CULTURA

 

A proposito della “giornata di Darwin”

 

LIBERTÀ LAICA E SCIENZA SOCIALE

 

di Carmelo R. Viola

 

         Faccio riferimento al cosiddetto “Darwin day” – ovvero al giorno dedicato al portabandiera dell’evoluzionismo – alla cui commemorazione sono stato invitato a partecipare dall’UAAR di Catania capeggiato dall’intrepido Giuseppe Bertuccelli. Davanti ad un programma, in cui si parla, tra l’altro, di “contestualizzazione storico-scientifica” di Darwin e di “principi, termini, limiti, importanza, attualità” dell’evoluzionismo, mentre ringrazio, mi sento anzitutto in dovere di ridimensionare gli attributi ordinari dei non credenti.

         Con il che intendo dire che per essere atei, agnostici, razionalisti o, come preferisco dire io, laici, non significa essere abilitati a trattare fino in fondo temi della fattispecie , ma basta:

         a) pensare con la propria testa; quindi

         b) prediligere la ragione e seguirla ovunque essa ci conduca (come diceva Thomas Jefferson); quindi

         c) escludere ogni pregiudizio ed ogni affermazione di fede (che sono tali appunto perché contrapposti alla ragione);

         d) dare ascolto alla scienza ma sempre in senso critico; ovvero

         e) prestare credito a quelle affermazioni scientifiche che sono compatibili con la nostra libertà di pensiero, con la nostra coscienza e con una convivenza civile in cui sia possibile esercitare la libertà di pensiero e di coscienza in un rapporto di reciprocità. Un’affermazione, che si presenti come scientifica ma che presupponga la limitazione della nostra libertà di pensiero ovvero che esiga un obbligo di fede, evidentemente non è scientifica.

         Io chiamo laici quanti si battono per tale libertà in regime di reciprocità civile e ritengo che possano essere persone comuni purché capaci di esercitare e difendere tale libertà nella vita privata come in quella pubblica senza essere necessariamente degli scienziati.

 

         Noi viviamo in un contesto sociale che reprime e, in ogni caso, non educa alla libertà laica. La prima forma di repressione viene consumata a danno dell’infanzia, cioè della primissima età, quando il soggetto è più ricettivo, più plasmabile, più indifeso. Noi tutti – o quasi tutti – siamo stati battezzati da santamadrechiesa quando eravamo totalmente incoscienti, complici le persone che più ci amavano o che più dovevano prendersi cura di noi, non perché non ci volessero bene ma perché, vittime anche loro, erano convinti di farlo per il nostro bene. Ma il peggio viene dopo il battesimo e si chiama catechesi. La catechesi infantile è un vero crimine (non contemplato dai codici della società borghese) perché è il “sequestro preventivo della ragione”. La catechesi avviene in casa, soprattutto in chiesa ed anche per assorbimento passivo dei costumi del contesto sociale e impedisce al soggetto di crescere libero dai pregiudizi e dalle ipoteche religiose. Il capisaldo delle catechesi religiose è il creazionismo.

Il creazionismo è il filo conduttore delle religioni teiste, cioè basate su un Dio creatore del mondo e quindi dell’uomo e sui sacerdoti che lo rappresentano. Il creazionismo è una teoria di vita assolutamente estranea alla ragione e alla scienza: lo dice il solo fatto che essa va accettato “per fede”, essendo razionalmente impensabile. Il creazionismo è comodo alle religioni teiste perché presuppone una “mediazione umana” e quindi le “legittima” ad esercitare un potere sugli uomini che i loro fautori dicono religioso (cioè dovuto perché voluto da Dio) ma che nella realtà è politico e quindi coercitivo. Infatti il potere che ci prescrive – e ci impone, ove necessario – come comportarci nei rapporti con gli altri e perfino con noi stessi, non può che essere politico nel senso primitivo e peggiore della parola. La religione è madre della politica: oggi è la “politica esercitata in nome di Dio”. Questo spiega perché il filo conduttore delle religioni teiste resta il creazionismo, difeso a spada tratta dalle loro gerarchie. Infatti, se la fede nel Dio creatore venisse meno, tali religioni perderebbero ogni credibilità, non avrebbero alcuna ragion d’essere ovvero le loro gerarchie sarebbero private del pretesto che le legittima.

         Senza un Dio creatore da nulla, la Chiesa “imploderebbe”, cioè rovinerebbe su sé stessa lasciando allo scoperto un cumulo di crimini e di stupidità. Le religioni teiste – ovvero creazioniste – sono il prodotto ultimale di una tendenza umana a dominare il proprio simile. Questa tendenza ha una spiegazione biologica, come vedremo più avanti. Per intanto ci basti prenderne atto. Come gli dèi pagani furono un’invenzione, un’invenzione è il Dio creatore dei teisti.

 

         Torniamo al punto di partenza. Noi, atei, agnostici, razionalisti - o, come preferisco dire io, laici – vogliamo semplicemente essere degli uomini comuni,  padroni della nostra ragione e rispettosi delle convinzioni altrui. Ci diamo degli attributi perché vogliamo difenderci e nello stesso tempo essere difensori e non, a nostra volta, oppressori, dei compagni-vittime dei poteri religiosi. Per questo contrapponiamo l’ateismo al teismo. Su questo doppio tema si è scritto moltissimo e molto si scrive ancora. Ma non c’è niente di più facile da confutare del teismo, il quale si confuta da sé. Infatti, il Dio-creatore è un Dio-persona: una figura-immagine mentale che nega sé stessa perché Dio sta per tutto e persona sta per “parte”. Dio è l’assoluto, mentre la persona è la risultante di una sintesi (di organi, rapporti biochimici, bisogni, sentimenti e cosi via). In altre parole, se un Dio è il creatore del tutto, prima della creazione (ammesso che dal niente si possa trarre qualcosa) deve esserci stato per un tempo infinito un Dio solitario e inutile. Il che è impensabile.

         Il fatto che non sappiamo darci una spiegazione del mondo non ci autorizza ad affermare che esso sia stato creato, cioè tratto dal nulla, da un’entità chiamata Dio: ciò, infatti, non significa nulla e non aggiunge alcunché alla nostra ignoranza. L’insufficiente spiegazione razionale-scientifica del mondo non esclude che un giorno non possiamo darcela e, in ogni caso, non ci abilita a coprire dei vuoti di conoscenza verificabile (scientifica) con “atti di fede” e semmai ci sentiamo rassicurati da questi, la consolazione immaginaria non ci dà il diritto di imporli agli altri. Confermiamo che la dimostrazione dell’inesistenza del Dio-persona è data dalla sua stessa affermazione: si tratta infatti di una banale contraddizione in termini. Tuttavia anche il credere per fede nell’autocontraddizione del Dio-creatore rientra esso stesso nel diritto del soggetto: il problema si pone quando nostri simili, con il pretesto di essere “referenti” di tale Dio-creatore, pretendono di sottoporci al loro potere politico. Pur senza tenere conto che lo zelo, con cui costoro ci vogliono soggiogare, ci fa pensare che i primi a non credere a quella contraddizione siano proprio loro.

         Sempre con riferimento al punto di partenza aggiungiamo che noi possiamo vivere senza conoscere le origini del mondo e la ragion d’essere della vita. La nostra mente non riesce a comprendere (nel senso proprio di com-prendere!) un mondo con delle origini o un mondo eterno ma a noi interessa l’esistente: il nostro benessere in un contesto che arricchisca di gioia la nostra parabola esistenziale. Siamo costretti a batterci contro il teismo perché esso è diventato uno strumento di potere, perché esso ci contende il diritto di essere magari persone comuni, dedite al bene proprio e disponibili verso gli altri.

         Per noi laici è assolutamente chiaro che il Dio delle religioni teiste, come gli dèi pagani, è un’invenzione, rassicurante per chi ci crede veramente, strumento di potere per i furbi di mestiere. Per questo ogni scoperta razionale-scientifica è un passo verso la liberazione dell’umanità dal dispotismo delle gerarchie clericali. Così, la sconfitta del geocentrismo di Tolomeo per opera dell’eliocentrismo di Copernico fu una grande vittoria contro quell’Inquisizione cattolica che processò migliaia di innocenti come Galilei.

 

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         Per questo ha un’importanza incommensurabile l’evoluzionismo come diretto antagonista del creazionismo, di cui si è parlato. Ciò non significa che esso debba spiegare le origini del mondo né scoprire la ragion d’essere della vita. L’evoluzionismo indica il modo di essere dell’esistente (che è quanto c’interessa, come abbiamo già detto): esso affonda le radici nel “panta rei” (tutto scorre) di Eraclito e, ripreso da nomi grandi come Kant e Lamarck, trova il più grande e più famoso sistematore in Carlo Darwin. L’evoluzionismo darwiniano vuole essere una conoscenza non più solo intuitiva ma anche sperimentale, e quindi esclude ogni atto di fede a quanto si riferisce a quale che sia “potere esercitato in nome di Dio”.

         A noi laici, in quanto tali, basta essere “liberati” dal potere ateistico, cattolico e non. E non siamo tenuti ad entrare nel merito perché non siamo necessariamente dei ricercatori scientifici, nel qual caso, dovremmo occuparci di una serie di scienze complementari che vanno dalla paleontologia (scienza che studia i resti fossili di organismi vegetali ed animali) alla genetica. A noi basta guardare dentro all’evoluzionismo per quel tanto che interessa la vita di uomini comuni nel contesto dell’esistente o, al massimo, la “scienza dell’esistente” se vogliamo approfondire tale contesto come io, sociologo, ho fatto e continuo a fare con la biologia del sociale, versione naturalistico-biologica della scienza sociale, la scienza per eccellenza dell’uomo reale nella realtà effettiva del quotidiano e della storia.

         L’evoluzionismo costituisce una svolta fondamentale nella crescita della nostra specie, cioè della storia (a condizione che venga assimilato nella sua essenza) perché rompe il baliatico secolare (una specie di cordone ombelicale) che da millenni tiene l’uomo medio (comune) legato agli impostori, che speculano sulla paura naturale di fronte all’ignoto. Quanto tali impostori siano forti ce lo dice la loro sopravvivenza nonostante la scoperta dell’evoluzionismo come modo di essere della natura e la possibilità di concepire la storia in maniera del tutto laica. Ciò avviene perché il bisogno di essere rassicurati di molta gente (spesso vittima della catechesi infantile) è più grande del bisogno di conoscere la verità ma anche perché le istituzioni pubbliche, rette da uomini di potere (e non di servizio alla comunità) restano dalla parte degli impostori.

         Gli impostori non si arrendono come ci prova una Chiesa cattolica che, dopo essersi autoassolta di diciassette secoli di crimini per bocca di un machiavellico papa polacco, il cui ardire è giunto alla beatificazione del papa-boia Pio IX e alla condanna del socialismo ateo, si è lanciata in un processo di recupero che ci conferma soltanto l’onnipotenza della menzogna e della suggestione delle masse – insieme di soggetti psico-mentalmente inerti.

 

         L’impostura teistico-clericale ha dei derivati che sono nello stesso tempo strumenti del suoi sostenitori. Questa alleanza tacita devia e ritarda la crescita della specie verso l’uomo “eticamente adulto”. Ogni organizzazione, politica, economica o ricreativa, che provoca dipendenza psicologica, di fatto costituisce un “surrogato religioso” con effetti del tutto analoghi. Si può quindi trattare di un partito, di una squadra di calcio o dello stesso contesto sociale: un’ideologia, il tifo sportivo e il costume consumistico, se vissuti acriticamente, possono ripetere il rapporto di fede, prodotto dalle religioni, ottundere il pensiero e la coscienza, ridurre gli “interessati” (militanti, sostenitori o clienti) alla condizione di sudditi. Una psicodipendenza analoga all’effetto delle droghe.

         E’ inevitabile prendere atto che la scoperta dell’evoluzionismo da sola non ha liberato l’uomo dalle imposture suggestive degli autoreferenti intermediari fra il cielo e la Terra. Infatti, la Chiesa raggira l’evoluzionismo, e il capitalismo addirittura se ne dà un’interpretazione falsa e lo sfrutta a proprio favore. L‘evoluzionismo deve essere compreso nella sua vera essenza. Pertanto, serve puntualizzare:

          1 - che evoluzionismo vuol dire anzitutto e semplicemente che tutto diviene.

          2 - che divenire vuol dire cambiare, in meglio o in peggio, a seconda della confluenza dei fattori (interni e ambientali).

          3 - che dalla confluenza di tali fattori biogeni nasce la vita attuale, ovvero nascono le sintesi bio-organiche, vegetali ed animali, dall’ameba all’uomo.

          4 - che Darwin ha osservato come le suddette sintesi bio-organiche o soggetti viventi concorrono , a seconda dei livelli, alla predazione per la propria alimentazione e conservazione, alla riproduzione per la conservazione della propria specie, alla difesa del proprio habitat, alla competitività agonistica per la dominanza nel proprio specifico contesto ambientale e da ciò ha tratto i concetti rispettivamente della selezione naturale e della lotta per l’esistenza.

          5 - che la specie umana è essa stessa un prodotto dell’evoluzione, che nasce animale e che è via via ciò che diventa.

           6 - che la lotta per l’esistenza non produce in ambito umano gli stessi effetti che in ambito animale: in questa la selezione avviene  in funzione della specie, mentre in quella avviene in funzione del potere.

          7 - che tale differenza è dovuta all’intervento del fattore-ragione che modifica e talora sostituisce l’istinto.

          8 - che la ragione è la base per la possibile futura autocoscienza etica (apice dell’evoluzione umana). Ne consegue:

          9 - che mentre al livello preumano gli automatismi istintivi della lotta per l’esistenza, combattuta con competitività agonistica, provocano distruttività interspecifica “compensata” (come è dimostrato dagli equilibri anche quantitativi, fra le varie specie in una giungla non disturbata dalla caccia), al livello umano, la competitività agonistica, diretta dalla ragione e sostenuta dalla capacità aggressiva della tecnologia, produce una crescente distruttività intraspecifica “non compensata” (come dimostra il crescere della conflittualità civile e la reazione cataclismica della natura sempre più offesa). Ovvero:

          10 - che al livello umano, la competitività agonistica di diretta derivazione animale (attorno a cui è nato e si è sviluppato il capitalismo fino all’estremizzazione del neoliberismo a gestione bancaria mondiale), non contribuisce ad una evoluzione positiva (cioè verso il meglio) ma, al contrario, blocca la crescita della specie e la sospinge, con tutta la biosfera (natura), afflitta da crescenti squilibri indotti dal capitalismo, verso la morte globale per saturazione di conflittualità e di inospitalità dell’habitat umano.

 

         Questo significa che l’evoluzionismo va guardato con molta attenzione per evitare il fatto grottesco che mentre ricorriamo ad esso per confutare la tesi creazionista del potere clericale che pretende d’impadronirsi degli uomini sin dalla nascita, lo accettiamo sul piano economico e legittimiamo l’oppressione del capitalismo. I fautori del capitalismo continuano a predicare che l’uomo è naturalmente possessivo mentre la verità è ben diversa. L’uomo è naturalmente possessivo finché si comporta in maniera para-animale, cioè fino all’età adolescenziale ovvero antropozoica. I fautori del capitalismo sono interessati ad un’umanità al livello antropozoico cioè dominata ancora dall’istinto della competitività agonistica, filo conduttore dello spirito capitalistico, per potere legittimare la propria ricchezza senza limite e l’indigenza totale in nome di un evoluzionismo che, al contrario, dimostra che l’uomo reale è quello che diventa.

         La nostra specie, pur nata animale, è suscettibile di percorrere tutta la traiettoria della manifestazione della vita, cioè fino all’autocoscienza etica. Questa evoluzione possibile, non fatale, può avvenire grazie alla ragione, che è un’arma a doppio taglio: se usata a favore dell’animalità, produce distruzione, se usata a favore dell’umanità, come specie suprema, può raggiungere la vetta. Non è vero che l’uomo è naturalmente competitivo, agonistico e possessivo, è invece vero che la civiltà dell’uomo può essere bloccata al livello para-animale dai profittatori, sostanzialmente non diversi dai sedicenti referenti di Dio.

         Come sostenitori dell’evoluzionismo contro il creazionismo nella difesa della nostra libertà, corriamo il rischio di sostenere, a nostra stessa insaputa, un’altra liturgia di morte che dei liberali, travisando totalmente (spesso di proposito) l’imperativo egualitario della trilogia del 1789 (“libertà-uguaglianza-fratellanza”), chiamano “libertà economica”, la libertà para-animale di competere al maggiore accumulo di ricchezza furtiva e parassitaria contro una maggioranza di simili che continuano a vivacchiare o a morire di fame. L’economia del capitalismo è, in realtà, predonomia: l’artescienza di predare di origine animale camuffata dal gioco delle leggi. Ma questo è un argomento  che esula dal tema.

         Non esula dal tema il fatto che perfino certo marxismo non è sfuggito al fascino di un’apparenza ambigua di un evoluzionismo che non distingue tra specie animali a comportamento istintivo e la specie umana “destinata” a gestire consapevolmente sé stessa (per non autodistruggersi) e così ha fatto rientrare la lotta di classi nella logica darwiniana, non considerando che le classi non sono soggetti biologici ma astrazioni ideologiche, nel senso che non esistono.

 

         La mia lunga esperienza mi consente la presunzione di affermare che il concetto di darwinismo manca di due esplicitazioni fondamentali che la identifichino per quello che effettivamente è, mettendola al sicuro da facili raggiri. Primo: vero è che tutto diviene, cioè cambia (in meglio o in peggio) ma perché al livello umano evoluzione significhi processo di maturazione della specie, è necessaria una dinamica specifica, diretta da una ragione “etica”. Il darwinismo, formulato sulle osservazioni degli animali e degli uomini primitivi, non è applicabile di peso alla specie umana. Secondo: Darwin ha descritto le modalità di evoluzione ma ha totalmente ignorato (come tutti gli studiosi del settore, del resto) le pulsioni biologiche, che sono la chiave di volta della comprensione di tutti i comportamenti individuali e della storia umana.

         Tale chiave di volta è fornita dalla biologia (del) sociale, la quale ha individuato come il sorgere e l’evolversi (ex-sistere) della vita attuale per convergenza di sostanze e di condizioni ambientali oggettivamente “biogene” (cioè portatori di vita potenziale), risponde ad una “volontà vitale” che va dall’inconscio vegetale all’autocoscienza etica dell’uomo adulto. Tale “volontà vitale” distinguo, ma solo per comodità analitica, in cinque motori o pulsioni essenziali, complementari, costanti e universali che si manifestano via via lungo il suddetto percorso evolutivo finalizzato non solo all’esistenza (animale) ma anche all’autocoscienza (umana): è come se il mondo, oggettivamente acefalo e inconsapevole – anche nella sua stupenda architettura astronomica – si voglia manifestare attraverso infinite sintesi bio-organiche, vegetali ed animali, ma soprattutto attraverso l’uomo bioeticamente adulto.

         Il primo di tali motori o pulsioni essenziali è espresso dal sintomo della fame, comune a tutti i viventi, dal virus in su. Il secondo è quello della conservazione della specie che il soggetto manifesta in tempi e modi che variano da specie a specie e da individuo a individuo. E’ come la “fame della specie”. Il terzo è il bisogno di rassicuranza affettiva che il soggetto esprime in maniera visibile solo a partire dalle specie superiori. E’ di fondamentale importanza nella specie umana in sinergia con gli altri. Il quarto è il quinto sono decisamente umani: quello è il bisogno di trascendere sé stesso, di crearsi dei valori e di proiettarsi nel futuro: quasi un tentativo mentale-emotivo di uscire dalla propria caducità; questo, trasversale, è  fondamentale per l’autoidentificazione che il soggetto, sin dalla nascita, realizza con il proprio corpo e poi via via con i propri affetti rassicuranti e i propri valori trascendenti. Donde la memoria di sé e l’equilibrio biopsichico di grande importanza nella psicologia e nella psichiatria.

         Qualunque osservatore può verificare che il comportamento di un individuo vivente qualsiasi ad un livello qualsiasi ci riporta ad una o più delle dette pulsioni essenziali. Naturalmente, le modalità di risposta a tali pulsioni sono praticamente infinite, tenendo conto che queste si combinano con l’esperienza sedimentata nel DNA (ovvero con la potenzialità della stessa espressa in tendenze potenziali) e con le influenze ambientali, specie con quelle che agiscono sull’età evolutiva. Ma non entriamo nemmeno qui nel merito per non uscire decisamente dal tema.

         Quel che c’interessa sottolineare è che senza la conoscenza delle pulsioni essenziali della volontà di vita, non potremmo comprendere il divenire esattamente come senza la conoscenza della scala musicale, non si potrebbe scrivere la musica. In altra parole, senza la cognizione di tale “imperatività vitale”, che si sprigiona dal mondo appena si verificano particolari convergenze minerale-ambientali biofile, e i cinque motori sopradescritti, è difficile comprendere la vita in genere, il “plurimorfismo umano” e la storia.

         Io personalmente non temo di parlare di concezione vitalistica o ilozoistica del mondo, ma questo vale solo per me. Quel che , come ateo o laico mi preme mettere in evidenza è il bisogno costante di rassicuranza affettiva, che ci dice perché l’uomo ha bisogno di essere rassicurato dal momento in cui nasce e che da sempre è facile alla creduloneria e alla fede a seconda  della propria ignoranza ma più dell’influenza ambientale (salvo, s’intende, la simulazione per motivi di speculazione e di potere). Tale pulsione ci spiega perché l’uomo è suscettibile di plagio nella misura in cui è ricettivo e indifeso da parte di furbi che gli offrono “verità di fede” (rassicuranti)  in cambio di obbedienza (rassicurante). Ma ci dice anche, assieme alla costante della fame, che i profittatori sono essi stessi motivati non solo dal bisogno di dominare (surrogato psicologico del primitivo predare) ma anche dal bisogno di illudersi di credere attraverso la fede delle loro vittime e perfino di sentirsi onnipotenti (vedi follie di dittatori). Come certi animali si conservano gli avanzi delle loro prede, così uomini accumulano ricchezza (dominanza-potere) per assicurarsi il miglior modo di essere al mondo.

         Naturalmente, ciò non significa che plagiare-dominare-predare sia indispensabile ma ci riconferma che ciò avviene in regime di “competitività agonistica” ovvero ad un basso livello umano (“antropozoico”). A noi laici interessa sapere perché nascono la religiosità naturale e le religioni positive - in specie ateistiche – ovvero istituti politici con pretesto religioso (rassicurante), creati e gestiti da furbi uomini di potere non ancora abbastanza maturi da avere superata l’età ambigua e ambivalente dell’antropozoismo, ma spesso abbastanza consapevoli e colpevoli  per potere essere condannati.

         Con il nuovo pensiero della biologia sociale l’evoluzionismo viene compreso nella sua vera essenzialità e collocato nei suoi limiti naturali. Esso rimane un’arma a doppio taglio nelle mani di chi non si accorge che esso è già stato monopolizzato da una religione positiva non meno pericolosa di quelle teiste e che si chiama capitalismo. Vero è che l’uomo è quello che diventa ma diventa sé stesso, cioè libero e liberatore solo in assenza di competitività agonistica e in presenza del suo contrario che è la reciprocità o mutualità collaborativa, mentre, nel caso contrario, diventa il sicario della sua stessa specie. E’ quello che noi laici, noi uomini dell’UAAR, non possiamo volere per restare fedeli a noi stessi.

         Solo in questi termini io ho inteso – e intendo – celebrare la “giornata di Darwin”, padre dell’evoluzionismo.

 

Carmelo R. Viola – Centro Studi Biologia Sociale

            

28/01/2007


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