CULTURA 2010

CINEMA ITALIANO

“Colpi di Stato”, di Luciano Salce

Annoverato fra i film invisibili del cinema italiano ‘’Colpi di Stato’’ è considerato uno strano lungometraggio, certamente è una satira molto fine sulla psicosi anticomunista dell’Italia della fine anni ’60. Il suo regista ed attore il grande Luciano Salce (Roma 25 settembre 1923 – 17 dicembre 1989) lo riteneva il suo capolavoro. Salce si era svogliatamente iscritto in giurisprudenza e non vi si era laureato, sapendo che non era adatta al suo carattere vitale ed antiburocratico, un po’ anarcoide ed insofferente di potentati e nepotismi, specie di quella facoltà, si era iscritto, poi, e diplomato all’accademia di arte drammatica. Iniziò la sua carriera artistica nel teatro, in Italia ed a Parigi in Francia, nel 1949 recitando insieme al gruppo dei Tre Gobbi, al fianco di  Vittorio Caprioli e Franca Valeri nel Teatro dei Gobbi, rilevando il posto di Alberto Bonucci. Salce non si prese mai sul serio, fu dotato ma vituperato, aveva girato classici della commedia, aveva esordito nel dopoguerra nel varietà e nel teatro di prosa: attore di spettacoli di Giorgio Strelher, regista teatrale filocomunista, e del nobile Luchino Visconti, già regista di fronda nel fascismo, poi nel dopoguerra divenuto comunista, autore e regista. Salce ebbe vocazione satirica,  aveva esordito negli anni cinquanta nel cinema , sia come attore che come regista, in Brasile, dove si era trasferito assieme all’amico Adolfo Celi, dirigendo il film ‘’Uma pulga na balanca ‘’ nel 1953 e ‘’Floradas na serra’’ nel 1954. Rientrato in Italia nel 1955 formò un tandem teatrale di successo con Vittorio Gassman. Nel 1960 diresse ‘’Le pillole di Ercole’’, trasposizione cinematografica della Pochade di Maurice Hennequin. Aveva rinnovato la commedia italiana con la coppia Castellano e Pipolo ne ‘’Il federale’’ del 1961 con l’ex RSI  Ugo Tognazzi, che interpretava un fascista gregario di terz’ordine incaricato di accompagnare a Roma un professore antifascista preso dai suoi studi letterari e privo di senso politico pragmatico. Poi altre commedie di costume pungenti sulla crisi esistenziale del ‘’miracolo economico’’ borghese o dei parvenù come ‘’La voglia matta’’ del 1962, ‘’Le ore dell’amore’’ del 1963 sempre con Tognazzi protagonista. Si era dedicato alla televisione e ad alcune commedie scherzose, dal tono scanzonato e sarcastico che gli era proprio, ‘’La pecora nera’’, 1966, ‘’Ti ho sposato per allegria’’, 1967. Negli anni settanta, dopo aver girato ‘’Il Prof. Dott. Guido Terzilli, primario della clinica Villa Celeste, convenzionata con le mutue’’, 1969, con Alberto Sordi, sulla corruzione della classe medica, ed ‘’Il sindacalista’’, famosa la lunghissima pernacchia al telefono, con la conta dei secondo della sua durata, da parte del sindacalista Lando Buzzanca al padrone della fabbrica Renzo Montagnani. Salce scoprì Paolo Villaggio con ‘’Fantozzi’’ nel 1975, ‘’Il secondo tragico Fantozzi’’, 1976, ‘’Il belpaese’’, 1977, ‘’Professor Kranz tedesco di Germania’’, 1978, cha, però, ebbe esito negativo. Dopo essere stato colpito da ictus cerebrale nel 1982  mentre presiedeva la giuria di Miss Italia a Salsomaggiore Terme, tornò al lavoro nel 1984 dirigendo Johnny Dorelli ed Eleonora Giorgi in ‘’Vediamoci chiaro’’, poi nel 1988 ‘’Quelli del casco’’. Il lungometraggio ‘’Colpo di stato’’ fu girato in bianco e nero nel 1969, senza attori, con uno stile documentarista che oggi definiamo mockumentary ma che allora era pura avanguardia; il film racconta di una vittoria comunista alle elezioni politiche e dei successivi tentativi goffi e disperati della Democrazia Cristiana, governo Americano e servizi segreti di ribaltare il risultato e della Rai di non dare la notizia. Due giorni fu proiettato nelle sale e poi subito volatilizzatosi, tranne l’apparizione fugace due volte su Odeon TV il 13 aprile 1989 ed il 17 giugno 1989 nella fascia notturna di Canale 5, mentre alcuni lo videro alla proiezione nel 1996 ad Udine Incontri, antenato dell’odierno Far East Film, in quanto assolutamente politically incorrect. La trama è avvincente: ambientato in un futuro 1972 in Italia il film descriveva la vittoria inattesa alle elezioni italiane politiche, con la ratifica tecnica di un elaboratore elettronico del Ministero degli Interni, del P.C.I.. Ma per convenienza, ignavia e paura, ma anche per ordine dell’U.R.S.S. il P.C.I. preferisce non prendere il potere e lasciar credere a tutti che le hanno vinte i soliti democristiani. I dirigenti piccisti sono terribilmente imbarazzati, non si stà all’opposizione od in galera per mezzo secolo senza affezionarsi al ruolo di bastian contrario. Si scatena il panico, capiscono che non è più tempo di campare di rendita sui loro ipotetici ed ariosi discorsi, e che devono veramente attivarsi per realmente governare il paese, e non vogliono rischiare di perdere i privilegi acquisiti sulla pelle dei lavoratori e poi Washington non vuole, allerta il sistema missilistico dopo che l’ambasciatore statunitense in Italia parla con il presidente Johnson, i ricchi (tra cui il cantante Claudio Villa, ex comunista) fuggono a bordo dei loro yacht e gli ufficiali dell’esercito consigliano al Presidente del Consiglio ed al Capo dello Stato un golpe militare per mantenere il potere. Mosca, allora simbolo per i piccisti del socialismo realizzato, nemmeno vuole il P.C.I. al governo, perché comporterebbe  un cambiamento degli accordi criminali di Yalta. Saranno gli stessi comunisti piccisti, dopo un colloquio con le autorità di Mosca, a dichiarare che i risultati sono sbagliati, mentre l’inventore del cervellone elettronico sarà internato in manicomio. Decidono dunque, di dichiarare falsi i risultati elettorali, subodoravano già allora il caldo comfort del revisionismo socialdemocratico filo-N.A.T.O.  e la futura svolta democratico capitalistica sotto i nostri occhi attualmente in vigore. C’è un equilibrio  internazionale da rispettarsi: Washington (U.S.A.) non vuole, Mosca (U.R.S.S.) nemmeno, perciò la presa del potere del P.C.I.  continuerà ad essere procrastinata da un’elezione all’altra, con un messianismo irrealizzabile se non virtualmente. Divertente la situazione della cantante che passa dalle canzonette di San Remo alle canzoni di protesta con il Gingol (‘’Sarà fra un mese - sarà fra un anno – ma le suore lavoreranno’’). I funzionari impacciati si adeguano a quella che si delinea come la nuova realtà politica dopo l’inaspettato trionfo elettorale del P.C.I.. Questa la sarcastica ipotesi dl film, che imita il Cinema Verità, con reminiscenza di analoghe sequenze del film ‘’Il Dottor Stranamore’’ del 1963 dell’anarcoide americano Stanley Kubrick, in cui vi è un dialogo telefonico tra il presidente U.S.A.  e quello dell’U.R.S.S., come nel dialogo telefonico, nella seconda parte del film tra il capo comunista italiano e quello sovietico (spiati da tutti i membri governativi) e che si srotola su fatti minimi (la salute dei figli).  La denuncia della corruzione dell’intera classe politica italiana, con riferimenti precisi a partiti reali. Idee spiritose: il persuasore politico di professione, le visite a domicilio dei cacciatori  di voti, le suore che riescono a far votare un uomo morto da tre giorni, gli ammalati caricati su un camion, su cui  vi è iscritto: ‘’Votare sì, ma votare bene’’ e portati a votare dai religiosi, che ritroviamo in un romanzo  del contemporaneo scrittore massone e comunista Italo Calvino ‘’La giornata di uno scrittore’’(qui a votare erano gli idioti del Cottolengo di Torino): erano momenti consueti durante le votazioni, non molto occultati. Intanto la TV di Stato che al momento del sorpasso sostituisce le dirette elettorali con documentari  d’arte e canzonette di tendenze sinistroidi. Nella prima parte del film la macchina da presa a mano scorre liberamente per le strade, con inquadrature sghembe, attacchi sbagliati, in una  ricerca di cinema-verità, con Salce che intervista i passanti nelle future elezioni, commenta con ironia svagata gli avvenimenti (il fotografo francese Matrusch è molto ‘’in’’: come con i Kennedy, fuma con i ‘’Rolling Stones’’) ricostruisce in un mosaico di tasselli diversi tra loro, (ambiente universitario, proletario, ospedali, chiese, ricevimenti, clima elettorale). Salce spreca metà del primo tempo per darci beffa fasulla  e stereotipata del clima elettorale ed del governo democristiano che non sa adeguarsi all’evento, chiama il presidente U.S.A., prepara la rivolta, avendo l’esercito a favore (il capo dell’esercito  propone due soluzioni: arrestare  i dirigenti comunisti o andare a Napoli ed a Pescara ed imbarcarsi per lidi migliori). Salce riesce a piazzare una serie di battute azzeccatissime ed alcuni graffi di satira. Sugli echi del processo al generale dei carabinieri De Lorenzo, aiutato da qualche rassomiglianza fisica maliziosamente ricercate. Raggiunge la sua ragion d’essere, peccato che il buon umore viaggi con un‘ora di ritardo, dopo un imperversarsi di situazioni buffonesche tributarie all’umorismo rivistaiolo degli anni ‘45: quando ancora si rideva degli attivisti, che portavano a votare i morti e simili amenità. L’imbarazzo che rivela  un commediante italiano alle prese con la politica, come l’intelligente Salce, è patetico. E’ un difetto della nazione prima che del film. Nella realtà vi era stato il tintinnar di sciabole, con il Piano Solo, pianificazione militare fatta  emergere dal settimanale borghese social comunista ‘’L’Espresso’’ con una inchiesta nel 1964, finalizzato al golpe che avrebbe comportato l’arresto e la deportazione di politici e sindacalisti di sinistra, l’occupazione delle prefetture e delle sedi di partito, della Rai, delle redazioni di giornali non allineati al regime democratico liberalborghese filoamericano. Una fiction dall’impianto fantapolitico che si nutre di elementi prelevati dall’attualità  dell’epoca, verità mascherata dalla satira. Nella realtà in Italia vi sarà poco dopo un tentato putsch macchietta operato da formazioni paramilitari che era il sequel reale della fiction filmica di Salce, nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 (la notte  dell’Immacolata) gruppi militanti di estrema destra si sarebbero, il condizionale è d’obbligo, riuniti in punti della capitale, penetrando nell’armeria del Ministero dell’Interno, con la complicità di elementi di apparati deviati dello Stato, mentre alle porte di Roma si sarebbero concentrate una colonna di guardie forestali da Città Ducale (Rieti); a capo del complotto vi sarebbe stato il principe Junio Valerio Borghese, ex comandante della X MAS, con un piano d’occupazione del Ministero  della Difesa e dell’Interno, della sede RAI, degli impianti telefonici e di telecomunicazione,  la mobilitazione dell’Esercito italiano. Tutto è pronto, comprese le liste di prosecuzione delle personalità politiche e sindacali  da arrestare, quando, misteriosamente ed improvvisamente, il principe avrebbe deciso di fare dietrofront, interrompendo così il tentativo insurrezionale. Il Cinema mette la sua cornice intorno alla Storia. Il soggetto scritto da Salce, fedele ai propri beffardi umori, e da Ennio De Concini, autore anche della sceneggiatura, che era stato già in carcere durante il fascismo.. Stile italiano (melodramma operistico ed ironia sarcastica) e un linguaggio cinematografico europeo. il film mette  a segno lazzi satirici, battute graffianti, figurine azzeccate tra cui i sosia  di Saragat, Johnson e De Lorenzo. Salce riscatta la sua buffoneria rivistaiola e qualunquista, nella prima parte, c’è la presa in giro di un  vizio nazionale, il trasformismo, cioè la smania di salire sul carro dei vincitori. Ne deriva la sua attualità semifrotetica. Una commedia comica che si inseriva nello sconosciuto filone della ’’fanta-storia’’, in pratica, la pellicola fa accedere nella realtà cose che non sono avvenute o che si è certi che non avverranno. La durata del film è di 105 minuti, gli attori protagonisti: Steffen Zacharias nella parte di Georges Bradis, Dimitri Tamarov in quella di Matrusch, il fotografo, Silvano Spadaccino, il fidanzato, la simpatica e spigliata, attraente Orchidea De Santis, nata a Bari nel 1948, ma trasferitasi a Roma con la famiglia giovanissima, che interpreta con fresca presenza fisica unita ad istintivo senso dell’ironia la fidanzata,  Luciano Salce, sé stesso, Luciano Bonanni, il tipografo, Bebert H. Marbourtie, il presidente U.S.A. Lyndon Johnson, Anna Casalino nella parte di Anna Ferretti, Giovanni Rionni in quella di Claudio Villa, Loris Gizzi, Raffaele Triggia, segretario del PCI, Alberto Plebani, il presidente della Repubblica italiana, Amedeo Merli, il giornalista Giordano, Anna Maria Capparelli, moglie di Giordano, James E. Mishener, l’ambasciatore U.S.A. in Italia, Leo Talamonti, il presidente del  Consiglio. La musica del film è di Gianni Marchetti con la canzone ‘’La casa bianca’’ di Don Backy e La Val, cantata dalla sarda Marisa Sannia. Il produttore del film Franco Cristaldi per la Vides Cin. Ca, distributrice la Columbia, incassò 107.000.000 di lire. Il pubblico non accettò il film perché non gradiva di parlare di politica anche sul grande schermo, non accettava di essere descritto e di fare la figura di uno strumento in mano ad empi burattinai della politica nazionale ed internazionale, e poi c’erano ancora gli strascichi del boom economico e le classi lavoratrici non potevano permettersi di frequentare le sale cinematografiche. La pellicola resta un capolavoro di satira di fantapolitica con cui gioca il regista. Una ‘’beffa stereotipata e fasulla del clima elettorale’’, (Sacchi su ‘’L’Europeo’’) , con un cast di attori semi-sconosciuti, girato in bianco e nero alla Samperi-Bellocchio-Sindoni. Salce mantenne una posizione appartata rispetto agli altri autori compagni di viaggio della commedia cinematografica italiana: si interessava ai profili dell’italiano senza qualità, lo mostrava nelle sue vesti già dimesse, al di là del desiderio infantile che rivela per la divisa/e, è ingenuo ed in buona fede, lascia spazio ad una morale del senso comuni. Nelle voci attive della regia di Salce si collocano il ritmo, la rapidità di osservazione, la leggerezza di tocco, paragonabili alle commedie sofisticate americane anni trenta (Kezich). Salce tende a rendere grevi le battute, a cadere in un umorismo facile e corrivo, tendente a lasciar spazio alla rimasticatura del luogo comune. Autore disimpegnato, Salce fu anche ingenuo: non aveva compreso che prendendo la tessera giusta o facendo un film di quelli che nessuno va a vedere avrebbe potuto diventare anche un maestro. Evidentemente non conosceva la programmazione neurolinguistica o meglio non leccava il culo a nessuno, perché aveva dignità. Il film, infatti, fu boicottato e quasi ignorato in Italia, all’estero fu molto apprezzato  e discusso, ottenne, cosa rara per un film italiano, un servizio con foto di quattro pagine sull’inglese ‘’Time Magazine’’, liberaldemocratico, e critiche lusinghiere su ‘’France Observateur’’ per cui era un film esemplare per capire qualcosa dell’Italia. Il film fu stroncato dalla critica italiana e scomparve dagli schermi  cinematografici perché non furono perdonati a Salce gli sberleffi antipartitici ed il suo apparente cinismo. Il regista rimpianse le difficoltà produttive e l’indifferenza verso il film; aveva lavorato per un anno alla sceneggiatura insieme a De Concini, mentre il produttore Cristaldi fu definito bonariamente un ‘’cagadubbi’’ e con tanti progetti (in Goffredo Fofi – F. Faldini ‘’L’avventurosa storia del cinema italiano a pagina 386); simpatico, ospitale, cordiale ma faticoso da convincere a fare un film. Il film si doveva intitolare ‘’La schiavitù è finita’’; il soggetto è prodigioso per le sue capacità divinatorie perché dopo successero quasi le stesse cose. Intuizioni notevoli, film originale per la struttura, che parte come un’inchiesta televisiva e poi diviene spettacolo. Vengono usati cori spiritosi da opera lirica, come coro di tragedia, su parole di Salce e pastiche musicali di tipo melodramma di Marchetti, gente con costumi diversi. Il coro è l’italiano che commenta le situazioni. Il film urtò tutti, i ‘’comunisti’’ del P.C.I. perché si permise di dire che era loro sistema stare alla finestra, ma anche il Papa ed il presidente della Repubblica italiana Giuseppe Saragat, socialdemocratico. Gli avvocati di Cristaldi dissero che potevano essere arrestati in base a 14 punti: offesa al capo dello Stato estero, al Papa, a tutti. Invece cadde tutto nell’indifferenza, Il film era credibile, possibile, reale. Luciano Salce attento all’osservazione sarcastica di personaggi. Nel film meno visto ed opportunamente ‘’insabbiato’’ ante litteram controcorrente ed anticipatore peraltro dei tempi, oltre che non politically correct, ad un regista di successo viene rubato un dipinto suo di successo. Intervistato dichiara, con sarcasmo a doppio taglio che trova molto strano che ci sia gente disposta ad interessarsi di lui. Ironia sottile capace di sforzo espressivo, è la testimonianza diretta del reale talento  comico di questi registi. L’impegno politico in autore disimpegnato come commedia politica all’Italia politica. L’intreccio è sviluppato con una libertà narrativa fuori dal comune: svincolato dalla prepotente presenza del comico-mattatore ed aiutato da una uniforme fotografia in bianco e nero, tendente al grigio, di Luciano Trasatti, che appiana ambienti e personaggi  più disparati, Salce racconta una storia senza protagonisti principali  ( nel coro si distinguono l’inventore U.S.A. George Brandis e il giornalista, in buona fede, comunista Giordano, compiendo vertiginosi sbalzi geografici e temporali: il montaggio lega la residenza del presidente del Consiglio a Castel Sabino con la Casa Bianca di Washington, il Pala Eur di Roma con gli interni popolari, una  villa sul mare, teatro di un ricevimento aristocratico, con gli studi RAI di via Teulada, le basi missilistiche americane con il Vaticano, il palcoscenico di un‘opera lirica in Piazza San Pietro). Tramite lo split screen, il regista accosta ambienti agli antipodi nella stessa inquadratura, accentuando la caoticità dell’immagine: l’ambasciatore americano a Castel Sabino, di notte, parla telefonicamente con il presidente degli U.S.A. appena alzato dal letto e avvolto, nudo, in un’enorme bandiera a stelle e strisce. Un coro lirico , interpretato dagli stessi protagonisti del film, dalle tavole  di un palcoscenico, canta arie di introduzione e commento alle fasi dell’intreccio, sul modello delle opere di Filippo Marchetti, l’autore di ‘’Ruy Blas’’ nel 1869. La prima aria introduce al racconto con questi versi sarcastici: ‘’Questo è tempo di elezioni / camarille e confusioni. / Questo è tempo di elezioni / camarille e confusioni. / Ma il paese non si brucia / e rinnova la fiducia / al sistema occidentale / Libertà … democrazia / con un poco di caviale’’. Il termine di camarille si riferisce al modello operistico di partenza  (era un consiglio segreto di monarchi spagnoli, le cui vicende erano protagoniste dei melodrammi lirici) e sferza sarcasticamente il costume politico odierno, i cui intrighi sono paragonabili a quelli spagnoli dell’età barocca. Quando le elezioni si avvicinano è sempre il coro, mentre i versi scorrono sullo schermo, a ricordarci il clima in cui si svolgono: ‘’Sono gli ultimi momenti  / persuasioni … accertamenti / interviste … discussioni / fiati mozzi … previsioni / mancan solo poche ore… / la parola all’elettore’’. L’aspetto documentaristico è controbilanciato dalla esplicita presa in carico della finzione del coro  greco, su partitura di Gianni Marchetti, inserito da Salce come squisita allusione formale alla tragedia classica, con  funzione commemorativa sull’intreccio. La scioltezza espressiva di Salce danno il senso di una pratica di sperimentazione lanciata nel cuore del cinema narrativo, ambiziosa messa in scena, tesa a miscelare tra loro registri più lontani ( la lirica e la fantapolitica, la commedia e il film-inchiesta ricostruito ) in un linguaggio che si disfa di molti luoghi comuni del mainstream italiano degli anni Sessanta, recuperando forme cinegiornalistiche vicine al reportage, al cinema-veritè (macchina a mano, montaggio spezzato) o alla nouvelle vague (collisione provocata tra realtà e finzione, fusione tra i generi, spontaneità dei caratteri). Le immagini ci avevano mostrato  le potenzialità della propaganda  elettorale. Il persuasore occulto, che dissemina le città di messaggi favorevoli alle forze governative. Commenta Salce leggendo  un manifesto: ‘’D.C. dobbiamo continuare… a fregarvi, ha scritto sotto, uno, una volta… Ma a Roma, si sa, sono maligni: sono dissacranti, dicono i critici’’. Il politico che segue il consiglio del persuasore (‘’Stringi una mano e quella mano un giorno scriverà il tuo nome sulla scheda’’), scende tra il popolo ed a un pensionato, che aspetta la pensione di guerra da sedici anni, risponde: ‘’Abbiamo fatto il possibile, faremo ancora di più, nello spirito della pace e della concordia tra i popoli’’. C’è un ministro che scende dall’aereo ed alla folla che lo aspetta non sa che dire; gli portano un biglietto, che legge a mezza bocca: ‘’Votate sì, ma votate bene’’;  l’ossequiente giornalista della RAI, che il giorno delle elezioni intervista gli onorevoli che votano, ricevendo queste risposte: ‘’Io voto per l’Italia: esclusivamente per gli interessi del paese’’, ‘’Io voto per l’Italia e il popolo italiano’’. Il giorno del voto, il coro anticipa i risultati clamorosi delle elezioni. Il governo si era cautelato, telefonando al presidente degli U.S.A., che davanti alle telecamere, dopo essersi puliti i piedi sul suo cane barbone accucciato accanto alla scrivania, aveva mostrato fiducia. Al momento dello storico ‘’sorpasso’’ delle ‘’sinistre’’, i dirigenti precipitarono nel caos: alla RAI oscurano i risultati elettorali, prima deviando l’obiettivo della telecamera dal tabellone luminoso dei risultati alla cupola del palazzo dello sport (il giornalista dice: ‘’occupiamoci dell’ambiente, la cupola dell’architetto Nervi), trasmettono documentari sulla cupola del Brunelleschi e sugli scorpioni, prendendo dal fondo dei magazzini un filmato di canzoni di Anna Ferretti, oscura cantante popolare, che, riscuotendo successo tra il pubblico, viene subito chiamata in sede e costretta a cantare canzoni sempre più di sinistra (‘’Le otto ore’’, ‘’Il Duomo di Milano’’). Frenetiche telefonate si susseguono al governo americano (il presidente urla al telefono, chiede se vi è stato il bagno di sangue), mentre il popolo reagisce istericamente: chè si barrica in casa con i viveri, alcuni danno l’assalto ai negozi, viene svuotata una merceria. Gli unici a rimanere impassibili sono i dirigenti comunisti che, telefonando a Mosca, hanno ricevuto l’ordine di lasciare le cose come stanno. Quando vengono convocati dai politici governativi per il passaggio di consegne, rifiutano le cariche. Tra il capo del partito comunista ed i compagni, dispiaciuti, si svolge questo dialogo: ‘’Ragazzi, i  compagni di Mosca hanno parlato chiaro, mi pare: qui si tratta di equilibrio…’’. ‘’E quelli che hanno votato?’’, ‘’Ognuno sa il suo voto. Mica quello degli altri. E poi, guarda, la pace fa comodo a tutti, anche a loro’’. Tutto  torna come prima : dei falsi risultati elettorali viene ‘’incolpata’’ la perfetta macchina computerizzata portata dall’America, tra il 1971 – ’73, per lo spoglio dei voti, perché infallibile; l’inventore viene rinchiuso in manicomio. La storia è girata come se fosse un film nel film, con un artificio metalinguistico. Le prime immagini inquietanti mostrano avvenimenti  misteriosi : da un archivio rilevano un dossier sui ministri governativi, vengono rapiti 40 attori su un aereo. Una sequenza descrive la perquisizione di misteriosi malviventi in casa del regista: viene trafugato il prezioso dipinto di Picasso, dedicato a Salce (frecciata alla cultura dominante: cattocomunista o demopiccista). La condanna di Salce all’intellettuale  comunista organico al partito, pronto a mettersi al servizio del potere ovunque alberghi. Il regista, intervistato dalla TV, è perplesso, non sa spiegarsi perché gli abbiano messo a soqquadro la casa  rubandogli alcune sue fotografie  (c’è un primissimo piano del volto del regista che mezzo ghignante, si rivolge all’obiettivo, chiedendosi : ‘’E’ come se ci fosse gente che si voglia documentare su di me. E’  strano, molto strano’’. ), poi una voce fuori campo, rivela l’arcano: ‘’Il gioco era ormai chiaro: una grande potenza, infida e lontana, diffonde nel mondo intero un’immagine falsa, tendenziosa e qualunquista delle nostre elezioni del 1972. Lo scopo? Ma era evidente. Descrizione del caos e la crisi del mondo occidentale di fronte ad un ipotetico, quanto assurdo…colpo di stato!’’. Intanto scorrono sullo schermo le immagini di una pellicola ritrovata che viene montata su un proiettore: i titoli di testa del film nel film corrispondono con quelli di ‘Colpo di Stato’. Una didascalia finale incornicia la vicenda: ‘’Questa fantasiosa, assurda storia, realizzata nell’ormai lontano 1972, viene solo ora proiettata in pubblico (in forza del provvedimento n. 731 del 13 febbraio 1979) affinchè in un mondo ormai rasserenato, tutti possano bonariamente e democraticamente sorriderne’’. Salce svagato, gioca, inserendo nel suo film le future reazioni della critica e dei politici, il film non fu accolto bonariamente. Lo videro pochi soliti critici contigui al potere. Lo accusarono di qualunquismo – Morandini scrive: ‘’buffoneria rivistaiola e piuttosto qualunquista, Filippo Sacchi sull’Europeo di ‘’rozzo qualunquismo…Siamo ancora a Guglielmo Giannini. Come apertura mentale abbiamo fatto dei progressi’’. Attaccarono gli sberleffi antipartitici di Salce, loro i critici di cosa di chi, con il loro disegno psicopatologico di chi non perdona agli altri il non essere un leccapiede del potere e di fregarsene della carriera e dei facili arricchimenti plebei della società di sterco del denaro che ci sommerge in occidente e nell’allora est filocomunista o del capitalismo di stato. La rivelazione del film è ancora profetica e ancora attuale del malcostume politico e civile. A sollevare il film dalle critiche di qualunquismo provvede il finale: sulle parole entusiaste del giornalista comunista Giordano – l’unico che non è stato avvertito della mossa politica ed è convinto di stare scrivendo un articolo sull’ ‘’alba di un mondo nuovo’’ con parole che inneggiano alla raggiunta maturità politica italiana (‘’Finalmente possiamo dire che l’Italia è diventata un paese moderno, veramente democratico’’ ) – scorrono le immagini di donne impellicciate, di borghesi felici ed attivi, del ritorno all’avvilente normalità dopo lo ‘’scampato pericolo’’. Comicità caustica, irridente, svagata, capace di delineare con un solo tratto un carattere e di farlo con precisione chirurgica;  comicità fenomenologica; senza analisi di costume, sociologica. La TV è la prima arma di offesa e inganno dei politicanti – lingua – biforcuta. La TV è veicolo di brogli elettorali e truffe ai danni dei cittadini. Nel 1972 lo spostamento fu a destra, non sociale e fascista ma un’alleanza nazionale clerico-monarco-fascista. L’autodifesa sarcastica, sotto forma di aforisma, di Salce che si interpreta da regista nel film come fosse impegnato, molto chiacchierato. Il film ‘’maledetto’’ di Luciano Salce, ancora poco reperibile, oggetto misterioso indegnamente condannato all’invisibilità silenziosa dagli inizi. Un segreto  della cinematografia italiana ‘’sommersa’’. Rimosso vergognosamente dalle sale cinematografiche e dai circuiti televisivi pubblici o privati, asserviti al potere, mortificante verso il regista stesso che ci teneva tanto. Prodotto dopo mille difficoltà con un budget essenziale lungo un anno di duro lavoro,’’Colpo di stato’’ è un film visto da pochi, la cui letteratura critica si esaurisce in poche migliaia di battute. Un film-inchiesta, un ibrido, un po’ sperimentale, un po’ commedia all’italiana folle. La critica  dei quotidiani lo demolì, per i suoi contenuti audaci, mentre il pubblico, anche edotto e cinefilo, disertò le sale aiutato da una distribuzione fantasma.  In custodia presso i labirintici archivi della Cineteca Nazionale, il film è espressione del Cinema Nazionale della Scuola Cinematografica Nazionale  in VHS, il 35 mm è stato proiettato in occasione della 61esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. ‘’Colpo di stato’’ non è una fantacommedia politica alla ‘’Vogliamo i colonnelli’’ del 1973 di Mario Monicelli. Fu un film liberissimo, nel linguaggio, capace di giocare con molti registri insieme, fondendoli in un unico, caleidoscopio ritratto di una ipotetica giornata di elezioni italiane. Feroce satira politica giocata fuori  dei binari sicuri della commedia all’italiana del tempo, avvicinandosi al film – inchiesta, al film nel film, esplicitamente ricostruito, o alla cronaca televisiva, tematizzata acutamente dalle dirette della RAI. La struttura  corale del rècit, privando lo scheletro della commedia del suo baricentro ‘’forte’’ rappresentato dall’attore-mattatore protagonista, frantuma ogni appiglio certo per l’identificazione spettatoriale nei rivoli di diverse micro-storie della stessa importanza, intrecciate tra loro secondo i ritmi della cronaca giornalistica. La censura di mercato fu anche dovuta per il linguaggio cinematografico  vicino alla Nouvelle Vague e l’ironico commento delle vicende nel film.     

Antonio Rossiello        

 
 21/06/2010


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