CULTURA 2010

L'era della stupidità

di Fabio Calabrese

L'intelligenza sta decadendo nella specie umana. Da circa un secolo, da quando Binet inventò i test d'intelligenza, si è registrata una progressiva diminuzione del QI medio delle popolazioni, diminuzione che ha avuto un'accelerazione nell'ultimo trentennio. E' un tipo d'informazione che ricercatori, psicologi, pedagogisti hanno messo molta cura nell'evitare di far arrivare al grosso pubblico. Fra i pochi a rompere il muro del silenzio a questo proposito, si può citare uno studio del professor Giuseppe D'Amore dell'Università di Firenze riportato nel n. 67 del maggio 1998 della rivista "Focus". Lo studio presentato quasi mimetizzato in un riquadro che accompagna l'articolo Bestie del lontano futuro a firma di Ivan Vispiez, eppure quel che D'Amore dice avrebbe meritato ben altra rilevanza.

"Con il progresso", spiegava il professor D’Amore, "è diventato sempre più facile raggiungere l’età adulta. Oggi tutti possono fare figli senza che contino l’intelligenza e l’abilità di sopravvivere. Nell’età della pietra queste qualità erano invece necessarie per arrivare a riprodursi".

Per quanto riguarda le epoche anteriori al XX secolo, non esiste una precisa documentazione quantitativa, tuttavia è piuttosto evidente che gli uomini moderni sono meno intelligenti dei loro predecessori.

Julius Evola faceva notare che anche i maggiori o quelli che passano per i maggiori filosofi nostri contemporanei trovano la Summa Theologica di Tommaso d’Aquino un testo di lettura estremamente ardua, eppure all’epoca in cui l’Aquinate lo scrisse, era un manuale ad uso degli studenti.

Se dalla filosofia passiamo alla letteratura, i risultati sono ancora più sconsolanti: oggi il numero delle persone alfabete e dei presunti scrittori è enormemente aumentato, eppure dove troviamo qualcosa di lontanamente paragonabile alla Divina Commedia, al Faust di Goethe, alle opere di Shakespeare, di Moliere, ai poemi omerici? Le arti figurative? Beh, immaginatevi solo per scherzo qualcuno dei presunti capolavori dell'arte contemporanea, che so, di Picasso, Mirò, Mondrian, Kandinskij nel rinascimento: sarebbe subito considerato lo scarabocchio orrendo che in realtà è.

L'architettura? Oggi disponiamo di macchinari e mezzi tecnici notevoli, eppure siamo in grado di costruire solo enormi parallelepipedi di cemento. Dove troviamo qualcosa di paragonabile al Partenone, al Pantheon, a Notre Dame di Parigi, alla cattedrale di Chartres od anche alla neolitica (preistorica) Stonehenge?

Prevedo una facile obiezione. La nostra – si dirà – è un'epoca scientifica e tecnologica, l'intelligenza ha preso una direzione diversa da quella dei capolavori artistici e letterari del passato. Se è questo che pensate, beh, un esame più attento delle cose vi potrebbe portare a pesanti delusioni: la scienza batte desolatamente il passo da 5 – 6 decenni: le ultime scoperte scientifiche importanti, dal Big Bang nell'astronomia, fisica e cosmologia, alla scoperta della doppia elica del DNA in biologia – biochimica, risalgono almeno alla metà del XX secolo, ed oggi vincono il premio nobel ricerche che mezzo secolo fa avrebbero stentato a comparire sulle pagine delle riviste scientifiche.

In compenso, la ricerca scientifica o quello che passa per tale, è diventata un'enorme macchina per sprecare denaro pubblico, si pensi per tutte alla ricerca della "particella fantasma", il mitico bosone di Higgs, cercato da mezzo secolo con acceleratori che costano quanto il bilancio di una piccola nazione, senza aver mai ottenuto alcun risultato.

La tecnologia, il vanto degli ammiratori delle "magnifiche sorti e progressive" è al palo quasi allo stesso modo: c'è stato il guizzo dell'elettronica – informatica, ma per il resto ... Per il resto, in altre epoche siamo passati dall'utilizzo dell'energia animale, idraulica ed eolica alla macchina a vapore, poi dal carbone al petrolio e all'elettricità; oggi non riusciamo a dar vita a una tecnologia alternativa a quella del petrolio nel momento in cui questa risorsa si sta rarefacendo, diviene sempre più costosa e l'impatto sull'ambiente del suo utilizzo sempre più inquinante e distruttivo.

Ammesso, ma continuando i trend attuali la cosa è alquanto improbabile, che avessimo dei discendenti ancora/di nuovo in grado di pensare, l'età moderna verrebbe ricordata come un'epoca di vuoto intellettuale in tutti i sensi, l'era della stupidità.

Contrariamente a quel che possono pensare coloro che si ostinano a credere al mito del progresso, l'aridità intellettuale dell'età moderna si iscrive in una tendenza di lungo periodo. La nostra specie è vittima di quello che Konrad Lorenz ha definito l'auto – addomesticamento; un animale domestico in linea di massima è meno efficiente fisicamente e meno intelligente dei suoi parenti selvatici, e la stessa cosa accade all'umanità cosiddetta civile. Noi non possiamo misurare direttamente il QI di uomini antichi né tanto meno preistorici, ma abbiamo la misura indiretta della capacità cerebrale misurabile nei crani.

L'artico di Giuseppe D'Amore citato prima ci pone di fronte a una realtà sorprendente: dall'età neolitica a oggi, la capacità cerebrale umana si è andata riducendo, e a velocità crescente.

Il cervello umano, spiega l’antropologo fiorentino, ha raggiunto il suo massimo durante l’età paleolitica 35.000 anni fa con un volume cerebrale di 1600 centimetri cubi, per scendere a 1500 c.c. durante il neolitico, 8000 anni fa, e toccare oggi i 1400 c.c.

Un semplice conteggio ci dimostra che questa decadenza non è per nulla lineare. Per perdere i primi 100 c.c. di volume cerebrale sono occorsi 27.000 anni, mentre i secondi 100 c.c. se ne sono andati in solo 8000, il che vuol dire che la velocità di decadenza del cervello umano dal neolitico ad oggi è più che triplicata.

C’è tuttavia un dato importante che va considerato per avere chiara la questione, che rende meno drammatica la situazione del neolitico, e molto più drammatica, invece, quella attuale. Le dimensioni assolute del cervello non sono una misura diretta dell’intelligenza; più attendibile, da questo punto di vista, è il cosiddetto indice di cefalizzazione che si ottiene moltiplicando le dimensioni del cervello per il rapporto cervello/massa corporea.

In termini semplici, gli uomini piccoli hanno un cervello di dimensioni minori di quelli di taglia maggiore senza che questo implichi un pregiudizio dell’intelligenza, semplicemente perché il loro cervello ha una minore massa corporea da controllare. Gli uomini del neolitico erano di taglia modesta, con un’altezza intorno al metro e sessanta cm., a fronte degli 1,70 – 1,75 dei cacciatori paleolitici, per una ragione molto semplice: il neolitico coincide con la scoperta dell’agricoltura. Lo stile di vita dell’agricoltore sedentario ha creato un surplus alimentare che ha permesso alle comunità umane di espandersi numericamente, ma è innegabile che il singolo agricoltore neolitico si alimentasse peggio del cacciatore paleolitico, con una dieta ricca di carboidrati ma povera di proteine. Questo dato sdrammatizza la perdita di volume cerebrale avvenuta fra paleolitico e neolitico, spiegabile in parte con la riduzione di taglia, ma rende ancora più drammatica ed esponenziale quella avvenuta negli ultimi ottomila anni, soprattutto nella cosiddetta età moderna nella quale la statura è risalita, ma il volume del cervello è continuato a diminuire.

Ci stiamo trasformando in ottusi giganti ipervitaminizzati, idioti e ben nutriti, ci stiamo, in una parola, americanizzando, non solo culturalmente, ma anche biologicamente, il che è infinitamente peggio.

Tuttavia questo non spiega l'accelerazione che la decadenza dell'intelligenza umana ha subito a partire dal XX secolo, e soprattutto nell'ultimo trentennio. Per spiegare quest'ultima si possono indicare quattro fattori convergenti.

Bisogna considerare innanzi tutto il differente tasso di riproduzione delle popolazioni caucasiche rispetto a quelle "colorate". In poche parole un motivo non secondario del fatto che l'umanità oggi è meno intelligente rispetto al passato, è che essa oggi è meno "bianca". Con tutte le fluttuazioni statistiche e le eccezioni individuali possibili, la differenza media di 15 punti percentuali di QI fra popolazioni caucasiche e di colore, pare assolutamente incomprimibile, e non legata a fattori educativi e ambientali, ma unicamente all'eredità genetica.

Il secondo fattore che dobbiamo considerare, è il fatto che oggi sempre più persone con ritardo mentale di diversa entità che in altre epoche la selezione naturale avrebbe spietatamente eliminato, non solo sopravvivono, ma arrivano all'età riproduttiva; a questo punto, l'auto – addomesticamento della nostra specie comincia a produrre un effetto a cascata.

Il terzo fattore da considerare è quello che forse finora è stato meno evidenziato in quest'ottica, ma è con ogni probabilità uno dei fattori di decadenza più importanti, che agisce sia sul piano culturale sia su quello biologico: l'avvento della società di massa e della democrazia, che va considerato un fattore di decadenza estremamente potente. Innanzi tutto, con le rivoluzioni del XIX e del XX secolo abbiamo assistito quasi dappertutto al rovesciamento delle antiche élite e spesso alla soppressione fisica dei loro membri, e non è che ogni superiorità sociale fosse esclusivamente privilegio, ma corrispondeva talvolta ad una superiorità effettiva.

L'effetto più importante dell'avvento della società di massa è però un altro. La società e la politica di massa hanno creato una pressione selettiva in termini darwiniani a favore del conformismo, della supina passività, quindi in ultima analisi della stupidità, mentre l'originalità, l'anticonformismo, la creatività, quindi l'intelligenza, sono stati emarginati, scoraggiati, eliminati. Bisogna notare che l'effetto non è solo sulla componente culturale, ma è anche biologico, perché le personalità ribelli, che di solito sono le più intelligenti sono emarginate ed escluse dalla riproduzione, talvolta soppresse.

Fra tutte le idee folli e deliranti che hanno imperversato nel XX secolo, il comunismo è stato incontestabilmente la più folle e delirante, e si è assunta il compito di colpire non solo il privilegio sociale, ma la superiorità in sé, contribuendo direttamente al peggioramento della razza umana. Pensiamo per esempio alla strage di Katyn, compiuta dai sovietici precisamente allo scopo di eliminare l'élite polacca, od ai Khmer rossi che eliminavano tutti coloro che portavano occhiali, sospettati perciò di essere intellettuali, allo scopo, appunto di creare in Cambogia una società di uomini – formiche.

Oggi il comunismo non esiste più in Russia ed in Europa orientale, ma il danno fatto a livello genetico rimane, inoltre non scordiamoci che il comunismo continua ancora oggi nella sola Cina ad opprimere (e a far regredire intellettualmente) un sesto dell'umanità. La democrazia di tipo americano - "occidentale" dove non è affatto vero che esista qualcosa che si possa chiamare libertà di pensiero, con il soffocante conformismo "politically correct" produce effetti pressappoco analoghi.

Il quarto fattore che dobbiamo considerare è quello propriamente culturale. Gli psicologi "democratici", specialmente i comportamentisti hanno arbitrariamente negato che la base genetica abbia una qualche importanza. Noi non dobbiamo opporre ad un cieco dogmatismo un altro cieco dogmatismo, ma guardare ai fatti e considerare il fatto che l'essere umano è il prodotto sia di fattori genetici sia culturali, che questi ultimi hanno importanza anche se sono ben lontani dall'onnipotenza loro attribuita dai "democratici".

In realtà la cultura, l'ambiente non esercitano un ruolo tanto infimo nello sviluppo dell'intelligenza. Nel libro Diversità genetica e uguaglianza umana (1), il genetista Theodosius Dobzhansky riporta una tabella con i coefficienti di correlazione (che potremmo rozzamente definire come la misura delle somiglianze) fra i Q. I. di persone con diversi gradi di parentela, allevati insieme oppure separatamente: gemelli, allevati insieme o separati alla nascita, fratelli, genitori-figli, parenti di secondo grado, figli adottivi, persone senza relazione di parentela, ecc.

Se noi guardiamo i due casi che sono un po' gli estremi della scala, scopriamo che il coefficiente di correlazione dei Q. I. dei gemelli monozigotici separati alla nascita (che hanno la stessa struttura genetica ma non hanno condiviso alcun influsso ambientale) è del 75%, mentre fratelli adottivi (che non hanno alcuna affinità genetica ma sono cresciuti nello stesso ambiente), hanno un coefficiente di correlazione dei Q. I. del 24%. Considerando che si tratta di dati statistici, dai quali bisogna aspettarsi qualche punto percentuale di scarto rispetto ad una previsione teorica "ideale", davvero non occorrerebbe altro per concludere che l'intelligenza è determinata per tre quarti dall'eredità e per un quarto dall'ambiente.

Nel libro Intelligenza emotiva lo psicologo Daniel Goleman ci racconta una storia molto interessante: gli Stati Uniti hanno, come è noto, una popolazione razzialmente molto mista. Si è constatato che all'ingresso nella scuola elementare i bambini di origine estremo-orientale non presentano nessuna differenza di QI rilevabile rispetto ai bambini caucasici, ma con il procedere della carriera scolastica, i ragazzi asiatici cominciano a mostrare una differenza di QI che diventa alla conclusione del ciclo scolastico un vantaggio di cinque punti (che è pur sempre un terzo della differenza media di QI fra i ragazzi caucasici e quelli afroamericani).

La spiegazione di Goleman di questo fatto mi sembra del tutto verosimile, ed è che i genitori estremo-orientali sono molto meno lassisti di quelli caucasici, proprio per la provenienza da una cultura diversa, pretendono dai figli disciplina ed impegno nello studio. Tutto ciò finisce per avere un effetto benefico non solo su ciò che viene appreso, ma sullo sviluppo dell'intelligenza stessa, un effetto benefico di cui noi priviamo i nostri figli grazie ad un'educazione "democratica".

A livello del "quarto culturale" dello sviluppo dell'intelligenza, che ci troviamo di fronte ad un generale regresso dell'intelligenza stessa, non può certo essere fonte di stupore, sarebbe ben strano, invece, se si manifestasse la tendenza contraria.

Con le famiglie che non riescono più ad educare i figli, o non ci provano nemmeno, la scuola che non insegna più nulla ma è diventata una palestra di "democrazia", "socializzazione" e indottrinamento di sinistra, sarebbe strano che le cose non stessero così, ma i veri responsabili della "cultura" o dell'incultura contemporanea sono i mass media.

I media, soprattutto la televisione, sono concepiti per essere accessibili e catturare l'attenzione al livello mentale più basso possibile, specialmente negli ultimi anni sono diventati il trionfo della stupidità, dell'ignoranza, della volgarità, del cattivo gusto. Guardando gli spettacoli televisivi si ha il sospetto che l'ignoranza, la stupidità, la volgarità non siano semplicemente la mancanza di cultura, di intelligenza, di educazione, ma una forza attiva terribilmente distruttiva.

Nell'essere umano genetica e cultura s'intrecciano in modi complessi e sottili, nessuno ci dice che l'incultura mediatica non possa alla lunga avere conseguenze anche genetiche, se per esempio l'uomo rozzo, volgare, intellettualmente limitato che i reality show propagandano diventa dotato di appeal per il pubblico femminile per queste sue non qualità, questo non potrebbe rendere più difficile trovare una compagna ed avere una discendenza ad uomini più intelligenti e sensibili.

Se proseguono le attuali tendenze, è possibile che i nostri discendenti non avranno più l'intelligenza necessaria a gestire una società complessa nel giro di qualche secolo o di qualche generazione.

Se tutto quello che noi potremmo ancora fare per arrestare ed invertire la tendenza al decadimento intellettivo della nostra specie vi suona sgradevolmente elitario, razzista, eugenetico, fascista; allora forse dovete cominciare a pensare che c'è qualcosa di terribilmente sbagliato nei vostri presupposti etici.

 

 26/03/2010


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