Ministero. Ossequi. Generale Cittadini”. Ma Mussolini non riparte subito. Prima impagina il giornale, poi ordina ai suoi di devastare nella notte la sede dell’Avanti. Infine, alle 20.30 di quel 29 di ottobre, sale sul treno ossequiato dal prefetto.
Anche in questi giorni che concludono la sua battaglia per il potere, Mussolini continua a battersi su due fronti: il giorno 27, a Milano, aveva garantito i vertici della Confindustria ch’egli avrebbe condotto una “politica produttivistica”; nella prima intervista che offre in treno a Luigi Ambrosini della Stampa, salito a Genova, dichiara: “I diritti del lavoro, oggi che passiamo al governo dello Stato, saranno i più rispettati ed ascoltati”.
La “Marcia” intanto procedeva. Il fascismo, quindi, stava prendendo il potere. Ma nessuno, in Italia o nel mondo, sapeva che cosa il fascismo fosse. E tuttavia, in grado diverso secondo intelligenza e cultura, lo sapevano bene i fascisti: basta andare a rileggere le loro decine di giornali e periodici del tempo, dal Popolo d’Italia ai fogli d’ordine delle periferie provinciali. Su un’edizione straordinaria de L’Idea fascista di Pisa, uscito nel pomeriggio del 27 ottobre 1922, un articolo di Dario Lischi così si conclude: “A che tardate, o fratelli d’Italia, a liberare Roma dalla lue bolscevica nitto-bancaria?”I fascisti hanno ben chiari i propri nemici: il marxismo, la massoneria, le banche sovrannazionali. Ecco cosa si porta in corpo Benito Mussolini – in nome della Patria libera e sovrana, della concordia di una nazione organica, della giustizia sociale in un mondo del lavoro più equo, della sovranità monetaria fuori dalle pressioni delle banche cosmopolite.
A questa chiarissima visione politica, Benito Mussolini aggiunge le sue particolarissime doti personali: è un uomo di alta intelligenza, di pronta perspicacia nella valutazione profonda degli uomini e delle situazioni politiche, di forte fibra fisica, di un dinamismo che non consente rivali. Il giorno 31 ottobre, appena arrivato da Milano e ricevuto da 24 ore l’incarico dal re, Mussolini pretende di visitare le ambasciate più importanti: Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Giappone, Brasile. Il 1° di novembre, dopo aver fatto sgombrare da Roma le decine di migliaia di camicie nere che erano sfilate davanti all’Altare della Patria e sotto il Quirinale alla presenza del re – lasciando sul terreno nei vari scontri 22 morti, 3 dei quali fascisti, e 62 feriti dal 29 al 31 ottobre – intima al questore di ripulire la città dalle ultime migliaia di squadristi che ancora bighellonano in centro: la sera, guidando personalmente la sua macchina, percorre l’intera città per accertare che il suo ordine sia stato eseguito.
Il 28 ottobre del 1922, secondo l’agiografia fascista, fu il giorno nel quale la marcia su Roma portò il fascismo al potere. Fu certo una data cardine nei grandi eventi del secolo ventesimo: Mussolini al potere significò la lenta penetrazione dell’Italia nel gruppo delle grandi potenze mondiali, e l’ingresso della rivoluzione fascista nella stria di molte decine di popoli, in Europa e fuori d’Europa.
Nella breve, tragica storia che l’aveva portato dal nulla al potere, Benito Mussolini non aveva sbagliato un colpo: dall’esortare i combattenti e i giovani in Italia e in Europa, a prendere il potere contro le combutte massoniche, a capeggiare i fasci contro le violenze della sinistra, ad andare incontro al Lavoro che tornava dalle trincee, a combattere coi suoi sindacati e con la forza delle squadre il disordine affamante di molte province, a sostenere d’Annunzio nell’epica impresa di Fiume contro il massone Nitti, a riportare l’antimonarchico e anticlericale primo fascismo al rispetto della Corona e della Chiesa per l’unità organica del popolo italiano, ad esaltare il coraggio come base essenziale della dignità dell’individuo e delle aristocrazie militari, ad evitare con tutta la forza della sua intelligenza politica il tragico rischio di una vera guerra civile, a condizionare i vertici industriali ad accettare il suo ordine di nazionalista e socialista, ad integrare l’esercito nella sua ricerca di una gran pace nazionale, a predicare con la sua autorevolezza la disciplina fra i suoi per inculcarla nel paese, era giunto ad imporre ad un re legalitario l’ineluttabilità di affidargli il governo.
Tutto questo, dal marzo del ’19 all’ottobre del ’22. Un colpo da gran maestro dell’alta politica. Di uomini di questa fatta, con la sua mano titanica nel plasmare la storia del suo popolo e del mondo, nel suo tempo e per il futuro, ne nasce uno ogni qualche secolo.
Inoltre, egli incontrò anche, sulla sua strada, la grande amicizia della sorte: quella situazione drammatica del paese gli offriva una superba collezione di straordinari vantaggi.
L’Italia allora era una nazione libera, sovranamente libera: Nessun paese straniero era in grado di intervenire direttamente sul gioco delle forze che potevano portare al potere un qualsiasi vincitore – nazionalista, papalino, democratico o socialista.
Secondo, era una nazione vittoriosa, uscita nel trionfo – ancorché tradito – da un durissimo conflitto: in molte famiglie, l’orgoglio della bandiera era forte quanto può esserlo la fame, nel ricordo dei tanti morti e delle dolenti e gloriose memorie di guerra.
In terzo luogo, lo Stato non esisteva, perché non esisteva al suo vertice una minoranza attiva e consapevole che lo incarnasse, intorno ad un’Idea di Patria, ad una esaltante immagine del passato, ad una speranza coerente di grandezza per il futuro: un ragazzo che cresceva in quell’Italia, che cosa poteva sognare?
Ancora, nessuno poteva offrire l’ideale di una giustizia sociale, neppure il socialismo ancorato a forze internazionali dominate dalla massoneria e dal giudaismo sionista, nemici della nazione e della millenaria tradizione cattolica, e destinato a passare, per affermare la propria utopia – come in Russia – attraverso una sanguinosa rivoluzione.
Infine, il paese era dominato da una silenziosa cricca di banchieri e di massoni, che non potevano accettare quella situazione italiana di profondo disordine e d’alto rischio di cruente rivolte – e che non aveva, neppure da lontano, la menoma idea di quello che Mussolini volesse fare: sapevano solo, per certo, che avrebbe riportato l’ordine che loro desideravano. Dopo di che, l’avrebbero rispedito in periferia.
Cosa che fecero, lasciandolo ammazzare e appendere per i piedi – “il due volte crocifisso”; ma dopo la più sanguinosa guerra della Storia. A distanza di vent’anni abbondanti.
E con l’America padrona militare e politica di un’Europa occidentale sconfitta.


Conclusioni
Abbiamo così tentato di presentarvi, in estrema sintesi e nell’alto rispetto degli obiettivi, brevi cenni sulla recente storia di alcuni popoli – cominciando da quello dei loro nemici, le demoplutocrazie dell’Estremo Occidente. Ma abbiamo anche cercato di offrirvi la visione ideale che andò animando questi popoli fra gli anni venti e la fine del gran conflitto: la rivoluzione fascista.
Questa rapida trattazione si è conclusa con un capitolo che storicamente avrebbe dovuto trovar spazio all’inizio: la presa del potere da parte di Benito Mussolini. Lo abbiamo posto in chiusura perché contribuiva definitivamente a mostrare la naturale altezza della statura politica dell’uomo che lanciò questa rivoluzione: una rivoluzione, come qualcuno già disse, che “divise il mondo in due e lo fece tremare”.
Lo spazio di questo saggio non ci ha consentito di trattare della seconda guerra mondiale, né degli eventi specifici che l’hanno preceduta, né del valore del popolo tedesco o di quello giapponese, o di quei tanti generosi italiani che in nome dell’Onore combatterono fino all’ultimissimo giorno di una guerra sicuramente perduta. Essi rigettarono, per antico orgoglio e per amor di patria, quel supremo insulto che il più gran poeta di ogni tempo, l’Alighieri, rovesciò per l’eterno sul ghigno vile di tutti i traditori: il poeta li spinse all’inferno, giù nella Giudecca all’infimo girone della pur larga catena degli umani peccatori. Quei combattenti accettarono l’ineludibile sconfitta anche per riscattare, col proprio martirio, l’infame e squallida vergogna di quegli italiani che tradirono la propria gente, i propri morti, gli alleati in armi.
E così non abbiamo potuto parlare del superbo volontarismo di milioni di europei, di islamici, di indiani e bengalesi, di birmani, di thailandesi e di indonesiani: ne hanno scritto Piero Sella in l’Occidente contro l’Europa, in Prima di Israele, in Da Madama Butterfly a Hiroshima, Giorgio Pisanò nelle sue opere, Adriano Romualdi nelle sue, Mario Gozzoli in Popoli al bivio, Luigi Emilio Longo in R.S.I – Antologia per un’atmosfera, Teodoro Francesconi nei suoi libri, Gianantonio Valli, Mario Consoli, Giandomenico Bardanzellu in molti dei loro brani. Quel che tuttavia a noi interessava era riportare la verità su molti eventi storici che sono oggi, intenzionalmente, taciuti, ignorati o mistificati dalla gran mediocrazia asservita ai vertici finanziari del mondo. E talora riconsiderare, alla luce delle infinite invenzioni della Storia, le vicine o lontane possibilità di rinascita di una rivoluzione di popoli piegata nell’impari battaglia contro una coalizione mondiale.
In effetti, ciò che per noi è essenziale sono la vita dei popoli e il loro destino, nonché il rispetto, sempre e in assoluto, della Verità.
I popoli dell’Europa occidentale stanno oggi apparentemente morendo.
Ubriachi delle fumisterie ideali del Pensiero Unico americanizzante che ignora i diritti dei popoli, vivono in un individualismo relativistico che svilisce ogni morale e che strangola l’orgoglio di chi voglia misurare se stesso nelle tragiche, non evitabili durezze della vita. E che nega, nel consumismo edonistico che propaga, la naturale nobiltà al concetto del supremo e perenne Bene Comune: la Patria.
I popoli sono oggi abbandonati: ci sono le “società”. Le società, impastate di nuove genti inassimilabili per propria profonda diversità: realtà multietniche che non possiedono più un vero destino. Sono colonie americane: prigioniere dell’internazionale bancaria, sono condannate ad obbedire e a credere nella Novella Religione del Soldo.
Guardatele, queste società: senza sovranità, senza orgoglio, senza spirito di sacrificio, gonfie di egoismi settoriali e locali ma prive d’ogni senso autentico di giustizia sociale, manovrate da una mediocrazia infame e bugiarda, affogate nella droga che divora i giovani – poveri giovani che la nuova cultura, imbevuta di “diritti umani”, accetta come soggetti integri da salvare a posteriori, senza far nulla per prevenire.
Proprio nulla, quando basterebbe insegnare ai bimbi l’orgoglio dell’uomo che cerca in se stesso – rifiutando per dignità ogni aiuto chimico dall’esterno – la forza per affrontare la vita preparandosi a farsi padre di uomini veri.
Ma chi può pretendere di far questo? Classi dirigenti estratte da questa miserevole società, educate allo stesso lassismo, e spesso esse stesse imbevute di queste distruttive sostanze?
Oggi gli europei sono soli. Non hanno più Capi capaci di parlare con gli dèi della storia sopra l’arco dei secoli, né di chiamare i loro popoli alla equità sociale e alla mobilitazione permanente in una elevata estetica della politica. E che non sanno più, nella solitudine, difendere la propria specificità religiosa e la propria identità etnica nell’alta sublimazione della famiglia – cardine dell’esistenza individuale e consociata – né esaltare lo Stato ad incarnare la Patria lungo le infinite generazioni. Uno Stato – quale quello frantumato nella sconfitta del ’45 – che rappresenti una più alta entità per la quale l’individuo possa, spontaneamente e liberamente, sacrificare per intero se stesso a nobilitarsi, spiritualmente e carnalmente, in una insuperabile grandezza umana.
Uno stato che non è più Stato, una nazione che non è più nazione, un popolo che non è più Popolo: a nessuno oggi, nell’Europa occidentale, è consentito sollevarsi in un’Idea corale, ben alta sopra la propria testa, a porre il proprio Io quale componente essenziale della stirpe che guarda al futuro.
Un futuro che rischi di non poter più esistere, giacché una società multietnica non ha un proprio passato: e chi non ha dietro di sé una storia, difficilmente può avere un destino.
Certo oggi basta, a chi voglia ben vedere, guardare lo specchio verace di questa società: la televisione. A parte lo scadente, infimo livello culturale – con la ovvia eccezione occasionale di un raro spettacolo ad orari impossibili – a parte la generale volgarità dei programmi, a parte l’infamia degli spettacoli denigratori della famiglia, a parte le pubblicità lerciamente diseducative, basterà seguire gli alti dibattiti fra i “supremi” uomini politici che discutono i massimi problemi del paese: di che vanno dissertando, i nostri giganti?
Dibattono sempre dei piccoli e squallidi problemi del loro potere, o di bilanci e bilancini, o del grande debito pubblico in crescente, pauroso aumento.
Un debito pubblico che potrebbe essere completamente sanato con una sola parte – una modesta parte – del bilancio annuo della grande malavita organizzata. Una malavita che Mussolini stroncò in breve tempo, ricorrendo ad un onesto prefetto, Mori, che era stato corretto funzionario dello stato anche nei confronti dei fascisti nella città di Bologna, centro di scontri cruenti.
Ma questo attuale potere di uomini incapaci e corrotti, seduto da sessant’anni a pontificare di “lotte” contro questa grande malavita – seduto anche al cospetto dell’assassinio dei più abili ed onesti fra i magistrati italiani, Falcone e Borsellino – che diavolo mai è riuscito a fare? Ha dovuto subire l’arroganza di questa infame malavita, tanto più forte di lui da esserne divenuta sostanzialmente padrona dell’intero paese.
Oppure, come i ladri di Pisa chi litigano di giorno per rubare insieme di notte, fingono dissensi in politica estera per poi obbedire tutti insieme all’America; o dissensi in politica sociale per poi smontare insieme lo Stato Sociale; o, ancora, dissensi sull’immigrazione di stranieri e zingari per concorrere, tutti insieme e perfettamente d’accordo, a registrarne ogni anno l’incredibile, pauroso incremento.
Quello però di cui non dibattono mai – perché nessuno, mai, oserebbe porlo in discussione – è il più grave, il più drammatico, l’autentico assoluto dei nostri problemi: la perdita, totale e perentoria, della nostra sovranità.
Sovranità politica, sovranità monetaria.
Tutti – dico e ripeto tutti – i nostri pesantissimi malanni, nostri e degli altri paesi europei dell’ovest, discendono logici e maligni da questa perdita di sovranità.
Non possiamo scegliere da soli la nostra politica estera: la decide per noi l’America, nell’interesse delle sue plutocrazie o su quello, sovrastante su tanti altri, dello stato di Israele.
Siamo obbligati a tenerci in casa decine di basi aeree, terrestri e navali statunitensi con le loro scorte nucleari.
Non possiamo stabilire noi i nostri servigi militari: ce li additano la Nato o l’ONU, imponendoci guerre ingiuste nei Balcani, nel Libano, nel Medio Oriente – sempre nell’interesse dei plutocrati americani o delle grandi strategie d’Israele.
Non possiamo chiedere giustizia per i nostri poveri soldati che vanno a morire di cancro o ad ammalarsene per l’uranio impoverito, o a farsi ammazzare dal “fuoco amico” senza che i padroni si sognino mai di chiedere perdono, e offrirci giustizia.
Non possiamo determinare da noi la nostra politica sociale interna: la statuisce per noi il grande Monoteismo del mercato, che ci fa “liberalizzare” – cioè svendere ai grandi poteri bancari o a una delle loro fedeli aziende nel mondo – le proprietà dello stato nella grande area industriale o nei trasporti aerei.
Non possiamo punire o raddrizzare le banche private – tutte figlie senza padre della Gran Madre di Basilea – che producono il nostro denaro e ce lo prestano a interessi da strozzinaggio, e che speculano sui nostri piccoli risparmiatori con conti correnti infruttuosi e con mutui spaventosamente insostenibili: ci prestano denaro, e ce lo rubano.
Siamo costretti a sprecare cifre da capogiro per raccattare in mare immigrati clandestini e per ospitarli, infidi e riottosi, in centri che fanno da zampillo a malavita e prostituzione.
Ma se non fa nulla lo stato – legato da una pseudo-alleanza che è in realtà un volgare servaggio ad un’America dominata dai suoi plutocrati e dalle sue banche – come mai non fa nulla e non dice nulla chi paga il servaggio, vale a dire la gente comune?
Oggi si parla molto di libertà. Certo, è facile parlarne.
Siamo liberi di sposare chi vogliamo, di salire su di un treno, su di una nave, su di un aereo per poi andare dove ci pare nel mondo, liberi di spendere i nostri soldi come ci piaccia: ma queste libertà ci erano consentite anche quando in Italia non esisteva la democrazia – e quanti mai soldi in meno sprecavano gli italiani, senza questa “democrazia mangia palanche”? Lo Stato di Mussolini – che metteva in mare la quarta flotta militare del mondo, che primo fra tutti i paesi studiava l’energia atomica nelle sue Università, che inseguiva i primati aeronautici mondiali, che otteneva premi Nobel, che rubava la terra alla malaria costruendo decine di nuove città, che faceva e vinceva le guerre costruendo un Impero, che combatteva gli infortuni sul lavoro e stroncava la tubercolosi, che inventava la “mutua” e gli assegni familiari, che organizzava le pensioni e ideava il Dopolavoro, che rovesciava il decremento demografico e proteggeva i giovani nella Gioventù Italiana del Littorio – chiudeva i suoi bilanci senza una lira di debito.
Ma oggi esistono anche altre libertà. Libertà democratiche. E’ forse per questo che dobbiamo spendere tanto di più: abbiamo i partiti, i sindacati, le cooperative. Possiamo da giovani attendere qualche posto da precario, e da anziani farci rapinare i TFR. Possiamo lasciare mogli e figli quando vogliamo, possiamo drogarci come ci pare, possiamo andare con maschi oltre che con femmine, possiamo raccontare barzellette sui politici, possiamo mantenerci un Santoro in TV, e guardarci filmetti pornografici su molti canali. E possiamo, nelle periferie di grandi città, goderci la visione di un sudicio campo Rom e, in tutte le città – centro e periferia – quella delle migliaia di prostitute multietniche, nonché, nella bella Napoli delle stupende antiche canzoni, esserci goduti fino all’estate del 2008 l’altissimo, unico e irraggiungibile spettacolo delle “barricate ‘e munnezza”.
Ma la vera, l’autentica libertà di sentirci cittadini d’un Paese Sovrano padrone del proprio destino – liberi europei in un’Europa libera, senza eserciti stranieri in casa e capace di prodursi da sé il proprio denaro, senza oppressioni bancarie e senza sfruttamenti usurai – questa non la possediamo.
Siamo servi, fratelli. E servi rischiamo di morire.
Nel gran numero dei popoli europei, tuttavia, ve n’è uno che ancora gode di piena sovranità. Non sta, purtroppo, nell’ovest o nel centro del continente: sta al suo estremo orientale. E’ il popolo russo.
Liberato nel gran gioco imprevedibile della storia dal giogo fisico e morale del comunismo e, successivamente, dal rischio di un asservimento all’atlantismo bancario nel beneplacito di Eltsin, ha improvvisamente ritrovato in Putin un uomo che gli ha restituito dignità, libertà e sovranità.
Unico forse fra tutti gli uomini politici che guidano i grandi paesi del mondo, Putin ha dimostrato rapidamente di saper guardare al futuro del popolo russo al di sopra dei secoli. Appare, per certo, un grande della storia.
Ha capito che il suo vasto popolo, senza il rassicurante sostegno della propria antica religione, correrebbe oggi alcuni rischi mortali: il calo demografico già in atto – e, dopo decenni, recentemente rovesciato da una fortunata ripresa di matrimoni e di nascite – la perdita della propria specifica cultura, l’americanizzazione del costume, lo sgretolamento della propria identità nazionale. In questa solida convinzione, ha trovato una pienezza di consenso nel grande Solgenitsin, che gliel’ha espressa chiaramente nel “giorno della Russia”.
Ha capito il rischio di una prevalenza dell’economia sulla politica, ed ha iniziato a combattere la penetrazione di una grande finanza eslege ai vertici produttivi del paese. Ne ha eliminato una parte, ne ha spedito in galera una seconda, ne ha costretto una terza a fuggire in Occidente. Oggi il popolo russo prega nelle sue chiese, e ha smesso di morire di fame.
Ha capito che senza una possente forza militare – capace di pareggiare alla lunga la sovrastante potenza americana – la Russia sarebbe scivolata fuori dal gran gioco dei soggetti della storia attuale e futura.
Ha quindi potenziato il suo esercito, la sua marina e la sua aeronautica, ma soprattutto la sua rete missilistica – e ha restituito alle sue Forze armate orgoglio e prestigio. La difesa in armi della Gran Madre Russia riaccende di nuovo la fierezza della sua gioventù. Certo, la strada sarà molto lunga: l’America di oggi spende sedici volte quel che la Russia impiega per i suoi armamenti. E molti degli aerei e dei sistemi nucleari russi sono obsoleti. Tuttavia, i mezzi missilistici russi sono oggi i migliori del mondo, e irraggiungibili da qualunque difesa nucleare. E i due nuovi sommergibili atomici, insieme alla modernissima potenza distruttrice della bomba recentemente annunciata, riavvicinano le due grandi forze mondiali. Infine, il popolo russo, come già ha mostrato più volte nella storia, sa accettare altissimi sacrifici per difendere la sua terra e la sua identità: una forza che l’America, priva di un popolo e quindi senza una patria dietro le spalle, deve ancora dimostrare al mondo di possedere. Intanto il suo esercito multietnico e mercenario, dalla Corea al Vietnam al Libano all’Afghanistan alla Somalia all’Iraq, perde tutte le guerre e trascina l’intero paese verso un debito ormai insostenibile. L’America è vecchia, ormai, e la Russia risorta entra oggi nella nuova storia.
Ancora, ha capito il rischio – già vissuto e subito dagli europei dell’ovest – che il suo popolo avrebbe corso accettando l’American way of life: sono le troppe libertà che Giorgio Gaber, terrorizzato, vedeva arrivare dall’America. E così abbiamo visto il popolo russo respingere in piazza le parate gay, e ridere dal cuore delle paranoidi proteste della mediocrazia d’occidente. Che Dio conceda a Putin lunga vita.
Infine, ha capito – e riaffermato più volte pubblicamente – che la Russia è Europa. E’ Europa in termini storici, è Europa in termini civili, è Europa in termini culturali. E vuole entrare in questa Europa: ma non certo in quella di oggi – l’Europa delle Banche.
Qualcuno pensa che la Russia attuale sia attratta dall’Asia, e che guardi all’Europa solo per un grande scambio di interessi nel richiamo della sua alta tecnologia.
Noi pensiamo, con profonda convinzione, che non sia affatto così.
Certo, se lo avesse potuto, Stalin sarebbe venuto in Europa per vuotarla e portarla in Siberia. Ma Putin non ha questi sogni da caucasico nato fra l’Asia e l’Europa: egli sa, come sapeva Solgenitsin, che la civiltà europea – nata in Grecia e poi affermatasi nei millenni con Roma e col cristianesimo – è latino-germanico-slava. E che è qualcosa di abissalmente diverso e antitetico rispetto alla pseudo-civiltà americana, oggi calvinista e giudaica. Una pseudo civiltà guidata attualmente dall’alta massoneria bancaria di ispirazione illuminista.
In termini pratici e concreti, inoltre, egli si rende conto che una integrazione fra le risorse russe e la tecnologia europea rappresenterebbe per secoli una potenza dominante a livello planetario, che ricondizionerebbe l’America ad un livello di grande realtà mondiale, e tuttavia secondaria e incapace di mantenere la propria egemonia.
Naturalmente si rende anche conto che l’imperialismo anglosionista sta cercando oggi di stringere la Russia – come già aveva fatto con l’Europa fascista – nella morsa letale di una tenaglia occlusiva: di qui la sua buona amicizia per la Cina, il recente e stretto legame con l’Iran e con i popoli turcomanni, il suo sostegno all’India in una grande polirica asiatica antiamericana.
Ma la sua linea strategica essenziale è filoeuropea. Mosca si ripropone oggi, con la calma serena e paziente di Vladimir Putin, come la novella Roma di un’Europa che entri nell’Asia: “Od Jadrana, do Japana” – dall’Adriatico al Giappone. Il vecchio motto slavo domina oggi, silenziosamente, la vasta politica moscovita.
Putin e la Russia, del resto, non sono certo soli: in tutta l’Europa, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, sotto le zolle dei nostri campi e le pietre dei nostri monumenti, dorme una mala pianta unitaria ed antiamericana.
Nel cuore di tutti i popoli della grande Europa continentale – ma forse anche, nel profondo, nella patetica Inghilterra filoamericana – vivono ancora gli ultimi reduci non immemori della rivoluzione che armò il nostro continente. Dietro di loro, in ogni paese, decine di migliaia di giovani si rifiutano di piegare la testa, e guardano con religiosa reverenza ai cimiteri dove riposano per l’eterno i molti milioni di europei caduti in armi – insieme ai milioni di civili inermi massacrati da atroci bombardamenti – contro gli americani invasori.
Certo, ne sono morti a milioni anche contro l’Armata Rossa. Fu una tragica, sanguinosa guerra purtroppo inevitabile fra il bolscevismo russo accodato a Mammona e l’Europa quasi interamente fascista: da tempo, come documentato da Gianantonio Valli sul numero 65 de l’Uomo libero, una miriade di divisioni sovietiche si preparavano a invadere l’Europa occidentale. L’operazione Barbarossa era indispensabile.
Il popolo russo, nella sua grande maggioranza, dovette battersi per proteggere la propria patria. Perdette un numero incalcolabile di figli per difendere l’antica terra russa aggredita da quasi tutti gli eserciti europei. E alla fine vinse, nello straripante sostegno della potenza americana, ma col sangue generoso dei suoi giovani soldati. Conclusa la guerra, occupò per decenni metà dell’Europa, orgoglioso e inconsapevole esecutore della strategia antieuropea disegnata nell’Estremo Occidente. Imploso l’impero comunista, però, i russi se ne andarono: e tornò unita la Germania col consenso di Mosca, e furono liberi a decine i popoli soggetti. Non v’è odio antirusso oggi in Europa, né antichi risentimenti. Mentre gli americani, con le loro basi militari e le loro scorte nucleari, ci occupano ancora. Alimentando una profonda insofferenza – interiore e palese – in un gran numero di europei, soprattutto giovani. E’ una profonda insofferenza ideologica, politica, economica che sta, lentamente, diventando una forza.
Una forza contro l’imperialismo anglosionista, contro la Nato, contro le banche cosmopolite.
E’ una forza dalle penetranti radici, che oppone un’irriducibile resistenza agli ideali utopici di un mondo amalgamato e globalizzato, multietnico e multiculturale. Ma sempre dominato dalla Novella Religione del Soldo – che vuol dire la religione del dominio di chi ha moltissimi soldi, e vuole farne di più sfruttando all’osso chi non ne ha, e imponendo lo spreco consumista in un mondo già radicalmente inquinato.
Vi è, in tutte le classi di potere del mondo cosiddetto occidentale – oltre ad una totale impreparazione nel campo economico-finanziario che le rende vittime naturali dell’Internazionale bancaria – una sorprendente impreparazione scientifica. Da questo dipendono i gravi danni recati da alcuni decenni all’ambiente, al clima, agli alimenti e, quindi, i gravi e pericolosissimi danni alla salute dell’uomo.
Bisognerebbe che tutti gli italiani potessero leggere, sul numero 64 de L’uomo libero, l’importante articolo di Enzo Caprioli: L’ignoranza della scienza.
Io già avevo proposto, nel mio libro Le radici e il seme del 1981, la inderogabile necessità di far convergere tutte le diverse e specifiche competenze settoriali – quelle delle varie specialità scientifiche – verso una unica e totale Conoscenza globale: solo la conoscenza umana del tutto – prossima al “tutto” negli ovvii limiti delle umane potenzialità – può offrire all’uomo vantaggi fermi per il futuro, contro i possibili e spesso tragici errori generati dalla competenza settoriale. Il gran gioco del profitto dogmatizzato dall’American way of life, senza i preventivi accertamenti di innocuità, getta nel gran marasma di popoli non sovrani e quindi costretti a subire, una serie di prodotti e di consumi di paurosa pericolosità. L’articolo del dottor Caprioli ne mostra alcuni esempi – dolorosi e terrificanti – e ne adombra altri per il nostro futuro. “Tra competenza e scienza – scrive Enzo Caprioli – c’è la distanza che intercorre fra il pennello e l’opera d’arte”.
La competenza settoriale, fonte di piccole e grandi innovazioni d’alto profitto, è ben curata e protetta, nel clima ideologico del “progresso ad ogni costo” di ispirazione illuminista, dai frenetici investimenti del liberismo capitalista: la conoscenza globale, qualora esistesse, sarebbe la libera e disinteressata espressione delle menti più elevate del mondo in società o nazioni pienamente sovrane.
All’interno delle società umane, al di sotto dello stato e della grande classe mediocratica – le televisioni, internet, la stampa, le pubblicità – esistono, a prescindere dall’orientamento ideologico dell’intera società cui appartengono, importanti corpi sociali che conservano una particolare funzione grazie alla “insostituibile” peculiarità della propria struttura di vertice: gli eserciti, l’ordine giudiziario, alcune grandi Chiese, le classi di guida tecnica – quella burocratica, quella manageriale, quella ingegneristico-architettonica, quella chimica, quella sanitaria, quella della ricerca e dello studio. Tutti questi ordini di potere esistono e funzionano perché sono stati preparati e selezionati in particolari scuole: le Accademie militari per gli eserciti, i Seminari per le grandi Chiese, gli Istituti superiori e le Università per gli ordini tecnico e giudiziario.
Tutto questo, al contrario, accade solo in misura parziale – in senso meramente tecnico – per la grande classe mediocratica, e non accade assolutamente mai per la classe di potere politico: essa cresce – partiti e sindacati – per cooptazione da parte dei vertici di potere sostenuti dalla gran mediocrazia istituzionalmente bugiarda, che obbedisce tutta, naturalmente, ai suoi Padroni della internazionale bancaria. Il risultato è un’accozzaglia di gente scientificamente impreparata, sospinta soltanto dalla necessità di mantenere il potere della propria casta che sopravvive speculando su chi lavora, agli ordini dei supremi ideali dell’imperialismo anglosionista: svilire le nazioni, uccidere le Patrie, negare i diritti dei popoli.
Ma noi abbiamo ancora una Patria: è l’Europa. E crediamo fermamente ai diritti dei popoli europei, dall’Atlantico al Mar del Giappone.
I russi sono, scontatamente ed indiscutibilmente, uno dei più grandi popoli europei.
La Russia quindi può essere, a sua difesa, ostile all’espansionismo USA, ma non è – come pretenderebbero i politicanti e i giornalisti europei asserviti fino al midollo al prepotere bancario e politico dell’Atlantismo anglosassone – un avversario strategico dell’Europa. Essa è, da sempre, parte essenziale della vita del nostro continente. Ha partecipato, come tutti gli altri popoli europei, alle nostre grandi e drammatiche guerre civili da Napoleone all’ultimo conflitto mondiale. Ha pagato, più di tutti gli altri, con molti milioni di figli. Ora, come noi, ne è uscita. E vuole, come noi, l’unità dell’Europa: per essere partecipe del suo comune destino. Non può essere, oggi, esclusa dalla nostra storia.
L’Europa è una in termini di civiltà – greco latina, celtica, germanica e slava. L’Europa è una in termini culturali e religiosi – uscita forgiata e plasmata da millenni di cristianesimo. L’Europa e una in termini di lingue – quasi tutte strettamente imparentate con l’antichissima radice indoeuropea. L’Europa è una in termini di Destino – unificata può tornare soggetto di storia, disunita finirà polverizzata e asservita.
L’Europa deve ormai darsi propri confini.
L’America – che non accetterà mai spontaneamente l’unità politica e militare europea – trama da tempo per frammentarla al suo interno e per occuparne qua e là piccole e fidate basi disgreganti, e vuole ora aggregare forze esterne capaci di snaturarla: una è oggi la Turchia, la prossima sarà Israele. Mentre da sempre, da quando nel primo dopoguerra nacque il sogno dell’Europa, l’arroganza americana ci ha posto addosso l’Inghilterra – che ha pur rifiutato l’euro – con la precisa funzione di impedire all’Europa di unificarsi politicamente.
Sono forze che storicamente e civilmente non hanno mai preso parte alla tumultuosa crescita dei popoli europei: l’Inghilterra, ancorata al suo Commonwealth e ai mercati mondiali, l’Impero Ottomano radicato all’Oriente nel quale i turchi sono nati, il giudaismo vincolato alla propria diaspora per creare, intorno al Dio Denaro, il proprio smisurato potere mondiale. Mentre gli europei progredivano a costruire, fra l’Impero Carolingio e la Seconda Guerra Mondiale, una delle più grandi civiltà che l’umanità abbia mai conosciuto: una civiltà, arricchita nei secoli dall’avanzamento tecnologico, ancora ben viva ma ingabbiata oggi dalla degenerescenza della pseudocultura americanizzante.
Una pseudocultura della quale l’Europa deve per forza liberarsi.
Deve nascere, in Europa, un grande partito unitario. Un partito che chieda ai propri popoli europei di tornare a fare alta e grande politica: via l’Internazionale bancaria, padrona oppressiva della nostra volontà politica, via la Nato che ci asserve agli interessi americani, chiaro il confronto con l’ONU, profonda amicizia con l’Islam a casa sua, regole chiare con la Cina, buona intesa con Giappone e con India. Un partito che guardi alla Russia con alta attenzione.
Nell’Europa di oggi, nell’anima interiore e spesso inconsapevole dei singoli popoli, riposa il sognato progetto di una grande “fortezza Europa” che spinga le sue mura cintoie a guardare da presso, in schietta amicizia, il Giappone, la Cina, l’India e il grande Islam. Compresi i turchi e i turcomanni, richiamati sempre più profondamente verso la propria antica religione.
Noi vogliamo un mondo di pace. E sappiamo che l’unica via per la pace è quella dell’autodeterminazione dei popoli – dei diritti dei popoli.
Noi non crediamo all’innaturale, alla pericolosa, alla criminale visione degli uomini come persone e come umanità. L’uomo singolo non può fare la Storia, né può farla l’intero genere umano, troppo vasto, troppo differenziato, troppo disperso. La Storia la fanno i popoli.
Noi respingiamo la brutale utopia – questa sì davvero irrazionale e davvero radicalmente razzista – che domina oggi l’ideologia dell’Estremo Occidente: la sua civilization è avanzata, è ricca, è “democratica” e deve quindi, con ogni mezzo, essere imposta al mondo.
Noi crediamo, al contrario – come fermamente crede uno spirito libero quale Massimo Fini – che ogni popolo, all’interno dei propri confini storici, avvia il diritto-dovere di scegliere da sé, con le sue libere forze, la soluzione dei suoi interni problemi: politici, sociali, religiosi, di costume. E che tutti i diversi popoli nelle varie aree del mondo, sulla base di antiche e naturali affinità culturali, etniche, religiose e storiche, possano cercare di costruire, insieme, larghe unità di solidarietà e di mercato. L’Europa sarà certo una di queste grandi unità. Di fronte al persistente e progressivo decadere delle demoplutocrazie, l’ Europa dovrà essere – insieme alla Russia – il primo e più nobile esempio di rivolta. Millenni di grandezza, di vitalità, di alta superiorità della sua visione spiritualista, conferiscono ai suoi popoli il diritto di tornare a fare la storia. Nel segno – palese o indiretto – di una rivoluzione vinta in battaglia dalla superiorità materiale di Mammona ma mai piegata nello spirito degli sconfitti. Essa potrebbe tornare a farsi grande e magnanima nel riscatto dei vecchi e giovani militanti, e nell’abbandono liberatorio dei mille traditori d’Europa.
Aree di autosufficienza civile, militare, alimentare, tecnologica. Aree di anticonsumismo, nelle quali classi politiche scientificamente informate consentono alla tecnologia di offrire all’uomo solo quello che, in omaggio all’attuale livello di civiltà, gli è naturalmente necessario. Aree capaci di una piena sovranità monetaria, col denaro che appartenga al popolo e con banche ed assicurazioni che appartengano allo Stato, nel segno di una nobile estetica della vita comune e di un’alta giustizia sociale.
E che non illudano l’uomo di poter combattere la natura e il suo clima, né di poter violare, con indifferenza, la crosta terrestre.
Che, infine, non si illudano di potere, con impudenza, sfidare il Cosmo.
Che resterà, per l’eterno, smisuratamente più forte di noi.

Sergio Gozzoli


21/02/2010


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