CULTURA 2010


La figuralità come punto di sella in Giovanni Raboni

di Stella Bianchi

Nel Dipartimento di Linguistica e letteratura italiana dell’Università di Cà Foscari a Venezia, diretto dalla prof.ssa Silvana Tamiozzo, si è tenuta di recente una conferenza sull’estetica di Giovanni Raboni(1931-2004),poeta e giornalista.
Ospite d’onore dell’ incontro è stata Patrizia Valduga poetessa e moglie di Raboni, che ha commentato la raccolta di poesie Canzonette mortali scritta dal marito nel 1983.
In un’introduzione teorica Valduga ha ricordato una citazione d’annunziana che definiva il poeta come lo scienziato della parola, colui che mette in risalto l’ipersensibilità dell’udito.
La poesia è stata definita come la testimonianza di una passione che si realizza attraverso un differente trattamento del linguaggio. In questo modo la poesia viene assimilata ad un sogno che avviene in presenza della ragione e che mette insieme pensiero emozionante ed emozione pensante, ristabilendo una relazione tra la logica aristotelica e quella dell’inconscio.
Nel sogno, non c’è tempo e non ci sono classi di individui e nel sogno noi siamo gli architetti che usano un numero infinito di dimensioni come se ci riferissimo soltanto alla dimensione tridimensionale (come riuscire a mettere sedute tre persone in una stessa poltrona).
L’emozione diventa lo stabilimento di una condizione simmetrica attraverso la figuralità.
Il tasso di figuralità varia da una soglia minima del registro non letterario ad una soglia massima del registro non comunicativo come ad esempio avviene nel sogno di notte oppure quando si và a capo quando non c’è da andare e si parla di metatassi (modificazione sintattica del discorso ndr.)per cui la poesia impone che la voce si fermi e che ci sia il silenzio.
Per capire l’estetica raboniana, Valduga ha spiegato agli studenti come già dall’ infanzia si forma la capacità di intendere la poesia perchè non tutti posseggono le doti richieste per poter godere della fruizione poetica .
E’ stato spiegato che dalla prima infanzia si crea in ognuno di noi una specie di ferita interiore generata dall’amore dei nostri genitori.
Se siamo stati tanto amati, noi cercheremo quell’amore tutta la vita, magari attraverso altre persone. Se siamo stati poco amati, cercheremo comunque di compensare il vuoto che ci è derivato dalla mancanza d’amore e che soltanto con enormi sforzi della nostra intelligenza potremo arrivare a capire che non è possibile colmare oggi le mancanze di ieri.
In ogni caso resta sempre in noi una ferita, un’apertura, un divario da riempire perché la poesia riguarda la ferita individuale cioè la predisposizione innata a godere di un piacere che è per pochi.
La poesia di Raboni riguarda anche questa crepa, questa ferita che ci predispone alla fruizione poetica.
Valduga ha spiegato che senza questa apertura, siamo privati della predisposizione innata a godere del piacere della poesia. Ma come si può capire qual è la nostra predisposizione innata? La poetessa ha spiegato che ognuno di noi ha un senso(udito, olfatto, vista…) che predomina sugli altri ed è proprio attraverso questo senso che possiamo entrare in contatto diretto con la poesia.
Spesso l’ansia e l’angoscia manifestano profondi stati d’animo e a volte sono dei sintomi che trovano un risvolto di piacere attraverso la fruizione artistica come accade con la musica, la pittura, la scultura, la letteratura che indirizzano la nostra percezione sensoriale in modo da”farci vedere con le orecchie” quello che non tutti riescono a scorgere(predisposizione innata)
Ogni storia affettiva (compresa quella genitoriale) -secondo Valduga-crea una sorta di ipersensibilità sensoriale individuale che permette di filtrare la realtà circostante in maniera soggettiva. Così la poetessa ha parlato del tema della figuralità spiegando che in Raboni rappresenta il punto di saldatura tra maggiore e minore densità delle emozioni descritte.
Ha ricordato come esempio la frase di un ignoto poeta persiano del 1100 i cui versi recitavano così:
«Quando sono sobrio la gioia mi è negata, quando sono ubriaco non ho più la consapevolezza nella mia mente…ma tra la fase della sobrietà e quella dell’ebrezza, c’è un momento di mezzo per il quale io darei ogni cosa. E quello è per me il momento più bello».
Il momento di mezzo rappresenta il punto di sella, di equilibrio tra due tensioni contrapposte (maggiore e minore densità) e rappresenta la metafora poetica in Raboni.
La tensione verso qualcosa, l’anelito, lo streben definito da Goethe, è un elemento
che caratterizza il poeta.
“Sorge l’esigenza di sentire tutto, ma prima bisogna capire bene cosa stiamo sentendo, sennò siamo come le bestie”ha detto Valduga.
Ognuno di noi tende a qualcosa e la cosa a cui tendiamo è quella che ci qualifica.
Raboni tende a far entrare tutto il mondo, tutto ciò che è diverso da lui dentro di sé attraverso la sua ferita ed è una tensione continua che non raggiunge mai la compiutezza.
Valduga ha spiegato che la maieutica raboniana non vuole creare qualcosa, perché nulla viene creato in quanto le forme poetiche esistono già e il poeta può solo riprenderle e investirle di un nuovo senso.
«Tutti noi possiamo solo citare, ma non possiamo creare» ha detto Valduga.
«Ed è per questo motivo che non si può insegnare la poesia, perché la poesia è quell’istinto che connota la diversità degli esseri umani»ha detto Valduga polemizzando con i corsi di scrittura creativa reputati da lei privi di senso.
La poetessa ha spiegato il significato di RIMA, termine che deriva dal greco rythmos e significa anche fessura, fenditura e quindi la poesia rappresenta una ferita, un parco nel quale far entrare gli elementi della realtà esterna. Ma questa operazione non riesce completamente a Raboni perché entra in collisione con i suoi sogni e con i suoi desideri inconsci. Ed è a questo punto che la poesia diventa figuralità, cioè punto di sella.
Nelle Canzonette mortali , 1983, Raboni parla di una notte insonne trascorsa a Roma con Valduga in un enorme appartamento con tante stanze ad un letto che costrinsero i due coniugi a dormire in camere separate. Quest’opera assomiglia ad un Requiem dell’amore, per quanto la parola gioia compaia più di diciotto volte nel testo.
Raboni aveva ventun’anni anni più di sua moglie e in questa raccolta di poesie vi sono continui ed espliciti riferimenti erotici, ma questo non significa che il poeta amasse parlare di sé, anzi, soleva dire:
«Le mie poesie più politiche sono quelle private».
Valduga ha spiegato come questa raccolta s’inscriva a pieno titolo nella ”Fenomenologia amorosa” che è un filone letterario che nasce nel 1300 con Francesco Petrarca anche se-secondo la poetessa-«quest’ultimo fosse stato solo un dilettante dell’angoscia».
Torquato Tasso continuò a parlare d’amore nei suoi poemi «Ma ai nostri giorni appare più come un fenomeno autistico»ha commentato Valduga.
Più tardi Giovan Battista Marino riprese questa poetica «Rivelando soltanto un’effimera effervescenza»
Infine, Sandro Penna-sempre secondo l’opinione di Valduga-«Ha rappresentato solo un aspetto esibizionista del fenomeno amoroso».Per arrivare infine all’amore nel senso proustiano che rappresenta lo streben, l’anelito pazzo e quasi senza speranza di voler diventare l’essere amato e di entrar nella sua mente per poterlo conoscere tutto.
E a questo punto s’innesta la poetica raboniana che – secondo Valduga-è l’unico evento letterario contemporaneo che abbia centrato la tematica amorosa avvicinandosi ai canoni proustiani.
“Per questa ragione”ha spiegato la poetessa “l’opera raboniana rappresenta uno degli avvenimenti dello spirito umano capace di sorreggere il mondo perché è sostenuto da un’intelligenza in grado di farlo».
Nelle Canzonette mortali gli effetti dell’amore vengono amplificati ed enfatizzati dalla ripetizione della parola gioia che assume di volta in volta differenti significati perchè non è solo correlata a quella erotica ma è riferita anche all’amore per l’ode, all’amore per la lettura di Eliot e di Foster che Raboni amava leggere nella sua casa di campagna.
«La gioia di accumulare silenziosamente dentro di me beni infruttiferi e intrasmissibili , è la più pura e la più perfetta delle gioie»soleva dire Raboni parlando della sua passione per la lettura.
In questa raccolta, la gioia del sesso si interseca dunque alla gioia per la lettura in un passaggio che và dalla gioia fisica a quella mentale. E qui troviamo ancora il punto di sella di due elementi che si incontrano e cioè il massimo piacere fisico che si bilancia con il massimo di “presenza mentale” e persino religiosa.
Così l’ossimoro luce-buio, ha a che fare con il piacere sessuale.
Infatti l’alternarsi del buio e della luce in questi versi rimescola la gioia dell’erotismo con la gioia del nascere da un guscio, la gioia psichica più profonda con la gioia di ritornare dai genitori.
La tematica del groviglio familiare «oscenamente intricato» viene descritta come la necessità del distacco doloroso dalla madre per poter entrare nella gioia della vita attraverso l’amore per un’altra donna..
Il buio rappresenta la gioia sessuale (come quella di starsene rannicchiato allo scuro in un cinema di Modena da ragazzo) ma allo stesso tempo s’innesta nella tematica della “comunione tra vivi e morti”, perché per Raboni i genitori morti sono presenze vive e costanti nella vita di tutti i giorni e questa immaginazione prevede delle aspettative per il poeta stesso.
Il tema del ritorno all’infanzia e all’adolescenza viene affrontato dal poeta come un percorso incompiuto , che segna il passaggio continuo dalla luce alle tenebre che si alternano attraverso una zona di buio che rappresenta la mediazione consapevole, il punto di sella e di raccordo.
L’ossimoro gioia-buio, cioè la gioia raggiunta al buio da cui deriva il piacere sessuale, non è che una metafora della gioia della vita(la luce) e del buio della morte ma il buio può anche voler significare un ritorno nel ventre materno
Nelle Canzonette mortali, la luce è descritta come arsura e il buio è vissuto come anestesia.
«Raboni riprende il concetto di un’infanzia incompiuta che è dentro di noi”commenta Valduga.
“Non a caso nella biblioteca di casa il testo del “Fanciullino” di Pascoli era posto accanto ad un testo di Freud”.
Lo studio del passato e il dovuto rispetto per ciò che è accaduto cioè per la storia, rappresenta per il poeta il fondamento della vita sociale e civile di una nazione.
Per Raboni una nazione è definita da quell’insieme di persone che condividono una stessa storia e per questa motivo il poeta aveva una speciale considerazione per le persone defunte perché le considerava ancora come presenze invisibili nella continuità storica.
Valduga ha spiegato come per il poeta la comunione tra i vivi e i morti non dovesse avvenire sotto la luce accecante ma in maniera meditata e consapevole per poter arrivare alla conoscenza.
Il buio è mediazione e rima cioè quella fessura tra la tenebra nera dei morti e noi vivi e in questo contesto anche la sessualità può essere vista come via di comunicazione(Freud).
«Il nucleo profondo di Raboni ci è irraggiungibile ma- ha osservato Valduga- non bisogna fare la psicoanalisi agli autori e và detto che più senso c’è in una poesia, più questa è carica di espressione”.
Le canzonette mortali sono state ispirate alla Sinfonia degli addii di Haydn che Raboni amava ascoltare. “Questo componimento”ha spiegato Valduga” è stato scritto per orchestra completa che durante lo svolgimento della sinfonia fa uscire uno alla volta tutti gli esecutori fino a farne rimanere uno solo” .
La poetessa ha voluto anche ricordare l’intensa attività letteraria di Raboni che aveva tradotto dal francese tutta la Recherche di Proust e diverse opere di Baudelaire e di Flaubert e proprio grazie a questa attività di lettore aveva potuto arricchire la propria immaginazione
In questa raccolta emerge anche il tema delle aspettative personali dell’autore e quello del risarcimento verso chi lo aveva tanto amato senza esser corrisposto ed il riferimento era esplicito verso l’ex moglie e i figli nati dal precedente matrimonio.
A fine conferenza, è seguito un breve dibattito con gli studenti e nella chiusa finale la professoressa Tamiozzo ha raccomandato ai giovani spettatori “il dovuto rispetto nei confronti della poesia.”
“La poesia è un elemento vitale che ci aiuta a non distogliere lo sguardo dalla realtà e che definisce la diversità tra gli esseri umani.
La letteratura ci fa capire il mondo e fa capire a noi stessi che cosa siamo. Non si può insegnare ad amare la poesia perché è un istinto. Ma la lezione raboniana ci fa capire quanto la poesia sia il punto d’incontro tra la realtà esterna , e la nostra individualità. Per questa ragione la poesia deve diventare il nostro pane quotidiano spirituale”ha sottolineato la direttrice del Dipartimento.
“Per non distogliere lo sguardo dalla realtà , suggerisco a voi giovani di leggere ogni giorno un buon giornale”ha concluso la prof.ssa Tamiozzo.
 
 25/06/2010


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